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A cura di Giovanni d’Introno

 

La Basilica di San Nicola a Bari: interno

L’interno (fig. 12) della basilica di San Nicola è stato privato di gran parte degli arredi seicenteschi e settecenteschi che ricoprivano le superfici durante i restauri in stile che si tennero nel XXI secolo, finalizzati a rimuovere tutti quegli interventi successivi alla costruzione della Basilica, affinché si potesse far emergere l’antico splendore del bianco romanico.

Fig. 12.

La chiesa è a croce latina e divisa, come già detto, in tre navate. Tutte e tre terminano con un ‘abside e sono tagliate orizzontalmente dal transetto sporgente. La navata centrale è attraversata da tre arcate (fig.13), successive all’edificazione della chiesa: l’iniziativa della loro costruzione infatti fu una conseguenza del terremoto del 1456, quindi con la funzione di conferire maggiore stabilità al complesso murario. La prima fu finanziata grazie alle offerte dei fedeli, la seconda invece fu un dono di Ludovico il Moro (è possibile vedere lo stemma con il biscione degli Sforza) che ottenne il ducato di Bari, mentre la terza fu costruita grazie alla famiglia Orsini del Balzo (anche in questo caso è presente lo stemma). Il soffitto della navata centrale e del transetto a capriate è coperto da una splendida carpenteria lignea dorata nella quale sono incastonate una serie di tele realizzate dal pittore Carlo Rosa (1613-1678). Questi nel 1661 ricevette la commissione dal priore Giovanni Montero, con il finanziamento di Gaspare Brancamonte, conte di Penoranda. L’opera in legno dorato che accoglie le tele invece fu eseguita dagli intagliatori Michele Maurizio di Napoli e da Catarino Casavecchia di Matera.

Fig. 13.

Nel transetto centrale la carpenteria ottagonale incornicia il Paradiso (fig.14), con al centro Dio, circondato dalle varie figure che fanno parte della rosa dei beati, disposte nelle altre tele. Nel transetto di destra e sinistra invece, appaiono alcune scene che vedono San Nicola protagonista, come S. Nicola che, passando da Bari, profetizza: Qui riposeranno le mie ossa, La leggenda dei due asinelli, La visita al papa Silvestro, La colonna spinta nel Tevere, La rimunerazione dei contadini di Calista, presso Rodi*.

Fig. 14.

Nella navata centrale (fig. 15) vi sono altri riquadri inerenti la figura di San Nicola, tra cui la rappresentazione del giovane Adeodato salvato dal santo dalla schiavitù presso l’emiro a Creta; nel secondo riquadro invece il santo salva dei marinai da un cetaceo e infine il terzo ricorda la presunta presenza di San Nicola al concilio di Nicea.

Fig. 15.

Tra le opere di maggior valore in questa navata vi è il prezioso pulpito seicentesco (1650 ca) in legno dorato, che prese il posto di quello del XIV secolo; fu realizzato da Alfonso Ferrante ed è composto da una serie di tavolette dipinte raffiguranti santi ( San Vito, San Domenico, San Nicola, l’Immacolata Concezione, Sant’Antonio, San Cristoforo e San Leonardo), ciascuna intervallata da una coppia di colonnine (fig.16).

Fig. 16.

Sulla navata si affaccia il matroneo con una serie di trifore dotate di colonnine realizzate alcune con materiali di spoglio del palazzo del catapano, altre probabilmente di mano del Maestro della cattedra dell’abate Elia.

In controfacciata vi sono due cappelle gentilizie risparmiate dai restauri del Novecento: la prima è dedicata a Domenico Giacomo Bongiovanni, maestro di Bonasforza, su cui appare un’epigrafe:“ Il signor Giacomo Bongiovanni, canonico di questa Chie­sa insigne, prefetto della scuola di S. Girolamo, affinché le sue ossa e il ricordo di lui siano custoditi sino al giorno del giudizio, essendo ancora tra i vivi nell’anno del Signore 1510, ordinò di costruire questo sarcofago”*  e un affresco raffigurante San Girolamo, attribuito o a Gentile Bellini, in base a quei rapporti che vi erano tra la Puglia e il Veneto, o ad alcune maestranze appartenenti alla scuola di Costantino da Monopoli; mentre l’altra cappella è dedicata a San Filippo Arginione, patrocinata dalla famiglia della Marra.

Nella navata di sinistra vi sono la statua settecentesca del santo, che in occasione della festa patronale che commemora l’arrivo delle reliquie a Bari viene portata in mare a bordo di una barca e, in quella che era la cappella di San Martino, si trova il Trittico dell’artista Andrea Rizo da Candia, risalente al 1451: la tavola, di gusto squisitamente bizantino, ospita al centro la Madonna della Passione con Gesù che fissa un angelo alla sua sinistra che gli rivela il suo destino, mentre alla destra un altro angelo reca nelle mani i chiodi e il vasetto degli unguenti, gli attributi della Passione. Nella sezione alla destra della Madonna vi è l’immagine di San Giovanni Evangelista, mentre in quella di sinistra San Nicola.

Giungendo nell’area presbiteriale, caratterizzata da una preziosa pavimentazione musiva, si possono ammirare alcuni arredi di ottima fattura, come il ciborio (fig.17) dei primi anni del XII secolo, realizzato sotto l’egida del nuovo vescovo Eustazio, successore di Elia. Quest’opera in pietra è ornata con elementi vegetali, di reminiscenza bizantina, con animali, tra cui un ariete il cui valore simbolico è di difficile interpretazione, e alcuni angeli. La cattedra dell’abate Elia (fig.18) fu fatta realizzare nel 1098 su commissione dell’abate Elia, ormai arcivescovo di Bari, in occasione della visita di papa Urbano II alla città per il concilio che vi si sarebbe tenuto. L’artista di quest’opera viene solitamente denominato il “Maestro della Cattedra dell’abate Elia”, essendo anche autore di altre opere scultore, tra cui alcuni pezzi erranti oggi custoditi nella pinacoteca di Bari, come un capitello a stampella che ripresenta il motivo dei telamoni. Opera straordinaria in marmo, la cattedra è composta da due parti: quella superiore comprende i due braccioli e lo schienale traforato triangolare, su cui sono scolpiti una serie di animali, decorazioni vegetali e a girali, con un richiamo sia allo stile bizantino sia a quello classico; le due parti sono divise da una fascia su cui corre la seguente incisione: “Inclitus atque bonus se­det hac in sede patronus presul barinus Helias et canusinus (Su questo trono siede l’inclito e buon patrono Elia, vescovo di Bari e di Canosa)”. Quest’ultima fu forse voluta dal vescovo Eustazio nel 1105 per onorare il suo predecessore, Elia appunto; c’è chi invece, come la Belli D’Elia, che tende ad attribuire quest’opera al XII secolo, precisamente al 1150.Quella inferiore (fig.19) invece presenta nella parte frontale le sculture di due mori ai lati e un crociato pellegrino al centro, nella parte retrostante invece due leonesse che azzannano due infedeli. È da notare la strabiliante resa realistica dei volti dei due telamoni da cui trapela tutta la sofferenza dello sforzo e della veste del fedele al centro, e la plasticità delle forme.

Alle spalle della cattedra vi è il mausoleo di Bona Sforza, regina di Polonia e duchessa di Bari (fig.20).

Fig. 20.

Questa morì nel 1559 e fu sepolta nella Cattedrale di Bari, ma nel 1589 la figlia Anna volle che il corpo fosse trasferito nella Basilica, perciò fu necessaria la costruzione di un monumento disposto ad accogliere i resti della sovrana. Si occupò del progetto il polacco Tommaso Treter, mentre gli esecutori furono tre scultori formatisi sull’operato di Michelangelo: Andrea Sarti di Carrara, Francesco Zagarella di Narni e Francesco Bernucci.

L’opera in marmo bianco e nero si rifà alla tomba di papa Sisto V nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma e alle tombe medicee di Firenze. Al centro vi è la statua della defunta regina inginocchiata in preghiera sulla tomba, sulla quale è incisa in latino la seguente epigrafe:

“A Dio Ottimo Massimo. In memoria di Bona, regina di Polonia, – moglie dilettissima di Sigismondo I, potentissimo re di Polonia, granduca di Lituania, Russia, Prussia, Masovia e Samogizia, – duchessa di Bari, principessa di Rossano, la quale, figlia di Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, e di Isabella d’Aragona, illustrò con le sue altissime doti lo splendore della stirpe di Alfonso II re di Napoli nonché la dignità della regia Maestà, questo monumento della pietà pose per la madre amatissima Anna Jagiellona, regina di Polonia, moglie di Stefano I, dopo aver sepolto i re, suo padre, suo fratello e suo marito, e le tre sorelle, fornendo anche la dote per messe perpetue di suffragio nell’anno del Signore 1593. Visse 65 anni, sette mesi e dieci giorni”*.

La statua di Bona Sforza orante è affiancata da San Nicola e da San Stanislao, mentre nella parte inferiore del mausoleo ci sono due figure femminili nude, rispettivamente l’una allegoria della Polonia con lo stemma degli Iagelloni (la dinastia a cui apparteneva Sigismondo I, sovrano della Polonia e marito di Bona Sforza), l’altra allegoria della città di Bari con  lo stemma bipartito.

Nel lato destro del transetto vi sono altre importanti testimonianze artistiche: primeggia l’eccentrico altare barocco d’argento (fig.21), opera del 1684 per mano dei napoletani Domenico Marinelli e Ennio Avitabile, che lo realizzarono fondendo l’altare del XIV secolo che fu donato dallo zar di Serbia Stefano Uros II Multin, e ancora, la parete dell’abside della navata destra conserva affreschi (fig.22) del Trecento di Giovanni da Taranto, in cui è rappresentata una Crocifissione con i canonici testimoni maggiori, con l’aggiunta di S. Martino di Tours e di S. Ludovico da Tolosa.

Nel transetto di sinistra è collocata una maestosa tavola dipinta realizzata nel 1476 dall’artista muranese Bartolomeo Vivarini (fig.23), su commissione del veneziano Ludovico Cancho. In essa, originariamente collocata nella cappella di San Martino, è rappresentata una Sacra Conversazione circondata da una struttura muraria con la Madonna seduta su un trono sopraelevato su due gradini, su cui è posta la firma dell’artista, sul cui ginocchio si erge in piedi il Bambino in gesto benedicente. Alla destra della Vergine sono presenti San Ludovico da Tolosa, con l’abito francescano sormontato dal piviale vescovile, sulla testa la mitra e in mano il pastorale, e San Giacomo, recante in mano il bastone del pellegrino con la conchiglia; a sinistra invece vi sono San Nicola con le tre sfere d’oro, e un santo la cui identificazione è ancora incerta, ma solitamente considerato come san Pietro. Nella raffigurazione di questi quattro santi si è voluta vedere “la dislocazione dei relativi luoghi santi di riferimento all’interno della mappa devozionale del pellegrinaggio” (1): San Giacomo, Santiago de Compostela in Spagna; San Ludovico da Tolosa, la via Tolosana in Francia, San Pietro a Roma e San Nicola a Bari. Nella cimasa è rappresentata un’Imago Pietatis, con Cristo in pietà, con San Francesco a sinistra e San Gregorio Magno (fig.24)

E’ possibile mettere a confronto alcune figure di quest’opera con quelle di altre opere uscite dalla florida bottega dei Vivarini: si notano per esempio alcune affinità tra i tratti fisionomici e la veste del San Nicola della tavola della Basilica (fig.25), con la figura del santo del polittico di Altamura del 1486, custodito nella Pinacoteca di Bari o il San Francesco con quello nel Polittico smembrato di Andria degli anni Settanta del ‘400 (fig.26).

Fig. 26.

 

 

 

 

Note

(1) Pag. 10, L. Patruno, “Bari, la città di San Nicola”, Mario Adda Editore, Bari, 1999

* epigrafi e titoli dei dipinti presi dal sito http://www.basilicasannicola.it/

 

Bibliografia

Nahum, Grande libro dei Santi, Rusconi Libri, Cina, 2012

e M. Mongiello, “Bari. Basilica di San Nicola”, Mario Adda Editore, Bari, 2006

M.G. Fachechi-M. Castiñeiras. Il tempo sulla pietra. La raffigurazione dei mesi nella scultura medievale, Roma 20\9

Patruno, “Bari, la città di San Nicola”, Mario Adda Editore, Bari, 1999.

 

Sitografia

http://www.basilicasannicola.it/

https://www.treccani.it/enciclopedia/santo-nicola_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/

https://www.academia.edu/40841393/Esempi_di_pittura_veneta_nell_Italia_meridionale_Una_Sacra_Conversazione_di_Bartolomeo_Vivarini_nella_basilica_pontificia_di_San_Nicola_a_Bari

https://arengario.net/momenti/momenti47.html

Basilica di San Nicola

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