Quello di Pietrabbondante è un suggestivo borgo dell’Alto Molise, ricco di emergenze archeologiche di notevole interesse storico e architettonico. È noto per la presenza di un santuario di epoca sannitica, nella località di Calcatello, a circa mille metri di altitudine.
A partire dal V secolo a.C. appare subito stretto il legame tra il santuario e l’esercito sannita, allora presente nel territorio molisano con un forte sistema difensivo, per opporsi alla minaccia dell’invasione romana: numerose sono infatti le armi dei soldati rinvenute nell’area sacra.

Si tratta di un originale organismo architettonico in cui confluiscono elementi stilistici italici, ellenistico-campani e latini; l’archeologo Amedeo Maiuri lo definisce infatti, “il più felice connubio tra struttura italica e archeologia greca”.
Il luogo di culto, nella sua ultima risistemazione architettonica, databile intorno al II – I secolo a.C., raccoglie i resti di monumentali edifici realizzati in pietra locale: due templi, indicati come tempio A e tempio B, quest’ultimo realizzato accanto ad un tempietto con botteghe porticate di epoca precedente e un teatro.

I due templi sacri sono caratterizzati da grandi basamenti in pietra dotati di eleganti cornici modanate, alla base e al coronamento.
Il tempio A è realizzato su una piccola terrazza che si affaccia, col suo prospetto architettonico, sul piano di calpestio antistante. È costituito da un’unica cella con pronao, probabilmente un tetrastilo, a cui si accede tramite una rampa centrale. L’edificio è inoltre circondato da un ambulacro, delineato da un muro di contenimento in opera poligonale e preceduto da uno spazio lastricato su cui è posto l’altare, in asse con il tempio.

Il teatro e il tempio B sono invece concepiti come un unico complesso architettonico che associa, sul piano spaziale e topografico, ma anche su quello ideologico e simbolico, le due costruzioni.
La pianta del tempio B, collocato su un alto podio e preceduto da un colonnato, è a triplice cella. La struttura è delimitata da un recinto rettangolare, con porticati e la terrazza con gli altari. Della decorazione originale sopravvivono vari elementi del fregio dorico, a metope lisce, probabilmente della parete delle celle e del cornicione che le sormontava. Rimangono inoltre due serie di lastre fittili di rivestimento, con teste di satiri e metope tra elementi vegetali e con il motivo della donna-fiore e, in ultimo, le antefisse raffiguranti una divinità femminile tra due cani affrontati.

Il complesso teatrale è composto di due elementi: la cavea e l’edificio scenico, legati tra loro da due imponenti archi in pietra locale, posti alle estremità dell’iposcenio. La struttura è contraddistinta da tre ordini di sedili dalla forma anatomica, ciascuno composto da un solo blocco di pietra, con il dorsale elegantemente sagomato e rigettato all’indietro. Alle estremità di ogni fila figurano, inoltre, braccioli a zampa di grifo in segno di riguardo alle autorità cui erano riservati i tre ordini di sedili.

La parte superiore della cavea doveva invece essere sistemata con sedili mobili, per i restanti spettatori. Alla cavea si accede tramite una scaletta collocata nella parte posteriore del teatro, mentre l’accesso agli ordini inferiori, avviene dall’orchestra attraverso due scalette semicircolari, addossate agli analèmmata, i muri di sostegno della cavea, terminanti con due atlanti scolpiti nella pietra, come nell’Odeon di Pompei, dove però il materiale era tufo tenero. L’orchestra è a ferro di cavallo, mentre la scena è un edificio rettangolare con una facciata lineare in cui si aprono tre porte e con una serie di ambienti di servizio alle spalle.

Per la sua grandiosità e sulla base delle informazioni fornite dalle iscrizioni sannite lì rinvenute, il santuario di Pietrabbondante doveva rappresentare il luogo di culto “nazionale” dell’intero territorio dei Sanniti Pentri, noti nelle cronache delle guerre sannitiche.
Una volta cessato il culto, gli edifici vennero abbandonati e solo in parte riutilizzati, come mostra un tesoretto monetale di epoca triumvirale, individuato in un vano del porticato sinistro del tempio maggiore.
L’ultima frequentazione si ha nel III – IV secolo d.C. con l’uso sepolcrale dell’area dei due porticati, seguita dalla distruzione degli ultimi edifici per un evento violento, probabilmente il terremoto del 346 d.C.

Al momento della scoperta, il santuario risultava abbandonato e sepolto dai detriti alluvionali. Gli scavi furono condotti in diverse fasi: dal 1857 al 1858, ad opera dei Borboni; dal 1871 al 1872 per interesse della Provincia; nel 1959 e negli anni successivi per intervento della Soprintendenza Archeologica del Molise.

Bibliografia

  • Molise. Regioni e testimonianze d’Italia, Catalogo della Mostra a cura di SANDRA GUGLIELMI, SILVIA SANTORELLI, GENNARO TARASCO, (Roma, 1 Aprile – 3 Luglio 2011), Campobasso, 2012
  • ANTONINO DI IORIO, Guida per la visita alle antichità di Bovianum Vetus, Pietrabbondante, 1980

Sitografia

GALLERIA FOTOGRAFICA

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