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A cura di Simone Rivara

Introduzione: gli scavi della chiesa di Santo Stefano

A 380 m.s.l.m. vicino alla località Santo Stefano ad Isola del Cantone (Ge), sulla riva destra del torrente Scrivia, i lacerti di un’antica chiesa riportano indietro nel tempo, ad una quotidianità lontana dai grandi avvenimenti del passato, fatta dai gesti semplici di una comunità “ingenua”, fortemente religiosa, che credeva nelle superstizioni ed esercitava con grande facilità il pregiudizio. L’articolo che segue tratterà della ricerca che è stata effettuata intorno ai resti della chiesa di S. Stefano e agli eventi ad essa collegati e ha l’obiettivo di stimolare il lettore a formulare ipotesi e, perché no, fantasie romantiche.

Nel 1986 i volontari del centro culturale di Isola del Cantone, dopo aver collaborato ai lavori propedeutici al restauro del castello della Pietra, effettuarono il disboscamento dell’area e la pulizia del sito, riportando alla luce la struttura planimetrica dell’edificio, per un’altezza di 1-1,5 m. Al termine il Comune avviò alcuni lavori di consolidamento mediante l’utilizzo di cemento, che se da un lato ha garantito l’integrità del manufatto, dall’altro ha reso difficile la rilevazione stratigrafica dell’alzato. La chiesa risale probabilmente al X secolo d.C., o comunque da prima dell’arrivo dei frati benedettini a Isola del Cantone (intorno all’anno Mille). Poche sono le testimonianze che emergono dalle carte d’archivio, come ad esempio le visite pastorali da parte dei vescovi di Tortona, la prima nel maggio del 1645. Stefano Costa, parroco di Isola del Cantone, nel 1913 scrive: “…la cappella è deterioratissima e minaccia imminente rovina. Vi si ammira ancora buona parte dell’antico affresco rappresentante Santo Stefano Protomartire in mezzo a S. Giovanni Battista e S. Lorenzo. La pittura semplice, aggraziata, ieratica, e con un certo qual sapore di bizantino arieggia lo stile dei primitivi; forse risale al trecento…” La costruzione, i cui resti ci appaiono oggi nella sua ricostruzione di età moderna, ha l’abside che punta verso est, e lo stesso è leggermente fuori asse verso destra, come voleva l’iconografia cristiana, che considerava l’abside metafora del capo reclinato di Cristo in croce.

Gli scavi

Dal 2014 l’università di Torino ha effettuato varie indagini archeologiche nel sito, che rientrano nel progetto “Archeologia medievale in alta Valle Scrivia”, avviando varie campagne di scavo. Le prime due (2014-2015) condotte su un’area di 150 mq, sono state indirizzate alla scoperta della planimetria del sito e alla conoscenza dello scopo dell’edificio e dell’epoca in cui era stato costruito. Le indagini, che hanno riportato alla luce il perimetro della navata (prima emergeva solo l’abside) e consentito di recuperare materiale residuale di età romana, testimoniando così una antichissima frequentazione del sito, hanno consentito di distinguere ben sei fasi costruttive della chiesa di Santo Stefano, succedutesi tra l’XI e il XVIII secolo. I resti visibili sono tracce dell’ultima fase, detta di età moderna, le altre fasi si conservano solo a livello di fondazione e consentono una lettura parziale degli assetti planimetrici più antichi. La prima fase edilizia è attestata solamente da due lacerti di abside (3 m diametro), rinvenuti nella zona presbiteriale, legati insieme con malta friabile, comunque intaccati dalla costruzione di un’abside più recente, cioè della seconda fase (XII sec.) di cui sono stati riconosciuti alcuni blocchetti di calcare sbozzati, legati da malta poco tenace. Di questa seconda fase sono presenti anche alcune tracce nella navata e si conosce l’esatta larghezza esterna: 6.6 m. Nel XIII secolo la ristrutturazione della chiesa di Santo Stefano comportò il generale riassetto planimetrico della navata. La metodologia costruttiva di questa fase è riconducibile a maestranze Antelamiche (provenienti dalle regioni dei laghi, molto attive a Genova in quel secolo) ed è riscontrabile solamente alla muratura del catino absidale che testimonia l’impiego di blocchi di calcare marnoso squadrati e spianati sulla faccia a vista, disposti in corsi regolari. Il resto della struttura si conserva a livello di fondazione ma fornisce indicazioni specifiche sul suo sviluppo planimetrico (11×6.5). A questa fase è inoltre riconducibile il pavimento in lastre di pietra rinvenuto in parte nella porzione occidentale della navata. La quarta fase è verosimilmente riconducibile tra il XIV e il XV secolo e vide una importante modifica della navata che portò l’edificio a mutare le sue dimensioni (12.1 in lunghezza, 5.9 in larghezza), in questa fase la chiesa di Santo Stefano fu dotata di ingresso sul lato settentrionale e di murature realizzate con elementi litici, solo in parte sbozzati o di reimpiego, disposti in corsi abbastanza regolari e legati da malta friabile. La fase successiva, XVI, è caratterizzata dall’apertura di un nuovo ingresso sul lato occidentale. Durante l’ultima fase costruttiva (XVII, XVIII sec.), vista anche la progressiva perdita di importanza della chiesa (che fu abbandonata dal XX secolo), la struttura venne notevolmente ridotta (6.1 lunghezza, 5.9 larghezza) demolendo la parte occidentale della navata; l’edificio venne anche dotato di pavimento in elementi litici disposti in fasce regolari e di un altare in pietra con basamento in laterizi.

Le sepolture della chiesa di Santo Stefano

La campagna di scavo ha portato alla luce l’area cimiteriale della chiesa di Santo Stefano, con 116 sepolture che risultano realizzate principalmente in fosse terragne, in nuda terra, solo in rari casi fu utilizzata una cassa lignea. Fanno eccezione due sepolture: una, relativa alla prima fase, con struttura perimetrale in forma ovale di ciottoli fluviali predisposti a secco; l’altra, riconducibile alla prima o alla seconda fase, in muratura, di forma rettangolare, realizzata in blocchetti di calcarenite squadrati, disposti in corsi regolari, legati da malta. Al suo interno la tomba risulta sagomata in modo da accogliere le spoglie del defunto. Quest’ultima sepoltura fu sicuramente dedicata ad un personaggio privilegiato. La maggior parte delle sepolture fu orientata secondo l’asse est-ovest, con il cranio ad ovest, ad eccezione di due che recavano il capo ad est, mentre solo una sepoltura (di cui parleremo più approfonditamente in seguito) era orientata diversamente. Undici sepolture hanno, all’interno della fossa, alcune pietre o lastre litiche sistemate verticalmente in corrispondenza del lato corto dove è posizionato il cranio. È noto come la lettura in sito dei resti scheletrici sia di grande importanza, in quanto rappresentano l’unica testimonianza per la comprensione del rito funebre, che ruota appunto intorno alla salma. Il recupero dei resti scheletrici è stato preceduto da rilievi di carattere morfologico e metrico allo scopo di determinare genere, età biologica della morte e statura. I risultati di laboratorio hanno accertato la presenza di individui di entrambi i sessi, in egual misura, di tutte le fasce di età. È rilevante la presenza di soggetti in fase di sviluppo (36%), mentre gli adulti sono maggiormente rappresentati da soggetti di età compresa tra i venticinque e i cinquant’anni.

Sepoltura anomala

Tra tutte le sepolture trovate, una risulta anomala. Per sepoltura anomala si intende una sepoltura in cui il corpo è stato deposto in maniera differente rispetto alla normalità del rito funebre con il quale venivano deposti gli altri corpi della comunità di appartenenza; in questo caso la sepoltura “normale” consisteva in una sepoltura in nuda terra con il corpo posizionato sull’asse est-ovest, con il corpo supino e il capo rivolto a ovest. Davanti ad una sepoltura anomala è primario interrogarsi sul perché questa persona sia stata sepolta diversamente. Lo stile di vita o le circostanze di morte hanno probabilmente influito, si potrebbe trattare di una persona ai margini della società, insana di mente, fisicamente deforme, affetta da malattie incomprese o epidemie; ma le cause possono essere anche immoralità, scomunica, eresia o criminalità. Anche le cause di morte potrebbero aver influito, ad esempio si potrebbe trattare di un suicida o un criminale giustiziato. Spesso le sepolture anomale sono un segno di disprezzo verso il defunto, ritenuto una figura negativa dalla comunità. Le azioni praticate sul defunto comprendono amputazione degli arti, decapitazione oppure possono presentare oggetti (punte in legno o ferro) conficcati nel corpo. Questi trattamenti atipici sono associati alla paura dei morti (necrofilia) o al vampirismo. Nel nostro caso sono numerosi i motivi che ci spingono ad attribuire il termine “anomala” alla sepoltura in esame (denominata “la strega” o sepoltura 13): si presenta come una fossa terragna lunga solo 1.40 m (piuttosto corta se destinata ad un adulto), con orientamento nord-sud, il capo a nord. Un’altra anomalia è la posizione in cui il defunto è stato ritrovato: il corpo in posizione prona, il braccio destro alzato, flesso sotto il mento; il braccio sinistro è piegato sotto il corpo, con il palmo rivolto in alto; le gambe sono flesse all’indietro. Si può supporre vi siano state frettolosità e intenzionalità nel realizzarla, probabilmente per rimarcare la condizione di emarginazione sociale vissuta dalla donna (verosimilmente portatrice di un qualche handicap fisico o mentale). L’analisi antropologica ha permesso l’identificazione del soggetto per mezzo della morfologia del bacino e della mandibola: si tratta di una donna, con età stimata tra i quaranta e i quarantacinque anni, altezza 153 cm, di struttura fisica gracile. È stata osservata una notevole usura dei denti e della mandibola, dovuta probabilmente a intensi fenomeni di bruxismo. Per quanto riguarda le patologie, è stata riscontrata una lieve forma di anemia aspecifica evidenziata dall’analisi scheletrica. Questa sepoltura risulta l’unica ad essere stata effettuata fuori dalla chiesa. Sulla natura della sepoltura, comunque, rimangono notevoli dubbi e incertezze, che potranno essere colmati solo dal ritrovamento di altre sepolture anomale nelle zone limitrofe.

 

Per ulteriori immagini del sito di S.Stefano invito a visionare le riprese fatte con il drone, presenti nell’IGtv di Storiarte

 

Bibliografia

PEDEMONTE Sergio, Per una storia del Comune di Isola del Cantone, Grafiche G7, Savignone (GE), 2012;

DE SANTIS Henry, I ruderi della chiesa di Santo Stefano a Isola del Cantone, atti del XV seminario di archeoastronomia, Genova, 13-14 Aprile 2013;

DE VINGO Paolo, CINTI Alessandra, Isola del Cantone (GE): Sepoltura prona nel contesto cimiteriale della chiesa di Santo Stefano, 2017.

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