Cima da Conegliano: una poetica che sa di “rus” virgiliano e di georgica antica

Scarsissimi sono i documenti che permettono di ricostruire la biografia di Cima da Conegliano e di poco aiuto anche le fonti storico artistiche con notizie sulle vicende della sua vita. Cosicchè di un’artista del quale si conosce quasi alla lettera la forte individualità pittorica si ignora quasi totalmente la vicenda umana. Sappiamo che era di Conegliano in quanto si firmava IOANNES BAPTISTA CONEGLIANENSIS ma in una sola opera appare quel nome di Cima con cui è generalmente noto. Per deduzione conosciamo, anche approssimativamente, l’anno di nascita tra il 1459 e il 1460. Inoltre la mancanza di documenti e fonti rende difficile l’indagine sulla sua formazione artistica che la tradizione vuole nell’orbita belliniana mentre la critica nell’ambito della pittura provinciale. Stesse difficoltà pone il trasferimento in laguna dopo una prima permanenza a Vicenza e contatti con il Mantegna. La tenue trama cronologica e i vari luoghi delle sue pitture non indirizzano tuttavia ad ipotesi su eventuali spostamenti da Venezia dove abitava in contrada san Luca e dove si sposò due volte. Saltuariamente si recava alla natia Conegliano dove accudiva i propri interessi di proprietario terriero segno di una raggiunta posizione di agiatezza. Proprio a Conegliano è documentato l’ultima volta nel 1516 in occasione del contratto con l’abbadessa di Santa Maria Meter Domini per il San Pietro in cattedra e a Conegliano sappiamo celebrate messe in suffragio della sua anima un anno o due dopo. 

La sua parabola artistica si inserisce tra le due massime figure di Giovanni Bellini e Giorgione tuttavia riesce a ricavarsi uno spazio personale e molto apprezzato. Il Coletti propose un apprendistato presso Gerolamo da Treviso il Vecchio ed in provincia, prima dell’arrivo a Venezia presumibilmente intorno al 1492, dovette venire a conoscenza con le impressioni più determinanti se la pala dipinta nel 1489 per la chiesa di San Bartolomeo a Venezia lo mostra già sicuro nella costruzione dosata di spazi nitidi, di figure consistenti e poeta di immagini silenziose, assorte e meditabonde. 

Nella Sacra Conversazione dipinta appena dopo il 1490 e nella Madonna e Santi del duomo di Conegliano un ordine raziocinante commisura il congegno spaziale articolato in cavità e la disposizione delle figure stabilite nella loro consistenza umana e connesse nel rapporto di un lento dialogo. La tendenza a trasferire la Sacra Conversazione all’aperto nel paesaggio di avverte nel San Giovanni Battista nella Madonna dell’Orto dove archi e cupole rovinano gentilmente tra un minuto verdeggiare di fronde e lontano si profila il colle coneglianese. Nel Battesimo di San Giovanni un Cristo altero e dolce si erge in statuario splendore nel paese già spalancato alla luce, analizzato in racconto amoroso di acque, di verde e di castelli.

E’ nei paesaggi che ama siglare con il castello di Conegliano che Cima tocca gli accenti più commossi di un puro sentimento georgico della natura godendone la grazia in ogni brano, in ogni dettaglio gentile. Una luce preziosa, un’aria limpida filtrata nel verde fresco delle foglie intatte irrorano nella Madonna dell’arancio. Qui si rivela l’autonomia poetica dell’artista vincolato al circolo culturale di Venezia nella scelta dei soggetti. Se l’incontro di Santi con la Vergine sotto il libero cielo avviene in parallelo ad invenzioni belliniane, echi carpacceschi si colgono in opere come la Presentazione della Vergine al tempio, tuttavia il Cima rimane sempre pacato rispetto alle invenzioni fantastiche del collega. 

Se fin dall’inizio del secolo può notarsi un arricchimento nel linguaggio figurativo del Cima la sua visione è condizionata solo in parte al contributo di novità soggettistiche contemporanee. La stessa costanza nella ripetizione, con poche varianti, di un medesimo modulo per la serie delle sue Madonne è sintomatica di un temperamento riflessivo più orientato ad elaborare in profondità i suoi motivi che non all’improvvisazione fantastica. Il Cima adotta alcuni prototipi di impaginazione compositiva che riprende a distanza di anni senza che quasi se ne avvertano le sottili variazioni limitate tutt’al più al mutare del gesto affettuoso della Madre e del Bambino. 

Vale ripeterlo: il Cima è costituzionalmente estraneo ad ogni intraprendenza inventiva: ne consegue un naturale appoggiarsi a schemi tradizionali spesso di impianto quattrocentesco come nei suoi Polittici ripetuti nell’indifferenza di un sistema superato e di una indissolubile monotonia. Verso la metà del primo decennio del Cinquecento può datarsi l’Incredulità di San Tommaso coraggiosamente nuova nella soluzione compositiva dove il consueto fondale paesaggistico sprofonda allontanato da un proscenio scandito nella lucida misurazione spaziale: nell’aria immota, sotto il vasto cielo, splendono in limpido controluce chiare e monumentali le tre possenti figure.

L’ultimo orientamento della pittura di Cima si specifica ancora una volta nella scelta tematica indirizzata al mondo giorgionesco. Dopo fatti clamorosi come la Tempesta e gli affreschi del Fondaco, dopo la rivelazione tizianesca nella scuola del Santo, dopo che lo stesso vecchio Giovanni Bellini si era ringiovanito nel Festino degli Dei e quando l’Assunta dei Frari già stava schiudendo inauditi orizzonti, Giovanni Battista Cima da Congegliano ancora ripeteva nello squisito San Pietro in Cattedra del 1516 le sue immagini “senza tempo” di eterna poesia. 

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