LA CHIESA DELLA CERTOSA DI PAVIA: TRANSETTO E PRESBITERIO

A dividere i tesori contenuti nelle navate e nelle cappelle da quelli ancora più preziosi incastonati nel transetto e nel presbiterio è il cosiddetto “gran ferratone”. Questa grandiosa cancellata, frutto di una fruttuosa collaborazione tra Francesco Villa, Ambrogio Scagno e Pietro Paolo Rippa,risulta una delle opere più impegnative intraprese dalla fabbriceria del monastero nel terzo quarto del Seicento (si ipotizza, stando ai documenti di pagamento, ad una datazione intorno al 1669).

Superato il “ferratone”, sotto gli occhi vigili e severi dei dodici Apostoli affrescati nei sottarchi delle pareti laterali dai fratelli Bergognone, ci si ritrova in un ambiente impregnato di fede ma anche di magnificentia(nel senso “politico” del termine); qui infatti, davanti agli affreschi dei catini absidali, davanti all’arca di Gian Galeazzo Visconti nel braccio destro ed il gisant con i corpi scolpiti di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este in quello sinistro, si capisce come questo edificio sia stato pensato (già in origine o in corso d’opera) come esempio diretto della grandezza e dell’importanza dei Duchi di Milano.

Esempio eclatante di questo intento “politico” sono i due affreschi dipinti nei catini dai fratelli Bergognone (con aiuti); in quello di sinistra troviamo infatti la Madonna con il Bambino tra Gian Galeazzo Visconti che offre il modellino della chiesa della Certosa, Filippo Maria Visconti, Galeazzo Maria Sforza e Gian Galeazzo Sforza, mentre in quello di destra vi è raffigurata l’incoronazione di Maria tra Francesco Sforza e Ludovico il Moro. Quest’ultimo affresco, in dialogo con l’altro, permette al Moro di identificarsi come il legittimo erede e il degno successore del grande Gian Galeazzo, fondatore di questa Certosa.

Come già detto in precedenza, nel transetto trovano riposano le spoglie di Gian Galeazzo Visconti e, seppure simbolicamente, visto che i corpi non sono nel monastero certosino, quelli del Moro e della moglie Beatrice d’Este. Nel transetto di destra si trova l’arca funebre del fondatore della Certosa, nonché primo duca di Milano, Gian Galeazzo; commissionato dal Moro nel 1492 a Gian Cristoforo Romano (attivo tra Mantova e Ferrara), vede anche la presenza del Briosco (firma infatti la statua della Vergine con il Bambino) e di Bernardino da Novate (nel 1562 la conclude portando avanti forse un progetto di Galeazzo Alessi). Su due livelli completamente da pregevoli decorazioni a motivi classici (in dialogo con gli stessi elementi presenti nella decorazione della facciata), sotto arcate a tutto sesto si trova il sarcofago sormontato dalla figura del giacente; il registro superiore, al cui centro emerge la splendida Vergine del Briosco, sono invece istoriati episodi della vita del duca.

Presenza effimera ma al tempo stesso ineludibile è quella del Moro e di Beatrice d’Este; il gisant marmoreo che li raffigura come due giacenti è opera di uno dei più bei scultori del periodo: Cristoforo Solari detto il Gobbo (fratello del pittore Andrea). Commissionato dallo stesso Ludovico (con tutto l’apparato dell’arca) in occasione della morte di Beatrice (1497), rimase incompiuta a causa della caduta del duca nel 1499.

 

Per accedere alla zona presbiteriale bisogna attraversare un imponente tramezzo seicentesco che aveva la funzione di preservare ed isolare lo spazio di preghiera dei certosini da quello dei fedeli; le statue barocche che adornano questo divisorio sono opera dello scultore genovese Tommaso Orsolino.

Una volta entrati, si può notare che tutto il perimetro del presbiterio, fino all’abside, è occupato da un imponente e meraviglioso coro ligneo di epoca rinascimentale (anche questa commissione ducale del Moro); capolavoro tra i più alti dell’arte dell’intarsio, i 42 dossali, prodotti molto probabilmente da cartoni dei Bergognone, di Bernardo Zenale e di Jacopino de Mottis, raffigurano personaggi biblici perfettamente inseriti in finte architetture prospettiche di stampo bramantesco o scenari naturali. È opera, prima del legnamaro Bartolomeo de Polli e successivamente del maestro d’intarsio cremonese Pantaleone de Marchi (alcuni stalli da lui firmati risultano ora musealizzati in Germania).

In risposta agli affreschi rinascimentali della volta, lungo le pareti della zona presbiteriali si sviluppa un vasto e complesso ciclo di affreschi datato 1630 e commissionato a Daniele Crespi; tra i migliori frutti della grande Accademia Ambrosiana, l’artista lombardo, di ritorno da Milano dove era stato chiamato ad affrescare un’altra Certosa, quella di Garegnano, lavora qui ad un grande ciclo composito con storie neotestamentari ed episodi presi dalle vite dei Santi (quelli certosini nello specifico).

Il grande altare maggiore infine, sormontato da un monumentale ciborio a tempio cupolato (idea tipicamente lombarda) e datato 1568, è formato da una base in marmo di Carrara al quale vengono aggiunti, con un preziosissimo lavoro di intaglio, inserti decorativi in marmi colorati e pietre dure. Questo gioiello dai mille colori è opera magistrale dello scultore Ambrogio Volpi mentre il tempietto bramantesco che lo sovrasta è frutto della collaborazione tra gli scultori Francesco Brambilla, Angelo Marini ed il Volpino. Prima di questo altare, in Certosa doveva esserne presente un altro di fattura campionese; alcune cronache del tempo lo ricordano posto all’incrocio tra la navata centrale ed il transetto e sovrastato dal cosiddetto Trittico degli Embriachi, una meravigliosa ancona dall’altare in avorio che ora si trova nella sacrestia vecchia della Certosa (un articolo più specifico sull’opera verrà pubblicato più avanti).

La bellissima vetrata della finestra absidale, rappresentante l’Assunzione (i temi mariani erano molto cari ai duchi milanesi), è stata costruita usando come riferimento un cartone preparato appositamente da Ambrogio Bergognone.

 

Bibliografia:

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