L’affresco è la spina dorsale della pittura italiana, un ruolo che viene confermato e sottolineato durante il Quattrocento. La diffusione dei cicli pittorici parietali, favoriti dalle caratteristiche dell’architettura italiana, fa si che le ricerche stilistiche e di linguaggio non siano limitate al godimento privati dei committenti ma vengano proposte all’osservazione di un pubblico vasto e variegato. Le soluzioni sperimentali dei maestri fiorentini vanno viste sempre in parallelo con quanto accade nelle altre regioni italiane nell’ambito di un gusto ancora orientato verso le delizie del tardogotico più che nell’austera ricerca di una composizione geometrica e “senza ornato”. Si incontrano scene di vita profana, decorazioni murarie in cui l’affresco si combina con appliques tridimensionali, commistioni di generi e di tecniche.  

Determinanti sono i viaggi dei pittori. Tra i maestri più sensibili alla fase di transizione bisogna ricordare Masolino da Panicale che oltre alle opere fiorentine eseguite con Masaccio si cimenta in varie città, da Roma a Todi, da Empoli a Castiglione d’Olona, e Gentile da Fabriano di cui molti affreschi sono andati perduti ma il cui influsso si può efficacemente rintracciare nelle Marche e a Firenze ma anche a Brescia ed Orvieto. Indimenticabile è il passaggio di consegne da Gentile a Pisanello avvenuto sui ponteggi degli affreschi parietali di San Giovanni in Laterano a Roma. 

Avvicinandosi la metà del secolo, grazie ai viaggi dei maestri toscani la diffusione delle regole umanistico-prospettiche tende ad estendersi, e ancora una volta l’affresco fa da battistrada. L’esempio più celebre è quello di Piero della Francesca, che partendo dalla natale Sansepolcro lascia magistrali affreschi a Ferrara (perduti), Roma, Rimini ed Arezzo. Tra i cicli ancora esistenti ricordiamo i capolavori di Filippo Lippi a Spoleto e i molti lavori di Benozzo Gozzoli in centri di provincia tra Umbria e Toscana. 

E’ molto interessante osservare come gli artisti stranieri, venuti in Italia, si cimentino proprio con l’affresco cercando di trasferire nelle esigenze tecniche della pittura murale le proprie origine stilistiche: così il borgognone Guillame Spicre costruisce lo spettacolare Trionfo della Morte di Palermo come un grande arazzo impreziosito dalla riproduzione di stoffe damascate. 

La selezione di un gruppo di artisti toscani da parte di papa Sisto IV per affrescare le pareti della Cappella Sistina a partire dal 1481 costituisce il primo progetto coerente per la definizione di una koinè espressiva dell’arte italiana: significativamente la tecnica principe è ancora l’affresco. 

L’ultimo ventennio del secolo infine è contrassegnato da un’ininterrotta sequenza di cicli. Anche prescindendo dai grandi centri, indimenticabili capolavori vengono lasciati nelle aree periferiche con un ventaglio di espressioni diffuse capillarmente in modo straordinario, una volta di più da sottolineare come aspetto della cultura artistica italiana. Si va dalla coinvolgente componente di realismo di Martino Spanzotti ad Ivrea alle raffinate invenzioni di Melozzo a Loreto; dalla potenza solenne e drammatica di Luca Signorelli ad Orvieto alla silenziosa poesia di Domenico Ghirlandaio a San Gimignano.