L’Ultima Cena: lo sviluppo di un evento

“Uno di voi mi tradirà”: queste parole, appena pronunciate da Cristo agli Apostoli, animano la scena dell’Ultima Cena, in cui lo spettatore, entrando nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, si trova coinvolto. Il genio del pittore e quello dello scienziato si sommano nella soluzione prospettica trovata da Leonardo per rendere l’osservatore partecipe dell’evento: l’ambiente reale continua nell’ambiente artificiale, la prospettiva prosegue sulla parete di fondo della sala sulla quale è dipinta la scena creando un nuovo rapporto drammatico tra l’osservatore e l’evento evangelico. 

L’opera fu realizzata a partire dal 1495, anno in cui Ludovico il Moro commissionò il dipinto a Leonardo, già al suo servizio a partire dal 1482. L’affresco occupava tutta la parete di fondo del refettorio del convento domenicano, tuttavia oggi è visibile solo il rettangolo contenente l’Ultima Cena. La grande scatola in cui si svolgeva la scena continuava anche in alto, tra gli archi contenenti le divise araldiche degli Sforza e nella parte inferiore dove era simulato il pavimento. Leonardo impegnò l’intera parete in modo che ci entrava nel refettorio dalla porta reale si trovasse di fronte un ambiente che continuava nella finzione quello vero. 

Tutta la costruzione è scientificamente legata alla costruzione geometrica ed è infatti perfettamente divisibile in quadrati da cui sono tracciabili le diagonali che contengono e delimitano lo svolgimento della scena. Ma questa, anzichè fissarsi nella rigidità dello schema classico, acquista drammaticità per il diverso disporsi degli Apostoli intorno alla tavola e per i loro gesti, fatto del tutto nuovo nella pittura ad affresco italiana ed europea. Si assiste ad una sorta di dialogo multiplo fra i vari personaggi e fra loro e Cristo, un dialogo oggi in parte vanificato dal fatto che la pittura, oltre ad essere devastata nella superficie, ha i colori estremamente dilavati. 

Le vicende conservative dell’affresco sono state fin dall’inizio controverse: scampato alla distruzione durante il bombardamento dell’agosto 1943, l’affresco è molto danneggiato. I primi problemi risalgono all’epoca dell’occupazione francese del 1499 quando il refettorio fu requisito e tramutato in stalla. In quell’occasione fu anche aperta una porta sul muro di fondo. In seguito le vibrazioni subite dal muro hanno provocato una serie di degradi che prima hanno coinvolto la superficie esterna dell’affresco per poi penetrare anche in profondità. Nel secolo scorso, con l’approfondirsi del lavoro di ricerca intorno alla figura di Leonardo, cominciarono anche i restauri, non soltanto conservativi ma anche di pulitura ed integrativi. Questi si sono sovrapposti l’uno all’altro fino ad alterare la qualità pittorica dell’Ultima Cena. Dallo scorso anno è stata avviata un’ulteriore opera di conservazione del dipinto che ha come fine ultimo quello di creare una sorta di bolla all’interno del quale proteggere l’opera dagli sbalzi di umidità, temperatura e dalle variazioni di luce. 

Il rigore della costruzione geometrica consente a Leonardo di suddividere la scena in quattro quarti e di inserire all’interno di ciascuno di essi i dodici apostoli divisi in gruppi di tre. Tra questi è ben distinguibile la figura di Giuda (la quarta da sinistra) che tiene con il braccio destro sul tavolo il sacchetto con i trenta denari ricevuti. La scena è composta da quattro gruppi di apostoli posti, due per parte, ai lati della figura centrale di Cristo, inserita in uno spazio perfettamente triangolare, che ha appena annunciato che uno di loro lo tradirà. Alcuni critici hanno ritenuto che la composizione sia troppo schematica rimproverando a Leonardo un’eccessiva sottolineatura della gestualità delle figure ed una certa ovvietà nei sentimenti espressi dagli apostoli mentre discutono di quanto appena annunciato da Cristo, tuttavia è proprio la gestualità convenzionale dei singoli personaggi, animatamente in rapporto fra loro, a conferire all’insieme una sorta di drammatizzazione del tutto unica. I gesti delle mani, il chiedere concitato, le espressioni d’ansia muovono la scena intorno al gesto assoluto di Cristo, al quale tutto si relaziona. Cristo indica con le mani il vino e il pane in segno del sacrificio cui si appresta. La sua immobilità rappresenta quel primo motore da cui ogni azione scaturisce e verso il quale ritorna dando vita ad un complesso moto di gesti. 

Nel primo gruppo in piedi a sinistra si identificano gli apostoli Bartolomeo, Giacomo minore ed Andrea. Bartolomeo poggia entrambe le mani sul tavolo e si protende con il corpo come se non avesse ben capito e volesse risentire ciò che lo ha sconvolto e reso incredulo. Andrea solleva le mani, quasi ad allontanare da se i sospetti. Tutti e tre volgono lo sguardo verso Gesù, Giacomo con una mano si appoggia lievemente al braccio di Andrea e con l’altra tocca la spalla di Pietro, nel gruppo vicino, in una richiesta muta che allarga il dialogo e coinvolge il gruppo successivo. In questo troviamo Giuda, Pietro e Giovanni in una serrata composizione di tipo piramidale. Giovanni con le mani intrecciate poste sul tavolo si protende con espressione dolcemente assorta verso Pietro che gli parla all’orecchio formando con il proprio copro una linea obliqua e parallela a quella creatasi dal ritrarsi del corpo di Giuda che così fa spazio a Pietro. Quest’ultimo chinandosi si insinua tra i due. Un coltello, appena usato per tagliare il cibo, spunta, impugnato da Pietro con la mano rovesciata, dietro la schiena di Giuda. Il terzo gruppo, formato da Tommaso, Giacomo maggiore e Filippo, si colloca alla destra di Cristo e forma anch’esso una composizione inscrivibile in una piramide. Giacomo maggiore, al centro, allarga le braccia in un gesto sincero di chi non avendo nulla da nascondere si offre a qualsiasi indagine. Dietro di lui, a sinistra, fa capolino Tommaso, con il tradizionale dito indagatore che lo contraddistingue. A destra con la figura leggermente inclinata in avanti, Filippo porta le mani al petto in segno d’innocenza. Il quarto gruppo comprende gli apostoli Matteo, Simone e Taddeo. Matteo indica il maestro con le braccia e si volge indietro verso gli altri due apostoli incredulo e disperato, cercando in essi conforto ed interrogandoli su quanto hanno appena sentito. Qui il dialogo si svolge esclusivamente con le mani: Taddeo risponde sollevandole con le palme all’insù e confermando con la sua meraviglia ed il suo sgomento di essere totalmente estraneo ai fatti. 

Innovativa è anche l’iconografia messa in atto da Leonardo che rompe con la tradizionale raffigurazione dell’episodio evangelico così come era stato raccontato dai pittori quattrocenteschi toscani come il Ghirlandaio ed Andrea Del Castagno. Questa vedeva Giuda seduto da solo dalla parte opposta del tavolo di fronte agli altri undici apostoli. La diversità della sua collocazione serviva a manifestare immediatamente il suo ruolo di traditore; Leonardo, al contrario, affida all’espressione e al gesto il segreto che solo Giuda e Gesù conoscono e lo inserisce tra gli altri apostoli al fine di rendere ancora più drammatico l’interrogarsi degli apostoli. 

I restauri hanno posto in evidenza novità interessanti riguardanti la luce: i volti degli apostoli sono risultati illuminati in modo molto più sottile di quanto una prima analisi non avesse rivelato. Anche alcuni particolari sul tavolo hanno preso un rilievo da natura morta: i piatti in peltro, il vino nei bicchieri, i motivi decorativi della tovaglia. La luce illumina il volto di Giovanni, ingenuo e dolce apostolo che viene rassicurato forse dalle parole di Pietro che lo ha avvicinato a sè con un gesto della mano. Anche il volto di Pietro è in piena luce in contrapposizione a quello di Giuda tenuto volutamente in ombra. 

L’Ultima Cena mostra l’interesse dell’artista verso le reazioni degli apostoli mentre la tradizione aveva fissato iconograficamente un altro momento: quello in cui Cristo, dopo aver spezzato il pane, lo porge a Giuda identificandolo come il traditore. Qui invece Giuda allunga la mano sinistra ad afferrare rapacemente un pezzo di pane mentre con la destra tiene saldamente il sacchetto con i trenta denari del tradimento, quasi temesse di veder  vanificato il prezzo del suo gesto. Leonardo si avvale tuttavia anche dell’iconografia classica per caratterizzare i suoi personaggi con quel sistema di gesti codificati utili a individuarne immediatamente il ruolo o la particolarità. L’incredulità di Tommaso, il suo desiderio di sapere e quindi toccare con mano la realtà sono ancora una volta affidati al suo indice indagatore. 

Con quest’opera Leonardo si conferma il genio assoluto che tutti noi conosciamo. Con l’Ultima Cena egli scegli di raffigurare l’attimo esplosivo, dove l’annuncio del tradimento è il tuono cui fanno seguito il silenzio, poi il brusio, infine, le voci. 

 

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