santa maria in piano

La chiesa abbaziale di Santa Maria in Piano si erge a poca distanza dal centro di Loreto Aprutino, comune in provincia di Pescara. La prima notizia sull’edificio risale all’864, quando risultava tra i beni concessi in usufrutto dall’abate Bertario di Montecassino a Suabilo, gastaldo dei Marsi. La chiesa, forse più conosciuta per l’importante ciclo di affreschi quattrocenteschi in essa contenuto, risulta comunque interessante per il suo singolare organismo architettonico. Andata a fuoco nel 1168, fu ricostruita intorno al 1280 e nuovamente rimaneggiata nel 1558-60 per volere dell’abate Giovanni Battista Umbriani di Capua. In quest’ultima fase si intervenne sul portale principale, se ne costruì uno laterale, si aggiunse un’abside ottagonale con l’innesto di un tamburo e si inserì il corpo porticato in facciata, dando forma all’aspetto attuale che, nonostante non sia così marcatamente medievale come le altre chiese abruzzesi del periodo, richiama quello tipico delle chiese borgognone a una navata. La struttura è costituita da un corpo longitudinale ad unica navata suddivisa da arconi ogivali che, oltre a sorreggere la copertura lignea del tetto, creano un affascinante effetto scenico d’insieme; la tipologia è quella dell’ “arco-diaframma”. La navata si conclude con ambiente autonomo di forma ottagona coperto da volta a spicchi e chiuso al di fuori da un tiburio cilindrico. Lungo le muraglie esterne furono previste lesene di rinforzo in corrispondenza di ciascun arcone. La chiesa è preceduta da un porticato dietro il quale si erge un campanile a sezione quadrata, rinascimentale nella parte superiore e medievale in quella inferiore. Ma, come già accennato, il pezzo forte della chiesa è senza dubbio il ciclo di affreschi, uno dei più importanti del quattrocento abruzzese. L’interno infatti custodisce in controfacciata un affresco con Giudizio Universale di proporzioni monumentali, purtroppo mancante di una grande porzione pittorica sulla parete a destra dell’ingresso principale. L’opera, unanimemente ritenuta del terzo decennio del XV secolo, venne realizzata probabilmente a seguito di un restauro effettuato nel 1429 e con una tecnica pittorica particolare, simile all’encausto, cioè con i colori sciolti a caldo nella cera, al fine di creare effetti cromatici più brillanti. Il grande dipinto murale del Giudizio Universale segue una doppia linea di lettura, dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra. La rappresentazione dell’opera risulta insolita e del tutto differente da quelle classiche inerenti il Giudizio Universale, soprattutto perché riproduce elementi anche della tradizione islamica. La raffigurazione è divisa in tre fasce. In quella inferiore sono rappresentati: a sinistra la porta del paradiso, al centro il fiume del purgatorio attraversato dal Ponte del Capello che le anime non gravate da peccati sono in grado di oltrepassare, a destra dei frammenti dell’inferno. Nella seconda fascia si notano San Francesco, San Domenico e Sant’Agostino, contorniati da due schiere di beati. Sulla parte superiore dell’affresco è riprodotta una grande mandorla con Cristo in trono affiancato dalla Vergine Maria e da San Giovanni Battista. Il ciclo è stato oggetto di studi iconografici che hanno cercato soprattutto di rintracciare quali potessero essere le fonti letterarie dalle quali l’anonimo “Maestro di Loreto” avesse tratto l’ispirazione per tale rappresentazione. Da un lato è sembrato plausibile chiamare in causa la “Visione dell’Oltretomba” di Alberico da Settefrati, monaco cassinese vissuto nel XII secolo, autore insieme a Pietro Diacono di un’opera letteraria che racconta il suo “viaggio nell’oltretomba.”, da alcuni ritenuto un fondamentale precedente per la Commedia dantesca. Proprio la Divina Commedia rappresenta un’altra sicura fonte di spunti per il Giudizio di Loreto. Dell’autore, il Maestro di Loreto, sono riscontrabili con certezza degli interventi solo in alcuni affreschi di S. Francesco a Campli (per quel che riguarda l’Abruzzo) e in quelli di S. Maria della Rocca ad Affida (per le Marche), ma la sua figura come la sua formazione, intrisa ancora di cultura tardogotica meridionale, rimangono tuttora difficili da precisare. Nella chiesa si conservano anche altri cicli di affreschi frammentari, dislocati lungo le pareti delle campate laterali, raffiguranti soggetti vari ed appartenenti ad epoche diverse, oscillanti tra XV e XVI secolo.

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