Il castello svevo di Termoli

Di solito, i castelli stanno sulle alture, il più possibile scoscese, per meglio difendere i paesi appollaiati ai loro piedi. Questo di Termoli sta invece in riva al mare, quasi a guardia dell’abitato cittadino, ben racchiuso in una solida muraglia. Poiché il nemico giungeva dal mare, prima di poter invadere il paese, doveva vedersela con i termolesi, ben asserragliati nel Castello”.

La storia del Molise è caratterizzata dal succedersi di innumerevoli dominazioni che, ciascuna a modo proprio, ha lasciato tracce evidenti nella tradizione culturale e nelle architetture dei luoghi. Il Borgo antico di Termoli conserva ancora oggi i segni del carattere polivalente della città: il porto, sviluppato a sud del borgo, denuncia lo stato di luogo di transito del posto, punto cruciale per lo spostamento di merci e persone; il trabucco, impostato sull’antico sistema delle palafitte, ricorda un importante aspetto della vita della popolazione locale, quello della pesca. Ma l’elemento che, forse più di ogni altro, è eloquente nel raccontare la storia di Termoli, è la torre, inserita nella cinta muraria che delimita l’edilizia del borgo. La torre, nota anche come Castello Svevo, è diventata, col tempo, un’architettura che determina il genius loci, ossia un’architettura che favorisce l’interrelazione psicologica di ogni abitante col la propria città. Ad un primo sguardo, quello che salta subito all’occhio, è l’ambivalenza di un’architettura così imponente, se confrontata con le piccole casette che segnano il brano urbano del borgo e, al contempo, la sincera fusione del Castello con lo stesso borgo. La genesi del Castello è spesso confusa con quella della città: durante la dominazione longobarda delle terre molisane, il territorio era costellato da piccoli feudi disorganizzati spesso in lotta tra loro. È in questo periodo che gli abitanti dei villaggi sparsi sul territorio, si rifugiarono sul promontorio addossato sul mare, dove sorgerà poi il primo nucleo cittadino, e circondandosi di un sistema murario difensivo. Dal IX secolo i Normanni, insediatisi stabilmente nell’Italia meridionale, avviarono un programma di ristrutturazione delle fortificazioni longobarde e di costruzione di nuovi presidi di difesa: è probabile che in questo periodo si inserisca la costruzione del “donjon”, il Castello, evidente esempio di fortificazione normanna. Come le altre, infatti, è costituito da due grandi volumi sovrapposti, innestate alla cinta muraria. Il primo, costituente il basamento, è un tronco di piramide a pianta quadrata; il secondo è una torre a base quadrata più piccola. La sua geometria allude ad una compenetrazione quasi perfetta di corpi solidi. Se si vuole procedere con la ricerca di un modello, la scelta cadrebbe probabilmente sul “palatium” di Lucera, mentre la compenetrazione di volumi si ritrova anche in altri casi, come nei castelli di Arpia, Adrano, Balascio e di Tertiveri. Differenti eventi hanno messo in pregiudizio lo stato dell’opera: dal susseguirsi di terremoti fino ad eventi meno devastanti, come l’invasione crociata, quella delle truppe di Enrico VI del 1194 e, infine, l’attacco delle galee veneziane nello scontro del 1240 contro Federico II di Svevia. Ed è proprio Federico II ad aver avviato un programma militare di recupero delle fortificazioni, costruendo le maglie nodali del sistema difensivo e, nel caso in esame, constatato lo stato di abbandono e degrado in cui versava il Castello, la sua ristrutturazione (nei documenti storici si fa riferimento al manufatto proprio come un “Castello da riparare”). Quest’ultimo svolgeva la duplice funzione di difesa della costa e della stessa città e, al contempo, era una sorta di simbolo del potere federiciano, fronteggiando, con la sua presenza, i fermenti delle autonomie locali contrarie al governo degli Svevi. Un’analisi della struttura dichiara la mancanza della funzione residenziale della torre: se in epoca normanna essa svolgeva essenzialmente una funzione difensiva, con la prevalenza di caratteri militari della costruzione, sotto il dominio di Federico II, invece, esso ha assunto connotati più artistici e residenziali, nonostante conservasse ancora le funzioni originali di sicurezza. Ulteriori accadimenti hanno segnato l’architettura della torre: alla devastazione dell’invasione turca intorno al 1567 e al precedente terremoto del 1456, una trasformazione evidente è seguita all’invenzione della polvere da sparo, con la conversione delle feritoie d’arciere, presenti in facciata, in archibugiere, le nuove armi da fuoco. Si può affermare che l’aspetto definitivo del Castello è stato assunto proprio nel XV secolo, con la presenza di quattro torri circolari atte ad ospitare le bocche bombardiere e delle robuste cortine curvilinee, con la funzione di schivare i fuochi delle artiglierie. Nel corso del Settecento il Castello era diventato un luogo di prigionia e del periodo sono rimasti dei segni sulle pareti delle stanze inferiori, passati alla storia come “scarabocchi”. Dall’Ottocento il borgo è stato interessato da un processo di ampliamento, forse in seguito ad una crescita economica, che ha consentito, nel 1847, ad opera di Ferdinando II di Borbone, di demolire le case accostate alle mura sud, favorendo così l’espansione del tessuto urbano cittadino. Nel 1889 uno dei locali è stato convertito in serbatoio dell’acqua piovana, ne restano tracce in tubuli di circolazione delle acque e nell’applicazione di intonaco idraulico sulle pareti. Agli inizi del XX secolo, è stato installato un faro alla sommità del Castello come punto di riferimento per i marinai. Lavori di consolidamento seguirono nel primo ventennio del Novecento e anche in seguito al secondo conflitto mondiale, con un sostanziale sconvolgimento della sistemazione interna del Castello. Un successivo intervento di restauro che ha interessato la parte inferiore del manufatto, la cinta muraria e le altre strutture difensive della città, condotto secondo la più nuova concezione della conservazione dei monumenti, è stato eseguito negli anni 1993 – 1996. Dal 1885 il Castello è annoverato tra i monumenti nazionali e designato quale museo storico regionale: è oggi convertito in ambiente per le esposizioni temporanee di arte e per la celebrazione dei matrimoni civili. La parte superiore, invece, è chiusa al pubblico perché presidiata dall’aeronautica militare che utilizza gli spazi del torrione e ha costruito, in sommità, un locale che funge da stazione metereologica, dotata dei relativi impianti strumentali.

BIBLIOGRAFIA

TOMASO GIANNELLI, Memorie, San Salvo, Grafiche di Rico, 1986

FRANCO ROMAGNUOLO e MICHELE GIAMPIETRO, Il Molise e i francobolli. Conoscere il Molise attraverso i francobolli, Roma, Edizioni Manuzio, 1988

COSTANTINO FELICE, ANGELO PASQUALINI e SERGIO SORELLA, Termoli. Storia di una città, Donenzelli Editore

ANTONIETTA CARUSO, Il Castello di Termoli e la difesa costiera molisana, Editrice, Arti grafiche La Regione, 1995

a cura di ONORINA PERRELLA CAVALIERE, Atlante castellano del Molise: castelli, torri, borghi fortificati e palazzi ducali, Palladino Editore, Campobasso, 2011, pp. 56-57

SITOGRAFIA

http://www.regione.molise.it/web/turismo/turismo.nsf/0/226F0FD0FB18D9C0C125757400381151?OpenDocument

http://www.sullacrestadellonda.it/torri_costiere/termoli_sinarca.htm

http://www.ilbattelluccio.8m.com/about.html

https://www.flickr.com/search/?text=termoli%20Castello%20svevo

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