Santa Maria Assunta di Atri

La chiesa di Santa Maria Assunta è uno degli esempi più belli di architettura medievale in Abruzzo. La sua è una storia molto complessa ed articolata che passa attraverso diverse fasi architettoniche.

L’edificio fu ricostruito intorno alla fine del Duecento, con molta probabilità nel 1285, sopra una chiesa del IX-X secolo, sorta a sua volta su un edificio termale romano. Ancora oggi, al di sotto della chiesa si trova una grande cisterna romana quadrata risalente alla prima metà del III secolo a.C. Nel II secolo d.C. al di sopra della cisterna venne costruito un edificio termale, articolato in due sale, una delle quali contenente una vasca esagonale.

Di questa costruzione restano tracce di pavimento a mosaico in tessere bianche e nere raffiguranti pesci ed animali marini. L’uso di questa struttura non è mai stato interrotto. Si può supporre che in età altomedievale venne realizzato su di essa un edificio di culto al cui interno la vasca assunse la funzione di fonte battesimale seppure in un’insolita posizione, vicino al presbiterio.

Questo nuovo organismo inglobò e sfruttò le strutture romane ancora esistenti attraverso opere di restauro e rifacimento. Nel corso del XI secolo venne edificata una grande chiesa benedettina, a tre navate, portata a termine nei secoli successivi. Ampi tratti di muraglia di quell’epoca restano oggi nella parte posteriore della chiesa ed indicano quanto grandioso fosse il progetto che prevedeva una struttura a tre navate senza transetto né absidi. Alla stessa epoca risale il monastero costruito dietro la chiesa di cui si conserva il chiostro, che è il più antico della regione.

La costruzione avviata prima del 1100 fu ripresa e completata assai lentamente nel corso del XII e XIII secolo. Su questo organismo venne, con molta probabilità, riedificata la chiesa romanica, come testimoniano la consacrazione del 1223 e l’innalzamento a diocesi nel 1252. La nuova chiesa, che doveva essere a cinque navate con transetto, cinque absidi e campanile isolato rispetto all’organismo principale, subì un’altra decisiva opera di trasformazione realizzata nella seconda metà del XIII secolo, alla quale si deve la configurazione attuale.

La facciata a blocchi squadrati risulta divisa verticalmente in tre parti da quattro lesene, due delle quali poste sugli spigoli, le altre due incorniciano il portale e il rosone. La terminazione non è quella originaria a cuspide che deve essere caduta a causa del terremoto del 1563. Oggi essa si presenta rettilinea delimitata orizzontalmente da una cornice ad archetti pensili trilobati.

Il prospetto posteriore confina con il chiostro perciò non è visibile dall’esterno. Il lato meridionale presenta ben tre portali. Tutta la parete è scandita da dieci lesene e da otto strette finestre con arco a tutto sesto. La parte finale di questo lato confina con la chiesa di Santa Reparata, sorta inizialmente come cappella e in seguito trasformata in chiesa. Il lato settentrionale, anch’esso scandito da lesene, verso la parte finale è coperto dalla sacrestia ed altri edifici realizzati dal XVI secolo in poi ed è interrotto dal campanile che risulta staccato dalla parete.

Quest’ultimo in alto termina in un tamburo ottagonale, culminante in una piramide, che presenta ad un primo livello delle bifore su ogni lato e ad un secondo livello delle aperture tonde incorniciate da tasselli in vetro e maiolica. Il chiostro, adiacente al lato posteriore della chiesa, è per tre lati costituito da due piani con doppio loggiato realizzati in epoche diverse.

Il lato mancante di loggiato presentava in origine un porticato, in seguito assorbito dal chiostro, dal quale si accedeva alla cisterna romana già riconvertita in luogo di culto. Lo spazio interno è suddiviso in tre navate da pilastri di diversa forma, quelli della prima metà sono rettangolari con semicolonne addossate, quelli della seconda metà sono rivestiti da un rinforzo ottagonale.

Su di essi poggiano gli archi a sesto acuto che definiscono le campate. Anche queste ultime si diversificano in due tipologie; le prime quattro sono piccole e a pianta rettangolare, quelle verso il presbiterio sono ampie e a pianta quadrata. Queste differenze sono espressione di due fasi diverse di intervento. Uniche aperture che gettano luce sulle navate sono due monofore ad arco interno trilobato.

La copertura attuale è costituita da un soffitto a capriate lignee che è stato ripristinato nel Novecento mediante eliminazione della copertura a volta di origine ottocentesca. La zona presbiteriale è chiusa da una parete rettilinea ed è illuminata da un’unica apertura sferica dopo che è stata chiusa la monofora sottostante per dare continuità al ciclo pittorico.

La chiesa custodisce al suo interno preziosissime testimonianze pittoriche di varie epoche ed autori, che costituiscono un insieme di straordinario valore artistico. Prima e più antica testimonianza pittorica è l’affresco con l’ “Incontro dei Tre Vivi e dei Tre Morti” databile alla metà del Duecento, che rappresenta il macabro incontro che tre giovani nobili, seguiti da paggi e cavalli, fanno con tre scheletri usciti dalle tombe.

L’opera è un capolavoro assoluto di grazia cortese, soprattutto per quel che riguarda i “ritratti” dei tre vivi, rappresentati con dovizia di particolari negli abiti e atteggiati in pose che ne rivelano lo sgomento. Il tema, caro alla tradizione basso medievale, è quello dell’eterno ammonimento sulla vanità delle cose del mondo, reso dall’artista con la delicatezza di una miniatura francese. La controfacciata e le navate conservano vaste porzioni di affreschi databili dalla metà del XIV alla fine del XV secolo e oltre, quasi tutti di elevato livello qualitativo.

Ma senza dubbio spicca la mirabile la visione che offre il Coro dei Canonici, con alle pareti il ciclo pittorico di Andrea de Litio. Esso costituisce non solo il capolavoro immortale del pittore, ma la più vasta opera pittorica del primo rinascimento in Abruzzo a dimostrazione delle risultanze a cui potevano giungere le idee innovatrici fiorentine (con particolare riferimento alle novità della prospettiva di Piero della Francesca e Paolo Uccello), fuori Toscana, in una regione, nel regno napoletano, molto sensibile all’evolversi degli stili e delle forme.

Nel ciclo sono rappresentate le storie di Gioacchino, nelle pareti superiori, e di Maria, in quelle mediane e inferiori: in totale 101 pannelli per 26 scene. In alto una crociera con ampie figure di Evangelisti e Dottori della Chiesa, disposti come in Assisi da Giotto nella chiesa di S. Francesco.

La crociera è completata nei pennacchi da plastiche figure femminili, personificazioni delle Virtù e da tondi contenenti ritratti di personaggi, in posa frontale o di profilo. Nei tre registri del coro, occupati dalle Storie di Gioacchino e della Vergine, si aprono ampie prospettive che inquadrano portici, palazzi dell’epoca, interni domestici, descritti con dovizia di particolari e senso narrativo del racconto che avvicinano la pittura di Delitio a quella di un nutrito gruppo di artisti ancora in bilico tra raffinatezze tardogotiche e rigore rinascimentale quali Masolino da Panicale, Gentile da Fabriano, Domenico Veneziano e Beato Angelico.

Bibliografia

  • Trubiani, B., Atri Città d’arte, Edizioni Menabò – D’Abruzzo
  • Trubiani, B., La Basilica-Cattedrale di Atri, Arti Grafiche T. Pappagallo & F. lli -Roma

Sitografia

GALLERIA FOTOGRAFICA