Arte e orto: un percorso artistico – botanico tra Pinacoteca ed Orto Botanico di Brera

La natura costituisce da sempre una fonte privilegiata di ispirazione  per gli artisti ciascuno dei quali l’ha interpretata secondo la propria cultura e sensibilità. Nella Pinacoteca di Brera, ABOCA ha dato vita al progetto “ARTE ORTO”, un percorso artistico che ha come scopo la riscoperta da dove veniamo attraverso la bellezza di opere e piante per tornare a sentire l’intime legame esistente tra uomo e natura. Visitare un museo importante come la Pinacoteca di Brera, focalizzando l’attenzione sul mondo vegetale rappresentato nei dipinti e ritrovare poi le stesse piante nell’Orto Botanico, offre inedite ed affascinanti scoperte. 

Si tratta di un percorso unico tra arte e natura che ricalca il passaggio dalla rappresentazione alla realtà e ci porta ad interrogarci sul rapporto tra natura e cultura, tra l’uomo e il suo ambiente. La valenza culturale e simbolica raggiunge il suo apice quando si parla di piante medicinali, per millenni unico rimedio ai problemi di salute, sospese tra magia e scienza, da sempre nostre compagne nell’evoluzione. 

Il percorso comprende opere di Bellini, Carpaccio, Tiziano Vecellio, Vincenzo e Giulio Campi, Bernardino Luini, Carlo Crivelli, Gentile da Fabriano, Raffaello Sanzio, Silvestro Lega e Segantini, abbracciando così una buona parte della storia dell’arte dall’età medievale a quella contemporanea. 

Il percorso artistico inizia dalla sala VI dove troviamo la Pietà di Giovanni Bellini. Nella Pietà Maria e San Giovanni si stringono intorno al corpo esanime di Cristo. La tradizione vuole che la corona di spine citata nei Vangeli sia stata realizzata dai soldati intrecciando dei rami di Marruca, un arbusto spinoso caratterizzato da rami flessibili. Il nome scientifico della marruca è infatti Paliurus Spina-Crhisti a ricordarne appunto il leggendario utilizzo. Recenti studi sull’interpretazione di reperti fossili hanno individuato l’area di origine della pianta in Europa meridionale ed in Asia occidentale da cui poi si è diffusa in Nord Africa dove veniva usata come pianta medicinale e come recinsione. 

Il percorso prosegue nella sala VII dove incontriamo la Borragine all’interno della Disputa di Santo Stefano fra i dottori del Sinedrio di Vittore Carpaccio. L’opera faceva parte della serie di cinque grandi tele con le storie del santo che ornavano la sede veneziana della Confraternita dei Laneri. Carpaccio ambienta la vicenda in uno scenario immaginario all’interno del quale le piante, molte delle quali medicinali, vengono descritte minuziosamente e tra di esse è riconoscibile, in basso a destra, la borragine. L’insolita scelta di raffigurare proprio questa pianta dipende forse dal fatto che il suo nome si collega al mondo della produzione della lana, i cui commerciati costituivano al maggioranza dei confratelli della scuola di Santo Stefano. Borragine deriva infatti dal latino “borra”, un tessuto di lana ruvida, per la peluria che ne ricopre le foglie. La pianta d’altro canto è molto misteriosa non conoscendosene né luogo preciso di origine né le proprietà storiche, e presunte, come pianta psicoterapeutica. In passato veniva utilizzata per curare la malinconia e la tristezza. 

Nella sala IX colpisce l’edera raffigurata con grande minuzia sulla roccia da Tiziano nel San Gerolamo Penitente. Quest pianta implica diverse interpretazioni simboliche: è sempreverde (allusione all’immortalità dell’anima), è rigogliosa nonostante poggi su steli modesti (similitudine con l’umiltà di Gesù nel farsi uomo). Nel caso specifico simboleggerebbe la fede salda di San Gerolamo: l’edera cresce arrampicandosi, abbracciando rami e rocce ispirando così riferimenti all’amore, alla devozione e alla fedeltà perenne. L’uso della pianta è attestato già dall’antichità: Plinio infatti la descrive come pianta utilizzata per fare le corone dei poeti. Il motivo più credibile di tale uso e della sua consacrazione è legato alla credenza che una corona ben stretta alla testa fosse il miglior rimedio per il mal di testa causato dagli eccessi alcolici. 

Due opere dei fratelli Campi, la Fruttivendola di Vincenzo Campi e la Madonna con Bambino e santi di Giulio Campi focalizzano la nostra attenzione su due piante: il nocciolo e il biancospino. La Fruttivendola fa parte di una serie di quattro dipinti (insieme a Pollivendola, Cucina e Pescivendolo) variamente interpretati quali allegorie dei quattro elementi o delle stagioni dell’anno. Notevole nella Fruttivendola il realismo con il quale è rappresentato il campionario di frutti ed ortaggi: dentro una cesta sono esposte delle nocciole. Il nocciolo era considerato simbolo di pazienza poichè i tempi di fruttificazione di questa pianta sono molto lunghi. L’uso della pianta è noto fin dall’antichità per la fabbricazione di attrezzi fondamentali, talora magici, in grado secondo la credenza popolare di elargire il dono della chiaroveggenza e del potere assoluto a coloro che lo raccoglievano nell’ora precedente la mezzanotte del giorno di San Giovanni. Veniva anche usato per realizzare il caduceo, il bastone alato con i due serpenti attorcigliati associato al dio Hermes e simbolo, per gli antichi romani, di pace, commercio e riconciliazione. Nella Madonna con Bambino e Santi di Giulio Campi Gesù è disteso su una morbida coperta che poggia vicino ad una pianta di biancospino. Questo arbusto è connesso con la Vergine in quanto i suoi fiori bianchi fanno riferimento all’Immacolata Concezione; i frutti rossi fanno riferimento invece alla Passione e le spine rimandano alla corona. Gli antichi romani associavano questa pianta ai riti primaverili di fertilità della dea Maia e decoravano gli altari nuziali con rami fioriti di biancospino. Oltre al forte significato simbolico noto fin dall’antichità il biancospino possiede anche proprietà terapeutiche che hanno anch’esse una forte connessione con le leggende soprattutto quelle legate al sonno e alla protezione dei dormienti. Cambiando ambito troviamo tale credenza anche nella fiabe, prima tra tutte la Bella Addormentata dove la principessa Rosaspina cade addormentata dopo aver toccato il fuso che al tempo apre fosse fabbricato con legno di biancospino; e ancora prima i trogloditi accompagnavano e proteggevano i propri defunti nel sonno eterno dopo aver legato loro i piedi sopra la testa con rami di biancospino. Inoltre le ricerche scientifiche hanno scoperto complessi molecolari presenti nelle foglie e nei fiori che svolgono azione cardiocinetica e leggermente sedativa tale da favorire il sonno, il rilassamento ed il benessere mentale in generale. 

Alla regina dei fiori, la Rosa, fa riferimento la Madonna col Bambino di Bernardino Luini. La Madonna del Roseto è un’opera probabilmente destinata alla Certosa di Pavia all’interno della quale ogni specie vegetale è ben riconoscibile e resa con estrema aderenza alla realtà. Di particolare rilievo il pergolato di rose che funge da sfondo alla scena creando un hortus conclusus elemento tradizionalmente accostato alla figura di Maria, alludendo alla sua purezza. La rosa damasena è un arbusto dotato di forti spine ricurve che produce fragranti fiori ghiandolosi a petali rosa o bianchi nato dall’ibridazione tra la rosa gallica e la rosa phoenicea difuso nel mondo dai crociati di ritorno dalla Terrasanta. 

Nella sala XXII troviamo un’opera che è un tripudio di vegetazione e di frutta che ne hanno fatto uno dei tratti distintivi della sua intera produzione artistica. La madonna della Candeletta di Carlo Crivelli realizzata per il duomo di Camerino presenta una varietà di specie vegetali il cui significato è da rimandare alla salvezza dell’uomo. In particolar modo Gesù stringe in mano una pera dalla forma perfetta. Questo frutto è ricorrente in molte rappresentazioni della Vergine con il Bambino: la sua dolcezza rimanda tradizionalmente all’affetto tra Madre e Figlio e non da ultimo nella simbologia cristiana indica la connessione con l’amore di Dio per l’umanità. 

Al Trifoglio è interamente dedicato il prato sul quale poggiano i piedi i Santi raffigurati nei pannelli laterali del Polittico di Valle Romita di Gentile da Fabriano. Il trifoglio per la sua forma viene usato per indicare il mistero della Trinità ma anche le virtù teologali. E’ considerato una pianta simbolo di salvezza in quanto nell’antichità veniva usato come antidoto contro i morsi di serpente. Alla pianta oggi sono attribuite proprietà benefiche per le vie respiratorie e come depurativo per l’organismo. 

Lo Sposalizio della Vergine è il primo capolavoro della maturità di Raffaello, realizzato per la Chiesa di San Francesco a Città di Castello. La scena principale si svolge in primo piano: il sacerdote sta officiando il matrimonio tra Maria e Giuseppe ma quello che colpisce è il ramo di Oleandro che tiene Giuseppe tra le mani. I vangeli apocrifi riportano infatti una storia curiosa: ai pretendenti di Maria fu consegnato un ramo secco di oleandro: solo quello di Giuseppe fiorì e la scelta ricadde su di lui. Da quel momento la pianta fu denominata “Mazza di San Giuseppe”. L’oleandro è una pianta largamente usata a fini ornamentali il cui fascino è però oscurato dalla tossicità di alcuni suoi composti. In tempi antichi si riteneva che provenisse dalla Colchide, patria di origine della magia ed era considerata una delle piante di Medea, figura ambigua dotata di poteri magici. Di questa sua componente magica si trovano testimonianze in Senofonte (Anabasi) secondo il quale alcuni soldato vennero inebriati ed avvelenati dal miele prodotto dai rododentri del Ponto appartenenti agli oleandri dai fiori rossi. 

Le ultime opere che incontriamo sono Il Pergolato di Silvestro Lega e il Pascolo in primavera di Giovanni Segantini. Del pergolato colpisce la forte presenza della vite che racchiude la scena, fa da sfondo e allo stesso tempo identifica lo spazio e ne segna il valore come moderno hortus conclusus dove si celebrano in sospensione i riti della quotidinità. La vite inoltre nella Bibbia è anche simbolo di benessere, fecondità e benedizione: esprime la fecondità della terra donata dal Signore e significa una vita che si svolge nella quiete e nella pace. Le origini della vite si perdono nella notte dei tempi: l’uomo ne ha selezionato nei millenni moltissime varietà con caratteristiche differenti dell’acino e più o meno adatte alla produzione di vino. 

Pascoli di primavera è una veduta della zona del Majola: qui uomo e natura (l’uomo sullo sfondo, il pino mugo e i rododendri in primo piano) sono fusi in una visione serena ed estremamente lirica: un senso di pace e di tranquillità pervade il dipinto. 

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