GATTAMELATA

Nel Piazzale antistante alla basilica di Sant’Antonio a Padova, si erge, in tutta la sua maestosità, il monumento equestre di Erasmo da Narni, detto “Gattamelata”. Vasari nelle sue Vite descrive il Gattamelata come la prima opera padovana di Donatello, la cui commissione lo aveva spinto a partire da Firenze attorno al 1443, anno della morte dello stesso condottiero. Alcuni ipotizzano invece la commissione essere databile al 1446, quando l’artista già si stava facendo nome in città grazie al magnifico Crocifisso bronzeo che sarebbe poi stato coronamento dell’Altare del Santo per la Basilica. Il glorioso condottiero fuso in bronzo dall’artista fiorentino altro non era che Erasmo da Narni, nato dell’omonima città verso il 1370 da un fornaio di nome Pietro detto lo “Strenuo”. Venne soprannominato Gattamelata “per la dolcezza dè suoi modi congiunta a grande furberia, di cui giovossi molto in guerra a uccellare e corre in agguato i mal cauti nemici e pel suo parlare accorto e mite dolce e soave”, secondo il suo biografo Giovanni Eroli. L’opera è passata alla storia per essere stata la prima statua equestre di grandi dimensioni fusa dai tempi dell’antichità svincolata da una “impaginazione” architettonica, come ad esempio il sottostare in una nicchia. La statua è realizzata in bronzo con basamento in pietra calcare. Esso ha la forma di un sarcofago ma a sola funzione celebrativa – nel gergo tecnico si direbbe essere un “cenotafio” -. Come da sue volontà testamentarie infatti il condottiero venne sepolto all’interno della basilica del Santo dal 1458. Donatello per l’ispirazione dell’opera attinse all’arte antica, con evidenti rimandi alla statua equestre di Marco Aurelio a Roma. Il Gattamelata indossa infatti la lorica romana ma con speroni e staffe. Nel cavallo si scorge l’influenza della quadriga di San Marco, con il cavallo che avanza al passo col muso rivolto verso il basso. La pallina posta sotto lo zoccolo dell’animale ha una funzione puramente statica, di equilibrio.  Il condottiero, con le gambe tese sulle staffe, fissa un punto lontano all’orizzonte e tiene in mano il bastone del comando in posizione obliqua la cui linea prosegue, idealmente, in quella della spada posta nel fodero. Il Gattamelata avanza a volto scoperto, un volto di un uomo ormai avanti con gli anni, ma non un anziano e un ammalato dei suoi ultimi giorni, morto poco prima dell’arrivo di Donatello a Padova. Il volto possiamo immaginare sia somigliante al vero per la profonda caratterizzazione espressiva dei tratti. L’effigie, ispirata innegabilmente alla ritrattistica romana, raggiunge così un equilibrio tra realismo fisionomico e idealizzazione psicologica. Lo sguardo fisso e fiero trasmette caratteristiche quali la determinazione, la potenza, la forza di volontà, l’attitudine al comando, la concentrazione militare, la lealtà, l’integrità morale. Al giovane eroe bello e fisicamente perfetto dell’antichità classica, si sostituisce ora la rappresentazione dell’uomo razionale: l’eroe moderno, rappresentato nel suo essere semplicemente uomo. Ed è in queste caratteristiche che si distingue la grande portata rivoluzionaria dell’arte di Donatello. 

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