Vesperbild, che oggi accoglie il visitatore all’interno della prima sala nel Museo Civico della città di Rieti, proviene dalla chiesa mendicante di San Domenico, e si trova lì dalla fine dell’Ottocento.

Nel corso del XIV secolo si diffuse nell’Europa tedesca la rappresentazione di un nuovo soggetto iconografico: la Vesperbild.

La parola significa letteralmente “immagine del vespro”, e sta ad indicare quel tipo di prodotti artistici, in gesso, legno o terracotta, che rappresentano la Vergine seduta col Figlio morto disteso sul suo grembo.

Tale rappresentazione non è riconducibile ad alcun racconto sacro: non se ne trova traccia né nei Vangeli, né all’interno di testi apocrifi.

È semplicemente la rappresentazione di quello che potrebbe essere accaduto dopo la deposizione di Cristo dalla croce: niente di più umano, dunque, di una madre che prende fra le braccia il corpo esanime del figlio.

La Vesperbild permetteva di rivivere con immediatezza uno dei principali misteri della fede, concentrando l’attenzione sulla figura di Cristo che ora si fa umana.

Levesperbilder erano di varia qualità, dimensioni e materiali, eseguite sempre da anonimi artigiani, e destinatealla meditazione privata. Il gruppo scultoreo non esigeva, dunque, elevate qualità artistiche.

Questo tipo di scultura si diffuse anche nella nostra Penisola per il tramite delle regioni settentrionali. Dal Friuli giunsero apporti artistici innovativi diffusi poi nelle Marche, in Abruzzo e in Umbria. Mentre in Veneto si diffusero, nel Quattrocento,Vesperbilder di maestri provenienti da Salisburgo, nelle Marche e in Abruzzo fiorì una vera e propria scuola di maestri tedeschi a partire dal primo decennio del XV secolo.

Una prima classificazione del gruppo scultoreo si deve allo storico Passarge (1924), il quale definì la Vesperbild come un gruppo “diagonale a scala”: la Madonna che piange la morte di Cristo e quest’ultimo, esanime sulle gambe della Madre, con la testa abbandonata all’indietro.

La Vesperbild di San Domenico, citata dallo storico, archeologo e antropologo Antonio De Nino si avvicina ad esemplari dall’accento particolarmente patetico come quello del Duomo di Ascoli Piceno e, benché più rozzo, in Santa Maria extra-moenia ad Antrodoco.

Un altro studioso ad occuparsi della Vesperbild reatina fu lo storico dell’arte Körte.

Egli nel suo magistrale lavoro del 1937 operò una dettagliata classificazione delle Vesperbilder presenti sul territorio italiano: gli esempi migliori, a suo avviso, sono la Pietà di San Domenico a Gubbio e il gruppo scultoreo conservato nella Pinacoteca di Spello.

Fra gli esiti meno “aurei”, piuttosto provinciali e tardi, egli annovera Vesperbilder opera di maestranze locali e di epoca successiva ai primi due esempi.

La provenienza dalla chiesa di San Domenico conferma l’ipotesi del Körte, secondo il quale la maggior parte delle Vesperbilder italiane proviene da edifici chiesastici domenicani. Secondo lo studioso, inoltre, la Vesperbild reatina è opera di maestranze nordiche e non un’imitazione italiana.

La Pietà di San Domenico, oggi conservata presso il Museo Civico, secondo quanto riportano alcuni studiosi locali, doveva essere ubicata nella piccola nicchia sita a sinistra del portale d’ingresso

Realizzata con materiale duro e compatto – stucco duro – ma allo stesso tempo tenero, presenta il retro non rifinito, scavato probabilmente per alleggerirne il peso

La Vergine è raffigurata giovane, ha i tratti adolescenziali: volto paffuto e lineamenti delicati.

L’espressione è corrucciata: ella guarda dritto davanti a sé, ha lo sguardo addolorato e la fronte aggrottata. Indossa una veste blu, con stelle a rilievo, stretta in vita da una fascia identica alla bordura della veste. “Eccezionalmente la policromia è quella originaria: il manto e l’abito rosso” sono cromie risalenti al XV secolo.

Il capo è coperto da un velo, movimentato da fitte e morbide pieghe, il quale ricade intorno al volto incorniciandolo.

La Vergine ha perso la mano sinistra, mentre Cristo ha il braccio destro molto rovinato.

Disteso sulle gambe della Madonna, il Figlio ha il corpo irrigidito dalla morte: il ventre rientra all’interno, il costato è enfatizzato, il torace è prominente.

Sembra di vedere uno scheletro: le braccia sono esili e non c’è traccia di alcun muscolo.

Cristo è leggermente inclinato verso lo spettatore e mostra le sue ferite: appena sotto il pettorale sinistro, nel costato, si vede un taglio aperto grondante di sangue.

Ho proposto la metà del XV secolo proprio per il modo di modellare le vesti, ma anche in base al volto della Vergine: è così addolcito rispetto agli altri gruppi scultorei più antichi.

Rispetto alle Vesperbilder trecentesche, caratterizzate da una forte espressività, da volti grotteschi; nel gruppo scultoreo di San Domenico il pathos si fa più composto.

Anche la caratterizzazione dei personaggi si fa più realistica: basta guardare il realismo anatomico che caratterizza il corpo di Cristo.

I panneggi si fanno più fluidi: il perizoma del Deposto è fittamente panneggiato, il manto e la veste della Vergine ricadono in grovigli sinuosi.

Interessante dal punto di vista della cronologia è l’ampio e tondo scollo della Madonna il quale, aderendo al seno, ne mette in risalto la curva.

Alla luce di queste considerazioni bisognerà assegnare alla Vesperbild reatina una datazione abbastanza avanzata: intorno alla metà del secolo XV.

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