Dopo la grande sommossa del 1156 e la sorte patita dalla Cattedrale, lo ricordiamo, completamente distrutta, la Basilica rimane perfettamente in piedi.

Molti anni dopo, finalmente i lavori riprendono e vedono protagonista un Anonimo Maestro, approdato a Bari nei primi decenni del secolo, carico di esperienze emiliane e – probabilmente – siciliane, che segna una vera e propria svolta nell’officina basilicale, indirizzandola verso soluzioni di tipo lombardo, come ad esempio le gallerie esafore o i protiri su animali stilofori che arricchiscono il portale centrale e i due laterali.

A fronte di tutto questo la fabbrica può dirsi definitivamente compiuta solo nel 1197, quando si giunge alla consacrazione solenne, testimoniata da una lapide inserita tra le pietre della facciata.

Con la Basilica, finalmente terminata, si apre una nuova porta dell’Occidente cristiano verso la spiritualità orientale e per secoli rappresenta una tappa obbligata per i pellegrini che dall’Europa si dirigono in Terrasanta e per tutti coloro che, dal bacino del Mediterraneo, muovono verso Roma o Santiago de Compostela.

Con la sua struttura decorativa e architettonica, rappresenta la prima fabbrica monumentale con matronei apparsa in Puglia, con soluzioni costruttive che congiungevano le novità strutturali provenienti dal Nord con la tradizione locale – di matrice classica e bizantina -, che la fecero diventare un caso unico ed un prototipo per tutta la rosa di costruzioni erette in Terra di Bari tra XII e XIII secolo: non è una cattedrale, ma un luogo di pellegrinaggio.

E’ il santuario dei pescatori che seguono la tradizione discesa dai marinai, che rapirono le ossa del Santo, e del popolo che si radunò intorno al loro arrivo.

 

L’esterno della Basilica

Raggiungere la Basilica è possibile grazie a tre differenti strade: due che attraversano, partendo da punti differenti, la città vecchia e raggiungono l’una il recinto all’altezza della porta del Catapano, – sormontata da un bassorilievo raffigurante il Santo ed episodi della sua vita tra lo stemma degli Orsini Balzo e dei d’Angiò

– accesso alla zona absidale, mentre l’altra, quella angioina ci fa raggiungere subito il sagrato.

La terza è quella del mare, dalla quale arrivavano gli antichi pellegrini, e permette tutt’ora di avvistare da lontano la facciata orientale della Basilica – corrispondente al transetto -, in passato chiusa tra due torri altissime e movimentata dalle monumentali bifore tra le quali è presente il finestrone absidale.

Oggi le torri non ci sono più: quelle absidali, progettate organicamente in pianta, non sono mai state concluse.

Questa è la facciata che si presenta, maestosa e abbagliante, dalla muraglia, che nel passato aveva la funzione difensiva per la città dagli attacchi ed oggi crea attorno alla Basilica una sorta di “isola” nella città vecchia.

Il ritmo le viene dato dalle arcate cieche, ciascuna delle quali ne sottende due minori: gli spazi e i tempi di lettura sono scanditi attraverso questa suddivisione modulare.

In età barocca, l’archivolto del finestrone fu sfondato per far posto ad una monumentale finestra di profilo mistilineo, poi, negli anni Trenta del Novecento, eliminata e l’archivolto ripristinato.

Rimangono gli stipiti a doppio risalto, percorsi da un tralcio in cui coesistono pavoni, scimmie e figure umane disposte in maniera simmetrica rispetto all’apertura; due sfingi ai lati di un hom occupano lo spazio sottostante il davanzale e le mensole a forma di elefante sporgono dalla parete e sostengono le colonnine del baldacchino – terminanti con capitelli decorati da teste di ariete e grifi.

Tutte queste forme possono essere datate entro la fine dell’XI secolo, in stretto rapporto con la fabbrica di Canosa.

A metà del XII secolo, sulla torre si costruì un secondo piano ed una galleria esaforata

che dà sul corridoio esterno della facciata nord in corrispondenza dei matronei interni e che sormonta le arcate cieche, realizzata dividendo lo spazio fra transetto e torre in parti uguali. E’ per questo che lo spazio disegnato dalle esafore non risulta allineato agli archi sottostanti.

Sulla penultima arcata, al di sotto delle gallerie esaforate si ammira  il sontuoso “Portale dei Leoni” un complesso plastico-architettonico denso di figure intagliate nel marmo.

In alto a destra e a sinistra, due sculture di figure allegoriche sembrano reggere i terminali inferiori del grandioso arco: lo spazio è racchiuso col mietitore a sinistra, con la falce in mano e col vendemmiatore a destra.

Apparentemente a se stanti, creano un senso di congiunzione fra l’arco e le colonne sostenute dai leoni stilofori. I pezzi di pietra squadrati di entrambi i personaggi poggiano su capitelli con due palme incorniciate.

Da un punto di vista iconografico potrebbero raffigurare le celebrazioni delle due principali attività di sostentamento, insieme all’olio, diffuse in Terra di Puglia, il grano e il vino. Il loro lavoro paziente e calmo segna una pausa di serenità all’interno della composizione movimentata, scandita e affannosa del resto della scultura.

Gli stipiti contegono moltissimi elementi, analizzabili singolarmente da vicino: quello di sinistra, seppur con qualche dubbio interpretativo, dato dalla scarsa leggibilità causata dai danni delle intemperie, presenta il progredire dell’umanità nel sentiero della grazia lungo un tralcio di vite. Quello di destra, vede il ripetersi di alcuni simboli presenti nel precedente, con maggiore chiarezza ed evidenza.

L’ultima parte contiene una decorazione floreale terminante attorno al tralcio e due animali molto singolari ai suoi lati: guardano verso l’alto e presentano corpo umano, testa di toro ed una tunica. Probabilmente due minotauri, di cui quello di destra assale con una lancia quello di sinistra, che a sua volta si difende con uno scudo oblungo.

Sembra in essa simboleggiata la battaglia dell’anima contro il peccato.

Ai lati degli stipiti prendono vita due colonne sostenute da una coppia di leoni stilofori, dai corpi corti e tozzi, tutt’altro che pacifici: con uno sforzo che li fa girare verso la porta, si delinea il loro lungo collo serpentino – evidente personificazione demoniaca -, le fauci spalancate e gli artigli chiusi, a serrare un caprone – simbolo di espiazione dei peccati – quello di sinistra e un cinghiale – animale legato al Peccato Originale, alla carnalità e alla bestialità – quello di destra

che rispetto all’altro sembra più trionfante e soddisfatto della vittima che tiene rovesciata sotto le sue zampe.

Risalendo su, troviamo l’architrave, che ha al centro il terzo calice eucaristico doppiamente ansato, in cui si raccolgono le ramificazioni dei tralci di vite che salgono dagli stipiti.

Tutto il corso dei tralci crea un “mare” ideale, dove le foglie di vite e i grappoli costituiscono dei punti di sicurezza, cui le anime tendono per raggiungere la salvezza e il trionfo con Cristo (ovvero il Calice).

In questo fitto “mare”, occorrerà distinguere tra tutto ciò che viene rappresentato a destra del Calice, da tutto quello presente a sinistra:  centauri, figure umane, colombe, lepri, sagittari e leoni.

Al di sopra dell’architrave, c’è un secondo blocco architettonico-strutturale, il cui spazio viene scandito da colonnine tortili con capitelli simili a pigne, al cui interno troviamo coppie di uccelli; a questo elemento architettonico si lega una cornice semicircolare sottostante ad un archivolto bombato, ornato all’esterno semplicemente da grandi foglie di vite, mentre al suo interno (visibile solo se ci si avvicina, si sale sul primo gradino e si guarda in alto) abbiamo una moltitudine di animali reali e fantastici – arpia, lupo, drago e cervo

-, ciascuno incorniciato da due foglie di palma che si intrecciano in alto. La cornice semicircolare sottostante all’archivolto, detta “Cornice dei Cavalieri” è ornata da cavalieri al galoppo (forse Normanni), 4 a destra e 4 a sinistra ognuno diversamente armato con lance, spade e scudi, che convergono verso il centro dove è raffigurato un castello, dal quale partono altri soldati (due per lato) come a volerli contrastare; dai merli del castello un difensore suona un lungo corno mentre un altro chiama a raccolta il popolo, invitandolo al contrattacco.

Alcune fonti rimandano la scena alla leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda, altre ad una raffigurazione della Traslazione di San Nicola.

In basso, tutt’altro che trascurabile, c’è il blocchetto che sostiene lo stipite di sinistra.

Esso porta con sé, in caratteri onciali del XII secolo il nome dimezzato di BASI(lius)

potrebbe essere il nome dello scultore, cui si deve tutto il lavoro decorativo della porta, e qui sarebbe sepolto, in omaggio al suo genio.

Purtroppo a supporto di questa tesi non ci sono documenti decisivi, che ci facciano dire con certezza se esso è il nome dell’artista, oppure sia solo uno dei molti seppelliti lungo i muri della basilica (questi uomini appartenenti a quattro differenti classi sociali, venivano qui sepolti per motivi onorifici: i marinai traslatori, gli artisti che hanno lavorato alla fabbrica, benefattori e personaggi altolocati), o entrambe.

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