gli alabastri inglese tardo gotici di Venafro

 

Il Museo archeologico di Santa Chiara a Venafro conserva un rarissimo esempio di polittico sacro di produzione inglese tardo – gotica. Del manufatto originario, nonostante alcune perdite come quella della cornice lignea e dei baldacchini laterali, rimangono integre le sette formelle in alabastro, narranti le storie della passione di Cristo. La lavorazione di questo materiale trova largo sviluppo nel periodo tardo – gotico, a seguire dalla scoperta di importanti cave di alabastro tra il Derbyshire e lo Staffordshire, in Inghilterra. Ad una prima produzione di manufatti curati e raffinati, segue, con la fondazione di laboratori artigianali e il crescere di richieste da parte di numerosi committenti, la realizzazione di oggetti seriali e standardizzati. A partire dal 1550, con il propagarsi della riforma protestante, che mette al bando le immagini sacre, queste sculture vengono esportate in tutta Europa e, contemporaneamente, cessa la loro produzione che rimane circoscritta geograficamente e temporalmente lungo l’arco di due secoli. Delle sculture giunte in Italia molte sono ridotte in frammenti, perdendo l’originaria unità stilistica. Sopravvivono ancora integre nella narrazione solo tre serie che si ritrovano al Palazzo Schifanoia di Ferrara, al Museo di Capodimonte a Napoli e l’ultima, quella in esame, a Venafro. Le formelle molisane assumo particolare valore drammatico sia con la modellazione delle forme, agevolata dalla facilità di lavorazione dell’alabastro, sia con il sapiente uso del colore. Questo diventa ora un mezzo non solo per rispondere ad esigenze di gusto e di percezione, ma anche per esprimere valutazioni di ordine morale desunte dal particolare ruolo dei personaggi: i malvagi e i buoni vengono infatti resi col colore scuro della pelle i primi, chiaro i secondi. Le formelle sono distribuite attorno a quella centrale della Crocifissione, di dimensioni maggiori per enfatizzare l’importanza del dramma narrato. A partire da sinistra, le formelle sono disposte nell’ordine cronologico degli eventi raccontati.  La serie comincia con la scena del Bacio di Giuda, forse il momento più drammatico del racconto evangelico. Giuda abbraccia il Cristo venendo a formare con lui quasi un’unica figura perché i mantelli, scivolando sui personaggi, si confondono e le barbe si intrecciano tra loro, mentre gli occhi si fissano. Un soldato regge la borsa con i trenta danari e impugna la spada con l’altra mano. A collocare temporalmente nella notte l’avvenimento vi è un personaggio che fa capolino in alto della formella, sostenendo una lanterna in mano. San Pietro mantiene la spada con la quale, secondo il racconto evangelico, mozzò l’orecchio a Malco, inserito nella scena disteso a terra, mentre tiene la mano sulla ferita. La seconda scena narra il momento della Flagellazione, con il Cristo legato per le mani ad un’esile colonna attorno alla quale è attorcigliata la corda. Quattro personaggi sono in atto di flagellarlo. Interessante è l’aureola policroma alle spalle del Cristo ed i delicati motivi floreali che compaiono nella parte bassa della raffigurazione. Particolarmente efficaci i volti scuri dei soldati ove le sopracciglia, esageratamente aggrottate, e la deformazione quasi caricaturale delle espressioni rendono più drammatica e senza speranza la situazione del flagellato. La terza composizione mostra la Salita al Calvario. La figura del Cristo è leggermente inarcata sotto il peso della croce, spinto da una parte da uno dei soldati e tirato con una corda da un altro. La sensazione della sofferenza non è resa dalla pesantezza della croce, che a contrario, è costituita da sottili travi, quanto piuttosto dalla innaturale posizione con la quale viene sorretta dal Cristo. Compaiono nella parte alta altri personaggi che recano gli attrezzi del loro mestiere di aguzzini, come la corona di spine, i chiodi, il martello. Quasi di soppiatto appare la figura della Madonna che, con la mano coperta dal proprio manto aiuta il figlio a portare la croce. In alto a sinistra si riconosce la figura di San Giovanni. Il quarto quadro, che costituisce la parte centrale delle sette formelle, rappresenta la Morte di Cristo. È interessante l’analisi dei personaggi presenti perché ognuno narra una storia particolare e si caratterizza individualmente nei confronti del personaggio principale. La crocifissione innanzitutto è sacralizzata dalla presenza di quattro angeli alati che, mantenendosi in volo, raccolgono nei calici il sangue delle ferite alle mani, al costato ed ai piedi di Cristo. Disma, il buon ladrone, a sinistra si mostra nel colore chiaro dell’alabastro e rivolge lo sguardo al Cristo a significare la sua conversione. Per questo la sua anima, rappresentata da un bambino nudo e con le mani giunte, viene presa da uno degli angeli. Al contrario Gesta, il ladrone cattivo, di colore nero, si rifiuta di guardare il Cristo rivolgendo lo sguardo fuori del quadro e così la sua anima, anch’essa rappresentata da un bambino ma di colore scuro, viene raccolta da una figura mostruosa e cornuta che rappresenta il Demonio. Picchi di drammaticità si raggiungono nell’immagine del personaggio al quale fu affidato il compito di trafiggere il costato di Cristo. La mano sinistra regge la lancia, mentre la destra è posata sul volto all’altezza di un occhio. Secondo la tradizione apocrifa costui era un centurione di nome Longino e si racconta che fosse malato agli occhi, per cui la sua mano dovette essere guidata dai compagni perché la lancia colpisse nel punto preciso. Quando il costato si aprì, alcune gocce di sangue bagnarono i suoi occhi facendogli riacquistare la vista. Il fatto che sia rappresentato con il volto chiaro, e quindi di essere annoverato tra i buoni, ci porta a considerare che egli si sia pentito del gesto compiuto, tant’è che poi viene annoverato tra i Santi della Chiesa. In basso, sulla sinistra sono inseriti San Giovanni e la Madonna e, più in basso, le Pie donne; sulla destra è riportato un colloquio tra due personaggi: il primo, dal volto chiaro e con il pugnale alla cintura, indica con la mano destra la figura del Cristo al secondo, realizzato invece con il volto scuro. La Deposizione è il tema della quinta formella. Magnifica è la figura del Cristo le cui braccia sono rimaste irrigidite nella forma della croce, con il corpo che, appoggiandosi sulle spalle di Giuseppe d’Arimatea, rimane trattenuto dal chiodo ancora infisso della mano sinistra su cui fa perno. Due discepoli con le tenaglie stanno provvedendo a liberare il corpo dal legno mentre la Madonna, alle cui spalle ancora una volta compare la figura di San Giovanni, asciuga la ferita della mano usando il proprio mantello. Il sesto quadro rappresenta la Sepoltura. Giuseppe d’Arimatea compone nella sindone il corpo di Cristo la cui bocca è socchiusa nella rigidità della morte. Verso la bocca è diretto lo sguardo della Madonna che stringe le mani al petto. In alto a destra è la figura sconsolata di San Giovanni ed in basso una delle Pie donne tiene accanto a sé una lanterna. La settima formella conclude la narrazione rappresentando il momento della Resurrezione. Un Angelo ha spostato con facilità la pesante pietra del sepolcro e Cristo ne esce trionfante e benedicente mentre i quattro soldati lasciati a guardia della tomba stanno dormendo. L’immagine del Cristo anche in questo caso è di grande efficacia con quel piede che, uscito dal sarcofago, poggia sulla spalla di un soldato mentre con la mano sinistra regge una croce astile con bandiera sventolante. Fino al 1979 le formelle erano posizionate in una cappella della Chiesa dell’Annunziata, ai lati di un grande crocifisso ligneo policromo. In quell’anno le formelle vennero trafugate, insieme ad altri manufatti presenti nella chiesa, e ritrovate fortuitamente solo qualche tempo dopo. Consegnate alla Soprintendenza vennero affidate prima all’Istituto per la conservazione ed il restauro e in seguito al Museo archeologico, dove si conservano tuttora.

BIBLIOGRAFIA

ROBERTA VENDITTO, Un alabastro inglese nel regno di Napoli: il caso del polittico del museo archeologico di Venafro, “ArcheoMolise”, A.1, n.2 (ott.-dic. 2009), p.62-69

SITOGRAFIA

https://player.vimeo.com/video/29432034

http://www.archeomolise.it/arte/10367-un-alabastro-inglese-nel-regno-di-napoli-il-caso-del-polittico-del-museo-archeologico-di-venafro.html

http://www.francovalente.it/2008/07/30/gli-alabastri-inglesi-tardo-gotici-dellannunziata-di-venafro/

 

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