San Giovanni in Venere

L’abbazia di San Giovanni in Venere si trova nel comune di Fossacesia, su una collina prospiciente il mare Adriatico a 107 m s.l.m. Si inserisce fra gli spettacolari esempi di architettura benedettina conservatisi in Abruzzo. Si tratta di un complesso, composto da chiesa e monastero, posto in posizione isolata su una collina denominata promontorio di Venere, a dominio dell’omonimo golfo. Il riferimento a Venere deriva dal fatto che sul sito dove oggi sorge l’abbazia doveva essere ubicato un tempio pagano dedicato al culto della dea Venere Conciliatrice, costruito probabilmente nell’80 a.C.
Il primo nucleo del monastero andrebbe ricercato in un cellario (piccolo ricovero) per frati benedettini, dotato di una cappella, fatto edificare da un certo frate Martino nel 540. Questi avrebbe fatto demolire il tempio pagano, ormai abbandonato, per costruirvi il cellario. Il primo documento storico che parla di Sancti Johannes in foce de fluvio Sangro è, però, solo del 973. Tale documento attesta la donazione da parte del marchese Trasmondo I di molti beni alla chiesa di San Giovanni in Venere, da quel momento posta dal nobile sotto la propria tutela. È così che iniziarono a crearsi le premesse per la trasformazione della modesta “cella” in un ricco monastero; a partire proprio dal 973, sino al 1024, l’abbazia vive una rilevante crescita economica alla quale si correla una altrettanto sviluppata preminenza politica e culturale. All’interno di quest’arco di tempo possono essere individuate tre ipotetiche fasi costruttive: la prima è databile intono all’anno 1015, quando Trasmondo II provvedette alla realizzazione di un grande monastero e al restauro della chiesa, (della quale non rimane quasi nessuna traccia, fatta eccezione per alcuni rilievi reimpiegati nel portale verso il chiostro); la seconda dovette estendersi dal 1080 al 1120, quando venne impostato l’attuale impianto planimetrico di evidente matrice cassinese; l’ultima è riferibile alla fabbrica dell’abate Oderisio II, tra il 1165 ed il 1204. L’intervento di Oderisio II si giustificherebbe in relazione a due gravi eventi sismici, che colpirono l’edificio nel 1119 e nel 1125, e alla volontà di attribuire alla chiesa una più imponente immagine, rappresentativa della grande crescita culturale e territoriale che l’abbazia stava attraversando in quel periodo. Dal punto di vista politico, in quegli anni l’abate di San Giovanni era il più grande feudatario ecclesiastico del Regno di Sicilia: secondo il normanno Catalogus Baronum (redatto tra il 1156 ed il 1169), possedeva gran parte dei territori delle attuali province di Chieti e Pescara, da Vasto ad Atri passando per Lanciano, Ortona, Francavilla, Pescara e Penne. Inoltre, aveva vasti possedimenti nelle regioni circostanti, in un’area che andava da Ravenna fino a Benevento. Il cenobio era divenuto un’istituzione sociale oltre che religiosa. In caso di guerra, era in grado di fornire al re 95 cavalieri e 126 fanti armati. Era un po’ come uno Stato nello Stato. I suoi abati, per di più, non dipendevano dalle diocesi locali, ma avevano dignità vescovile: l’abbazia, infatti, godeva dello status di nullius dioecesis.
Nel Trecento cominciò il declino dell’abbazia, che si impoverì e dovette vendere gran parte dei suoi beni. Non riuscì più a pagare le imposte alla Curia romana e per questo, dal 1394, fu soggetta ad abati commendatari, cioè nominati dal Papa anziché eletti dal Capitolo dell’abbazia. Nel 1585, Papa Sisto V concesse in perpetuo l’abbazia e quanto rimaneva del suo feudo alla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. Nel 1626, i Filippini concessero la giurisdizione religiosa dell’abbazia e dei paesi che da essa dipendevano all’Arcivescovo di Chieti. Nel 1871, infine, il neonato Regno d’Italia confiscò il monastero ed i suoi beni alla Congregazione. Nel 1881 l’Abbazia fu dichiarata monumento nazionale.
La chiesa presenta la struttura classica delle basiliche di stile cistercense, con tre navate separate da archi ogivali e da pilastri (il cui utilizzo al posto delle colonne rispecchia una scelta comune a molte chiese benedettine abruzzesi dell’XI e XII secolo). I pilastri presentano basi modanate con tori, scozie e listelli diversamente articolati tanto da poter essere raggruppati in tre diverse tipologie decorative. La medesima suddivisione tipologica si ritrova in funzione delle decorazioni dei capitelli che mostrano differenti soluzioni sia di ornato sia di raccordo al pilastro. Da notare è la presenza di archi a tutto sesto nella navata destra e di archi a sesto acuto in quella sinistra; questi ultimi sono a doppia ghiera, cioè composti di arco e controarco concentrici, soluzione diffusasi in Abruzzo intorno all’ultimo quarto del XII secolo. Le navate erano presumibilmente voltate: difficile è però stabilire quando le volte siano crollate, presumibilmente a causa di un evento sismico. Attualmente le navate sono coperte da capriate lignee, rialzate in corrispondenza della zona presbiteriale nel 1627.
Il transetto è molto sollevato rispetto al corpo principale dell’edificio al quale si collega mediante un’ampia gradinata, larga quanto la navata centrale, e attraverso un arco di trionfo con singolare apertura al livello del primo ordine piuttosto che del secondo.
L’elevato dislivello tra navate e transetto si giustifica con la presenza, al di sotto di quest’ultimo, di un’ampia cripta, tra le più grandi d’Abruzzo. La pianta è rettangolare con tre absidi, cinque navate longitudinali e due trasversali; quattro colonne dividono l’ambiente in dieci campate scandite da arcate a tutto sesto e a sesto acuto. Le sei campate terminanti longitudinalmente con l’abside centrale sono coperte da volte a crociera a sesto acuto, le restanti quattro da crociera a tutto sesto. Le colonne, originariamente di differenti altezze, furono portate tutte allo stesso livello mediante l’inserimento di zoccoli, abachi e capitelli di differenti dimensioni, secondo una consuetudine tecnica tipicamente benedettina. È così che il materiale appartenente alle epoche precedenti veniva integrato alla nuova costruzione. L’ambiente è abbondantemente illuminato grazie alla presenza di ben sette aperture, cinque nelle absidi e due sulle pareti laterali, tutte monofore strombate, tranne quella sul lato nord-est, di forma quadrangolare. Di notevole interesse è la serie di decorazioni ad affreschi contenuta nella cripta; ve ne sono cinque, appartenenti ad epoche diverse. Il dipinto dell’abside centrale raffigura l’immagine di Cristo che benedice con la mano destra e regge un Vangelo con la sinistra; è affiancato da San Giovanni Battista, sul lato sinistro, e da San Benedetto, sul destro; ai piedi di San Benedetto è posta la figura di un monaco che dovrebbe essere il committente dell’affresco, tale Provenzanus. Sul lato destro, sempre dell’abside centrale, si vede la figura della Vergine seduta in trono con il Bambino in piedi sul ginocchio e con, ai lati, l’Arcangelo Gabriele e San Nicola di Bari. Nell’abside laterale sinistra è rappresentato Cristo in trono con San Vito e San Filippo, in quella laterale destra Cristo in trono tra Giovanni Battista, Giovanni Evangelista ed i Santi Pietro e Paolo.
La facciata principale presenta il portale della Luna, tutto in marmo, decorato con altorilievi e con materiali antichi di recupero. Sul lato sud si trovano il portale delle Donne (l’ingresso comunemente usato), anch’esso adorno di decorazioni marmoree, ed il campanile mozzato, le cui feritoie tradiscono l’uso di torre difensiva che ne fu fatto. Opposte alla facciata principale, si trovano tre absidi, la cui decorazione ad archi e bifore rivela un certo gusto arabeggiante.
Del monastero originario rimangono tracce nell’area dell’attuale convento (sul versante orientale, vicino al campanile interno): era una struttura a rettangolo allungato, su quattro livelli, con accesso sopraelevato, rifatta e restaurata in età rinascimentale. All’abate Oderisio II si deve il chiostro duecentesco che si svolgeva su tre lati (in gran parte ricostruito nella prima metà del Novecento) con trifore con colonnelle in marmo ed abaco a stampella. Sui tre lati si sviluppava il complesso abitativo e produttivo benedettino del XIII secolo, di cui rimane visibile l’attuale area conventuale e parte del settore settentrionale basso (più vicino all’ingresso alla chiesa).

GALLERIA FOTOGRAFICA

I commenti sono chiusi