CARAVAGGIO: LA CATTURA DI CRISTO

Nel buio della notte una luce improvvisa e straordinaria trasforma una scena di ressa umana, quasi un groviglio di corpi, in una scena sacra. Sulla destra un giovane, in cui si ravvisa il ritratto del Caravaggio, protende la mano per illuminare con una lanterna Giuda che bacia Cristo. Sulla sinistra un altro personaggio, stravolto nel volto e nell’urlo, spalanca la propria mano quasi a bloccare e forse impedire l’assalto dei soldati, che già stanno ghermendo un Cristo inerme che subito si consegna, intrecciate le mani nel gesto di resa e di umano abbandono. Un immaginario triangolo fra le mani di Cristo e quelle dei due personaggi laterali racchiude quel bacio e vi trasferisce tutta la forza emotiva della scena. E se il giovane con la lanterna è davvero Caravaggio appare chiaro quale sia il ruolo dell’artista: fare luce nel buio e liberarne la verità. E’ chiaro che questa luce ha un puro valore simbolico considerando che la vera luce è esterna al dipinto e serve ad esaltare il dramma. i tempi si accorciano e quasi si annullano: tutto avviene nell’istante in cui Giuda da il bacio, mentre qualcuno grida, qualcuno fa luce, i soldati sopraggiungono e Cristo si abbandona, senza resistenza, perchè tutto era già stato annunciato. Si sviluppa in questa scena il concetto di hic et nunc che Caravaggio matura lentamente via via restringendo i tempi narrativi in un solo fotogramma. 

Alla metà del 1601, non ancora trentenne e già a Roma da quasi nove anni, Michelangelo Merisi, grazie alle sue tele in San Luigi dei Francesi ed altre private, aveva già raggiunto un’insperata notorietà tanto da essere ritenuto da alcuni come il più innovativo pittore vivente. Nel mese di Giugno l’artista aveva cambiato patron alloggiando nel palazzo del cardinale Girolamo Mattei. Questi era tra le personalità più rappresentative della curia oltre ad appartenere ad uno dei casati più nobili e benestanti della Roma dell’epoca. Per il Mattei realizzerà la Cena ad Emmaus, il San Giovanni Battista e la Presa di Cristo nell’orto che viene terminato prima della fine dell’anno. Nel 1603 con la morte del cardinale è molto probabile termini anche la permanenza dell’artista presso al famiglia. I tre quadri eseguiti per lui restano in seno alla famiglia almeno fino al 1607-1608 mentre già nel 1616 dagli inventari scompare la Cena in Emmaus, probabilmente ceduto al cardinale Scipione Borghese, e simile sorte toccherà al San Giovanni Battista e alla Presa di Cristo. In particolare quest’ultimo fu ceduto sotto nome di un altro artista, per saldare le gravi difficoltà economiche dei discendenti della famiglia Mattei, ad una coppia scozzese, gli Hamilton Nisbet, che lo conservarono all’interno della famiglia fino a quando l’ultima discendente dovette metterlo all’asta. Il dipinto fu acquistato da una signora irlandese Mary Lea Wilson la quale era rimasta colpita dalla rappresentazione drammatica dell’aggressione subita dal Cristo che le ricordava la morte violenta del marito avvenuta nella guerra per l’indipendenza del sud Irlanda. Convertitasi al cattolicesimo la Wilson donò il quadro alla comunità di Sant’Ignazio di Dublino che conservò gelosamente il dipinto fino all’Agosto del 1990 quando il rettore chiese l’assistenza dei curatori della National Gallery di Londra per attestare lo stato di conservazione delle opere. Fu così riconosciuto il dipinto di Caravaggio in quanto menzionato da fonti antiche e di cui si conosceva la composizione e l’opera fu ricondotta al suo legittimo autore. 

Il dipinto ha un supporto formato da una singola tela di canapa la cui trama appare identica a quella del San Giovanni Battista conservato ai Musei Capitolini, quadro che precede la composizione della Presa di Cristo di pochi mesi. La pittura è di colore bruno ed è formata da ocra rossa e gialla, terra d’ombra, grani di terra verde ed una certa quantità di bianco di piombo. La mestica è distesa in modo abbastanza irregolare e sembra che i pigmenti non siano stati mescolati a sufficienza tra loro tanto da far pensare che si sia agito in gran fretta. La tecnica usata è quella di un’esecuzione abbastanza rapida preceduta da alcuni tratti generali di abbozzo dati probabilmente con un pigmento bianco che si intravede in alcune parti della superficie. A ciò è seguita la campitura del fondo e la costruzione delle figure, il tutto portato avanti con pennellate veloci date con sicurezza senza preoccuparsi troppo di completare tutte le parti. Nelle zone dove mancano queste pennellate finali traspare la preparazione bruna. Ciò è particolarmente evidente nella mano di Giuda e sotto la manica del San Giovanni in fuga. Le analisi hanno riscontrato anche un’altra frequente abitudine dell’artista quella cioè di aggiustare la composizione verso la fine con pennellate correttive. Le indagine radiografiche e le riflettografie a raggi infrarossi hanno fornito informazioni circa l’esecuzione del dipinto durante la quale Caravaggio ha apportato vari cambiamenti che nonostante non siano sostanziali appaiono significativi: tra tutti sul volto di Giuda è stato modificato il profilo e spostato più in basso la posizione dell’orecchio. 

La composizione del dipinto è orizzontale cioè da “Quadro mezzano” come venivano definiti all’epoca. La tipologia è lombardo-veneta con struttura compatta e figure di tre quarti come appare frequentemente in quegli anni nei lavori eseguiti da Caravaggio per i privati. La studiata riduzione dello spazio intorno ai personaggi serve al pittore per dare maggiore impatto alla scena aumentandone così la drammaticità. La fonte che illumina la scena non è visibile ma si presume sia la luna con i raggi che cadono dall’alto verso destra rischiarando solo quello che serve ad enfatizzare l’azione ed i volumi.

L’episodio della cattura di Cristo nell’orto figura in tutti e quattro i vangeli canonici seppure con differenze di narrazione. Caravaggio opera una sintesi di tutti gli elementi presenti nel racconto evangelico e ce ne da la sua personale versione in un quadro che è come una lente di ingrandimento puntata prevalentemente sui volti e sulle mani di pochi personaggi illuminati dalla luce di una lanterna. Il quadro è chiaramente diviso in due blocchi di figure contrapposte: quello di destra sembra un pesante macigno che si riversa addosso a Cristo inerme con la brutalità degli sguardi truci e la pesantezza degli elmi e delle corazze che assorbono e rimandano la luce. I visi dei soldati sono schermati, allusione possibile alla furia di una violenza che preferisce restare senza nome e senza volto; le mani invece si stringono a tenaglia come se volessero afferrare una preda. L’insieme figurativo di sinistra ci presenta il Cristo interamente esposto al rancore di Giuda e alla rabbia delle guardie: i suoi occhi non incrociano quelli del traditore, non trasmettono rimprovero all’irruenza di chi lo bacia con visibile astio. La visione della cattura di Gesù nell’orto sembra portata maggiormente in primo piano dai due volti che stanno sullo sfondo quello di un apostolo, forse Giovanni, che lancia un urlo di sgomento ed alza il braccio; e poi quello non più di un apostolo ma di Caravaggio stesso, che rendendo contemporaneo a sè l’amore che tradisce e l’amore che subisce ha voluto renderli contemporanei anche a ciascuno di noi. 

 

PALMA IL VECCHIO, UN ARTISTA TRA TIZIANO E GIORGIONE

Per stendere la biografia del Palma bisogna rifarsi alle carte d’archivio esplorate con successo da valenti ricercatori tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Non si conosce la data di nascita del pittore tuttavia tenendo presente che il Vasari lo dice morto all’età di quarantotto anni, è possibile ricavarla per sottrazione dalla data di morte avvenuta nel 1528. Nacque quindi nel 1480 a Serina nel bergamasco. Il suo vero cognome fu Nigreti  o Negreti ed il più antico documento che lo riguarda risale al 1510 a Venezia dove si firma “Jacomo de Antonio de Negreti depentor” quale testimone di un testamento. Palma fu un soprannome d’arte e lo si incontra per la prima volta nel 1512. Nel 1513 risulta iscritto alla Scuola di San Marco e residente a San Moisè. Tra il 1520 e il 1521 gli vengono pagati cento ducati per una pala con lo Sposalizio della Vergine dipinta per Sant’Antonio di Castello a Venezia. E’ solo a partire dal 1520 che il Palma riesce a collocare le sue pale e i suoi polittici sugli altari della città mentre in precedenza le commissioni erano pervenute da fuori. Nel 1524 è a Serina per sistemare degli affari di famiglia, infine nel luglio del 1528 fa testamento. Fu chiamato “Il Vecchio” per distinguerlo da Jacopo Palma il “Giovane” che era un suo pronipote e che operò più tardi. 

Jacopo Nigreti detto il Palma non esordì alla pittura con la tempra di un innovatore. Arrivava a Venezia da un paese del Bergamasco con un fondo di provincialismo atavico in un momento in cui il progredire della pittura veneziana si misurava non ad anni ma a mesi vista la presenza in città di artisti come Lotto, Tiziano e Giorgione. Ci fu quindi un primo inevitabile periodo di ambientamento a proposito del quale gli studiosi del pittore non sono concordi. L’orientamento della critica è di ritardare verso la fine del decennio 1500 – 1510 certi fatti risolutivi che un tempo gravitavano verso il principio del secolo. L’avventura di Giorgione comincia ad avere un peso effettivo sulle sorti della pittura veneziana solo verso il 1508, stessa cosa per la data del San Girolamo di Lotto (1506). Così un pittore che giungesse a Venezia dalla terraferma era naturale entrasse nell’orbita del Bellini, che nonostante fosse settantenne, rimaneva ancora il leader della pittura veneziana, o in quella del Carpaccio. Il Palma si accostò a quest’ultimo: la Madonna di Berlino, il suo dipinto più antico, rievoca composizioni carpaccesche dei primissimi anni del nuovo secolo. Spaesato di fronte al vario panorama figurativo della città il palma dovette appoggiarsi al Previtali, un pittore bergamasco già introdotto a Venezia nella cerchia del Bellini. Tuttavia queste scelte iniziali non vincolano il gusto del Palma che si evolve per tutto il decennio con tappe di estremo interesse. La Madonna fra due committenti ispirato ad un quadro di Carpaccio rivela che il momento di attrazione verso quest’ultimo è ormai alla fine. Immagina una Vergine matronale, seduta su un gradino, che si dilata a destra per stendere il braccio a protezione del gentiluomo e a sinistra per offrire il ginocchio come piedistallo al Bambino benedicente la gentildonna. Il drappo che è steso alle sue spalle spartisce il paesaggio in due vasti riposanti riquadri sui quali stampano le loro minute sagome i due sposi committenti dell’opera. Il Palma largo, equilibrato, riposante, che conosciamo dalla sua produzione più tarda si incontra qui in embrione per la prima volta. 

La Madonna fra due sante e due committenti della Galleria Borghese ci porta più avanti nel decennio di circa due anni. Lo schema frontale e simmetrico già si articola su piani diversi di profondità e il primo piano è tenuto dalle masse triangolari dei due committenti rampanti e affrontate come in uno stemma gentilizio. Si sono riscontrate in questo tentativo di suggellare la spazialità entro poche ampie campiture di colore spunti tratti da Tiziano, Lotto. Il dipinto testimonia che nel 1508 il Palma è ancora un pittore in fase di ambientamento, di esplorazione, non del tutto immemore del primo sodalizio con il Previtali ma deciso a non mancare l’appuntamento con il nuovo. Questo quadro si apprezza meglio se si tiene conto che nel 1508 esplode in pubblico il genio privato di Giorgione, si ha la prima affermazione di Tiziano al Fondaco, la rivelazione di Sebastiano del Piombo, l’arrivo di Fra Bartolomeo della Porta da Firenze, la partenza di Lotto. La Madonna con due santi e committenti di poco posteriore deriva il suo schema dal quadro di Bellini in San Francesco della Vigna. L’ambito della meditazione è ora decisamente belliniano e anche la Madonna con Santi e committenti rielabora questo prototipo belliniano. Viene meno ogni capriccio di luce e di moto, ogni figura s’inclina in modo da offrire il fianco più ampio alla superficie e quindi alla campitura del colore. 

E’ da posticipare di almeno un lustro il momento in cui il Palma inizia a dipingere le composizioni per le quali è universalmente noto: le sacre conversazioni. Dopo la Pala di Zerman che è un tentativo del Palma di adeguarsi al nuovo modo imposto da Tiziano e Sebastiano del Piombo, sono gli sviluppi stessi della pittura lagunare a orientare il pittore verso prove di gusto a lui più congeniali e soprattutto verso un affinamento dei suoi mezzi espressivi. Nel momento di meditazione giorgionesca che fa seguito alla sua morte prematura e in concomitanza con la partenza per Roma di Sebastiano del Piombo, il Palma esegue alcuni capolavori: i ritrattini di Budapest, Il Marte e Venere, il Pastore e la ninfa Pollen, il Concerto Crichton-Stuart, la Famiglia dell’alabardiere e le due ninfe. Pose languide, reclinar di capi, gestire trasognato e sospeso, musica, lettura, teste di pastori coronate d’alloro, un vago allegorizzare, macchie di verde tenero e fiorito stipato fino a saturare lo spazio del dipinto, naturali alcove di casti nudini di ninfe. E’ un momento importante per la maturazione pittorica del Palma dove era forte il rischio di un ritorno ai modi giovanili sulla scia del Previtali e del Carpaccio. Mentre i tempi della pittura veneziana, si legga Tiziano, premevano. Nei dipinti di Tiziano ampie masse di colore tonale, atteggiate in torsioni e scatti falcati, inarcavano lo spazio da esse generato figure di un’umanità pulsante e le facevano convergere in un dialogo serrato secondo un’esigenza costruttiva che approderà nell’Assunta. Il Palma più noto è debitore a questo momento di Tiziano, la sua cronologia esce dall’ombra non appena si commisurano i suoi passi a quelli dei maestri a lui contemporanei. Il suo gusto si stabilizza in questi anni e il pittore all’epoca trentacinquenne è nel pieno della maturità. Se Tiziano intende la “Sacra conversazione” come dialogo serrato, come azione, il Palma da al tema una soluzione paesistica come incontro di santi e sante all’aperto e le sante sono le stesse donne raffigurate nelle mezze figure femminili, ora giovinette eleganti e capricciose nella grazia femminile dei loro gesti, ora donne di una bellezza più matura. Ora il Palma sguscia e dilata piani di colore chiaro e smagliante su distese di cieli, colline e paesi che nessuna vicenda atmosferica potrebbe mai turbare. 

Andrea del Castagno tra innovazioni stilistiche e sofferta adesione ai contenuti umani

Andrea di Bartolo nasce nel 1421 a Castagno da un piccolo coltivatore. Due anni dopo la sua nascita ha inizio una guerra tra Firenze e Milano e Bartolo, seguendo l’esempio di altre famiglie, conduce in salvo la moglie ed i figli a Corella, un paesino a pochi chilometri protetto dalla fortezza di Belforte. Al cessare delle ostilità segue il ritorno a Castagno dove Andrea “cominciò per le mura e su le pietre co carboni o con la punta del coltello a sgraffiare ed a disegnare animali e figure si fattamente che si moveva non piccola maraviglia in chi le vedeva” (Vasari). Nel 1440 Andrea è già a Firenze da qualche tempo e già abbastanza noto perchè gli fossero commissionate nella facciata del Palazzo del Podestà le immagini “ad uso di impichati” dei traditori che si erano adoperati “per macular lo stato di Firenze”. Resta da determinare a quando risalga la sua venuta a Firenze e le origine della sua formazione che doveva essere già compiuta nel 1440 dato che l’artista era in grado di accettare un pubblica commissione. Nell’agosto del 1442 Andrea firma a Venezia la decorazione della cappella di San Tarasio in San Zaccaria. Nel 1444 la sua presenza è nuovamente documentata a Firenze da alcuni pagamenti per il cartone della Deposizione, il ritratto, perduto, di Leonardo Bruni. Il 30 maggio dello stesso anno Andrea si immatricola nell’Arte dei Medici e Speziali dichiarando di essere del popolo di Santa Maria del Fiore. Nel 1446 esegue piccoli lavori per l’opera del Duomo dalla quale ottiene per il padre l’incarico di guardia della foresta di Campigna. Al 1449 risale l’incarico per una pala per la chiesa di San Miniato fra le torri e dal 1451 lavora per l’ospedale di Santa Maria Nuova nella Cappella Maggiore della chiesa di Sant’Egidio continuando il ciclo di affreschi iniziato da Domenico Veneziano e Piero della Francesca con tre momenti della vita della Vergine: l’Annunciazione, la Presentazione al Tempio e la Morte. Nel 1453 sospende i rapporti con Santa Maria nuova senza portare a termine gli affreschi. Nel 1455 lo troviamo ad affrescare nella SS. Annunziata la cappella di Orlando de Medici con Lazzaro, Marta e Maria in una composizione perduta; nell’ottobre dello stesso anno vene incaricato di un’altra pubblica commissione in Santa Maria del Fiore: il monumento a Nicolò da Tolentino. Nel 1457 nonostante la peste rimane a Firenze, per saldare qualche debito, intento a dipingere un Cenacolo nel refettorio di Santa Maria Nuova. L’8 Agosto gli muore la moglie e Andrea la segue nel 19 Agosto 1457. 

Le scarse notizie, tutte posteriori di almeno sessant’anni alla morte dell’artista, che furono alla base della ricostruzione storica del personaggio che ne fece Vasari mostrano un tono di raccapriccio e di aperta condanna per la vicenda di un artista che dal suo tetro debutto aveva ricavato il soprannome di Andreino degli Impiccati e in punto di morte aveva confessato di aver ucciso Domenico Veneziano. Questo fu sufficiente a suggerire al Vasari l’invenzione di un carattere forte che dalla confessione del delitto traeva le tinte più cupe per un’interpretazione romanzesca. Alla valutazione favorevole dell’opera si opponeva il biasimo per l’assassinio a tradimento con il pericolo di interpretare la sua opera alla luce della sua vicenda privata. Questa fama perdurò fino a metà dell’Ottocento momento in cui di suo erano visibili solo il Monumento equestre di Nicolò da Tolentino e il primo Crocifisso di Santa Maria degli Angeli, riscoperto nel 1700. Al Cavalcaselle si deve nel 1847 la riscoperta degli Uomini illustri di Legnaia e in seguito la prima Crocifissione di Santa Maria degli Angeli e l’intero ciclo di Sant’Apollonia. Nel 1878 il Milanesi rintracciò la data di morte del Veneziano, di quattro anni posteriore a quella del Castagno dissipando definitivamente la leggenda del delitto. Nel corso del Novecento l’identificazione della tavola di San Miniato fra le Torri con l’Assunta di Berlino, il rinvenimento del David, quello del San Sebastiano, l’attribuzione degli affreschi di San Zaccaria hanno allargato la conoscenza della sua poetica di Andrea. Trovatosi ad esordire alla ribalta dell’arte fiorentina attorno al 1440 Andrea dimostra ai suoi inizi nella Crocifissione di essere suggestionato dal nuovo verbo stilistico di Masaccio. 

Nell’abside della Cappella di San Tarasio, nella Chiesa di San Zaccaria a Venezia, la prima opera firmata e datata, gli Evangelisti a fianco del Battista e di San Zaccaria ostentano ai lati del Padre eterno un modellato a forte aggetto secondo modi che tengono ad innervare una vitalità ed una corporeità esasperante. Ciascun personaggio è ritratto completamente assorto nella rappresentazione del proprio decoro in pose che ricalcano quelle visibili a Firenze nelle porte della Sagrestia Vecchia di San Lorenzo. Andrea rifiuta l’apporto della luce come elemento di amichevole raccordo ed isola le figure con l’aiuto dei costoloni in vere e proprie fortezze. In una Venezia agli inizi del quinto decennio non si erano mai viste figure ammantati in panni dalle pieghe così tese e taglienti prendere possesso di un soffitto gotico con tanta rustica fierezza; mai un fregio di putti si era arrampicato sull’arco di un abside tradendo la chiara eco donatellesca fin nello sbalzo risentito del modellato. 

Qualunque fosse stata la produzione di Andrea a Firenze precedente al viaggio veneziano nel 1444 con la commissione del cartone per l’occhio della cupola di Santa Maria del Fiore gli si offriva l’occasione di competere direttamente con Paolo Uccello al quale negli stessi anni erano affidate altre due vetrate. L’impegno di Andrea si concentra sulla distribuzione delle masse dei dolenti in flessioni precise e controllate tenendo come fuoco il volto del Cristo Deposto, ai fini di una combinazione formale insolitamente armoniosa: anche i colori sono piacevoli e per una volta il sentimento di pietà è reso senza gesti esteriori e violente deformazioni.

 

Ma dove Andrea tenta una soluzione di un problema di armonia di forme a scapito del caratteristico e addirittura del veristico è nel ciclo superiore degli affreschi nel refettorio delle Benedettine di Sant’Apollonia. Per la sua composizione ariosa costituisce senz’altro l’esempio più rappresentativo di un temperamento avvenuto nel suo gusto per potersi adeguatamente calare in forme di più attento controllo stilistico dove la luce plasma, modella ed intride. Il racconto si svolge in una successione di tre episodi: quello centrale della Crocifissione ed i due laterali della Resurrezione e della Deposizione che hanno come sfondo un suggestivo paesaggio di colline ed il cielo aperto solcato da angeli. Nella scena di sinistra il Cristo risorto, trasognato e malinconico sotto i ricci della frangia e l’ombra dell’aureola sovrasta le sentinelle che dormono in primo piano appoggiate al sepolcro dispiegando lo stendardo agli occhi stupefatti del soldato che lo fissa, in un insieme rigoroso ed equilibrato di intonazione quasi elegiaca. La spericolata invenzione compositiva dei tre episodi raccordati dall’elemento paese-cielo in virtù della capacità di sintesi della luce è mortificata da una sconcertante contraddizione, come se Andrea, una volta pervenuto ad una posizione di aggiornata e spontanea modernità ne abbia dubitato inserendo gli angeli legamento cari alla tradizione iconografica. 

Il percorso di Andrea continua ad allontanarlo dalle suggestioni di Piero della Francesca creando il terreno sul quale si muoveranno da un lato gli Uomini Illustri di Legnaia e il Cenacolo di Sant’Apollonia e dall’altro gli affreschi della SS. Annunziata e l’ultima Crocifissione di Santa Maria degli Angeli. Nell’Assunta che è del 1449 – 50 il rapporto naturale delle figure con l’atmosfera fluttuante e mutevole è definitivamente perduto, sostituito da uno spazio convenzionale che annulla ogni rapporto vitale. Questo gruppo di opere conclude definitivamente il momento in cui l’artista scopre il valore innervante della luce con la dimostrazione del ciclo superiore di Sant’Apollonia e per la ricchezza dei rinvii annuncia il trapasso ai difficili episodi stilistici degli Uomini Illustri e del Cenacolo. 

In queste ultime composizioni Andrea non esita a congelare il virtuosismo formale. Gli Uomini illustri dipinti a Legnaia, nel salone della casa di campagna dei Carducci, campiscono con grande piglio monumentale entro nicchie marmoree, rettangolari e spartite da pilastri ornati. L’atteggiarsi in gesti di parata distoglie questi personaggi dall’impaccio di una vitalità interiore: mancano del trasognamento delle figure di Piero ed il loro distacco dalle vicende umane si risolve soprattutto nel decoro di un comportamento pago di se stesso. Soltanto Pippo Spano (in foto) ha una vivezza che gli deriva da un’impostazione più realistica in alcuni particolari, nella mano che artiglia la spada, nella testa spiritata. Venendo ai personaggi femminili viene a mancare la certezza del riferimento fisionomico a favore di una più classica astrazione e risultano meno inerti nonostante le pose convenzionali. Nel Cenacolo di Sant’Apollonia è conferito all’impianto architettonico, di bellissima applicazione prospettica, l’insolito ruolo di protagonista. In questa architettura così razionale Andrea ha voluto rappresentare una scena intellegibile che avviene fra uomini negando ruoli di protagonisti e comparse. Ma nell’intento di caricare al massimo le entità morali dei personaggi le ha irrimediabilmente isolate in una fisica monumentalità: l’effetto di unitaria chiusura viene così frantumato dalla mancanza di conversazione fra Cristo e gli Apostoli, tanti monumenti ognuno per se stante. 

Dopo queste impegnative composizioni l’arte di Andrea registra una svolta negli affreschi della SS. Annunziata databili al 1454 in cui si presentano al massimo dell’esasperazione quei caratteri di aspro naturalismo che già più volte erano affiorati in opere precedenti. Termine di passaggio e di incontro tra le due tendenze dovettero essere gli affreschi di Sant’Egidio: perduti purtroppo nella lettura diretta. 

Nell’affresco col Nicolò da Tolentino in Santa Maria del Fiore, l’ultima opera eseguita da Andrea (1456) che ci rimanga, un vero monumento equestre è racchiuso in un rigore architettonico di impaginazione che ricorda quello del Cenacolo. Ma il cavallo del Tolentino, specie se paragonato a quello metafisico dell’Acuto di Polo Uccello, ha un piglio più realistico, favorito dallo studio della muscolatura e delle vene, e il volto del condottiero, nella minuzia delle rughe e nell’espressione ben marcata, ha i segni dell’inasprito naturalismo delle ultime opere. Si uniscono così nella stessa composizione le due aspirazioni dominanti dell’arte più matura di Andrea: la tendenza al monumentale e l’avida, feroce esplorazione dei dati di natura. 

Trionfo di Flora: una rigorosa meditazione del mito

Il maestro del classicismo francese, Nicolas Poussin, fa sfilare, in un universo dominato dalla bellezza, una rassegna di semidei che si muovono elegantemente, sullo sfondo di una natura fiorita. I vari personaggi del mito, desunti dalle Metamorfosi di Ovidio, diventano così una sorta di attributo di Flora. 

La tela fu eseguita intorno al 1627, su commissione del cardinale Sacchetti che in seguito la cedette al cardinale Omodei per poi entrare a far parte della collezione di Luigi XIV nel 1684. Molto probabilmente nella residenza del cardinale Sacchetti l’opera faceva pendant con il TRIONFO DI BACCO (1628) realizzato da Pietro da Cortona. 

Giunto a Roma su sollecitazione del poeta Giambattista Marino ed introdotto presso i cardinali Sacchetti e Barberini, Poussin raggiunge presto la fama in una città, dove la concorrenza artistica è spietata. La sua vita è scandita da una serie di sofferenze e di rinunce sia sul piano personale che artistico. L’ardore giovanile e la vocazione della pittura vengono frenati dalle sue stesse scelte che lo portano a sfuggire la scalata sociale e gli onori delle cronache europee. Spesso malato, sceglie di condurre una vita modesta sposando nel 1630 la giovanissima figlia di un cuoco pasticciere e preferendo alle grandi commissioni i “dipinti di gabinetto” destinati ad essere acquistati da ricchi collezionisti. ciò nonostante è ricercato, stimato e corteggiato da eminenti personalità francesi, tra tutti Richelieu, Luigi XIII e Bernini. 

L’accentuato cromatismo delle sue prime opere lo mette in rapporto diretto con la qualità pittorica dei dipinti di Tiziano ed anche con alcuni suoi temi. Il giovani artista aveva elaborato per studio molte copie da Tiziano e ne conosceva bene il denso impasto coloristico. Aveva inoltre studiato e riprodotto in tanti disegni la statuaria antica a tutto tondo e rilievo. L’una e l’altra concorrono in egual misura ad esprimere, in una tessitura compositiva inedita per la cultura romana dell’epoca, quel sensuale vitalismo di cui il quadro è impregnato. 

Le opere d’esordio contengono in germe la poetica che verrà approfondita nel corso degli anni a venire. : la sua è una meditazione sull’equilibrio di sentimenti e sull’umanissima e mitica nobiltà del cuore. Lo stato aurorale che permea tutti i suoi dipinti sembra alludere ad un’ipotetica umanità delle origini vista attraverso il filtro di archetipi mitologici. Tra fiumi, boschi, giochi di putti, l’artista ricrea le favole di re Mida, Aci e Galatea, dell’infanzia di Bacco ma anche storia bibliche. Un primo approccio si ha nell’INCONTRO DI BACCO E ARIANNA del 1626. Nel dipinto la moltitudine di figure non è ancora coordinata molto bene come nel successivo Trionfo di Flora e se i singoli individui non ne soffrono, ne risente però l’insieme. La tela, molto grande, è ricca di personaggi e, data la complessità del soggetto, probabilmente frutto di una commissione. Il TRIONFO DI FLORA è il primo approccio di Poussin ad un tema che verrà poi ripreso nel Regno di Flora (1631) ed in una serie di Baccanali eseguiti per il castello di Poitou su commissione del cardinale Richelieu. Accanto a Flora egli pone alcuni semidei che diedero origine a fiori: il condottiero Aiace, le ninfe Clizia e Smilace, Narciso e Giacinto, ed Adone, attingendo per i loro miti alle Metamorfosi di Ovidio. La leggiadria della composizione evoca un mondo ideale in cui tutto è grazia e luce. Un muto colloquio si svolge tra Flora, antica dea sabina della primavera in fiore, seduta sul carro ed incoronata da putti alati, ed Aiace Telamonio. Flora volge lo sguardo con un accenno di sorriso al valoroso eroe che, per non sopravvivere alla vergogna della sua pazzia, si uccise. Sulla terra bagnata dal suo sangue germogliò un fiore simile al giacinto. 

Ovidio viene in soccorso all’arte con una favola mitologica di trasformazione, che spiega l’origine del fiore. Secondo una versione molto nota nel mondo antico non fu il sangue colato dalla ferita di Aiace a generare il fiore ma la morte di un giovane ed inseparabile amico di Apollo che si chiamava appunto Giacinto. Questi gareggiava un giorno nel lancio del disco con il dio, quando per errore fu colpito alla testa dall’attrezzo scagliato da Apollo. Il colpo fu mortale e il dio, disperato, per immortalare il nome dell’amico fece sbocciare dal suo sangue il fiore omonimo. Nel dipinto il giovane appare ripiegato in avanti nell’atto di toccarsi il capo con la mano sinistra. Una schiera di ninfe si muove a passi di danza intorno al caro. Tra di loro Smilace, che per un amore infelice fu trasformata in un’edera spinosa. La bellezza dunque nasce dal dolore, dalla sofferenza causata da un amore finito tragicamente. 

Nella figura in alto la grazia e la bellezza della donna sono apri alla forza interiore con cui compie il suo semplicissimo gesto. Il pittore deve aver meditato il grande repertorio iconografico costituito dagli affreschi di Domenichino con le Storie di Santa Cecilia, eseguite nella cappella Polet in San Luigi dei Francesi a Roma. Assistono poi allo snodarsi del corteo due figure semisdraiate che svolgono una funzione di tramite tra la galleria dei personaggi raffigurati entro lo spazio compositivo e lo spettatore. Esse ci introducono nel contesto, prefigurando con il loro muto atteggiamento quello che sarà il nostro moto di estatica contemplazione. Si ha l’impressione che la ricerca della serenità interiore si realizzi in Poussin solo attraverso la trasposizione dei sentimenti in una sfera mitica o metastorica. 

“La sua sensibilità è sempre guidata dalla ragione. Ma questo autocontrollo non esclude una sorta di pathos intellettuale, quello che si esprime, come nella scultura greca, non nella vibrante espressività dei volti, ma negli atteggiamenti, nei gesti, nel ritmo dei copri e nell’orchestrazione della composizione” – Pierre Jamot

L’Ultima Cena: lo sviluppo di un evento

“Uno di voi mi tradirà”: queste parole, appena pronunciate da Cristo agli Apostoli, animano la scena dell’Ultima Cena, in cui lo spettatore, entrando nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, si trova coinvolto. Il genio del pittore e quello dello scienziato si sommano nella soluzione prospettica trovata da Leonardo per rendere l’osservatore partecipe dell’evento: l’ambiente reale continua nell’ambiente artificiale, la prospettiva prosegue sulla parete di fondo della sala sulla quale è dipinta la scena creando un nuovo rapporto drammatico tra l’osservatore e l’evento evangelico. 

L’opera fu realizzata a partire dal 1495, anno in cui Ludovico il Moro commissionò il dipinto a Leonardo, già al suo servizio a partire dal 1482. L’affresco occupava tutta la parete di fondo del refettorio del convento domenicano, tuttavia oggi è visibile solo il rettangolo contenente l’Ultima Cena. La grande scatola in cui si svolgeva la scena continuava anche in alto, tra gli archi contenenti le divise araldiche degli Sforza e nella parte inferiore dove era simulato il pavimento. Leonardo impegnò l’intera parete in modo che ci entrava nel refettorio dalla porta reale si trovasse di fronte un ambiente che continuava nella finzione quello vero. 

Tutta la costruzione è scientificamente legata alla costruzione geometrica ed è infatti perfettamente divisibile in quadrati da cui sono tracciabili le diagonali che contengono e delimitano lo svolgimento della scena. Ma questa, anzichè fissarsi nella rigidità dello schema classico, acquista drammaticità per il diverso disporsi degli Apostoli intorno alla tavola e per i loro gesti, fatto del tutto nuovo nella pittura ad affresco italiana ed europea. Si assiste ad una sorta di dialogo multiplo fra i vari personaggi e fra loro e Cristo, un dialogo oggi in parte vanificato dal fatto che la pittura, oltre ad essere devastata nella superficie, ha i colori estremamente dilavati. 

Le vicende conservative dell’affresco sono state fin dall’inizio controverse: scampato alla distruzione durante il bombardamento dell’agosto 1943, l’affresco è molto danneggiato. I primi problemi risalgono all’epoca dell’occupazione francese del 1499 quando il refettorio fu requisito e tramutato in stalla. In quell’occasione fu anche aperta una porta sul muro di fondo. In seguito le vibrazioni subite dal muro hanno provocato una serie di degradi che prima hanno coinvolto la superficie esterna dell’affresco per poi penetrare anche in profondità. Nel secolo scorso, con l’approfondirsi del lavoro di ricerca intorno alla figura di Leonardo, cominciarono anche i restauri, non soltanto conservativi ma anche di pulitura ed integrativi. Questi si sono sovrapposti l’uno all’altro fino ad alterare la qualità pittorica dell’Ultima Cena. Dallo scorso anno è stata avviata un’ulteriore opera di conservazione del dipinto che ha come fine ultimo quello di creare una sorta di bolla all’interno del quale proteggere l’opera dagli sbalzi di umidità, temperatura e dalle variazioni di luce. 

Il rigore della costruzione geometrica consente a Leonardo di suddividere la scena in quattro quarti e di inserire all’interno di ciascuno di essi i dodici apostoli divisi in gruppi di tre. Tra questi è ben distinguibile la figura di Giuda (la quarta da sinistra) che tiene con il braccio destro sul tavolo il sacchetto con i trenta denari ricevuti. La scena è composta da quattro gruppi di apostoli posti, due per parte, ai lati della figura centrale di Cristo, inserita in uno spazio perfettamente triangolare, che ha appena annunciato che uno di loro lo tradirà. Alcuni critici hanno ritenuto che la composizione sia troppo schematica rimproverando a Leonardo un’eccessiva sottolineatura della gestualità delle figure ed una certa ovvietà nei sentimenti espressi dagli apostoli mentre discutono di quanto appena annunciato da Cristo, tuttavia è proprio la gestualità convenzionale dei singoli personaggi, animatamente in rapporto fra loro, a conferire all’insieme una sorta di drammatizzazione del tutto unica. I gesti delle mani, il chiedere concitato, le espressioni d’ansia muovono la scena intorno al gesto assoluto di Cristo, al quale tutto si relaziona. Cristo indica con le mani il vino e il pane in segno del sacrificio cui si appresta. La sua immobilità rappresenta quel primo motore da cui ogni azione scaturisce e verso il quale ritorna dando vita ad un complesso moto di gesti. 

Nel primo gruppo in piedi a sinistra si identificano gli apostoli Bartolomeo, Giacomo minore ed Andrea. Bartolomeo poggia entrambe le mani sul tavolo e si protende con il corpo come se non avesse ben capito e volesse risentire ciò che lo ha sconvolto e reso incredulo. Andrea solleva le mani, quasi ad allontanare da se i sospetti. Tutti e tre volgono lo sguardo verso Gesù, Giacomo con una mano si appoggia lievemente al braccio di Andrea e con l’altra tocca la spalla di Pietro, nel gruppo vicino, in una richiesta muta che allarga il dialogo e coinvolge il gruppo successivo. In questo troviamo Giuda, Pietro e Giovanni in una serrata composizione di tipo piramidale. Giovanni con le mani intrecciate poste sul tavolo si protende con espressione dolcemente assorta verso Pietro che gli parla all’orecchio formando con il proprio copro una linea obliqua e parallela a quella creatasi dal ritrarsi del corpo di Giuda che così fa spazio a Pietro. Quest’ultimo chinandosi si insinua tra i due. Un coltello, appena usato per tagliare il cibo, spunta, impugnato da Pietro con la mano rovesciata, dietro la schiena di Giuda. Il terzo gruppo, formato da Tommaso, Giacomo maggiore e Filippo, si colloca alla destra di Cristo e forma anch’esso una composizione inscrivibile in una piramide. Giacomo maggiore, al centro, allarga le braccia in un gesto sincero di chi non avendo nulla da nascondere si offre a qualsiasi indagine. Dietro di lui, a sinistra, fa capolino Tommaso, con il tradizionale dito indagatore che lo contraddistingue. A destra con la figura leggermente inclinata in avanti, Filippo porta le mani al petto in segno d’innocenza. Il quarto gruppo comprende gli apostoli Matteo, Simone e Taddeo. Matteo indica il maestro con le braccia e si volge indietro verso gli altri due apostoli incredulo e disperato, cercando in essi conforto ed interrogandoli su quanto hanno appena sentito. Qui il dialogo si svolge esclusivamente con le mani: Taddeo risponde sollevandole con le palme all’insù e confermando con la sua meraviglia ed il suo sgomento di essere totalmente estraneo ai fatti. 

Innovativa è anche l’iconografia messa in atto da Leonardo che rompe con la tradizionale raffigurazione dell’episodio evangelico così come era stato raccontato dai pittori quattrocenteschi toscani come il Ghirlandaio ed Andrea Del Castagno. Questa vedeva Giuda seduto da solo dalla parte opposta del tavolo di fronte agli altri undici apostoli. La diversità della sua collocazione serviva a manifestare immediatamente il suo ruolo di traditore; Leonardo, al contrario, affida all’espressione e al gesto il segreto che solo Giuda e Gesù conoscono e lo inserisce tra gli altri apostoli al fine di rendere ancora più drammatico l’interrogarsi degli apostoli. 

I restauri hanno posto in evidenza novità interessanti riguardanti la luce: i volti degli apostoli sono risultati illuminati in modo molto più sottile di quanto una prima analisi non avesse rivelato. Anche alcuni particolari sul tavolo hanno preso un rilievo da natura morta: i piatti in peltro, il vino nei bicchieri, i motivi decorativi della tovaglia. La luce illumina il volto di Giovanni, ingenuo e dolce apostolo che viene rassicurato forse dalle parole di Pietro che lo ha avvicinato a sè con un gesto della mano. Anche il volto di Pietro è in piena luce in contrapposizione a quello di Giuda tenuto volutamente in ombra. 

L’Ultima Cena mostra l’interesse dell’artista verso le reazioni degli apostoli mentre la tradizione aveva fissato iconograficamente un altro momento: quello in cui Cristo, dopo aver spezzato il pane, lo porge a Giuda identificandolo come il traditore. Qui invece Giuda allunga la mano sinistra ad afferrare rapacemente un pezzo di pane mentre con la destra tiene saldamente il sacchetto con i trenta denari del tradimento, quasi temesse di veder  vanificato il prezzo del suo gesto. Leonardo si avvale tuttavia anche dell’iconografia classica per caratterizzare i suoi personaggi con quel sistema di gesti codificati utili a individuarne immediatamente il ruolo o la particolarità. L’incredulità di Tommaso, il suo desiderio di sapere e quindi toccare con mano la realtà sono ancora una volta affidati al suo indice indagatore. 

Con quest’opera Leonardo si conferma il genio assoluto che tutti noi conosciamo. Con l’Ultima Cena egli scegli di raffigurare l’attimo esplosivo, dove l’annuncio del tradimento è il tuono cui fanno seguito il silenzio, poi il brusio, infine, le voci. 

 

Cima da Conegliano: una poetica che sa di “rus” virgiliano e di georgica antica

Scarsissimi sono i documenti che permettono di ricostruire la biografia di Cima da Conegliano e di poco aiuto anche le fonti storico artistiche con notizie sulle vicende della sua vita. Cosicchè di un’artista del quale si conosce quasi alla lettera la forte individualità pittorica si ignora quasi totalmente la vicenda umana. Sappiamo che era di Conegliano in quanto si firmava IOANNES BAPTISTA CONEGLIANENSIS ma in una sola opera appare quel nome di Cima con cui è generalmente noto. Per deduzione conosciamo, anche approssimativamente, l’anno di nascita tra il 1459 e il 1460. Inoltre la mancanza di documenti e fonti rende difficile l’indagine sulla sua formazione artistica che la tradizione vuole nell’orbita belliniana mentre la critica nell’ambito della pittura provinciale. Stesse difficoltà pone il trasferimento in laguna dopo una prima permanenza a Vicenza e contatti con il Mantegna. La tenue trama cronologica e i vari luoghi delle sue pitture non indirizzano tuttavia ad ipotesi su eventuali spostamenti da Venezia dove abitava in contrada san Luca e dove si sposò due volte. Saltuariamente si recava alla natia Conegliano dove accudiva i propri interessi di proprietario terriero segno di una raggiunta posizione di agiatezza. Proprio a Conegliano è documentato l’ultima volta nel 1516 in occasione del contratto con l’abbadessa di Santa Maria Meter Domini per il San Pietro in cattedra e a Conegliano sappiamo celebrate messe in suffragio della sua anima un anno o due dopo. 

La sua parabola artistica si inserisce tra le due massime figure di Giovanni Bellini e Giorgione tuttavia riesce a ricavarsi uno spazio personale e molto apprezzato. Il Coletti propose un apprendistato presso Gerolamo da Treviso il Vecchio ed in provincia, prima dell’arrivo a Venezia presumibilmente intorno al 1492, dovette venire a conoscenza con le impressioni più determinanti se la pala dipinta nel 1489 per la chiesa di San Bartolomeo a Venezia lo mostra già sicuro nella costruzione dosata di spazi nitidi, di figure consistenti e poeta di immagini silenziose, assorte e meditabonde. 

Nella Sacra Conversazione dipinta appena dopo il 1490 e nella Madonna e Santi del duomo di Conegliano un ordine raziocinante commisura il congegno spaziale articolato in cavità e la disposizione delle figure stabilite nella loro consistenza umana e connesse nel rapporto di un lento dialogo. La tendenza a trasferire la Sacra Conversazione all’aperto nel paesaggio di avverte nel San Giovanni Battista nella Madonna dell’Orto dove archi e cupole rovinano gentilmente tra un minuto verdeggiare di fronde e lontano si profila il colle coneglianese. Nel Battesimo di San Giovanni un Cristo altero e dolce si erge in statuario splendore nel paese già spalancato alla luce, analizzato in racconto amoroso di acque, di verde e di castelli.

E’ nei paesaggi che ama siglare con il castello di Conegliano che Cima tocca gli accenti più commossi di un puro sentimento georgico della natura godendone la grazia in ogni brano, in ogni dettaglio gentile. Una luce preziosa, un’aria limpida filtrata nel verde fresco delle foglie intatte irrorano nella Madonna dell’arancio. Qui si rivela l’autonomia poetica dell’artista vincolato al circolo culturale di Venezia nella scelta dei soggetti. Se l’incontro di Santi con la Vergine sotto il libero cielo avviene in parallelo ad invenzioni belliniane, echi carpacceschi si colgono in opere come la Presentazione della Vergine al tempio, tuttavia il Cima rimane sempre pacato rispetto alle invenzioni fantastiche del collega. 

Se fin dall’inizio del secolo può notarsi un arricchimento nel linguaggio figurativo del Cima la sua visione è condizionata solo in parte al contributo di novità soggettistiche contemporanee. La stessa costanza nella ripetizione, con poche varianti, di un medesimo modulo per la serie delle sue Madonne è sintomatica di un temperamento riflessivo più orientato ad elaborare in profondità i suoi motivi che non all’improvvisazione fantastica. Il Cima adotta alcuni prototipi di impaginazione compositiva che riprende a distanza di anni senza che quasi se ne avvertano le sottili variazioni limitate tutt’al più al mutare del gesto affettuoso della Madre e del Bambino. 

Vale ripeterlo: il Cima è costituzionalmente estraneo ad ogni intraprendenza inventiva: ne consegue un naturale appoggiarsi a schemi tradizionali spesso di impianto quattrocentesco come nei suoi Polittici ripetuti nell’indifferenza di un sistema superato e di una indissolubile monotonia. Verso la metà del primo decennio del Cinquecento può datarsi l’Incredulità di San Tommaso coraggiosamente nuova nella soluzione compositiva dove il consueto fondale paesaggistico sprofonda allontanato da un proscenio scandito nella lucida misurazione spaziale: nell’aria immota, sotto il vasto cielo, splendono in limpido controluce chiare e monumentali le tre possenti figure.

L’ultimo orientamento della pittura di Cima si specifica ancora una volta nella scelta tematica indirizzata al mondo giorgionesco. Dopo fatti clamorosi come la Tempesta e gli affreschi del Fondaco, dopo la rivelazione tizianesca nella scuola del Santo, dopo che lo stesso vecchio Giovanni Bellini si era ringiovanito nel Festino degli Dei e quando l’Assunta dei Frari già stava schiudendo inauditi orizzonti, Giovanni Battista Cima da Congegliano ancora ripeteva nello squisito San Pietro in Cattedra del 1516 le sue immagini “senza tempo” di eterna poesia. 

La bottega di Francesco Squarcione e la diffusione di modelli pittorici padani nel bacino adriatico

Figura tra le più controverse e dibattute della storia dell’arte Francesco Squarcione (Padova, 1397 – 1468) deve la sua fama soprattutto alla sua attività di capo bottega e maestro di un numero notevole di artisti, alcuni dei quali sono da considerarsi fra i più innovativi ed originali pittori del Rinascimento centro – settentrionale. Fin dalle fonti più antiche Squarcione è individuato come un “singolare caposcuola e maestro di pittori” che avrebbe avuto ben centotrentasette allievi attirati nella sua bottega dalla possibilità di studiare un gran numero di calchi dall’antico oltre a disegni e dipinti in parte eseguiti dallo stesso Squarcione, in parte raccolti durante i suoi viaggi che lo avrebbero portato anche in Grecia. Dai documenti emerge anche il carattere del maestro che fu spesso coinvolto in liti con i suoi allievi che lo accusavano di essersi appropriato del loro lavoro spacciandolo per proprio. Problemi ancora più grandi pone la ricostruzione della sua personalità artistica affidata a due sole opere riconducibili con certezza alla sua figura: il Polittico  del Lazara (1449) e la Madonna con Bambino (1460) di Berlino. 

La prima opera, ritrovata nel 1789, è riconducibile sulla base dei documenti alla commissione della famiglia Lazara che aveva affidato al pittore l’esecuzione del dipinto per l’altare della propria cappella gentilizia. Il polittico a cinque scomparti e un solo registro presenta al centro la figura di San Girolamo e ai lati i santi Lucia, Giovanni Battista, Antonio Abate e Giustina. Girolamo siede in meditazione all’interno di uno studiolo per metà all’aperto chiuso sulla destra da un’abside architettonica ed affacciato sulla sinistra verso il paesaggio. Nonostante alcuni arcaismi, come il fondo oro, la volumetria del San Girolamo mostra come l’artista sia attento alle novità fiorentine, in particolare all’opera del Lippi, con cui fu direttamente in contatto come attestato da un documento che li vede affiancati in una perizia del 1434. Nella tavola di Berlino la raffigurazione della Vergine è particolarissima: la Vergine è posta di profilo sullo sfondo di un drappo rosso ed accoglie tra le braccia il bambino  il cui movimento plastico manifesta una derivazione dall’opera di Donatello. La tavoletta di Berlino mostra inoltre  la presenza di alcune formule compositive e temi decorativi  che lo Squarcione trasmetterà ai propri allievi e che sono talmente caratteristici da legittimare l’uso del termine “squarcionesco” per designare un gruppo di pittori che anche se non direttamente allievi del maestro sono comunque toccati dalla sua elaborazione figurativa. 

I festoni di fiori e frutta, le figure di putti dalle pose bizzarre, le fisionomie sottili e marcatamente espressive dei santi, le gamme cromatiche accese e fantasiose, insieme ad una netta prevalenza della linea nella definizione delle figure, sono tutti elementi che si ritrovano e caratterizzano l’opera sia del giovane Mantegna sia di artisti come Marco Zoppo e lo Schiavone. La diversa provenienza di questi due artisti dimostra la fama che la formazione presso la sua bottega aveva ormai conquistato. 

Anche Marco Zoppo al pari del Mantegna fu adottato dallo Squarcione nel 1455 ed ebbe con lui un contenzioso legale l’anno successivo quando si trova già a Venezia dove apre una propria bottega. Il suo alunnato presso lo Squarcione è testimoniato da una serie di disegni e nella tavola con la Madonna del latte (1455) significativamente firmata “opera del Zoppo di Squarcione”. L’opera tuttavia mostra come l’allievo si differenzia dal Maestro per una maggiore comprensione dei problemi spaziali e per una forte attenzione alla contemporanea scultura di Donatello. La forte passione per l’antico traspare da alcuni disegni conservati presso il British Museum e Berlino. Nella sua attività veneziana e nel successivo trasferimento a Bologna unisce alla cultura espressiva e fortemente lineare la conoscenza delle opere di Giovanni Bellini e della luce di Piero della Francesca. Le componenti mature del linguaggio dello Zoppo si colgono nel trittico della chiesa di San Giacomo entro il collegio di Spagna a Bologna considerato il suo capolavoro per l’equilibrio compositivo ottenuto attraverso l’applicazione di una prospettiva unitaria in tutta la composizione dal podio marmoreo su cui posano i santi al sedile della Vergine fino agli oculi con l’Annunciazione e Dio padre benedicente. 

L’alunnato presso lo Squarcione è fondamentale anche per il dalmata Giorgio di Tommaso Chiulinovic detto lo Schiavone (1433736 – 1504) rimasto presso il maestro padovano dal 1456 al 1460. Lo Schiavone adotta tutti i temi principali del maestro: festoni di fiori e frutta, architetture fantasiose, putti bizzarri e spesso trasfigurati in materie come il bronzo, le aperture paesistiche sui bordi delle sue tavole di cui un esempio è la Madonna con Bambino di Torino. Le sue figure sono sottili ed eleganti colte in pose di aristocratico distacco che evocano le raffinatezze della pittura tardogotica. 

Al contesto padovano guardano inoltre con attenzione anche i pittori di Camerino, attivo centro di elaborazione pittorica e di fusione del messaggio di Piero della Francesca e dei maestri toscani del Rinascimento con le istanze espressive del nord. Nella città veneta è documentato Giovanni Angelo di Antonio da Bolognola il cui capolavoro, L’Annunciazione del 1452, proveniente dal distrutto convento di Sperimento presso Camerino, ripropone negli edifici sullo sfondo le costruzioni architettoniche della Cappella Ovetari. 

La diffusione dell’affresco: spina dorsale della pittura italiana del Quattrocento

L’affresco è la spina dorsale della pittura italiana, un ruolo che viene confermato e sottolineato durante il Quattrocento. La diffusione dei cicli pittorici parietali, favoriti dalle caratteristiche dell’architettura italiana, fa si che le ricerche stilistiche e di linguaggio non siano limitate al godimento privati dei committenti ma vengano proposte all’osservazione di un pubblico vasto e variegato. Le soluzioni sperimentali dei maestri fiorentini vanno viste sempre in parallelo con quanto accade nelle altre regioni italiane nell’ambito di un gusto ancora orientato verso le delizie del tardogotico più che nell’austera ricerca di una composizione geometrica e “senza ornato”. Si incontrano scene di vita profana, decorazioni murarie in cui l’affresco si combina con appliques tridimensionali, commistioni di generi e di tecniche.  

Determinanti sono i viaggi dei pittori. Tra i maestri più sensibili alla fase di transizione bisogna ricordare Masolino da Panicale che oltre alle opere fiorentine eseguite con Masaccio si cimenta in varie città, da Roma a Todi, da Empoli a Castiglione d’Olona, e Gentile da Fabriano di cui molti affreschi sono andati perduti ma il cui influsso si può efficacemente rintracciare nelle Marche e a Firenze ma anche a Brescia ed Orvieto. Indimenticabile è il passaggio di consegne da Gentile a Pisanello avvenuto sui ponteggi degli affreschi parietali di San Giovanni in Laterano a Roma. 

Avvicinandosi la metà del secolo, grazie ai viaggi dei maestri toscani la diffusione delle regole umanistico-prospettiche tende ad estendersi, e ancora una volta l’affresco fa da battistrada. L’esempio più celebre è quello di Piero della Francesca, che partendo dalla natale Sansepolcro lascia magistrali affreschi a Ferrara (perduti), Roma, Rimini ed Arezzo. Tra i cicli ancora esistenti ricordiamo i capolavori di Filippo Lippi a Spoleto e i molti lavori di Benozzo Gozzoli in centri di provincia tra Umbria e Toscana. 

E’ molto interessante osservare come gli artisti stranieri, venuti in Italia, si cimentino proprio con l’affresco cercando di trasferire nelle esigenze tecniche della pittura murale le proprie origine stilistiche: così il borgognone Guillame Spicre costruisce lo spettacolare Trionfo della Morte di Palermo come un grande arazzo impreziosito dalla riproduzione di stoffe damascate. 

La selezione di un gruppo di artisti toscani da parte di papa Sisto IV per affrescare le pareti della Cappella Sistina a partire dal 1481 costituisce il primo progetto coerente per la definizione di una koinè espressiva dell’arte italiana: significativamente la tecnica principe è ancora l’affresco. 

L’ultimo ventennio del secolo infine è contrassegnato da un’ininterrotta sequenza di cicli. Anche prescindendo dai grandi centri, indimenticabili capolavori vengono lasciati nelle aree periferiche con un ventaglio di espressioni diffuse capillarmente in modo straordinario, una volta di più da sottolineare come aspetto della cultura artistica italiana. Si va dalla coinvolgente componente di realismo di Martino Spanzotti ad Ivrea alle raffinate invenzioni di Melozzo a Loreto; dalla potenza solenne e drammatica di Luca Signorelli ad Orvieto alla silenziosa poesia di Domenico Ghirlandaio a San Gimignano. 

Carlo Crivelli: l’immaginazione sublime di una linea duttile, ansiosa, spesso lacerante

Crivelli, figlio di Jacopo, nacque a Venezia tra il 1430 e il 1435. Non conosciamo con sicurezza la sua data di nascita che viene dedotta da una sentenza in cui il pittore viene condannato in data 7 marzo 1457 per aver rapito al moglie del marinaio Francesco Cortese ed averla tenuta nascosta per molti mesi. Si suppone che all’epoca l’artista dovesse avere circa venticinque anni. Il pittore frequentò la scuola dello Squarcione a Padova  ed è probabile che dopo la condanna si trasferì a Zara dove appare documentato nel 1465 come si rileva da un atto notarile in cui figura come testimone ad un matrimonio. Poco dopo l’artista si trasferì nelle Marche dove è documentato per il rimanente della vita a partire dal Polittico di Massa Fermana datato 1468. Può darsi che Crivelli, il quale si firmava “venetus” in molte opere, non volesse più fare ritorno a Venezia a seguito della condanna ricevuta ma può anche darsi che egli abbia trovato nelle Marche l’ambiente più congeniale alla sua pittura come risulta dalle numerose commissioni per varie chiese della regione.

La singolarità dell’opera di Carlo Crivelli si spiega nel particolare ambiente marchigiano dell’epoca che coltivava un’aristocrazia provinciale di raffinata eleganza tra il mondo gotico e quello rinascimentale. Una delle opere fondamentali della giovinezza è il Polittico di Ascoli Piceno firmato nel 1473. L’artista è spesso documentato in città dove nel 1478 acquista una casa e nel 1490 viene nominato “cavaliere” dal principe Ferdinando di Capua. In quest’epoca abbiamo numerose descrizioni delle sue opere fino al 1494. Probabilmente Crivelli morì negli ultimi anni del Quattrocento in quanto in un documento del 1500 risulta già morto e la moglie citata come vedova. 

Il periodo di composizione delle sue opere va dal 1460 al 1495, un periodo in cui l’arte gotica era già tramontata ed in Italia settentrionale si diffondevano gli ideali del Rinascimento. Crivelli ebbe l’avventura di vivere tra due epoche, di assimilare nell’essenza la tradizione medievale che stava per finire e di tradurre in parte quelle nuove idee che il pensiero umanistico andava diffondendo non solo nel costume e nella speculazione filosofica ma anche in pittura. Abbiamo accennato alla sua formazione presso la bottega dello Squarcione a Padova, formazione avvenuta intorno al 1450. La scuola è misteriosa per tanti aspetti a partire dalla complessità degli artisti che raccolse e soprattutto per la forza di propulsione delle idee che da essa presero vita. Dello stesso gruppo facevano parte Mantegna, Schiavone, Marco Zoppo, i fratelli Bellini, Bartolomeo Vivarini e Cosmè Tura. Le opere d’arte che fanno da perno a questo momento artistico sono l’altare maggiore di Donatello alla basilica del Santo e gli affreschi di Mantegna nella cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani a Padova. Crivelli è portato per vocazione naturale alle regole fisse, alle misurazioni ed alla raffinatezza propria del Gotico internazionale, quello di Pisanello, Gentile da Fabriano ed Antonio Vivarini, il tutto temperato sotto la forgia di Donatello di cui fa propria la tornitura a sbalzo e si appropria della luminosità fredda e cristallina del primo Mantegna. Benchè dopo la giovanezza Crivelli si indirizzi per altre strade, ci tiene sempre a ricordare le proprie origini, non soltanto nella firma che accompagna molte opere, ma anche in alcuni caratteri costanti della sua personalità. Nasce spontanea in lui una visione figurativa che si attua spesso nelle tavole a fondo oro di antica ascendenza medievale pur servendosi a modo suo del nuovo linguaggio rinascimentale: da un lato la classicità della forma ed i principi della prospettiva, dall’altro l’astrazione della linea, l’eleganza per l’eleganza e l’assolutezza senza tempo dei fondi oro. 

Il momento padovano è segnato in modo evidente dalla Madonna con Bambino, eseguita intorno al 1460,  del museo di Verona. Il Bambino vene presentato in piedi sopra una balaustra in primo piano secondo uno schema iconografico veneto comune a tutto il Quattrocento ma la materia pittorica si trasfigura ed ha uno sbalzo diverso con i mezzi allora inusitati del rilievo plastico e della prospettiva di scorcio. Crivelli cerca di rendere la superficie cromatica vitrea e smaltata dandole lo splendore della pietra preziosa: un carattere questo che si mantiene costante in tutta la sua produzione, proveniente forse da un antico sedimento bizantino che aveva nel sangue e che aveva contraddistinto buona parte delle opere veneziane. 

Il primo polittico marchigiano è del 1468: la Madonna con il Bambino al centro, una sequenza di santi particolarmente venerati nel luogo, ai lati, piccole scene della vita di Cristo nella predella ed un’Annunciazione e un Cristo passo nella cimasa. La cornice che incastona le varie tavole diviene il metro serrato delle singole figure e degli scomparti della predella, allineati gli uni accanto agli altri, ma ognuno chiuso nel proprio spazio. La cornice gotica che ricorda la preziosità dei reliquiari e degli ostensori è essa stessa opera d’arte artigianale di ricercata qualità. 

I temi più comuni a Carlo Crivelli e a Giovanni Bellini nel decennio in cui i due artisti mostrano le maggiori affinità, dal 1460 al 1470, sono la Madonna e il Compianto sul Cristo Morto: le Madonne di Crivelli hanno indubbi legami con quelle del Bellini ma mentre in quest’ultimo il tema della maternità è più vario, aperto agli spazi del paesaggio e  del cielo, soffuso di una tenerezza umana,  in Crivelli le creature sono invece sognanti e di immateriale eleganza, chiuse nei profili lineari nitidamente incisi. Quale modello su tutti basta la Madonna con Bambino conservata al Metropolitan di New York. 

La Madonna presenta il Bambino su di un cuscino in primo piano posto su di un davanzale in marmo. Le mani della Madonna, affusolate e sensibilissime, s’intrecciano con un gesto prezioso attorno al morbido modellato del putto, Alle spalle un damasco chiuse la prospettiva del paesaggio che si intravede ai lati, minuto e spaziato come nella pittura fiamminga. In alto fa mostra di se un festone di frutta, di derivazione mantegnesca, una regola già tramontata ma che in Crivelli diventa un compiacimento formalistico e di bravura fine a se stessa. Il volto d’avorio della Madonna non respira, si illumina di una luce astratta fuori dal tempo in un’eleganza da mosaico bizantino. Il modello dell’antica icona viene però levigato al massimo con una sapienza un tempo sconosciuta che diventa più sottile nella ricerca dei singoli effetti, tutti abilmente previsti e fusi insieme con mirabile unità. 

Una delle più famose deposizioni si trova nel Polittico di Ascoli Piceno datato e firmato 1473. La Madonna con il Bambino e i santi sono contemplati di tre quarti o di profilo e ritti e pensosi nelle pose statuarie si stagliano su fondi oro. Negli apostoli della predella dove le figure hanno piccole dimensioni lo sbalzo ha un rilievo mobile ed accentuato negli atteggiamenti più diversi: c’è persino un apostolo che volge la schiena e si lascia cogliere di profilo con un ardito scorcio dal basso verso l’alto. 

L’eleganza profana di qualche santo come San Giorgio o Sant’Orsola riporta ad un mondo cortese, particolarmente caro a Crivelli per cui i giovani santi, chiusi negli attillati corpetti che danno slancio al busto sembrano dame e cavalieri usciti da un racconto cortese. Significativo esempio è la Maria Maddalena di Amsterdam. Essa rimanda a quel modello di femminilità angelicata da dolce stil novo di provenienza toscana, che il Preraffaelismo inglese dell’Ottocento ha posto tra i propri ideali. La Maddalena si rende immateriale attraverso una grazia fisica che unisce l’antico incanto delle Madonne al languore profano e soave di una Beatrice  di una Laura. Si notino la profusione degli ori, delle perle che adornano i capelli, i gioielli appesi al collo e alle vesti, le decorazioni damascate a larghi racemi sulle maniche del giubbetto, i veli dorati sul petto: quasi che la natura fisica volesse sublimarsi, passare dal concreto all’astratto mediante una squisita stilizzazione. 

Crivelli fu scoperto nell’Ottocento dai mercanti d’arte del Nord ed incontrò soprattutto la predilezione inglese a carattere romantico per l’arte primitiva italiana: Crivelli passava come un angelo tra gli ideali e le stesse sofisticazioni di quel Romanticismo che da anglosassone ebbe poi diffusione in tutta Europa. Il gusto poi si orientò verso altri artisti e Crivelli venne riscoperto sotto un’altra luce, quella che considera l’artista nella vena più autentica della sua poesia e della sua singolare personalità. Quando Crivelli moriva alla fine del Quattrocento Michelangelo aveva venticinque anni, Raffaello era appena diciassettenne, Giorgione aveva da poco superato la ventina e Tiziano era adolescente: già s’affacciava con loro l’arte violenta e terrestre del Cinquecento. 

Arte e orto: un percorso artistico – botanico tra Pinacoteca ed Orto Botanico di Brera

La natura costituisce da sempre una fonte privilegiata di ispirazione  per gli artisti ciascuno dei quali l’ha interpretata secondo la propria cultura e sensibilità. Nella Pinacoteca di Brera, ABOCA ha dato vita al progetto “ARTE ORTO”, un percorso artistico che ha come scopo la riscoperta da dove veniamo attraverso la bellezza di opere e piante per tornare a sentire l’intime legame esistente tra uomo e natura. Visitare un museo importante come la Pinacoteca di Brera, focalizzando l’attenzione sul mondo vegetale rappresentato nei dipinti e ritrovare poi le stesse piante nell’Orto Botanico, offre inedite ed affascinanti scoperte. 

Si tratta di un percorso unico tra arte e natura che ricalca il passaggio dalla rappresentazione alla realtà e ci porta ad interrogarci sul rapporto tra natura e cultura, tra l’uomo e il suo ambiente. La valenza culturale e simbolica raggiunge il suo apice quando si parla di piante medicinali, per millenni unico rimedio ai problemi di salute, sospese tra magia e scienza, da sempre nostre compagne nell’evoluzione. 

Il percorso comprende opere di Bellini, Carpaccio, Tiziano Vecellio, Vincenzo e Giulio Campi, Bernardino Luini, Carlo Crivelli, Gentile da Fabriano, Raffaello Sanzio, Silvestro Lega e Segantini, abbracciando così una buona parte della storia dell’arte dall’età medievale a quella contemporanea. 

Il percorso artistico inizia dalla sala VI dove troviamo la Pietà di Giovanni Bellini. Nella Pietà Maria e San Giovanni si stringono intorno al corpo esanime di Cristo. La tradizione vuole che la corona di spine citata nei Vangeli sia stata realizzata dai soldati intrecciando dei rami di Marruca, un arbusto spinoso caratterizzato da rami flessibili. Il nome scientifico della marruca è infatti Paliurus Spina-Crhisti a ricordarne appunto il leggendario utilizzo. Recenti studi sull’interpretazione di reperti fossili hanno individuato l’area di origine della pianta in Europa meridionale ed in Asia occidentale da cui poi si è diffusa in Nord Africa dove veniva usata come pianta medicinale e come recinsione. 

Il percorso prosegue nella sala VII dove incontriamo la Borragine all’interno della Disputa di Santo Stefano fra i dottori del Sinedrio di Vittore Carpaccio. L’opera faceva parte della serie di cinque grandi tele con le storie del santo che ornavano la sede veneziana della Confraternita dei Laneri. Carpaccio ambienta la vicenda in uno scenario immaginario all’interno del quale le piante, molte delle quali medicinali, vengono descritte minuziosamente e tra di esse è riconoscibile, in basso a destra, la borragine. L’insolita scelta di raffigurare proprio questa pianta dipende forse dal fatto che il suo nome si collega al mondo della produzione della lana, i cui commerciati costituivano al maggioranza dei confratelli della scuola di Santo Stefano. Borragine deriva infatti dal latino “borra”, un tessuto di lana ruvida, per la peluria che ne ricopre le foglie. La pianta d’altro canto è molto misteriosa non conoscendosene né luogo preciso di origine né le proprietà storiche, e presunte, come pianta psicoterapeutica. In passato veniva utilizzata per curare la malinconia e la tristezza. 

Nella sala IX colpisce l’edera raffigurata con grande minuzia sulla roccia da Tiziano nel San Gerolamo Penitente. Quest pianta implica diverse interpretazioni simboliche: è sempreverde (allusione all’immortalità dell’anima), è rigogliosa nonostante poggi su steli modesti (similitudine con l’umiltà di Gesù nel farsi uomo). Nel caso specifico simboleggerebbe la fede salda di San Gerolamo: l’edera cresce arrampicandosi, abbracciando rami e rocce ispirando così riferimenti all’amore, alla devozione e alla fedeltà perenne. L’uso della pianta è attestato già dall’antichità: Plinio infatti la descrive come pianta utilizzata per fare le corone dei poeti. Il motivo più credibile di tale uso e della sua consacrazione è legato alla credenza che una corona ben stretta alla testa fosse il miglior rimedio per il mal di testa causato dagli eccessi alcolici. 

Due opere dei fratelli Campi, la Fruttivendola di Vincenzo Campi e la Madonna con Bambino e santi di Giulio Campi focalizzano la nostra attenzione su due piante: il nocciolo e il biancospino. La Fruttivendola fa parte di una serie di quattro dipinti (insieme a Pollivendola, Cucina e Pescivendolo) variamente interpretati quali allegorie dei quattro elementi o delle stagioni dell’anno. Notevole nella Fruttivendola il realismo con il quale è rappresentato il campionario di frutti ed ortaggi: dentro una cesta sono esposte delle nocciole. Il nocciolo era considerato simbolo di pazienza poichè i tempi di fruttificazione di questa pianta sono molto lunghi. L’uso della pianta è noto fin dall’antichità per la fabbricazione di attrezzi fondamentali, talora magici, in grado secondo la credenza popolare di elargire il dono della chiaroveggenza e del potere assoluto a coloro che lo raccoglievano nell’ora precedente la mezzanotte del giorno di San Giovanni. Veniva anche usato per realizzare il caduceo, il bastone alato con i due serpenti attorcigliati associato al dio Hermes e simbolo, per gli antichi romani, di pace, commercio e riconciliazione. Nella Madonna con Bambino e Santi di Giulio Campi Gesù è disteso su una morbida coperta che poggia vicino ad una pianta di biancospino. Questo arbusto è connesso con la Vergine in quanto i suoi fiori bianchi fanno riferimento all’Immacolata Concezione; i frutti rossi fanno riferimento invece alla Passione e le spine rimandano alla corona. Gli antichi romani associavano questa pianta ai riti primaverili di fertilità della dea Maia e decoravano gli altari nuziali con rami fioriti di biancospino. Oltre al forte significato simbolico noto fin dall’antichità il biancospino possiede anche proprietà terapeutiche che hanno anch’esse una forte connessione con le leggende soprattutto quelle legate al sonno e alla protezione dei dormienti. Cambiando ambito troviamo tale credenza anche nella fiabe, prima tra tutte la Bella Addormentata dove la principessa Rosaspina cade addormentata dopo aver toccato il fuso che al tempo apre fosse fabbricato con legno di biancospino; e ancora prima i trogloditi accompagnavano e proteggevano i propri defunti nel sonno eterno dopo aver legato loro i piedi sopra la testa con rami di biancospino. Inoltre le ricerche scientifiche hanno scoperto complessi molecolari presenti nelle foglie e nei fiori che svolgono azione cardiocinetica e leggermente sedativa tale da favorire il sonno, il rilassamento ed il benessere mentale in generale. 

Alla regina dei fiori, la Rosa, fa riferimento la Madonna col Bambino di Bernardino Luini. La Madonna del Roseto è un’opera probabilmente destinata alla Certosa di Pavia all’interno della quale ogni specie vegetale è ben riconoscibile e resa con estrema aderenza alla realtà. Di particolare rilievo il pergolato di rose che funge da sfondo alla scena creando un hortus conclusus elemento tradizionalmente accostato alla figura di Maria, alludendo alla sua purezza. La rosa damasena è un arbusto dotato di forti spine ricurve che produce fragranti fiori ghiandolosi a petali rosa o bianchi nato dall’ibridazione tra la rosa gallica e la rosa phoenicea difuso nel mondo dai crociati di ritorno dalla Terrasanta. 

Nella sala XXII troviamo un’opera che è un tripudio di vegetazione e di frutta che ne hanno fatto uno dei tratti distintivi della sua intera produzione artistica. La madonna della Candeletta di Carlo Crivelli realizzata per il duomo di Camerino presenta una varietà di specie vegetali il cui significato è da rimandare alla salvezza dell’uomo. In particolar modo Gesù stringe in mano una pera dalla forma perfetta. Questo frutto è ricorrente in molte rappresentazioni della Vergine con il Bambino: la sua dolcezza rimanda tradizionalmente all’affetto tra Madre e Figlio e non da ultimo nella simbologia cristiana indica la connessione con l’amore di Dio per l’umanità. 

Al Trifoglio è interamente dedicato il prato sul quale poggiano i piedi i Santi raffigurati nei pannelli laterali del Polittico di Valle Romita di Gentile da Fabriano. Il trifoglio per la sua forma viene usato per indicare il mistero della Trinità ma anche le virtù teologali. E’ considerato una pianta simbolo di salvezza in quanto nell’antichità veniva usato come antidoto contro i morsi di serpente. Alla pianta oggi sono attribuite proprietà benefiche per le vie respiratorie e come depurativo per l’organismo. 

Lo Sposalizio della Vergine è il primo capolavoro della maturità di Raffaello, realizzato per la Chiesa di San Francesco a Città di Castello. La scena principale si svolge in primo piano: il sacerdote sta officiando il matrimonio tra Maria e Giuseppe ma quello che colpisce è il ramo di Oleandro che tiene Giuseppe tra le mani. I vangeli apocrifi riportano infatti una storia curiosa: ai pretendenti di Maria fu consegnato un ramo secco di oleandro: solo quello di Giuseppe fiorì e la scelta ricadde su di lui. Da quel momento la pianta fu denominata “Mazza di San Giuseppe”. L’oleandro è una pianta largamente usata a fini ornamentali il cui fascino è però oscurato dalla tossicità di alcuni suoi composti. In tempi antichi si riteneva che provenisse dalla Colchide, patria di origine della magia ed era considerata una delle piante di Medea, figura ambigua dotata di poteri magici. Di questa sua componente magica si trovano testimonianze in Senofonte (Anabasi) secondo il quale alcuni soldato vennero inebriati ed avvelenati dal miele prodotto dai rododentri del Ponto appartenenti agli oleandri dai fiori rossi. 

Le ultime opere che incontriamo sono Il Pergolato di Silvestro Lega e il Pascolo in primavera di Giovanni Segantini. Del pergolato colpisce la forte presenza della vite che racchiude la scena, fa da sfondo e allo stesso tempo identifica lo spazio e ne segna il valore come moderno hortus conclusus dove si celebrano in sospensione i riti della quotidinità. La vite inoltre nella Bibbia è anche simbolo di benessere, fecondità e benedizione: esprime la fecondità della terra donata dal Signore e significa una vita che si svolge nella quiete e nella pace. Le origini della vite si perdono nella notte dei tempi: l’uomo ne ha selezionato nei millenni moltissime varietà con caratteristiche differenti dell’acino e più o meno adatte alla produzione di vino. 

Pascoli di primavera è una veduta della zona del Majola: qui uomo e natura (l’uomo sullo sfondo, il pino mugo e i rododendri in primo piano) sono fusi in una visione serena ed estremamente lirica: un senso di pace e di tranquillità pervade il dipinto.