Domenico ed Antonello Gagini

Domenico Gagini, nato da una famiglia di architetti e scultori italiani originari di Bissone sul lago di Lugano, si trasferisce in Sicilia dove esercita la sua arte insieme al figlio Antonello. Le loro opere, che riflettono la predilezione dell’epoca per forme eleganti e ricercate, vengono realizzati in marmo di Carrara. Per tutto il rinascimento l’Arte è patrimonio di famiglia: la bottega, gli strumenti, i segreti, le conoscenze e la cultura passano di padre in figlio. Secondo il Filarete dal 1444 al 1446 a Firenze sarebbe stato allievo di Brunelleschi, nel suo Trattato di architettura si parla, infatti, di un «Domenico proveniente del lago di Lugano, discepolo di Pippo di Ser Brunelleschi ». Partecipa ad una delle realizzazioni che aprono la fase rinascimentale nel Meridione d’Italia, l’apparato scultoreo in Castel Nuovo a Napoli dell’Arco di Alfonso d’Aragona, frutto del suo scalpello è la statua della Temperanza. Arrivato a Palermo avvia la sua bottega d’arte che alla sua morte lascerà al figlio Antonello. Le sue spoglie riposano nella chiesa palermitana di San Giacomo alla Marina.
Figlio d’arte Antonello, regala alla Calabria diversi capolavori, tra cui:
• Madonna degli Angeli, chiesa di Santa Maria Maddalena – Morano Calabro, (Cosenza), (1505)
• Madonna con il Bambino, Chiesa dell’Osservanza – Catanzaro
• Complesso marmoreo della Pietà, chiesa Matrice Maria SS. Addolorata – Soverato superiore, (Catanzaro)
• Gruppo dell’Annunciazione nella chiesa di S. Teodoro – Bagaladi, (Reggio Calabria), (1504)
• Madonna della Neve Chiesa Matrice – Bovalino Superiore, (Reggio Calabria)
• Trittico marmoreo nella chiesa di San Leoluca e Santa Maria Maggiore a Vibo Valentia (1523-24)
E’ attribuita al padre Domenico, invece, la Madonna delle Grazie, oggi custodita presso il Museo Diocesano di Lamezia Terme.
La statua marmorea attribuita da Alfonso Frangipane a Domenico Gagini, rappresenta un raro esempio di scultura quattrocentesca in Calabria, rappresentativa della tradizione d’arte figurativa fiorentina.
Essa fu commissionata per il convento francescano di santa Maria delle Grazie di Nicastro, che passo alla fine del XV secolo ai domenicani, poi nel ‘600 alle Clarisse, ed infine nell’800 fu ristrutturato e riconvertito in Seminario. La committenza francescana è documentata dallo scannello poligonale che sul lato frontale pone S. Francesco che riceve le stimmate ed in quelli a questo adiacenti presenta un francescano ed una clarissa genuflessi ed oranti.
L’iscrizione posta lungo la cornice bassa dello scannello, secondo una interpretazione, intende che la sorte della statua veniva affidata a Frate Giovanni da Nicastro, mentre un’altra interpretazione individua nei due oranti i committenti dell’opera, nominati come Fra’ Giovanni di Nicastro e Sarda sua sorella.
La scultura all’origine presentava delicate policromie e dosate dorature delle quali si trovano ancora le tracce nei volti (occhi e bocca) e i capelli e nelle bordature dei vestiti e in parti dello scannello, mentre piccole stelle erano sparse sul mantello della Vergine.
La scultura all’origine presentava delicate policromie e dosate dorature delle quali si trovano ancora le tracce nei volti (occhi e bocca) e i capelli e nelle bordature dei vestiti e in parti dello scannello, mentre piccole stelle erano sparse sul mantello della Vergine.
Il fulcro è nel braccio della Vergine che sostiene il bambino e da qui si diparte la leggera rotazione discendente che anima la figura.
La luce scivola sui piani levigatissimi e si corruga nelle sottili pieghe così da avvolgere il modellato con un ritmo vario e controllato. Tutto il piano visivo frontale all’osservatore è regolato da una sinuosa linea coordinatrice: essa sorge dal sottile collo della Vergine congiungendosi alla mano del Bambino per culminare nella sua gamba mossa da cui riprende vigore. Gli effetti chiaroscurali sono vari, ma il centro della propagazione della luce si pone sul collo della Vergine privo di pieghe. Un lavoro che riesce a comunicare con naturalezza un dolce sentimento che scaturisce dall’immagine di delicata adolescente caricata dall’arduo peso di essere madre di un Bambino che diventerà il Salvatore con il sacrificio della croce, preveggenza che pare trasparire dal sottile velo di malinconia che corre sul suo volto. Ma a tale lettura sensitiva va associata una di stampo teologico che associa l’opera all’ambiente rinascimentale in cui è contestualizzata. L’iconografia è quella della Madonna delle Grazie concetto volgarizzato di Maria piena di Grazia. Ciò viene magistralmente riprodotto dal Gagini probabilmente col concetto della sfera, la perfetta forma che rappresenta il rapporto tra Dio e l’umanità, intermediato dal “sì” della Vergine durante l’annunciazione per mezzo del quale è stato possibile il concepimento immacolato del Salvatore.
Questo assunto teologico fa si che la Madonna delle Grazie del Gagini si differenzi totalmente dallo prototipo rinascimentale in voga nel quattrocento in Sicilia, ovvero la Madonna di Trapani di Nino Pisano, ultimo esponente della cultura gotica.

Biografia

• P. Martini, Gaggini, famiglia; R. Bernini, Gaggini Antonello; Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell’Enciclpedia Italiana, pp. 228-235, Roma 1998.
• Edoardo Arslan, Arte e artisti dei laghi lombardi, Tipografia Editrice Antonio Noseda, Como 1959, pp. 78, 80, 84, 86, 88, 209, 233, 255, 259.
• P. Boccardo, C. Di Fabio, Cinisello Balsamo, Opere, artisti, committenti, collezionisti, Silvana Editoriale, 2004, pp. 48-71
• E. Romano, La Madonna con il Bambino della bottega dei Gaggini, Kalós Editrice,Palermo, pp. 17, 4, 2005, 33.

• Andrea Spiriti, I Gaggini. Una stirpe di artisti bissonesi, in Giorgio Mollisi, Bissone terra di artisti, Arte&Storia, anno 8, numero 41, Editrice Ticino Management S.A., 2008, pp. 39-40.
• Gioacchino di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XIV e XVI, Edizioni librarie siciliane, Palermo,1999.
• G. Floriani, M. Panarello, La scultura del cinquecento, agenda dei beni culturali della provincia di Vibo Valentia, Amministrazione provinciale di Vibo Valentia assessorato culturale e beni culturali, pp. 13, 15, 17, Vibo Valentia 2006
• Documenti proveniente dall’archivio dell’Architetto Natale Proto.

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