«Faragola siamo noi».

Recitava così l’accorato slogan che correva di bocca in bocca e rimbalzava sul web all’indomani del drammatico incendio che colpì nella notte tra il 6 e il 7 settembre 2017, il sito archeologico di Faragola, nei pressi di Ascoli Satriano. Un evento che scosse tutta la comunità scientifica, con un’ampia risonanza sia a livello nazionale che internazionale. L’incendio ha distrutto le strutture di copertura realizzate in legno e materiali leggeri tra il 2009 e il 2017 per la musealizzazione del sito, inaugurato solo un anno prima, che avrebbe dovuto essere completata con il terzo lotto dei lavori. Inoltre, sono state danneggiati pavimentazioni e mosaici, purtroppo sottoposti ad altissime temperature.

Gli scavi di Faragola avevano portato all’attenzione dei tour operator organizzati il territorio del nord della Puglia, in grado di proporre finalmente un’offerta turistica di qualità in ambito artistico e archeologico, mettendo insieme altre realtà, come i marmi policromi custoditi nel museo civico-diocesano di Ascoli Satriano, il sito di Herdonia nella vicina Ordona, l’insediamento di Canne della Battaglia a Barletta, giusto per citarne alcuni, sebbene ancora non del tutto messi in rete. Una sconfitta, dunque, anche per le prospettive economiche del territorio.
L’incendio è riuscito a distruggere ciò che anni di storia non era stato in grado di fare nonostante l’incuria cui il sito era stato soggetto per anni.

Ma com’era strutturato il sito prima che la barbarie dell’uomo lo sfregiasse?
Il sito di Faragola è posto a circa tre chilometri a sud-ovest di Ascoli Satriano nella fertile valle del Carapelle.

Sappiamo che il complesso edilizio fu edificato in una posizione strategica, a metà strada tra i due importanti centri abitati di Ausculum e Herdonia, in una zona ricca di acqua appunto, grazie alla presenza del fiume Carapelle e di numerose sorgenti.

Il sito eta noto da tempo, infatti era già stato segnalato nel corso delle ricognizioni archeologiche condotte agli inizi degli anni ’90 dall’Università di Bologna. In seguito sono state condotte indagini preliminari dal dott.

Francesco Paolo Maulucci della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, che hanno portato al vincolo dell’area, poi parzialmente acquistata dal Comune di Ascoli Satriano.

Nel luglio del 2003 aveva avuto inizio una campagna di scavi archeologici, preceduta da prospezioni geofisiche, sotto la direzione scientifica del prof. Giuliano Volpe dell’Università di Foggia, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e la Città di Ascoli Satriano.

I risultati conseguiti erano di grande interesse: in località Faragola era stato indagato un esteso ed articolato insediamento rurale di età romana e tardo antica, che si segnalava per le notevoli manifestazioni di lusso.

Erano stati parzialmente portati alla luce alcuni ambienti residenziali di una ricca villa, di cui era stata documentata soprattutto la fase tardo antica (IV-VI secolo d.C.), e in particolare un grande vano, identificabile verosimilmente con una cenatio estiva, dotato di una fontana decorata da un rilievo databile alla prima età imperiale con la raffigurazione di un personaggio femminile danzante e di un serpente e di un pavimento di lastre di marmo, tutte di reimpiego, arricchito dall’inserzione di lussuosi tappeti in opus sectile realizzati con lastrine di vari marmi colorati e di pasta vitrea.
A pochi metri da questa lussuosa sala da pranzo erano stati individuati altri vani del settore residenziale, pavimentati con pregevoli mosaici policromi a decorazione geometrica.
La villa risultava dotata anche di un settore artigianale: era stata trovata anche una fornace per la cottura di laterizi, parte di un più ampio gruppo di strutture produttive.

Si trattava di una scoperta di grande importanza per la conoscenza dell’organizzazione delle campagne non solo nel territorio di Ausculum ma dell’intera Puglia: infatti, pur essendo note numerose altre villae romane e tardo antiche nel territorio dauno, quella di Faragola si presentava come una delle più lussuose manifestazioni di questo tipo di edificio rurale finora note in Italia meridionale.

È evidente che la villa fosse appartenuta ad un personaggio di alto rango, proprietario di ampie tenute terriere nella zona, ad ulteriore dimostrazione della vitalità dell’economia agraria dell’Apulia in età tardo antica.

La presenza di numerosi materiali reimpiegati, (il rilievo figurato, le lastre di marmo, un’iscrizione funeraria di età augustea inserita nel pavimento della cenatio, ecc.) poneva il problema sia di una preesistenza nello stesso sito sia dell’individuazione di altri insediamenti e monumenti del territorio dai quali i materiali furono recuperati.
L’area indagata, pari ad una superficie di oltre 3000 m2, è parte di un complesso rurale molto più vasto, estremamente articolato e di grandi dimensioni per il quale si ipotizza un’estensione totale di circa tre ettari.
Il sito di Faragola fu occupato per molti secoli, con diverse modalità di vita.

Le ricerche archeologiche avevano finora consentito di ricostruire le seguenti fasi:
-Villaggio dauno (VI/V – IV/III a.C. circa)
-Fattoria romana (I a.C. – II d.C. circa)
-Villa tardo antica 1 (III – metà IV d.C. circa)
-Villa tardo antica 2 (fine IV – fine VI d.C. circa)
-Villaggio alto medievale (VII – IX d.C. circa)
-Uso agricolo (IX – XXI d.C.)

L’area, oggetto di frequentazione già prima della conquista romana della Daunia, fu interessata nel IV-III secolo a.C. dalla presenza di un abitato rurale, documentato da un lembo di un mosaico a ciottoli fluviali con motivi geometrici e dai resti di alcuni ambienti.
Alcune strutture murarie in opus incertum e vari reperti sono le uniche tracce della fase relativa all’età tardo-repubblicana e alla prima e media età imperiale, che fanno pensare all’esistenza di una fattoria o di una villa di modeste dimensioni.
Il primo impianto della residenza tardo antica, solo parzialmente portato alla luce, era costituito da un nucleo residenziale, individuato nella stessa area in cui successivamente verrà edificata la grande sala da pranzo (cenatio). Erano stati individuati un atrio, circondato su tutti i lati da un portico, e una serie di ambienti, tra i quali merita una particolare menzione un vano decorato con mosaico geometrico policromo con nodi di Salomone.
La villa avrebbe conosciuto il momento di massimo splendore nel V secolo, quando il settore residenziale e le terme furono oggetto di importanti interventi edilizi: sulle strutture preesistenti e sui resti degli edifici crollati probabilmente a seguito di terremoti, fu costruita una sontuosa sala da pranzo e le terme furono notevolmente ampliate ed abbellite. Le trasformazioni principali riguardarono il pavimento e la sistemazione di un tipo particolare di divano per banchetto (stibadium) in muratura, provvisto di una fontana.

Il pavimento, sovrapposto al precedente mosaico, fu realizzato con lastre di marmo di vario tipo e colore.

Particolare rilievo avevano tre tappeti in opus sectile, inseriti nella pavimentazione marmorea.

Questi erano caratterizzati dalla complessa combinazione di forme geometriche, dalla successione di cornici riccamente decorate e da elementi del repertorio vegetale.

L’elemento di maggior spicco della cenatio era costituito dallo stibadium, il divano in muratura per il banchetto, collocato in posizione dominante della sala.

Di forma semicircolare, aveva lo spazio centrale occupato da una vaschetta. Il rivestimento della struttura era costituito da lastre di marmo bianco e da ricercate decorazioni in opus sectile marmoreo, mosaico ed elementi scultorei figurati. Al di sopra della vasca, posta al centro del divano in muratura, era sistemata una mensa di marmo bianco molto pregiata e rara, caratterizzata dalla presenza di lobi circolari per l’alloggiamento dei piatti per il banchetto.

E’ molto probabile che l’acqua fuoriuscisse a cascata dalla vaschetta, andando a riempire la parte centrale della sala da pranzo, ribassata rispetto ai corridoi laterali, formando, con i tappeti in opus sectile, uno straordinario effetto scenografico grazie al gioco di riflessi che enfatizzava la cromia dei marmi, oltre a garantire una piacevole frescura durante i banchetti estivi.

Ad oggi, due anni dopo il rovinoso incendio, la situazione del sito di Faragola è ancora e scandalosamente, precaria. Tutto ciò che è scampato alle fiamme giace ancora sotto teli impermeabili i quali però non sono una copertura sufficiente a proteggere i marmi dal degrado e dall’incuria.

I risultati delle indagini avviate due anni fa sono ancora sconosciuti e poco e niente è stato fatto nel cercare di recuperare il salvabile.

Il comune di Ascoli Satriano ha sottoscritto il CIS per la Capitanata in prefettura che prevede il finanziamento di 3 milioni di euro per la rinascita di Faragola.

Il progetto definitivo dovrebbe essere approvato entro il 15 Dicembre. Ad oggi è possibile usufruire di un servizio realizzato dal LAD, il laboratorio di archeologia digitale nato nel 2005 presso il dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Foggia, il quale ha digitalizzato il sito di Faragola permettendone la visione in 3d dei vari ambienti.

 

SITOGRAFIA:

http://www.archeologiadigitale.it/progetti/3d/faragola/faragola.html

3.3
(9)

Quanto ti è piaciuto l'articolo?

Fai clic su una stella per votarla!

Media dei voti: 3.3 / 5. Totale: 9

Nessun voto finora! Sii il primo a votare questo post.