Le sette opere di misericordia all’interno della chiesa delle anime del Purgatorio

Al concetto di condivisione e nutrimento si ricollegano le tele delle Sette opere di misericordia spirituale e corporale, quattordici dipinti che adornavano la Chiesa del Purgatorio a Foggia, attribuiti al pittore molisano Benedetto Brunetti. La Chiesa fu costruita dalla Congregazione dei morti, la cui sede definitiva accolse le tele che furono collocate sulle pareti laterali dopo il 1679, sono quasi tutte sono datate ed accompagnate da iscrizioni e stemmi e, probabilmente, eseguite dalla stessa mano che dipinse la Sacra Famiglia con S. Anna e San Gioacchino nella Chiesa di Gesù e Maria, il che ci fa pensare ad una operosità del Brunetti a Foggia già nel 1674. Le fonti napoletane ci informano che la cultura figurativa del pittore sia di derivazione tardo manierista ed ispirata, per lo più, agli esempi di pittura napoletana in Puglia.

Le caratteristiche del tardo manierismo, che si rifà ad artisti quali il Tintoretto, ad esempio sono: una costruzione della composizione complessa sia per le pose assunte dai personaggi, sia per un uso importante della luce, finalizzato a sottolineare espressioni e movimenti anche delle vesti, per le quali si utilizzano colori innaturali, come per gli sfondi. Benedetto Brunetti, come altri pittori originari di Oratino, potrebbe aver concentrato le sue esperienze professionali in Capitanata.

Le sette opere di misericordia si dividono in spirituale e corporale; nelle prime si annoverano:

  1. Consigliare i dubbiosi;
  2. Insegnare agli ignoranti;
  3. Ammonire i peccatori;
  4. Consolare gli afflitti;
  5. Perdonare le offese;
  6. Perdonare pazientemente le persone moleste;
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Il secondo gruppo, invece comprende:

  1. Dar da mangiare agli affamati;
  2. Dar da bere agli assetati;
  3. Vestire gli ignudi;
  4. Ospitare i pellegrini;
  5. Curare gli infermi;
  6. Visitare i carcerati;
  7. Seppellire i morti.

Il riferimento biblico lo ritroviamo in Matteo nel giudizio finale:
“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti qui a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”

Lo schema delle tele è ripetitivo: risulta affollato ma tuttavia mai disordinato e piuttosto composto, con gamme cromatiche che vanno dai toni dell’ocra e del verde (Pregare Dio per i vivi e per i morti – Dar da mangiare agli affamati), ai toni dell’azzurro (Consolare gli afflitti – Vestire gli ignudi – Visitare i carcerati), fino a quelli più scuri, sulle tonalità del rosso, del blu e nero (Seppellire i morti – Visitare gli infermi); in comune hanno le ambientazioni che sono costituite, per la maggior parte, da splendidi paesaggi naturalistici ed il fatto che campeggiano sempre persone di ogni età e ceto sociale, conferendo un certo dinamismo ai dipinti.

Le tele, probabilmente, erano collocate in modo da costituire un cammino: chi entrava nella Chiesa del Purgatorio, poteva ammirare questi capolavori e capire quali fossero i mezzi per aspirare ad essere un uomo misericordioso, attraverso il nutrimento dell’anima con la preghiera ed attraverso una meditazione sulle opere spirituali, per poi soffermarsi davanti all’altare ed entrare in intimità con sé stessi e con Dio ed, infine, concentrarsi su quelle che sono le opere corporali.

Il senso di tutto ciò sta nell’immedesimazione nelle situazioni altrui e nel farsi prossimo dell’altro, riconoscere nel debole il volto di Cristo ed agire per il suo bene, perché ciò che si possiede è frutto dell’aiuto del Signore e bisogna condividerlo. Le opere di misericordia, dunque, sono in un rapporto di causa/effetto, di orazione/azione, per ritrovare Cristo nella profondità dell’anima umana ed inoltre carità e giustizia vanno di pari passo anche se sono due valori molto distinti: la carità non impone, non è un dovere ma perfeziona la giustizia in modo complementare, senza annullarla.

Ci piace pensare che è un modo per “guadagnare un posto in Paradiso”.

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