I mosaici: quando le pietre raccontano

Utilizzata fin dall’antichità la preziosa e costosa tecnica del mosaico parietale giunge quasi senza soluzione di continuità all’età romanica. In un’epoca in cui in tutta Europa si diffonde la decorazione ad affresco in Italia si realizzano ancora veri e propri capolavori musivi collegati in particolare a tre grandi centri di produzione: Roma, la Sicilia normanna e la Venezia dei dogi. I mosaici grazie al loro prezioso materiale offrono qualcosa di assolutamente speciale rispetto alla pittura murale: ricettività verso la luce e la capacità di rinfrangerla soprattutto nelle superfici curve quali absidi e cupole di cui San Marco a Venenzia è l’esempio più fulgido.
Ai pontificati di Pasquale II e di Innocenzo II risalgono le due principali testimonianze romaniche in campo musivo: l’abside di San Clemente (1118) e quella di Santa Maria in Trastevere (1130 – 1140). Entrambe le opere si riallacciano alla tradizione paleocristiana sia per la ripresi di motivi specifici come i girali di acanto o le figure di cervi e pavoni. In San Clemente la ricchissima composizione si raddensa intorno alla croce ed alla vegetazione che da essa nasce, figura della Chiesa stessa come specificato dall’iscrizione alla base del mosaico. In Santa Maria in Trastevere la Chiesa è identificata in Maria che, assunta in cielo ed incoronata, è presentata i fedeli come Spnsa Christi e Advocata, intermediatrice tra Dio e gli Uomini. La presenza dei santi Pietro e Paolo e di altri personaggi legati alla storia della basilica rende il programma iconografico estremamente moderno e prossimo a quanto si realizza negli stessi anni nelle grandi cattedrali europee seppur con mezzi espressivi diversi.
Alla diretta committenze dei re normanni, Ruggero II, Guglielmo I e Guglielmo II o dei loro stretti dignitari, come nel caso della Martorana a Palermo, risalgono gli splendidi mosaici siciliani del XII secolo. Le maestranze vengono chiamate dall’Oriente e sviluppano uno scuola che con estrema coerenza da vita alle splendenti superfici della cappella Palatina (1143 circa), della Martorana (entro il 1151), dell’abside di Cefalù (1148) e del duomo di Monreale (1180 circa). I soggetti più frequenti sono grandiose immagini di Cristo Pantocratore che a mezzo busto domina le absidi, benedicendo con la destra e reggendo con la sinistra un Vangelo aperto con un’iscrizione bilingue, greca e latina. Nella cappella del palazzo reale, dedicata a San Pietro, si incontrano anche scene dell’Antico e del Nuovo Testamento ed episodi dell’apostolato di Pietro e Paolo, schema iconografico che ritorna nel più ampio cinclo di Monreale che con i suoi quasi 6500 metri quadrati è il più vasto del Medioevo occidentale.
L’arco geografico che va da Ravenna a Triesta presenta in età romanica una notevolissima fioritura di mosaici che trova a Venezia il punto di massimo splendore. Importante punto di riferimento nell’ambito adriatico è l’abside ravennate della basilica ursiana, realizzato nel 1112 di cui purtroppo si conserva solo un minuzioso disegno anteriore alla demolizione e pochi frammenti.
Eccettuati i tre casi di cui sopra la vera decorazione musiva che la fa da padrona in Europa è quella pavimentale maggiormente diffusa rispetto a quella parietale sebbene si sia conservata molto più frammentaria e sia complessivamente meno nota. Molte sono state infatti le perdite gravissime, valga da esempio su tutti, la splendida pavimentazione della chiesa abbaziale di Montecassino. Le reliquie di questi straordinari tappeti musivi riguardano per lo più edifici religiosi, tuttavia alcune fonti letterarie come un poema di Baudri de Borgeuil riportano che tale tecnica era ugualmente usata anche nell’edilizia civile. Accade questo nelle residenze dei sovrani normanni a Palermo ma anche a Castel del Monte ne rimane un’esigua traccia in una delle sale del pianterreno. La decorazione di pavimenti è una forma artistica piuttosto dispendiosa che al sorgere dell’età gotica viene sostituita velocemente dalla stesura di piastrelle in ceramica di cui si sviluppa una produzione seriale. Risulta evidente da ciò che maggiore era l’importanza dell’edificio, più ampio e di miglior qualità doveva essere il paramento musivo della superficie calpestabile. Altrettanto evidente è la fonte di ispirazione e di confronto della decorazione musiva: i tappeti che ornavano i pavimenti all’epoca, cosa che oggi si avvale di pochi confronti dato lo scarso numero di tappeti medievali giunti fino a noi. In età romanica le decorazioni musive si sovrappongono o si integrano ad interventi di età precedente. Un esempio significativo è dato dalla pavimentazione del duomo di Pesaro dove sono sopravvissuti ben due litostrati, sovrapposti l’uno all’altro e della medesima dimensione (600 metri quadrati circa). Il più antico, del IV secolo, ha una decorazione di forma geometrica, mentre il secondo risale al VI secolo sebbene riveli anche interventi medievali successivi realizzati tra il XII e il XIII secolo. Il secondo strato si inserisce nella tradizione bizantina per la ricchezza dei materiali ed il raffinato marmo geometrico e simbolico basato sulla ripetizione di simboli paleocristiani quali il pavone, la colomba e il pesce.
Il discreto numero di pavimenti musivi databili tra VIII e XI secolo documenta la persistenza dell’eredità antica e il sorgere di nuove caratteristiche come l’uso di tre o al massimo quattro colori dominanti, sia nel fondo sia nella bordura del pavimento, o l’inserzione di lastre di marmo per arricchire l’aspetto d’insieme. La maggiore diversità tra mosaici parietali e pavimentali riguarda soprattutto le scelte compositive ed iconografiche. Ciò nasce dal fatto che le immagini parietali, o absidali, si prestano ad una visione da lontano che permettere di cogliere la raffigurazione nel suo insieme, mentre la collocazione delle immagini per terra obbliga e favorisce al tempo stesso ad una lettura più puntuale e personale che nasce dal diretto accostarsi alle figurazioni stesse. Gli artefici riservano differente attenzione alle diverse zone funzionali dell’edificio, agli ingressi, ai luoghi di passaggio e soprattutto alla zone presbiteriale. Un esempio è dato dal pavimento della cattedrale di Taranto: la lettura del mosaico, di cui oggi non è rimasto molto, procede dall’ingresso dell’edificio fino al presbiterio per poi cambiare direzione, percorrendo in senso inverso la navata, dal presbiterio alla controfacciata, con un andamento di tipo processionale. A livello di soggetti a terra non trovano posto le immagini che sarebbe irrispettoso calpestare come quelle del Cristo e della Vergine e in genere gli episodi del Nuovo Testamento mentre sono ammessi i santi locali e le loro storie. Frequenti sono gli episodi dell’Antico Testamento con particolare riccorrenza delle figure di Adamo ed Eva, Giona, Sansone, Davide ed episodi come la costruzione dell’arca di Noè e dell’innalzamento della torre di Babele. Compaiono anche le sirene, simbolo di ambiguità e di lussuria, dalla letteratura dell’antichità deriva l’Ascensione di Alessandro Magno, diffusa soprattutto in area pugliese ad Otranto, Trani e Taranto. Riferimenti più moderno si collegano al ciclo arturiano ed alla letteratura cavalleresca in genere. Piuttosto frequenti sono le raffigurazioni enciclopediche, geografiche e cosmogoniche, le personificazioni dell’Anno e dei Mesi, dei segni dello Zodiaco, delle Stagioni, dei Venti e dei quattro punti cardinali. Il repertorio di gran lunga più utilizzato rimane comunque il “bestiario”, raffigurazioni di animali reali e fantastici.
Nel progetto dell’opera musiva non mancano una o più scritte che ricordano la committenza e, più raramente, le maestranze all’opera. Emblematico è il caso della cattedrale di Otranto di cui si conoscono sia il nome del committente, l’arcivescovo Gionata, sia quello dell’esecutore, il prete Pantaleone. Un caso particolare è rappresentato dalla città di Firenze che stando all’iscrizione che circonda uno dei pannelli del pavimento del suo battistero risulta essere all’inizio del XIII secolo la diretta finanziatrice dell’opera.

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