Nel 1733 fu fondata a Londra la Società dei dilettanti (dilettanti nel senso di amatori d’arte). Quest’ associazione di conoscitori d’arte britannici originariamente era un club per giovani aristocratici e gentiluomini che avevano praticato il ‘Grand Tour’, ma ebbe poi un ruolo importante nella formazione del gusto, e in particolare nello studio dell’arte antica.. I suoi membri cominciarono a finanziare viaggi e poi ad accodarsi a spedizioni fatte dal governo inglese con intenti colonialistici, specialmente nell’Asia Minore. Non si trattava di attività di scavo, ma solo attività di scoperta.

Dal 1738 al 1766 erano stati intrapresi in Italia gli scavi di Ercolano, e dal 1748 quelli di Pompei, che portarono alla luce inattesi tesori di pittura e misero di moda uno “stile pompeiano”. Ma gli scavi di Ercolano furono presto abbandonati per le gravi difficoltà che essi presentavano, dato che Ercolano era stata investita da una colata di fango caldo che poi si è indurito rendendo difficilissimo lo scavo, a differenza di Pompei, seppellita da uno strato di cenere; solo dopo l’unificazione d’Italia i lavori furono ripresi. Contemporaneamente si riportava alla luce anche l’antica Paestum di cui si aveva un vago ricordo in testi antichissimi.

Sensazionali furono le discusse acquisizioni dei marmi del Partenone legati dalla tradizione al nome di Fidia e dalla storia della cultura al nome di Lord Elgin, che aveva ottenuto il permesso dal governo di Costantinopoli (la Grecia allora era occupata dai Turchi) per far eseguire disegni e calchi per l’insegnamento degli artisti. Il permesso fu però distorto e la spedizione fu trasformata in una spoliazione, in un’asportazione dal loro luogo d’origine, dal 1801, un atto lesivo di un contesto storico. D’altronde senza i vari trasferimenti avvenuti negli ultimi secoli (l’arte egiziana dopo la spedizione di Napoleone, l’arte classica greca con i marmi di Elgin, quella arcaica greca e mesopotamica con le spedizioni inglesi in Asia Minore, l’arte ellenistica con l’Ara di Pergamo trasportata a Berlino) la cultura odierna sarebbe diversa e molto meno ricca di conoscenze. Il caso del Partenone fu molto particolare perché esso era già stato manomesso quando era stato trasformato in una chiesa cristiana, e poi in moschea, schiantata da bombardamenti; i suoi marmi erano usati dai Turchi per farne calce da imbiancare; insomma all’epoca di Egin le sculture erano state abbandonate ed esposte ad ogni pericolo, umano o naturale. Esse provocarono aspre discussioni tra gli artisti che le ammiravano e gli antiquari, pervasi delle teorie di  Winckelmann, che le ritenevano mere imitazioni dello stile classico; lo scultore Antonio Canova ne riconobbe invece il valore e si rifiutò di restaurarle. Ad ogni modo i marmi furono acquistati dal Parlamento inglese e divennero parte del British Museum, accentuando ancor più l’interesse per l’arte greca.

Nel 1809 furono iniziati i primi scavi nel Foro di Roma. Nel 1811 invece fu condotta una spedizione all’isola di Egina, dove furono scoperti i resti di un tempio, le cui sculture presenti nel frontone furono vendute a Luigi di Baviera ed esposte a Monaco. Si trattava dei primi marmi che si conobbero del periodo arcaico, ma essi furono restaurati e completati senza riguardo da Thorwaldsen, emulo danese di Canova, ma più accademico di lui, che non usò alcun rispetto per il documento (i restauri poi furono tolti nel 1967).

Quasi contemporaneamente furono intrapresi gli scavi di Selinunte, con le sue metope doriche.

Ripresi dopo il 1860 gli scavi a Pompei, essi diedero sempre più notizie e documentazione sicure sulla vita e i costumi del mondo romano, copie romane di sculture greche ma soprattutto resti di pittura antica originale. Secondo Wickhoff l’arte greca non conosceva il problema dello spazio, quindi tutti gli sfondi delle pitture dovevano essere interpolazioni degli artisti romani (e in ciò starebbe anche una delle innovazioni dell’arte romana, non più considerata coincidente a quella greca). Oggi sappiamo che gli sfondi prospettici e le premesse di paesaggio sono già presenti nell’arte ellenistica e che l’arte romana li ha fatti propri: la pittura illusionistica di Pompei deve essere considerata la continuazione e lo svolgimento in età romana della pittura ellenistica.

Quindi nella seconda metà dell’Ottocento si intensificarono le grandi spedizioni di scavo da parte di Inglesi, Francesi e Tedeschi. Come ad esempio gli scavi di Samotracia (da cui la Nike di Samotracia) e quasi contemporaneamente gli scavi ad Atene al Dypilon dove apparvero per la prima volta i vasi di stile geometrico, facendo luce sulle origini dell’arte greca, allora del tutto sconosciute. Ad essi seguirono gli scavi ad Olimpia iniziati da Ernst Curtius, tenendo conto dei riferimenti offerti da Pausania. Contemporaneamente gli inglesi iniziarono gli scavi ad Efeso, dopo aver identificato con grande fatica il sito dal famoso tempio di Artemide, e i tedeschi quelli a Pergamo, dove fu scoperta la scultura ellenistica in una sua fase particolare, definita dal Wickhoff “barocco ellenistico”, e fu messa in luce tutta una città, con i problemi urbanistici dell’epoca.

Una figura centrale fu quella di Schliemann, che credendo ciecamente nelle parole di Omero, inizio nel 1871 gli scavi nella Troade, dove non solo scoprì Troia, la cui ubicazione era discussa, ma confermò anche la distruzione avvenuta per incendio. Allora scavò anche a Micene dove scoprì quelli che definì il tesoro di Atreo e la tomba di Clitemnestra, mettendo in luce la civiltà pre-ellenica, la cui esistenza fino a quel momento era stata ignorata. Nelle scoperte delle civiltà pre-elleniche furono fondamentali anche gli scavi a Creta, che videro la partecipazione di inglesi e italiani e misero in luce l’esistenza di diversi palazzi nell’intera isola. Infatti nei primi anni del ‘900 Arthur Evans a Cnosso e gli italiani Halbherr e Pernier a Festo contribuirono a rivelare la civiltà pre-ellenica che si era sviluppata a Creta, denominata da allora minoica. Evans è famoso anche per il “pesantissimo” restauro ricostruttivo del palazzo di Cnosso che, con la sua pianta intricata, richiama il mito del labirinto fatto costruire da Minosse, mitico re di Creta. Il palazzo di Festo è invece meno sontuoso, ma ha restituito in molti decenni di scavo dati cronologici particolarmente precisi che sono alla base della periodizzazione e della storia dalla civiltà minoica. Dagli scavi di Creta emersero anche tavolette scritte con due sistemi diversi, detti lineare A e lineare B. Quest’ultima, più recente, fu decifrata nel 1953 confermando che la lingua usata era il greco, che i cretesi avevano appreso nella fase finale della loro storia dagli invasori achei e dori.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fu approfondita inoltre la conoscenza dell’Acropoli di Atene tornata a mostrare a poco a poco il suo aspetto originale con la demolizione delle costruzioni che l’avevano trasformata in fortezza sin dal Medioevo. Dalla demolizione di queste fortificazioni emerse così tanto materiale da poter ricostruire i Propilei e il tempietto di Athena Nike che sorgeva sul bastione. Al tempo stesso venne posta in luce tutta la documentazione dell’Acropoli arcaica, grazie alla scoperta della cosiddetta “colmata persiana”.

Si intensificano anche le ricerche in Egitto che culminano nel 1922 con il ritrovamento della glorosa tomba del faraone Tutankhamon.

Di fronte a queste continue scoperte, la ricostruzione erudita delle grandi personalità artistiche tradizionali passò in secondo piano rispetto alla ricerca delle grandi linee di svolgimento dell’arte greca e l’individuazione delle singole “scuole”. Tuttavia con queste nuove acquisizioni, nella metà del ‘900, si definiscono le classificazioni delle varie arti antiche e dei relativi stili, in modo preciso.