articolo curato dalla referente per la regione Campania ROSSELLA D’ANTONIO

 

La parola ARCHEOLOGIA viene dal greco ed è composta da archaios, che significa antico, e loghia, cioè discorso o studio. Oggi è intesa come la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante, nonché insediamenti o giacimenti, terrestri e subacquei conosciuti o conoscibili attraverso la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che esse hanno lasciato. Venne definita in passato come scienza accessoria della storia, volta a fornire documenti materiali per quei periodi non sufficientemente supportati dalle fonti scritte.

Esistono numerose “branche” di questa disciplina, ad esempio: l’archeologia preistorica, medievale, cristiana, industriale, subacquea, oppure legata ad ambiti geografici specifici. Tuttavia nel senso più ampio del termine se si parla di archeologia, senza altre specificazioni, si intende l’archeologia classica, ossia lo studio delle civiltà dei popoli del Mediterraneo, in particolare dei Greci e dei Romani e copre, convenzionalmente, un arco di tempo lungo quasi quindici secoli: dal 1000 a.C. alla caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C.

Nella cultura occidentale, l’antichità non è mai stata una realtà dimenticata, riscoperta soltanto dopo il Medioevo. E’ innegabile che fra il V e il VI secolo d.C. le invasioni barbariche portarono distruzione e cambiamenti traumatici nell’impero romano, ma non vi fu una cesura netta con la cultura precedente. Eppure un interesse vivo per gli splendori degli antichi si denota preponderante con l’umanesimo, a partire dalla fine del XIV secolo e per tutto il XV secolo.

La ricerca storica si frantumò quando il termine archeologia fu applicato allo studio delle antichità in sé e per sé stesse, avulse dal contesto storico che le aveva prodotte, abbassandole a mero oggetto di curiosità e limitando il riferimento al mondo greco e romano, alla cosiddetta antichità classica. Questa ricerca minuta e priva di metodo degenerò nell’archeologia antiquaria, delle dispute individuali che riempirono le Accademie sorte in Europa tra il Cinquecento e il Seicento, soprattutto in Italia.

L’archeologia classica, in particolare quella italiana, per lungo tempo privilegiò lo studio dei manufatti artistici, configurandosi di fatto come storia dell’arte antica. Ciò nel corso del tempo determinò una separazione fra l’aspetto estetico della disciplina, pertinente alla storia dell’arte e quello tecnico dello scavo archeologico e delle pratiche ad esso collegate. Questa dualità caratterizzò l’archeologia classica italiana per diversi decenni. Una dicotomia figlia dell’esigenza di creare un modello scientifico basato sull’impronta storico-artistica e l’esigenza di un intervento pratico per la salvaguardia di un patrimonio archeologico del territorio italiano che era imparagonabile a quello di altri paesi.

Bisognerà attendere la seconda metà del XVIII secolo affinché gli antiquari affinassero i propri studi e metodi di indagine, creando le condizioni per la nascita della moderna scienza dell’antichità. Giova ricordate che comunque vi erano stati embrionali esempi di insegnamenti di archeologia, scavi che risalgono al Brunelleschi e a Donatello, ma soprattutto gli scavi della prima metà del Settecento delle perdute città di Ercolano e Pompei. Tuttavia, convenzionalmente la data di inizio della moderna archeologia si fa coincidere con il 1764 quando il tedesco Johann Joachim Winckelmann scrisse l’opera “Storia dell’arte dell’antichità”.

Lo studioso era giunto nove anni prima a Roma, dove vi era un’intensa attività antiquaria ed ebbe contatti con i principali artisti neoclassici, imbevuti anche di valori illuministici. Il messaggio fondamentale del Winckelmann fu l’assioma che la “nobile semplicità e quieta grandezza” dell’arte greca derivassero dal più libero sistema sociale che l’umanità si era data: la democrazia. La bellezza quindi, secondo lo studioso sassone, si sviluppava grazie alla libertà. Binomio che derivava anche dai sentimenti suscitati poi dalla rivoluzione francese.

Nel gusto artistico il dibattito verteva invece tutto sulla critica allo stile barocco e rococò. Facendo della Grecia un modello assoluto e intoccabile, Winckelmann creò paradossalmente le condizioni per escludere dagli studi archeologici ciò che bello non era, come ad esempio la produzione figurativa romana e gli oggetti, apparentemente senza storia, della cultura materiale che, al contrario, la vecchia antiquaria aveva considerato senza però la capacità di renderli testimoni della storia dell’uomo.

Seppur con evidenti contraddizioni, l’archeologia compì un salto di qualità, ebbe quindi come tema precipuo lo studio dell’arte classica e da erudizione fine a se stessa, mera curiosità accademica e letteraria, divenne un prima ricerca e distinzione cronologica delle varie fasi dell’arte del mondo antico e ricerca delle supposte leggi che presiedessero al raggiungimento della bellezza assoluta nell’arte.

Fu proprio Winckelmann a introdurre il criterio stilistico e l’indagine formale dell’opera d’arte, individuando quattro fasi principali: lo stile antico, lo stile sublime o del periodo aureo V e IV secolo a.C., lo stile bello IV-III secolo a.C.(in cui erano ricomprese alcune opere ellenistiche), infine il periodo della decadenza dal I secolo a.C. fino a tutta l’età imperiale romana.

Winckelmann pose così alla storia dell’arte non solo un fondamentale criterio estetico di selezione, ma anche il fine dell’acquisizione di un’estetica, e fu proprio questo secondo aspetto a contribuire alla formazione della corrente di gusto neoclassica. Il criterio estetico che gli permise il superamento della concezione antiquaria fu però anche il limite dei suoi studi, poiché mutato il criterio estetico cambiò tutta la valutazione dell’opera d’arte.

L’antichità cessò di essere considerata un tutto omogeneo e indistintamente diverso dall’età moderna e furono introdotte due esigenze di ricerca: storicistica e di definizione di gusto estetico. Fu la seconda a prevalere per oltre un secolo facendo avanzare lo studio dell’arte antica lungo un solco di accademica incomprensione verso tutto ciò che non corrispondeva ai canoni del neoclassicismo.

Ciò avvenne anche quando si scoprì che la scultura greca, da cui erano stati desunti questi canoni, era costituita per la maggior parte da copie romane e copie che la cultura tardo-ellenistica, rivolta nostalgicamente al passato, aveva ritenuto più nobile e più degne di riproduzione. L’archeologia venne intesa essenzialmente come storia dell’arte greca basata sulle fonti letterarie, come figlia diretta della filologia, che si occupava della critica di tali fonti, mentre lo scavo archeologico era considerato solo come il recupero di pezzi da collezione.

Con l’inizio dell’Ottocento si hanno le prime campagne di scavo vere e proprie (dopo gli illuminati incipit della riscoperta dei siti vesuviani del secolo precedente).

Contemporaneamente giunse a piena maturazione la fase filologica dell’archeologia attraverso la critica delle copie di età romana. Si parla di archeologia filologica non solo perché parte come dato essenziale dalla fonte letteraria antica piuttosto che dall’opera d’arte, ma anche perché cercò di ricostruire l’originale greco attraverso le varie copie di età romana, allo stesso modo in cui si cerca, attraverso l’analisi critica, di stabilire la versione migliore di un testo antico, la più prossima al testo originale. Questo metodo è servito a porre le basi della ricostruzione di quanto era possibile ricavare in fatto di documentazione dalle tarde fonti letterarie. Tuttavia esso ebbe anche due effetti “collaterali”: concentrò la ricerca su questo problema addirittura tanto da trascurare gli originali dell’arte greca, soprattutto nel caso fossero mutilati, inoltre perse di vista lo studio della qualità artistica dell’opera d’arte a favore dell’iconografia artistica.

Tuttavia né archeologi né filologi si preoccuparono di rivedere il criterio estetico che Winckelmann aveva posto a fondamento della storia dell’arte antica, anche perché il suo giudizio coincideva con i giudizi reperibili nelle fonti letterarie antiche. In realtà sono fonti classiche tarde (Plinio e Pausania), che si riconnettono ad una serie di scritti retorici del tardo ellenismo quando nella Grecia, in declino economico, si era formato un ceto medio e una cultura media conservatrice e rivolta al passato e alle libertà passate, anteriori alla conquiste di Alessandro. Era sorta così la corrente neoattica che non teneva in nessun conto la scultura ellenistica, cioè di quella ad essa contemporanea. In tal modo è perdurata a lungo una visione parabolica della storia dell’arte antica, che tocca il suo culmine nel periodo Aureo con Fidia per poi decadere, sebbene di Fidia non si sapesse quasi nulla.

La filologia moderna, con il metodo sviluppato per la critica dei testi antichi, ebbe sì un influsso fondamentale sull’archeologia dell’Ottocento, ma fu proprio la scuola filologica tedesca a scoprire che Winckelmann non aveva mai visto originali greci ma solo copie romane, e a definire un metodo di studio per l’identificazione delle statue e la ricostruzione dell’originale perduto.

L’ipotesi di fondo era che le copie dovevano riprodurre le statue greche più famose e apprezzate nell’antichità, cioè quelle ricordate dalle fonti antiche. Ci doveva essere perciò una coincidenza fra la serie delle sculture conservate e la serie delle opere menzionate nelle fonti: compito degli studiosi era perciò mettere in relazione monumenti e fonti. Si giunse così all’identificazione dell’Apoxyòmenos (l’atleta che si raschia con lo strigile) di Lisippo con una statua rinvenuta nel 1849 a Roma in Trastevere, sulla base della descrizione di Plinio. Nel 1863 fu identificato il Doriforo (portatore di lancia) di Policleto, di cui, a differenza dell’Apoxyòmenos, sono pervenute innumerevoli repliche. Queste nuove acquisizioni accrebbero le conoscenze sull’arte greca, ponendo dei capisaldi ritenuti indiscutibili ancora oggi.

L’errore della costruzione parabolica fu avvertito presto, anche se non dagli archeologi. Il primo fu Schlegel che accusa Winckelmann di misticismo estetico, cioè di aver visto l’arte greca attraverso un processo di idealizzazione dell’arte stessa, volta a creare modelli di astratta perfezione, basati sulla bellezza formale assoluta, l’assenza di pathos, il prevalere della forma scultorea su quella pittorica. Ci vorrà più di un secolo perché questa visione fosse accantonata

Inoltre tale archeologia di spuria derivazione della “lezione” del Winckelmann fu posta in crisi nel secolo successivo da due fattori. In primis l’affermazione dello storicismo nella cultura europea nella metà dell’Ottocento. Personalità come Alois Riegl, massimo esponente della Scuola viennese, si oppose all’opinione comune di quegli studiosi che consideravano l’arte successiva all’età degli imperatori Antonini, cioè posteriore agli anni ’80 del II secolo d. C., come un fenomeno di irresistibile decadenza. Egli dimostrò come essa andasse considerata quale espressione di un diverso gusto, di una diversa volontà artistica, che doveva essere valutata di per sé e non alla luce dell’arte greca di secoli e secoli precedenti. Ci volle una generazione intera perché l’impostazione della scuola viennese venisse accolta e un’altra ancora perché si capisse che la sua impostazione idealistica non era sufficiente a spiegare il fenomeno di una rottura nella tradizione artistica ellenistica, che creava una nuova tradizione formale che dal III sec arrivava al XIV sec.

Contemporaneamente nuove correnti dello storicismo, critiche dell’interpretazione del processo storico come realizzazione di un principio spirituale infinito, riportarono la storia ai suoi termini umani. Ad esempio quella ispirata a Max Weber sottolineò come la storia fosse opera degli uomini.

Altre ricerche ispirate al materialismo storico inserirono la crisi dell’arte antica nella generale crisi sociale, economia e politica che condusse il mondo antico verso la società medievale. Su questa via la ricerca storico-artistica si è enormemente allargata nel corso del Novecento.

Liberatasi dall’ipoteca neoclassica, la stessa arte greca non è più apparsa come un modello fisso e immutabile, ma è stata storicizzata e l’arte romana è stata considerata in modo indipendente da quella greca.

La storicizzazione della ricerca artistica aprì poi la via alla comprensione delle altre civiltà antiche, quella mesopotamica, egizia etc. Una volta che sia stato superato il pregiudizio della critica idealistica che sosteneva l’assoluta autonomia dell’opera d’arte, anche la storia dell’arte entra di diritto tra le scienze storiche e il mondo dell’arte viene considerato non come separato dal mondo pratico, ma immerso in esso in un reciproco scambio di impulsi.

Altro fattore che pone un cambiamento nel concetto di archeologia fu l’accresciuta importanza dell’indagine sulla preistoria nel campo della ricerca archeologia proprio sul terreno di scavo, che è ha apportato nel corso del Novecento un taglio definitivo con i pregressi concetti di scavo archeologico.

Un tempo gli archeologi classici fieri dei loro legami con la filologia, ironizzavano sull’attività degli studiosi di preistoria chiamandola scienza degli analfabeti, perché priva di fonti scritte. Ma sono stati proprio questi archeologi a rinnovare la ricerca archeologica, perché, costretti a ricostruire tutto sul dato oggettivo, a interpretare un’indagine del tutto indiziaria, svilupparono metodi di scavo estremamente precisi, nella consapevolezza che ogni scavo archeologico distrugge una documentazione accumulatasi nei millenni. Questa documentazione deve essere rilevata, via via che viene alla luce e che viene asportata, con estrema esattezza in modo che sia possibile ricostruire a tavolino in qualunque momento, anche a distanza di anni, la situazione originaria di ogni minimo oggetto reperito. Per questo ogni scavo clandestino e non scientifico è deprecabile non tanto perché sottrae alla collettività oggetti più o meno preziosi, ma perché soprattutto distrugge una documentazione.

L’archeologia preistorica ha insegnato che la produzione di manufatti da parte dell’uomo ha una continuità ed una variazione, che si susseguono per secoli e che si interrompono solo per cause esterne di estrema gravità, come invasioni, cataclismi, migrazioni. Si è così perfezionato lo scavo stratigrafico con l’esatta osservazione delle varie successioni e lo studio dei reperti ceramici, anche privi di ornamenti. Accanto a tale tecnica di scavo si sono associate tecniche scientifiche, quali le indicazioni cronologiche mediante il rilevamento del radiocarbonio C/14 residuato nei materiali organici; lo studio dei depositi di polline nei bacini lacustri, i sondaggi elettrici e l’esplorazione tramite fotografia aerea e di conseguenza tutti gli strumenti altamente tecnologici che sono asserviti alla scienza archeologica.

L’archeologia è finalmente considerata come scienza storica, non più come scienza ausiliaria della storia, soprattutto dopo che questa non è stata più storia dei grandi uomini e delle loro guerre, ma storia dei popoli. Invece che sulle fonti scritte, l’archeologia si basa sui dati materiali che una civiltà produce, accumula e lascia dietro di sé, che sia preistorica, o più recente, dato che le fonti letterarie sono sempre parziali sotto due aspetti: si limitano a determinati periodi e rappresentano sempre una determinata interpretazione dei fatti. Invece il dato archeologico è di per sé imparziale, piuttosto è importante saperlo interpretare nella giusta maniera. Negli anni ‘70 si parlava tanto di interdisciplinarità, ma tra gli storici dell’arte e gli archeologi bisognerebbe parlare piuttosto di stretta collaborazione in un’unica materia di ricerca, ossia la Storia. Il dato archeologico va confrontato con il documento storico, ogni qual volta sia possibile, e viceversa il dato storico con il documento archeologico; solo così è possibile creare una vera scienza storica.

BIBLIOGRAFIA

  1. Pucci. 1993, Il passato prossimo. La scienza dell’antichità all’origine della cultura moderna, Roma

D.Manacorda, 1982, Cento anni di ricerca archeologiche italiane: il dibattito sul metodo, quaderni di storia,

  1. Ducati, 1920, Arte classica in Italia, Torino

F.De Angelis, 1993, Giuseppe Fiorelli: la Vecchia antiquaria di fronte allo scavo, Ricerche di storia dell’arte. A. Carandini, 2000, Archeologia e cultura materiale, Bari.

  1. Bianchi Bandinelli, 1984, Introduzione all’archeologia, Bari-Roma
  2. Barbanera, 1994, L’archeologia degli italiani: storia, metodi e orientamenti dell’archeologia classica in Italia, Roma
  3. Barbanera, 2015, Storia dell’archeologia classica in Italia, Roma

SITOGRAFIA

https://www.inasaroma.org/en/

https://www.archeologia.com/

http://www.lescienze.it/argomento/archeologia?refresh_ce