La cappella Sansevero è una chiesa sconsacrata di Napoli che si trova vicino a piazza San Domenico Maggiore. Le sue origini sono legate a storie di devozione popolare: si raccontano infatti diversi episodi leggendari, come ad esempio quello di un uomo innocente che, intorno al 1590, passando dinanzi al giardino del palazzo dei di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, vide apparire un’immagine della Madonna. Egli promise alla Vergine di donarle una lampada d’argento e un’iscrizione, qualora fosse stata riconosciuta la propria innocenza: scarcerato, l’uomo tenne fede al voto. Poco dopo, il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, miracolato dopo una malattia, per gratitudine fece innalzare, lì dove era apparsa per la prima volta l’immagine della Madonna, una cappellina denominata Santa Maria della Pietà o Pietatella. Fu però il figlio di Giovan Francesco, Alessandro di Sangro, che modificò la pianta originaria in un vero e proprio tempio votivo destinato a ospitare le sepolture degli antenati e dei futuri membri della famiglia.

L’attuale assetto della Cappella e la quasi totalità delle opere in essa contenute sono però frutto della volontà di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che nel ’700 riorganizzò la Cappella adeguandola al proprio gusto ed alla propria esigenza di committente: a differenza di altri mecenati, infatti, Raimondo di Sangro era un principe attento, esigente e geniale che personalmente ideò e sovrintese a tutte le fasi della realizzazione delle opere. Rispondendo, quindi, ad un preciso progetto, la cappella fu organizzata in questo modo: le due pareti laterali accolgono archi a tutto sesto, ciascuno dei quali ospita un monumento sepolcrale, fatta eccezione per i due terzi archi a destra e a sinistra dell’ingresso principale. I mausolei laterali sono intitolati agli avi illustri della famiglia di Sangro, mentre i gruppi scultorei (opere di Francesco Queirolo, Antonio Corradini, Francesco Celebrano,Paolo Persico,Fortunato Orelli) che separano gli archi sono dedicati alle donne del casato e rappresentano le Virtù (Amor Divino, Decoro, Disinganno, Pudicizia, Sincerità, Dominio di se stessi, Educazione, Liberalità, Soavità del giogo coniugale, Zelo della religione). Il Cristo velato, forse l’opera più famosa e bella, di Giuseppe Sanmartino, è collocata al centro della Cappella.

Sull’altare maggiore spicca l’altorilievo della Deposizione, opera di Francesco Celebrano e Paolo Persico, ove la Madonna e la Maddalena piangono sul corpo esanime di Cristo mentre un putto scoperchio un sepolcro vuoto. Ai lati dei gradini dell’Altare maggiore sono collocati gli angeli di Paolo Persico, dai panneggi tipicamente barocchi; in alto, incorniciato da angeli in stucco ancora del Persico, è posto il dipinto della Pietà, di ignoto artista napoletano del tardo ’500. L’affresco della volta, firmato e datato da Francesco Maria Russo, è conosciuto con il nome di Gloria del Paradiso o Paradiso dei di Sangro, ed è una delle prime opere che il principe di Sansevero commissionò per la Cappella. Memore degli insegnamenti del Solimena, Russo inventa un impianto illusionistico con finte architetture, squarci improvvisi, angeli e figure che idealmente convergono verso il centro, dove si staglia la colomba dello Spirito Santo coronata da un triangolo. Tutt’intorno corre una serie di finestre, e tra una e l’altra sono stati collocati i medaglioni con i ritratti dei santi della famiglia di Sangro. Sul soffitto del presbiterio è posta una finta cupoletta. I colori vivi e raggianti usati dall’artista sono frutto di una formula inventata dallo stesso Raimondo di Sangro, e ancor oggi, dopo oltre 250 anni, la patina del tempo non sembra averli offuscati.

Dal terzo arco a destra si accede alla tomba di Raimondo di Sangro, stranamente semplice se confrontata alle opere straordinarie contenute nella cappella, ma in realtà la sua particolarità risiede nella lavorazione: non è stato utilizzato lo scalpello, infatti, ne per l’iscrizione ne per la decorazione a pampini e grappoli d’uva, ma speciali processi chimici inventati dal principe, autore anche della composizione del pavimento labirintico purtroppo andato distrutto.

Ultimo ambiente è la cosiddetta Cavea sotterranea che ospita le Macchine anatomiche, due scheletri (maschio e femmina) con il sistema circolatorio perfettamente riprodotto. È un mistero il procedimento utilizzato per ottenere questa quasi perfetta esattezza di riproduzione, considerando che all’epoca le conoscenze sul sistema artero-venoso erano scarse. Si pensa che il principe abbia iniettato in due corpi umani una soluzione a base di mercurio che abbia, per così dire, “metallizzato” i vasi sanguigni.

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