L’Emilia-Romagna porta con sé un enorme bagaglio storico e archeologico. Si tratta di un territorio piuttosto diversificato, che nasce dall’unione di due componenti altrettanto differenti: l’Emilia, entroterra pianeggiante e montuoso dove prendono vita centri rilevanti, e la Romagna, una costa che tende a nascondere ancora oggi i suoi molteplici segreti, ma che di sicuro possedeva un ruolo caratterizzante attraverso Ravenna, capitale dell’impero tardo romano, goto e successivamente bizantino.

Al Paleolitico Superiore (fra i 40000 e i 10000 anni fa ) risalgono le prime attestazioni, a questo periodo si datano le statuette del tipo “Veneri Preistoriche” ritrovate nel territorio di Modena e Reggio Emilia. Intorno al V millennio si sviluppa la cultura di Fiorano di origine settentrionale, e nella parte meridionale della regione nasce la civiltà “della ceramica impressa adriatica”.

Tuttavia, è nell’età del Bronzo medio che nascono i primi centri di particolare importanza. La zona occidentale di questa regione, infatti, è la patria natia delle “Terremare” o cultura terramare; il nome deriva dal dialetto emiliano, “terra marna”, dunque terra grassa e morbida, probabilmente alludeva anche alla sua fertilità, poiché il territorio si presentava sotto forma di basse collinette che si erano formate da villaggi abbandonati o incendiati. Gli ultimi scavi hanno dimostrato che si tratta di villaggi (esistenti ipoteticamente tra 1650-1170 a.C.) composti da un terrapieno ed un fossato, con case costruite come palafitte, ma senza la vicinanza a corsi d’acqua, affiancate tra di loro, piccole strade e pochi spazi aperti. Si tratta di una società di tipo partecipativo, anche se non si esclude la presenza di un élite. Un clamoroso esempio di civiltà terramaricola è la Terramare di Montale, oggi ricostruita in parte grazie ai metodi sperimentali all’interno del Parco archeologico della Terramara di Montale, in provincia di Modena. All’interno dello spazio aperto realizzato è possibile osservare la stratigrafia alta oltre tre metri messa in luce durante le campagne di scavo 1996-2001; inoltre, sono stati ricostruiti il terrapieno, munito di una palizzata per difendere il villaggio da attacchi esterni, e il fossato, di dimensioni più ridotte rispetto all’originale, il quale rappresentava una preziosa fonte idrica, oltre a fungere da barriera. Sono state ricostruite anche due abitazioni, esaminando le planimetrie di due testimonianze ritrovate.

Figura 1. Parco Archeologico e Museo all’aperto della Terramare di Montale (MO).

Intorno al 1200 a.C. si assiste ad una crisi delle Terremare, di cui le cause sono ancora sconosciute, l’ipotesi più comune è quella legata al cambiamento climatico, ma, anche se vera, non sembra poter essere l’unica causa di un cambiamento così drastico.  nel bolognese si diffonde la civiltà villanoviana (oggi è possibile visitare il MUV, Museo della civiltà Villanoviana, a Castenaso di Bologna). Successivamente, prenderà forma la civiltà etrusca, lasciandoci meravigliose testimonianze uniche al mondo, in parte conservate nel Museo Civico della città di Bologna (che proprio in questo periodo ci offre la possibilità di conoscere al meglio l’Etruria settentrionale con una vastissima mostra dedicata ai Rasna), in parte al Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto (dove sono esposti i ritrovamenti dei centri di Marzabotto, Verucchio e Sasso Marconi) e al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara (dove sono conservati gli straordinari reperti dell’antica città etrusca di Spina). Tuttavia, non si parla solo di musei tradizionali, ma di veri e propri siti archeologici di un intero centro urbano, esempio più clamoroso è Kainua.

Figura 2. Area archeologica di Marzabotto (BO).

Kainua, l’antico nome etrusco di Marzabotto (BO), è una vera propria città, con un rito di fondazione (documentato dal ritrovamento del cippo con decussis) e diverse fasi di occupazione (è possibile oggi diversificare tre periodi principali: Marzabotto I600 a.C. – 540 a.C., Marzabotto II 540 a.C. – 500 a.C., Marzabotto III 500 a.C. –350 a.C.I primi scavi risalgono all’800, quindi si trattava di campagne di scavo piuttosto celeri, poco attente al contesto storico; in un primo momento fu considerata una grande necropoli. In realtà si tratta di un impianto urbanistico rigoroso, articolato su quattro principali assi ortogonali, denominati plateiai; dall’incrocio si hanno otto grandi regiones, quartieri, all’interno delle quali vi sono le vie minori, stenopoi. Vi è poi un’acropoli, ad est del centro abitato, oggi in posizione collinare, all’interno della quale sono stati ritrovati diversi templi e persino l’altare dell’augure con il mundus, probabilmente il luogo dalquale il sacerdote ha tracciato i principali assi della futura città. Nella zona settentrionale dell’abitato vi sono le aree pubbliche di maggioranza, come i templi sacri di Tinia e di Uni, dove è stato possibile recuperare alcune iscrizioni etrusche legate alla vita politica e religiosa della comunità, tra cui il nome della città. Non lontano dal centro abitato, all’esterno delle mura, sono state ritrovate ben due necropoli, caratterizzate da sepolture a cassone con lastre di pietra e segnacoli funerari conici. Intorno al IV secolo l’Etruria padana fu invasa dai Celti, i quali occuparono anche Kainua, che divenne un presidio militare per il controllo della Valle del Reno. Infine, nel II sec. d.C., il territorio divenne dominio romano, ma a Marzabotto è solamente attestata la presenza romana in una villa, nota anche come fattoria romana, dunque probabilmente ebbe un ruolo marginale.

Tuttavia, diversi sono gli esempi di occupazione romana in Emilia. Tra i più noti abbiamo Veleia Romana, nel piacentino, fondata nel 158 a.C. e scoperta nel XVIII secolo. Si tratta di un fiorente municipio romano nella Valle del fiume Chero. In questo luogo è stata ritrovata la più grande iscrizione in bronzo appartenente al mondo romano, la Tabula Alimentaria Traianea che contiene una legge secondo la quale si assegnava un prestito a basso interesse degli agricoltori che si impegnavano a mantenere dei fanciulli. Veleia era molto frequentata per le sue terme derivate da acque bromoiodiche, di cui si possono ammirare calidarium e tepidarium, del frigidarium si conserva solo una nicchia. È ben visibile il Foro, con una piazza lastricata caratterizzata dall’iscrizione a Lucio Lucilio Prisco e un cippo di calcare rosa dedicato ad Augusto, la basilica, le tabernae e i portici.

Figura 3. Antiquarium di Veleia (PC).

Nondimeno, come già citata prima, ebbe un ruolo primario Ravenna, che divenne capitale dell’Impero Romano d’Occidente nel 402 d.C.  per decisione di Onorio poiché era più vicina all’Oriente, dunque una scelta strategica. Oggi la città offre moltissimi siti archeologici e raccolte museali, facilmente raggiungibili grazie all’ottima organizzazione. Uno tra tutti è l’antico porto militare di Classe, che Augusto si fece costruire nel 27 a.C. per il controllo del Mediterraneo orientale. A causa del territorio paludoso, la zona di Classe venne abbandonata, ma il porto riprese vita nel V secolo d.C., quando la città si elevò di rango.

Figura 4. Parco Archeologico di Classe (RA).

Simbolo dell’occupazione romana ravennate sono anche le mura, che hanno subito diverse sopraelevazioni, ma sono ben visibili poiché caratterizzate da mattoni larghi e non molto spessi. Si sono conservate anche diverse domus, tra cui la “Domus del Triclinio”, che risale al II-III secolo a.C., ricostruita all’interno della Chiesa di San Nicolò ricreando un triclinio romano corredato di suppellettili.

 

SITOGRAFIA:

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Govi, Marzabotto, una città etrusca, Bologna, 2007.
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