Alle pendici del Palatino gli ambienti del corpo di guardia presso la rampa di accesso ai palazzi imperiali accolsero, forse già tra IV e V secolo, il culto della Vergine, tradizionalmente diffusosi in città da questa zona del foro. Le tracce della più antica decorazione di quei vani che sarebbero diventati poi la chiesa di Santa Maria detta Antiqua dal 635 – 642, risalgono ad un epoca non molto distante dai mosaici di Felice IV. Simbolo di quello che è stato definito un “vero museo della pittura romana” è la “Parete Palinsesto” un tratto cioè della parete absidale in cui è ravvisabile la sovrapposizione di almeno 4 strati di intonaco dipinto che, come su una pergamena scritta, poi abrasa e riscritta, permettono di seguire non solo le vicende decorative della chiesa ma anche l’articolato ventaglio delle correnti pittoriche presenti a Roma tra VI e VIII secolo. Lo strato più antico conserva le immagini frammentarie di Maria Regina coronata, seduta su un trono gemmato e col Bambino in braccio affiancata da due angeli, dei quali solo quello sul lato destro è ancora visibile. Poco sopra le loro teste affiorano i tratti della Vergine e dell’arcangelo Gabriele, frammenti di un’Annunciazione da riferire a un secondo livello di intonaco. Alla metà del VII secolo risale l’esecuzione del terzo strato con i santi Basilio e Giovanni Crisostomo. All’ultimo e più tardo dei livelli appartiene infine la figura di San Gregorio Nazianzeno realizzata tra il 705 e il 707. La possibilità di confrontare la Maria Regina con i pannelli di Giustiniano e Teodora a Ravenna permette, con pochi margini di errore, di attribuire l’affresco alla metà del VI secolo. Più controversa è invece la datazione dell’Annunciazione.
La chiesa era punto di passaggio obbligato nel percorso di accesso ai palazzi sul Palatino, residenza ufficiale del governatore bizantino e degli imperatori nei sempre più rari soggiorni romani. Le novità provenienti da Bisanzio non potevano che esservi accolte con favore e in prima battuta. Tappa fondamentale di questo percorso sono gli affreschi eseguiti al tempo di papa Martino I: oltre ai “Padri della chiesa orientale” sulla parete palinsesto la medesima campagna decorativa comprende singoli pannelli con storie del Vecchio e Nuovo Testamento e riquadri sui pilastri e le colonne della navata con figure immobili e frontali di santi. La morbidezza delle vesti, gli effetti plastici del chiaroscuro, la scioltezza della pennellata e la fusione impressionistica del colore sono tratti distintivi di queste pitture, impossibili da ricondurre ad una sola mano ma tutte legate ad una maniera neo classica d’importazione. Il brano di più alta qualità è certamente quello con “Salomone e i sette figli Maccabei”. L’affresco è caratterizzato da una sicurezza d’impianto ed organicità nella resa corporea dei personaggi.
Nei primissimi anni dell’VIII secolo un nuovo, ampio ciclo decorativo promosso da Giovanni VII viene eseguito nella chiesa dove vengono risparmiati solo alcuni pannelli della fase precedente. L’arco absidale è occupato da una grande “Esaltazione della croce”; le pareti del coro sono decorate con episodi cristologici e clipei con i busti degli apostoli. Infine nella navata vengono eseguiti ex novo alcuni pannelli mentre quello dell’Annunciazione, risalente a cinquanta anni prima viene aggiornato alla luce di nuove modalità stilistiche.

La parete palinsesto