Miniatura

Nel corso dell’età gotica la Miniatura conosce uno straordinario sviluppo grazie all’incremento della produzione di libri illustrati che divengono oggetti di lusso, siano essi testi sacri, Bibbie, salteri, libri d’ore, sia di destinazione laica come la produzione di romanzi cavallereschi o raccolte poetiche. L’esecuzione delle miniature, dapprima appannaggio esclusivo degli scriptoria dei conventi, passa ora alle università e alle corti: non è raro infatti che queste avessero al proprio servizio uno o più miniatori. Centro focale di questa produzione è Parigi dove furono eseguiti all’inizio del Duecento il Salterio di Luigi IX e la Bible moralisé della Biblioteca Nazionale di Parigi. Entro la metà del quarto decennio del secolo si colloca l’attività di Jean Pucelle i cui codici miniati furono molto apprezzati e addirittura contesi dai contemporanei. La sua produzione si caratterizza per fantasiosi intrecci a bordo pagina e per il senso di spazialità concreta delle scene figurate tanto che si ipotizza un viaggio dell’artista in Italia.
I termini “miniare” e “miniatura” derivano dall’uso di sottolineare o scrivere le lettere iniziali dei manoscritti con il minio, cioè il colore rosso. Sino al XIII secolo quest’arte era appannaggio degli scriptoria, ambienti dove i monaci specializzati lavoravano alla trascrizione e decorazione di manoscritti, a volte anche su committenza di privati. Nella maggior parte dei casi era il copista a scegliere il soggetto, la posizione e il formato della miniatura da eseguire lasciandone precisa indicazione al miniatore. Il primo passo da svolgere era la doratura: il sottilissimo foglio d’oro veniva applicato sulla pagina prima dei colori altrimenti si sarebbe incollato ai pigmenti colorati. Anche le successive operazioni di rifinitura della lamina d’oro avrebbero potuto compromettere le stesure cromatiche, in particolare quella di lucidatura che veniva effettuata con uno strumento realizzato con un dente di animale montato su di un manico. La colorazione costituiva lo stadio finale e più importante dell’esecuzione. Insieme al rosso, ottenuto dalla trasformazione del solfato di mercurio in inchiostro usando chiara d’uovo e gomma arabica, il blu era l’altro colore principe. Questo era ricavato dall’azzurrite, una roccia ricca di rame presente in molte località europee mentre quello di maggior pregio era il blu ultramarino che si otteneva tritando lapislazzuli, pietra tipica dell’Afganistan. I pigmenti venivano mescolati con leganti capaci di tenere insieme le particelle del colore. Il più usato fino al XIV secolo fu la chiara d’uovo in seguito sostituita dalla gomma arabica che permetteva ai colori di mantenere una più intensa brillantezza. In origine la produzione dei vari centri miniati era accomunata dal prevalente uso di motivi decorativi di matrice naturalistica, in seguito con l’avvento della cultura carolingia e di quella ottoniana l’arte della miniatura si arricchì anche dal punto di vista stilistico e contenutistico non mancando di attingere al repertorio classico.

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