Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta

La Basilica, fondata nel 525 d.C secolo dal Vescovo Pomponio, è stata la prima chiesa di Napoli ad essere dedicata alla Madonna e venne chiamata Pietrasanta perché all’interno veniva custodita una pietra con sopra incisa una croce, che baciandola procurava sollievo e perdono dai peccati, secondo sacre leggende. La chiesa è situata nel centro storico di Napoli, in via dei Tribunali (il decumano maggiore della città a pianta ippodamea), lì dove un tempo sorgeva in epoca romana un maestoso tempio dedicato alla dea Diana, i cui resti sono ancora visibili all’interno e all’esterno della cripta. Una leggenda narra che prima che sorgesse l’attuale chiesa, nel tempio di Diana e nelle strade vicine, si aggirasse un diavolo travestito da maiale che terrorizzava i passanti con il suo spaventoso grugnito. Il Vescovo Pomponio pregò la Vergine, che gli apparve in sogno, chiedendogli di andare nel luogo infestato dal demonio, cercare un panno di colore celeste, scavare una buca fino a quando non avesse trovato una pietra di marmo e proprio in quel punto avrebbe dovuto erigere una chiesa a cui si aggiunse poi il monumentale campanile. Durante il 1600, si rese necessario il rifacimento della chiesa, a causa del cattivo stato in cui versava la struttura in seguito a dei dissesti causati da un terremoto avvenuto nel 1456. Quindi nel XVII secolo l’edificio, ormai in rovina, fu abbattuto e, con il sostegno economico dei fedeli, fu intrapresa la costruzione della nuova Basilica. Il progetto fu affidato al famoso architetto bergamasco Cosimo Fanzago, già attivissimo in città, egli variò completamente la volumetria di questa chiesa rispetto alle sue origini. La nuova chiesa, infatti non conservò l’antico impianto, l’ingresso fu collocato dove prima sorgeva l’abside e accanto alla cappella del SS. Salvatore fu realizzato un maestoso frontespizio (non più presente oggi). La porta piccola rimase nello stesso posto, vicino alla sagrestia allestita con banchi preziosi, presumibilmente, appartenuti all’antica Basilica. Il portale d’ingresso è posto alla sommità di una breve scalinata e rimane inserito in un arco a pieno centro mosso dal forte plasticismo degli stucchi, mentre parte dell’attenzione è assorbita da un timpano spezzato innestato nel fregio e dalle altre due facciate che, elevate con pareti quasi lisce in tufo giallo, ricordano le costruzioni rustiche della Campania secentesca.  La nuova pianta impostata dal Fanzago presentava così una soluzione di centralità tipica delle chiese a croce greca, ma riducendosi lo spazio, necessitava inoltre di ulteriori rimaneggiamenti, così l’architetto procedette a recuperarne diminuendo le braccia trasversali e conferendole un carattere di estrema staticità. Infine per l’ingombro del coro cinquecentesco, elevò l’altare maggiore su di un’area con una spiccata tendenza longitudinale, così come aveva fatto già per la chiesa di San Giorgio Maggiore. Tutto ciò in antitesi alle dinamiche barocche del suo tempo, Fanzago fu un artista in solitaria, l’ultimo dei grandi del manierismo e impresse il suo “marchio” in diverse chiese della città di Napoli. Ulteriori modifiche furono apportate nel XIX secolo, la chiesa ha infatti subito un importante restauro operato da Luigi Malesci, che per scongiurare il pericolo manifestato dalla cupola di crollo imminente, diminuì la luce dell’arco accosto all’altare maggiore ingrossando i corrispondenti due pilastri che lo sorreggono. Un tipo di operazione simile si ripetè nel 1918 sull’arco all’ingresso della chiesa col risultato di uno spazio sotto la cupola completamente alterato rispetto al valore prospettico. La cupola con sesto lievemente rialzato, è impostata su un alto tamburo suddiviso da coppie di lesene tuscaniche che si allungano fino alla zona della calotta e anche oltre verso il lanternino, quest’ultimo fatto rimuovere e sostituire dalla tavola di legno apposta come cupolino fino al 1964 su cui venne dipinta una prospettiva di lanterna. Dopo i danni prodotti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, il complesso non fu più utilizzato fino al 1975, anno durante il quale iniziarono i lavori di restauro necessari a risanare l’interno complesso. All’interno dell’edificio, spoglio di altari e dipinti, oggi sono visibili un pavimento maiolicato di Giuseppe Massa, databile metà settecento, e statue in stucco raffiguranti san Simone e David di Matteo Bottigliero.

La chiesa è stata riaperta con una solenne messa celebrata il nel giugno del 2007. La nuova gestione del Polo Pietrasanta ha finalmente ridato la Basilica di Santa Maria Maggiore alla città, ponendo il sito al centro di diversi progetti e manifestazioni culturali. Nel novembre 2017 si è concluso ufficialmente il progetto di valorizzazione Unesco, con chiusura dei lavori di restauro. Le attività organizzate per valorizzare il percorso sotterraneo dell’ipogeo e dei cunicoli sottostanti hanno reso possibile la creazione di un percorso fruibile alla città e ai numerosi turisti e danno una visione completa dell’intero impianto basilicale. Oggi, dopo un anno esatto dalla riapertura dei sotterranei della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, l’associazione onlus Polo della Pietrasanta che la gestisce in comodato d’uso, può senz’altro definirsi soddisfatta del successo ottenuto con mostre artistiche internazionali, che hanno dato visibilità ad uno dei luoghi archeologici più prestigiosi dell’antica città partenopea.

Fanno parte del complesso sacro della Basilica inoltre: il campanile, le due cappelle e la cripta e i sotterranei con annesso il bellissimo Lapis Museum. Il CAMPANILE si erge leggermente avanzato nella piazzetta della Pietrasanta. Prima era infatti collegato alla chiesa da un edificio non più presente. Personalità come Michelangelo Schipa e Benedetto Croce ritenevano il campanile contemporaneo alla chiesa, ma studi del Venditti spostarono la sua costruzione al IX – X secolo. Il campanile si presenta in pianta quadrata, su quattro livelli, esso è in laterizi, come da tradizione romana con influssi bizantini, ha all’interno del corpo murario antichi materiali di spoglio. Infatti si possono osservare numerosi riutilizzi di elementi architettonici e iscrizioni di epoca romana e, fra questi, il ludus lastrunculorum, un gioco simile alla dama molto popolare fra i soldati romani.

CAPPELLA DEL SS. SALVATORE Fra la Basilica e la Cappella Pontano, sorge la Cappella del SS. Salvatore datata al 1150. Questa chiesa dell’Arciconfraternita del Cappuccio nasce come chiesa autonoma. Il suo interno, rimaneggiato nel XVIII secolo, fu arricchito da un pavimento in maiolica, dalle pregevoli decorazioni e dall’altare in marmi policromi. L’esterno, col portale in piperno, accoglie alla sua destra una pseudo edicola, sormontata da una targa dedicata alla ricostruzione della cupola di Santa Maria Maggiore del 1820.

LA CAPPELLA PONTANO è gentilizia a pianta rettangolare tutta edificata in piperno in netto contrasto col barocco imperante in città. Fu commissionata nel 1492 dal letterato Giovanni Pontano in memoria della sua prima moglie Adriana Sassone, scomparsa due anni prima, e dedicato alla Madonna e a San Giovanni Evangelista. Al suo interno vennero inumati anche tre dei suoi figli, ne sono testimonianza le varie epigrafi.La Cappella nei secoli venne adibita di volta in volta in sacrestia, abitazione, negozio di fruttivendolo, fu solo nel XVIII secolo con re Carlo di Borbone che venne ripristinata ad uso sacro.

Sia le facciate esterne che quelle interne presentano delle antiche iscrizioni in lingua greca e latina con motti e detti classici, che inducono alla virtù e all’elevazione dello spirito umano. Le otto grandi epigrafi interne esprimono invece il dolore per la perdita della moglie e dei figli. All’interno la raffinatezza del monumento viene messa in risalto da un bellissimo pavimento maiolicato a forme esagonali di stile fiorentino. Le vivaci mattonelle hanno al centro motivi vegetali, animali  e lo stemma familiare del Pontano (un ponte a due arcate) e della moglie (Ercole che abbatte il leone). Prezioso l’altare in marmi policromi e porfido sovrastato da una nicchia in cui vi è un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, attribuito a Cicino da Caiazzo, pittore attivo tra l’ultimo decennio del Quattrocento e i primi del Cinquecento.

LA CRIPTA E SOTTERRANEI Il piano ipogeo e i sotterranei della chiesa di S. Maria Maggiore rappresentano una preziosa testimonianza della storia della città. Scendendo, è possibile osservare pavimenti e strutture murarie preesistenti, porzioni di muro in opus reticulatum, blocchi di tufo, mosaici di epoca romana, resti di domus. I sotterranei della chiesa costituiscono un insieme di cunicoli appartenenti all’antico acquedotto greco-romano, sfocianti in cisterne pluviali che permettevano agli antichi la distribuzione dell’acqua all’intera città. Questi preziosi resti rendono l’intero complesso della Pietrasanta un vero e proprio viaggio nella storia. Dove ha preso vita un meraviglioso progetto: la nascita di un innovativo museo: IL LAPIS MUSEUM

L’Associazione Pietrasanta Polo Culturale onlus, promotrice anche del recupero e della valorizzazione del sottosuolo della Basilica, con il progetto “Museo Lapis” ha reso protagonista la Cripta della Basilica e l’ipogeo per valorizzare il suo patrimonio storico, architettonico, utilizzando le tecnologie più moderne a servizio dei beni culturali, compreso il recupero e l’esposizione di numerosi reperti archeologici. Come recita la stessa “mission” dell’innovativo museo, essa volge l’attenzione alla vocazione tecnologica che continua ad esprimersi nei video-mapping, nelle proiezioni e nella realtà virtuale, ma il museo punta con forza al proprio patrimonio archeologico, come i resti di domus greco-romane, le mura ellenistiche, l’opus reticulatum e i pregiati pavimenti musivi di epoca romana, che diventano preziosa quanto suggestiva cornice di esposizioni ed eventi culturali. Attualmente infatti, fino al 15 settembre 2019, è possibile visitare la mostra – SACRA NEAPOLIS Culti, Miti, Leggende – dedicata a reperti dell’antica Neapolis , mai esposti e provenienti dai depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, una collaborazione che è un ideale continuum con la ricchissima collezione del Mann e che completa una visita immersiva dello sterminato patrimonio archeologico della città. Perfetto connubio per la divulgazione dell’identità cittadina, la città stessa e il suo territorio, per raccontare la storia di Neapolis greco-romana, dei miti, dei culti, delle manifestazioni del sacro e della religiosità antica.

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