La bottega di Francesco Squarcione e la diffusione di modelli pittorici padani nel bacino adriatico

Figura tra le più controverse e dibattute della storia dell’arte Francesco Squarcione (Padova, 1397 – 1468) deve la sua fama soprattutto alla sua attività di capo bottega e maestro di un numero notevole di artisti, alcuni dei quali sono da considerarsi fra i più innovativi ed originali pittori del Rinascimento centro – settentrionale. Fin dalle fonti più antiche Squarcione è individuato come un “singolare caposcuola e maestro di pittori” che avrebbe avuto ben centotrentasette allievi attirati nella sua bottega dalla possibilità di studiare un gran numero di calchi dall’antico oltre a disegni e dipinti in parte eseguiti dallo stesso Squarcione, in parte raccolti durante i suoi viaggi che lo avrebbero portato anche in Grecia. Dai documenti emerge anche il carattere del maestro che fu spesso coinvolto in liti con i suoi allievi che lo accusavano di essersi appropriato del loro lavoro spacciandolo per proprio. Problemi ancora più grandi pone la ricostruzione della sua personalità artistica affidata a due sole opere riconducibili con certezza alla sua figura: il Polittico  del Lazara (1449) e la Madonna con Bambino (1460) di Berlino. 

La prima opera, ritrovata nel 1789, è riconducibile sulla base dei documenti alla commissione della famiglia Lazara che aveva affidato al pittore l’esecuzione del dipinto per l’altare della propria cappella gentilizia. Il polittico a cinque scomparti e un solo registro presenta al centro la figura di San Girolamo e ai lati i santi Lucia, Giovanni Battista, Antonio Abate e Giustina. Girolamo siede in meditazione all’interno di uno studiolo per metà all’aperto chiuso sulla destra da un’abside architettonica ed affacciato sulla sinistra verso il paesaggio. Nonostante alcuni arcaismi, come il fondo oro, la volumetria del San Girolamo mostra come l’artista sia attento alle novità fiorentine, in particolare all’opera del Lippi, con cui fu direttamente in contatto come attestato da un documento che li vede affiancati in una perizia del 1434. Nella tavola di Berlino la raffigurazione della Vergine è particolarissima: la Vergine è posta di profilo sullo sfondo di un drappo rosso ed accoglie tra le braccia il bambino  il cui movimento plastico manifesta una derivazione dall’opera di Donatello. La tavoletta di Berlino mostra inoltre  la presenza di alcune formule compositive e temi decorativi  che lo Squarcione trasmetterà ai propri allievi e che sono talmente caratteristici da legittimare l’uso del termine “squarcionesco” per designare un gruppo di pittori che anche se non direttamente allievi del maestro sono comunque toccati dalla sua elaborazione figurativa. 

I festoni di fiori e frutta, le figure di putti dalle pose bizzarre, le fisionomie sottili e marcatamente espressive dei santi, le gamme cromatiche accese e fantasiose, insieme ad una netta prevalenza della linea nella definizione delle figure, sono tutti elementi che si ritrovano e caratterizzano l’opera sia del giovane Mantegna sia di artisti come Marco Zoppo e lo Schiavone. La diversa provenienza di questi due artisti dimostra la fama che la formazione presso la sua bottega aveva ormai conquistato. 

Anche Marco Zoppo al pari del Mantegna fu adottato dallo Squarcione nel 1455 ed ebbe con lui un contenzioso legale l’anno successivo quando si trova già a Venezia dove apre una propria bottega. Il suo alunnato presso lo Squarcione è testimoniato da una serie di disegni e nella tavola con la Madonna del latte (1455) significativamente firmata “opera del Zoppo di Squarcione”. L’opera tuttavia mostra come l’allievo si differenzia dal Maestro per una maggiore comprensione dei problemi spaziali e per una forte attenzione alla contemporanea scultura di Donatello. La forte passione per l’antico traspare da alcuni disegni conservati presso il British Museum e Berlino. Nella sua attività veneziana e nel successivo trasferimento a Bologna unisce alla cultura espressiva e fortemente lineare la conoscenza delle opere di Giovanni Bellini e della luce di Piero della Francesca. Le componenti mature del linguaggio dello Zoppo si colgono nel trittico della chiesa di San Giacomo entro il collegio di Spagna a Bologna considerato il suo capolavoro per l’equilibrio compositivo ottenuto attraverso l’applicazione di una prospettiva unitaria in tutta la composizione dal podio marmoreo su cui posano i santi al sedile della Vergine fino agli oculi con l’Annunciazione e Dio padre benedicente. 

L’alunnato presso lo Squarcione è fondamentale anche per il dalmata Giorgio di Tommaso Chiulinovic detto lo Schiavone (1433736 – 1504) rimasto presso il maestro padovano dal 1456 al 1460. Lo Schiavone adotta tutti i temi principali del maestro: festoni di fiori e frutta, architetture fantasiose, putti bizzarri e spesso trasfigurati in materie come il bronzo, le aperture paesistiche sui bordi delle sue tavole di cui un esempio è la Madonna con Bambino di Torino. Le sue figure sono sottili ed eleganti colte in pose di aristocratico distacco che evocano le raffinatezze della pittura tardogotica. 

Al contesto padovano guardano inoltre con attenzione anche i pittori di Camerino, attivo centro di elaborazione pittorica e di fusione del messaggio di Piero della Francesca e dei maestri toscani del Rinascimento con le istanze espressive del nord. Nella città veneta è documentato Giovanni Angelo di Antonio da Bolognola il cui capolavoro, L’Annunciazione del 1452, proveniente dal distrutto convento di Sperimento presso Camerino, ripropone negli edifici sullo sfondo le costruzioni architettoniche della Cappella Ovetari. 

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