Santa Maria ad Cryptas

La chiesa di Santa Maria ad Cryptas si trova a circa un chilometro dal paese di Fossa, in provincia dell'Aquila, e a qualche chilometro dall'abbazia di Santo Spirito ad Ocre, di cui fu dipendenza per un certo periodo. Essa rappresenta uno dei più begli esempi di architettura duecentesca. Le sue origini però sono più antiche e alcuni studiosi hanno sostenuto che essa nacque come un tempio romano-bizantino nel IX o nel X secolo d.C. che trova il suo elemento caratteristico nella presenza dell'ipogeo o cripta. Su questa struttura, circa quattro secoli dopo, venne eretto l'edificio religioso secondo lo stile gotico-cistercense, ad opera di maestranze benedettine.
La chiesa è dotata di due facciate: quella principale sul lato ovest e quella posteriore sul lato opposto. La facciata, sul lato ovest, è molto semplice con struttura a capanna; il prolungamento sul lato sinistro è l'effetto dell'aggiunta di rinforzo. Nel complesso molto lineare, il prospetto si caratterizza e si arricchisce grazie al portale a sesto acuto al di sopra del quale è una grande finestra rettangolare. Il portale è costituito da due pilastri a fascio rivestiti sui lati da colonnine alte e sottili a forma cilindrica poggianti su basi e culminanti in capitelli decorati a piccolo rilievo con rosoncini, fiori e palme. Due leoni sono adagiati sui capitelli (quello di destra manca) ed un terzo è sul culmine dell'archivolto. Nella lunetta doveva essere in origine un affresco ormai corroso dal tempo. La finestra che sormonta il portale risulta sproporzionata e stonata rispetto alla facciata. Certamente non si tratta dell'apertura originale che è stata sostituita in secoli più recenti.
La facciata posteriore ha un frontone triangolare e due aperture, una lunga e stretta a doppia strombatura in basso, ed una piccola quadrata in alto. I lati della chiesa presentano ciascuno due finestre a doppia strombatura, lunghe e strette, che mantengono l'originario stile borgognone. 
La chiesa è ad una sola navata di forma rettangolare con il presbiterio quadrato. La navata termina con un grande arco a sesto acuto sorretto da pilastri che immette nel presbiterio. Rialzata su tre gradini, di forma quadrata, la zona absidale è coperta da una volta a crociera divisa da quattro costoloni poggianti su altrettante colonnine cilindriche poste agli angoli dell'abside.
Le pareti laterali sono divise da lesene in tre campate; in quella di sinistra una delle lesene è sostituita da una semicolonna classica poggiante su base attica.
La copertura è in capriate in legno ma in origine è probabile che fosse in muratura. A testimoniarlo stanno gli accenni di archi e i pilastri di sostegno per gli archi che fanno supporre l'avvio di una volta a botte sestacuta simile a quella di San Pellegrino a Bominaco.
Al termine della navata, proprio sotto l'arco trionfale, si apre una gradinata di grossi mattoni che porta alla cripta sottostante; di piccole dimensioni (3x3,60 m) essa contiene un altare costituito da una mensa di pietra poggiata su un troncone di colonna ed un frammento di affresco raffigurante la Crocifissione. Questo spazio è tipico dell'architettura romanico-bizantina a cui la chiesa si ricollega per le sue origini. 
L'interno è completamente affrescato e queste pitture costituiscono il massimo pregio della costruzione.
Il grande ciclo di affreschi della chiesa di Santa Maria ad Cryptas presso Fossa appartiene al grande filone di cicli pittorici del Duecento abruzzese che comprende quello dell'oratorio di San Pellegrino a Bominaco, quello di San Tommaso a Caramanico e parte dei dipinti di Santa Maria di Ronzano. Esso è datato agli ultimi anni del Duecento e probabilmente tra il 1264 e il 1283. Gli affreschi ricoprono gran parte della chiesa dall'arco trionfale, al presbiterio, all'abside, alle pareti laterali ed infine alla controfacciata. L'intero ciclo presenta una varietà di temi più ampia rispetto a quello di Bominaco e si basa sull'accostamento delle scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. La vastità dell'affresco e la presenza di diverse mani nelle pitture fanno pensare ad un cantiere di lavori sotto un univo direttore. Il carattere unitario del ciclo scaturisce dalla direzione unica del direttore ma anche dalle affinità, sul piano della formazione e delle scelte, che legano i diversi pittori che vi lavorarono. L'intero ciclo risente della cultura bizantina soprattutto nelle scelte iconografiche. Un elemento innovativo nella resa iconografica è il carattere realistico con cui vengono ritratte le figure, in rottura con l'atmosfera drammatica e favolistica di altre narrazioni. Il realismo del ciclo di Fossa diventa un elemento di caratterizzazione e distinzione rispetto a quello di Bominaco.
La chiesa al momento non è visitabile per lavori in corso post sisma 2009.

Sitografia:

Regione Abruzzo/cultura

<h3><strong>GALLERIA FOTOGRAFICA</strong></h3>

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TORTORA E I SUOI PORTALI MISTERIOSI

A cura di Felicia Villella

Introduzione

Tortora è il primo paese nord-occidentale della Calabria, vanta una notevole vista sul Mar Tirreno e possiede una posizione geografica strategica grazie al confine con la Basilicata. Il territorio rientra nel territorio del Parco Nazionale del Pollino ed è suddiviso in tre realtà, il centro storico, le frazioni montane e la zona marina, sostanzialmente il paese si estende lungo il Golfo di Policastro, fino ad arrivare a Laino Borgo. 

Da un punto di vista storico, il territorio è stato soggetto alla presenza dell’uomo già dal Paleolitico inferiore, come attestano i numerosi reperti rinvenuti nella zona nota come il Rosaneto risalenti a circa centocinquantamila anni fa. Dal VI al IV secolo a.C., Tortora, meglio nota con il nome di Blanda, fu in seguito abitata dagli Enotri, un popolo preromano. 

L’attuale denominazione del paese è successiva e deriva dalla cospicua presenza dell’omonimo volatile nella zona, che ne ha fatto il simbolo principale dello stemma araldico comunale.

I portali di Tortora

Il centro storico vanta una ricca collezione di portali lapidei, a partire dal più misterioso appartenente alla Cappella del Purgatorio, una costruzione di modeste dimensioni risalente al 1200 circa il cui impianto originario è costituito da un’unica navata quadrata di 8mt circa di lato e da una piccola abside posta di fronte l’ingresso.  Sormontata da un tavolato ligneo dipinto raffigurante le anime del Purgatorio, la navata conduce alla zona presbiteriale ed è separata da essa da un arco a tutto sesto. La facciata, presenta un unico ingresso incorniciato da un mirabile e laborioso portale scolpito con raffigurazioni esoteriche, una nicchia sovrastante lo stesso e due aperture laterali, il tutto capeggiato da un campanile a vista. 

Il portale, del 1688 che con il portone ligneo rappresenta l’unico esempio di arte basiliano-calabrese si presenta come un arco a tutto sesto, la cui parte superiore poggia su due pilastri dalla forma squadrata e nell’insieme rappresentano la volta celeste. I pilasti culminano in due capitelli decorati da un quadrifoglio e una figura animalesca, adagiati su due piedritti, mentre alla base sono scolpiti due leoni accovacciati, a guardia dell’ingresso.

Un ulteriore portale è quello di Palazzo Feudale, che si presenta come un arco a tutto sesto, nella cui chiave di volta è inserito lo stemma in ceramica smaltata della famiglia spagnola Vargas, in esso è rappresentato un braccio che afferra una clava, al di sopra di uno scorcio di mare stilizzato il tutto incorniciato da una bordatura giallo oro e un drappeggio cremisi. L’arco poggia su due mensole lineari mentre i piedritti terminano su due muretti. Il Palazzo, posto in Corso G. Garibaldi, è appartenuto al Principe Vargas Muchaca di Casapesenna, una famiglia feudataria di origine spagnola.

Situato in Via Bruzia, Portale Arleo incornicia l’ingresso di un palazzotto a più livelli, attualmente sfruttato ad uso abitativo. Nessuna notizia storica ci permette di delineare i contorni di una precisa indagine anamnestica, in conformità con il resto dei portali presenti nel territorio dal punto di vista stilistico, si fa risalire intorno alla seconda metà del X secolo, prima metà dell’XI. Oggetto di un errato restauro che ha ulteriormente assottigliato le morfologie dei decori presenti, il portale si presenta come un arco a tutto sesto, culminante in una chiave di volta dalle sembianze antropomorfe, ma dalla funzione apotropaica, si tratta probabilmente di una gorgone o di una Marcolfe. È formato da quattro parallelepipedi smussati ad angolo vivo, e una coppia di piedritti sormontati da due capitelli decorati da una colomba o da una tortorella in alto rilievo, il tutto sorretto da due pilastrini quadrangolari anch’essi decorati da una coppia di cani da guardia. Il resto delle decorazioni si rifà a motivi floreali stilizza che accompagnano nell’insieme l’intero portale. 

Ad incorniciare un suggestivo sottopassaggio sito in Vico Giuseppe Garibaldi troviamo Portale Leoncini, realizzato sfruttando il congiungimento tra due palazzotti privati, dei quali però non si hanno notizie storiche attendibili, così come nulla è stato tramandato riguardo la manovalanza e la data di realizzazione del portale. In conformità con quanto detto precedentemente, per somiglianza stilistica, anche questo portale si fa risalire al periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Realizzato come un arco a tutto sesto, il portale è capeggiato da una chiave di volta apotropaica su cui aleggia il blasone, ricondotto ad una casata familiare che ha come stemma un leone rampante colto di profillo sorretto da un albero posto al centro del blasone. L’arco si sviluppa su due basi quadrangolari squadrate decorate su due facce da croci templari e capitelli recanti una coppia di colombe incastonate in una cornice ottagonale. I piedritti sono decorati da fiori penduli stilizzati che si raccordano specularmente nella chiave di volta. 

Procedendo per Corso Giuseppe Garibaldi, all’entrata di un’ampia corte di un palazzotto signorile, Portale Lomonaco risale all’alto Medioevo e fu testimone nel 1860 della sosta di Giuseppe Garibaldi nel palazzo. L’elemento architettonico presenta un arco a tutto sesto costituito da sei conci decorati da motivi floreali stilizzati che si arrampicano lungo l’intero profilo dell’arco, culminando in una chiave di volta anch’essa floreale. Le mensole sono circondate da ghirlande lapidee, mentre i piedritti sono formati da tre conci in cui si ripete un motivo di foglie alternate a fiori. Il blasone posto in alto rispetto al portale raffigurante lo stemma di famiglia, è stato posto in un secondo momento rispetto alla costruzione del portale. In esso sono raffigurati due leoni rampanti posti ai lati di un albero centrale.

Infine, preso la Chiesa dedicata all’Annunziata, in una zona esterna al centro abitato, di fianco all’entrata nella chiesetta è presente un portale lapideo dalle semplici fattezze, precedente un lungo corridoio affrescato che conduce all’antico chiostro. Il portale si presenta costituito da conci squadrati privi di decorazioni, sui quali è incisa la data di fine lavori, 1628.

 

 

Celico G., Moliterni B., Luoghi di Culto e di Mistero, p. 133-162, Grafica Zaccara, 2003.

Cooper J. C., Dizionario dei Simboli, p.    Franco Muzzio Editore, 1988.

Salem G. N., Leon L. M., I Quattro Soli - Dal Simbolo al Mito - Appunti di Antropologia Iniziatica, p. 49-94 , L’Oleandro Arga Editore, 2008.

Giacomini A., Il libro dei segni sulle pietre, Carmagnola, 2001.

Celico G., Scalea tra duchi e principi, mercanti, filosofi e santi, Soveria Mannelli, pp. 15 e 17, 2000.

Tesi di Laurea triennale della Dott.ssa Daniela Sarubbo - SIMBOLI E MISTERI TRA LE INCISIONI

Progetto di Valorizzazione del Comune di Tortora, AA 2013/14 Università della Calabria

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Villa Cimbrone

Uno dei più spettacolari edifici di Ravello, villa Cimbrone prende il suo nome dallo sperone roccioso, il cosiddetto “Cimbronium”, su cui è posata. Notizie della villa si hanno intorno al 1300, probabile epoca della sua costruzione, quando era di proprietà della potente famiglia degli Acconciajoco, che per varie vicissitudini furono costretti a cederla ai Fusco; questi ultimi, imparentato con i Pitti e i D’Angiò, se ne innamorarono talmente da mantenerne il possesso per più di 500 anni. Al corpo originario della villa furono man mano aggiunti delle cappelle private ed altri edifici, ma a caratterizzarne profondamente l’atmosfera fu il giardino: villa Cimbrone infatti, a differenza del restante territorio di Ravello che è principalmente roccioso e scosceso, offre vaste superfici coltivabili, che hanno permesso di realizzare un parco di ben sei ettari. La costruzione del cosiddetto Terrazzo del Belvedere e l’impianto del giardino sono di epoca rinascimentale, mentre al ‘700 si possono far risalire alcuni interventi nel corpo di fabbrica principale, come i saloni di rappresentanza: questi ultimi in particolare hanno decorazioni che si rifanno al giardino esterno. Alcuni fenomeni storici, come l’epoca napoleonica e il brigantaggio, uniti ad episodi come il terremoto che colpì la Costiera amalfitana alla fine del Settecento, determinarono un periodo di grande abbandono per Villa Cimbrone, svenduta per gravi problemi economici alla famiglia degli Amici di Atrani. L’epoca d’oro per la villa, però, si raggiunge nell’800, quando una buona parte dell’edificio viene comprata da un ricco banchiere inglese, Ernest William Beckett (1856-1917) 2° Lord Grimthorpe, giunto a Ravello per curare una grave forma di depressione. Lo splendore del luogo, il clima mite e i panorami mozzafiato influirono positivamente sul banchiere, che acquistata la villa nel 1904 decise di farne il posto più bello del mondo, e grazie al suo architetto di fiducia Nicola Mansi, commissionò numerosi interventi volti a ripulire e ridisegnare l’aspetto della villa ma soprattutto del giardino, che fu arricchito da statue, fontane e padiglioni decorativi, mentre il lavoro di appassionati botanici internazionali riuscì a far convivere insieme piante tropicali e mediterranee, che furono posizionate in maniera tale da “scandire” il giardino in tanti “episodi”. Durante la seconda guerra mondiale l’edificio fu confiscato e visse un secondo periodo di abbandono, a cui pose rimedio la famiglia Vuilleumier, che acquistò la struttura nel 1960, ripristinandone man mano l’antico splendore e creandovi un hotel di lusso.

http://www.villacimbrone.com/it/thevuilleumiersperiod.php

http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/95623-villa-cimbrone-la-piu-spettacolare-ditalia-ravello/<h3>

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duomo di cosenza

Le origini della Cattedrale sono incerte e, secondo la tradizione, una primitiva Cattedrale sarebbe andata distrutta durante le incursioni saracene del 975 e del 986, guidate dall’emiro Abul Al Casim che rase al suolo l’intera città, successivamente ricostruita e con essa riedificata ex novo anche la cattedrale sul colle Pancrazio. Nel 1568 fu disposto il restauro dell’edificio e dell’altare maggiore, senza annoverare le innumerevoli modifiche a carico degli arcivescovi che si avvicendavano alla guida della diocesi. Nel 1638 un violentissimo terremoto sconvolse Cosenza e la Cattedrale che fu nuovamente distrutta. I nuovi lavori effettuati dall’arcivescovo Capece Galeota nel 1748 portarono il Duomo ad un nuovo aspetto barocco che oltre a nascondere l’originaria morfologia, portarono alla scomparsa di numerose opere d’arte. In seguito anche l’arcivescovo Narni Mancinelli nel 1881 apportò ulteriori modifiche all’edificio. L’esterno dell’edificio presenta una facciata a capanna alla quale si accede da una breve scalinata incorniciata da ambo i lati da una lapidea balaustra (non più originale), la tripartizione interna è visibile già dall’esterno grazie alla presenza dell’imponente portale centrale e i due laterali tutti archiacuti composi da pilastrini e colonnine i cui capitelli sono decorati da foglie di acanto e quercia, la divisione è inoltre sottolineata da quattro imponenti pilastri quadrati sormontati da due piccoli rosoni presenti nel livello inferiore della facciata e un rosone centrale di dimensioni maggiori, ma meno decorato.  Nonostante le origini del monumento siano ignote è inevitabile osservare il chiaro influsso che la cultura bizantina ha avuto su di esso, soprattutto nello schema interno che segue quello basicale latino a tre navate e otto campate con copertura lignea.  Gli archi a tutto sesto collegano imponenti pilastri squadrati i cui capitelli sono ornati da frondose fasce di foglie. I pilastri che ornano la zona di sinistra, invece, presentano decorazioni tipicamente bizantine con una fascia anteriore composta da una serie di palme e una fascia superiore che riporta un motivo ad anello incrociati. Da quello che resta di un frammento marmoreo dell’originale pavimentazione in mosaico si può risalire alla scuola del maestro pugliese Nicolaus, in esso sono evidenti motivi geometrici e animali simbolici, chiaro riferimento alla altare maggiore della Cattedrale di Bari. La cappella dedicata alla venerazione di una icona intitolata alla Madonna del Pilerio, probabilmente in riferimento al culto spagnolo, è un’esplosione di barocco. Mentre per quanto riguarda il monumento funebre in onore della moglie del re di Francia, Filippo III, Isabella d’Aragona, è composta da un trittico che richiama le vetrate delle cattedrali francesi, in cui al centro è raffigurata una Madonna col bambino e ai lati il re di Francia e la regina con gli occhi chiusi, probabilmente perché eseguito attraverso un calco in cera sul viso dell’ormai defunta Isabella, il primo caso di copia del vero nell’arte sepolcrale del 200. Un’ulteriore curiosità relativa ai ritrovamenti che il Duomo ci ha regalato è stato il rinvenimento di un sarcofago di epoca sì romana, ma in cui fu sepolto il figlio di Federico II di Svevia e Costanza d’Aragona, Enrico VII detto lo sciancato, precedentemente recluso nel castello di Nicastro e morto, probabilmente suicida, durante un viaggio che avrebbe dovuto portarlo al cospetto del padre a seguito di una convocazione ufficiale.

Bibliografia e sitografia

L. Bilotto, Il Duomo di Cosenza, Ed. Effesette, 1989

G. Tuoto, La Cattedrale di Cosenza, Edizioni Delfino Lavoro, 2003

http://www.cattedraledicosenza.it/

www.cosenzapp.it ( foto facciata)

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TERME ROMANE DI REGGIO CALABRIA

Largamente impiegate in età romana, II secolo a.C., gli ambienti termali fruttavano il connubio esistente tra l’ingegno architettonico e le proprietà curative delle acque termali. Si presentavano come un complesso di edifici pubblici dotati di palestre, vasche per il nuoto, locali per bagni caldi, freddi e di vapore, gabinetti per massaggi e solarium per abbronzarsi. Inizialmente gli stabilimenti sfruttavano le sorgenti naturali, solo in età imperiale si assiste all’inserimento degli impianti anche in città, possibile solo grazie all’avanzamento tecnologico. L’acqua veniva riscaldata da focolari sotterranei, che diffondevano l’aria calda in spazi cavi presenti nella pavimentazione e nelle pareti detti ipocausti, dovuti alla presenza di sospensure atte a creare intercapedini tra pavimento e suolo. Lo sviluppo architettonico interno era composto da una successione di stanze, la prima presentava all’interno una vasca di acqua fredda, da cui prendeva il nome la sala stessa, frigidario, di forma circolare, con una copertura a cupola ed esposta il più delle volte a nord per mantenere la temperatura dell’ambiente ottimale; questa sala era seguita all'esterno dal calidario, in genere rivolto a mezzogiorno per sfruttare il calore naturale proveniente dal sole, anche esso di forma circolare. Il calidario poteva comprendere il laconico, il sudatorio e l'alveo, una vasca per il bagno in acqua calda. Tra il frigidario e il calidario era presente, alle volte, una stanza mantenuta a temperatura moderata, detta tepidario, in cui veniva creato un raffreddamento artificiale. Assieme al calidario si usava un altro ambiente che può essere ricondotto a quella che ai nostri giorni è detta sauna. Ulteriori strutture dette natationes erano disseminate nella struttura, si tratta delle vasche utilizzate per nuotare. Attorno ai già citati spazi principali potevano svilupparsi spazi secondari come ad esempio l'apodyterium, uno spazio adibito a spogliatoio, oppure la sala di pulizia e la palestra. Scoperte nel 1886 in occasione della demolizione del Bastione di San Matteo, i resti delle terme di Reggio Calabria si trovano lungo la Via Marina della città. La struttura è composta da una serie di pavimenti musivi dai motivi geometrici composti da tasselli bianchi e neri, ben conservati, appartenenti ad un complesso privato di età imperiale. Reggio era ricca di acque salutari e terme, le strutture dovevano trovarsi all’interno della cinta muraria di epoca classica, nei pressi del fiume Apsia, oggi denominato Calopinace. I resti delle terme presentano, oltre ai mosaici pavimentali, un gymnasium, cioè una palestra composta da un portico con numerose colonne, alcune rinvenute in mare. I resti si intersecano anche con una struttura muraria estranea al complesso, probabilmente dovuta alla successiva costruzione di monumenti ecclesiastici nella zona, o, più verosimilmente, dovuta alla costruzione dell’argine di contenimento del fiume quivi presente. Lo stabile si sviluppa per una lunghezza di 25.00 m di cui attualmente è visibile solo una porzione, grazie alla realizzazione di una recinzione che lascia a vista la struttura rendendola anche visitabile. Durante il rinvenimento delle terme, furono trovati frammenti di stucchi dipinti, colonne di granito e laterizi. Probabilmente l’ambiente veniva usato come sala per gli esercizi corporali, dove presumibilmente erano presenti i peristilii, che, secondo una delle ipotesi storiografiche avanzate sul ritrovamento, sono stati successivamente convertiti negli ambienti della chiesa bizantina realizzata sui resti delle terme, in seguito demolita per far spazio ad opere ingegneristiche di carattere militare. L'abbondanza di acqua a carattere termale presenti nella citta di Reggio permise la costruzione di numerosi impianti termali pubblici e privati sia lungo la costa marittima e che lungo l'estremità del Lungomare. Si tratta del segno tangibile di una città divenuta la sede di una civiltà raffinata e il centro di vita mondana, come attesta un'iscrizione del 374 d.C., rinvenuta nel 1912 nel luogo dove oggi sorge la Banca d'Italia, tra Corso Garibaldi e Via Palamolla, in cui si fa riferimento al terremoto del 305 d.C. dopo il quale il governatore della Lucania, Ponzio Attico, fece ricostruire un lussuoso complesso termale e restaurare il vicino palazzo del tribunale.

Bibliografia e sitografia

G. D’Amore; Il termalismo della Calabria nell’assetto del territorio, Atti Accademia Pelori-tana dei Pericolanti, vol. LXI, 1983.

F. Martorano; Carta archeologica georeferenziata di Reggio Calabria, Iiriti Editore, Di-cembre 2008.

D. Castrizio, M. R. Fascì, R. G. Lagana; Reggio Città D’arte, Reggio Calabria, 2006.

A. De Lorenzo, F. Martorano; Le scoperte archeologiche di Reggio di Calabria, pp. 1882-1888, L'Erma Di Bretschneider, 2001.

F. Canciani; Calcidesi, vasi, in Enciclopedia dell'arte antica classica e orientale (Secondo supplemento), Roma, Istituto della enciclopedia italiana, 1994.

www.archeocalabria.beniculturali.it/archeovirtualtour/calabriaweb/tonnare1.htm

www.comune.reggio-calabria.it

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LA CATTOLICA DI STILO, REGGIO CALABRIA

A cura di Felicia Villella

Introduzione: descrizione dell'edificio

La Cattolica di Stilo, una cittadina in provincia di Reggio Calabria, è un edificio risalente al X secolo a pianta centrale, approssimativamente quadrata, con croce inscritta del tipo “puro”, cioè priva del prolungamento ad oriente, per la profondità del bema, e a occidente, per il nartece; modello planimetrico tipico del periodo medio-bizantino, attestato anche a Costantinopoli. La croce è evidenziata all’esterno dalle falde del tetto ed è centrata grazie alla presenza di cinque cupole di uguale diametro, di cui solo la centrale si differenzia per un leggero scarto in altezza.

Lo schema architettonico a cinque cupole, diffuso nella Grecia continentale e insulare, così come nelle province orientali dell’Asia Minore, si può considerare una soluzione regionale del caratteristico impianto medio bizantino originatosi a Costantinopoli. La soluzione adottata nella Cattolica e a Rossano, con ogni probabilità, fu introdotta in Italia dal Peloponneso o dall’Epiro, dove simili tipologie sono numerose soprattutto lungo la costa.

La Cattolica di Stilo: l'interno

Quattro colonne sono poste all’interno, di cui tre in marmo: due in cipollino, una in lumense e l’altra in granito. Sulla prima a sinistra è presente l’iscrizione: “Non c’è Dio all’infuori di Dio solo”, essa poggia su una base ionica capovolta, innestata su di un capitello corinzio in pietra calcarea del III-IV sec. d.C.; la prima a destra poggia, invece, su di un capitello ionico capovolto.

I capitelli delle quattro colonne di tipo paleo-bizantino a piramide tronca, con sagoma rigonfia, costole e nervature a rilievo, rimandano ai capitelli di molte basiliche d’Oriente. Secondo la storiografia potrebbero provenire o dalle rovine romane dell’antica Stilide, nei pressi di Stilo, o tale reimpiego testimonia altri esempi diffusi in molte costruzioni dei secc. X-XI in Grecia quale la Kapnikarea di Atene.

Internamente la suddivisione in nove spazi simili e la particolarità dello sviluppo verso l’alto creano uno spazio moltiplicato, tipica espressione di questo edificio che lo accosta ad analoghi esempi della Grecia insulare, facendo propendere per una loro datazione attorno agli ultimi anni del X secolo. 

La datazione della Cattolica di Stilo non è però del tutto chiara, difatti la storiografia avanza proposte contraddittorie che oscillano dal sec. X-XI al XIII inoltrato. Particolare dovuto agli affreschi riaffiorati fra gli strati palinsesti dell’intonaco interno, che testimonierebbero come l’interno venne decorato interamente per ben due volte se non addirittura tre; la prima tra la fine del sec. X e gli inizi del XI; la seconda alla fine del sec. XII e gli inizi del successivo e nel sec. XIII maturo o agli inizi del XIV secolo.  

Gli affreschi della Cattolica di Stilo

Al primo strato risalente al secolo X, inizi dell’XI, corrisponderebbero le figure di una santa martire nello sguancio destro della prothesis (absidi: la centrale, corrispondente al bema, era destinata ad accogliere l’altare; l’abside a sud, diakonikon, custodiva gli arredi sacri, le vesti dei sacerdoti e dei diaconi; l’abside a nord, prothesis, il rito preparatorio del pane del vino) e di due santi sulla parete occidentale, uno dei quali regge un cartiglio con iscrizione greca, che sono stati accolti come santi guerrieri riguardanti una crocifissione. 

Se così fosse, tale programma iconografico rivelerebbe la presenza di una scena cristologica che è ben attestata nell’ecumene bizantina comparendo anche a Hosios Lucas, in Grecia, sia nella cripta che nel Katholikon; mentre nell’Italia meridionale appare segnalata a partire dal X secolo a Grottaglie, Sanarica, Casarello e Ugento. 

È da notare che le figure appaiono dipinte al limite della goffaggine e non recano segni di delimitazione di campi, quindi sembra di trovarsi davanti a una pagina miniata, tale da ipotizzare che il pittore fosse un miniaturista. 

Tra le raffigurazioni, l’Ascensione presente nella volta del bema ne nasconde una più antica. La progettazione compositiva denota un’evidente incoerenza del gioco degli sguardo fra gli apostoli, alcuni rivolti con la testa all’annuncio proclamato dalla coppia di angeli sottostanti la mandorla, a sua volta sorretta da altri quattro angeli in volo. All’interno di essa, il Cristo seduto su di un segmento che appiattisce la porzione di circonferenza del globo ha una posa che echeggia l’Omologo di Santa Sofia a Salonicco, dal volto nobile e sereno.

Gli angeli dalle ali saettanti, hanno un tono più dimesso e lasciano ipotizzare l’affresco ad opera di una maestranza italo-greca. Gli apostoli, collocati sui margini laterali, e solo parzialmente conservati, conservano preziose tracce della sottostante sinopia.

Gli studi storico-artistici pertinenti agli strati palinsesti d’affresco, hanno rilevato come l’ultima decorazione realizzata nell’edificio risalga al Quattrocento, probabilmente attorno alla metà, ponendosi tra le rare testimonianze pittoriche della cultura tardogotica di matrice catalaneggiante, per altri versi testimoniata nella Regione attraverso tavole dipinte e oreficerie. Purtroppo non si conosce il nome del suo autore, la cui formazione artistica, comunque, è stata ipotizzata di scuola locale.

La definizione cronologica – anche degli altri affreschi – della Cattolica è, quindi, alquanto problematica perché va studiata esclusivamente su confronti stilistici, inoltre, nulla si conosce sull’origine dell’edificio, la committenza e le funzioni da esso svolto.

Si è proposto che fosse il Katholicon di “monastero in grotta”, oppure la Katholikè di Stilo, la Cattedrale, qualora il centro reggino fosse stato sede episcopale, o la chiesa matrice. È da rilevare, inoltre, che nel XVII secolo la Cattolica viene designata tra le parrocchie della città, per passare poi sotto la giurisdizione della chiesa matrice.

Per Paolo Orsi il nome indica “…una chiesa eremitica, officiata da monaci basiliani, che qui vivevano in preghiera e morivano in povertà e qui si facevano seppellire.”; per altri storici ancora, il nome equivale ad universale, titolo che si dava alle chiese matrici parrocchiali munite di fonte battesimale.

Biografia
Appunti personali lezione di Storia dell’Arte Calabrese


IL CASTELLO LANCELLOTTI DI LAURO (AV)

A cura di Stefania Melito

Introduzione

Situato a Lauro, provincia di Avellino, su uno sperone roccioso chiamato “primo sasso di Lauro” che domina la vallata, il Castello Lancellotti balza agli occhi immediatamente per due ragioni: innanzi tutto per la sua imponenza, e poi per l’ecletticità della sua struttura.

È una costruzione sorta sulle rovine di una precedente struttura di epoca romana, e la sua particolarità consiste nella perfetta coesistenza di vari ordini e stili, senza per questo perdere di armonia e bellezza.

Figura 1: http://www.avellinotoday.it/eventi/storie-inverno-castello-lancellotti.html.

La struttura originaria del castello risale al 976, quando si parla di un certo Raimundo signore del “Castel Lauri”, anche se non si capisce bene dalla denominazione se quel “Lauri” si riferisca al castello o al comune. Quello che è certo è che in quel tempo la precedente struttura non esisteva più.

Il maniero nel tempo ha cambiato vari proprietari, come i principi del principato di Salerno o i Sanseverino, conti di Caserta, nel periodo normanno. Si hanno notizie più certe su di esso nel 1277, quando viene incluso dalla cancelleria angioina nelle proprietà di Margherita de Toucy, cugina di Carlo I d’Angiò. L’anno dopo diventa proprietà dei Del Balzo, famiglia di origini provenzali ma presente ad Avellino, che acquisirono tutta la contea. Costoro, in particolare, erano proprietari di ben trecento castelli in un’area compresa fra Salerno e Taranto, e potevano viaggiare fra queste due località senza mai lasciare i propri domini. (http://www.nobili-napoletani.it/del_Balzo.htm) Successivamente ai Del Balzo vi furono gli Orsini, conti di Nola, nel periodo aragonese, i Pignatelli e i Lancellotti, che ne acquisirono la proprietà nel 1632 da Camillo II Pignatelli e che sono gli attuali proprietari. La storia del castello subì una brusca interruzione la notte del 30 aprile 1799, quando fu dato alle fiamme dalle truppe francesi intervenute a sedare una rivolta giacobina. Una prima parte fu ricostruita nel 1870-1872 ad opera del principe Filippo Lancellotti, mentre i lavori terminarono definitivamente intorno al ‘900.

Figura 2: https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/170104-castello-lancellotti-lauro-av-le-residenze-storiche-piu-visitate-della-campania/

Il maniero presenta elementi in stile gotico, rinascimentale, barocco, monumenti di epoca romana e un giardino all'italiana, fusi insieme in un complesso armonioso. A circondare la struttura vi sono le mura merlate, su cui sono poste diverse porte di accesso, fra cui spicca il portale rinascimentale a bugnato.

Figura 3: <a href="https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g1079030-d2422076-i255138824-Castello_Lancellotti-Lauro_Province_of_Avellino_Campania.html#255138824"><img alt="" src="https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/0f/35/1c/08/il-portone-di-accesso.jpg"/></a><br/>

A colpire lo sguardo è l’imponenza delle torri quadrangolari, in particolare quella della Torre principale che supera i sedici metri di altezza e che svolgeva la funzione di primo luogo di difesa in caso di attacco. Dalle porte si accede alla corte interna, formata da elementi di epoca romana. In essa si trovano la cappella, il chiostrino interno e la biblioteca, che può annoverare più di mille volumi. Fra i libri più preziosi vi sono opere di Cicerone, Tacito, Seneca, Dante, Manzoni, e i libri mastri della famiglia.

Figura 4: https://grandecampania.it/castello-lancellotti/. La corte interna.
Figura 5: https://rosmarinonews.it/wp-content/uploads/2019/10/Castello-Lauro-giardino.jpg. Particolare fontana

Dalla biblioteca, tramite il chiostrino interno a cinque colonne, che richiama quello di un monastero, si accede alla Cappella privata, con il soffitto a capriate lignee, in cui coesistono diversi stili. Si va dall'affresco del Pantocratore assiso sul globo nel catino absidale, tipico dell’età normanna, a una distribuzione delle colonne tipiche di una basilica paleocristiana, ma sormontate da una balaustra di stampo rinascimentale.

Molti gli ambienti visitabili e che fanno parte dell’area abitata, mentre altri ambienti sono stati adibiti a Museo storico. Tra le stanze più caratteristiche ci sono sicuramente le Scuderie, in cui sono esposte carrozze del XVIII e del XIX secolo insieme ad un cavallo in legno e finimenti originali.

Figura 8: http://www.orticalab.it/Castello-Lancellotti-di-Lauro. Scuderie

Ambiente imponente per decorazioni e dimensioni è la cosiddetta Sala d’Armi: vi si accede da due porte che uniscono visivamente e raccordano i vari ambienti, grazie alla decorazione a boiserie sulla zoccolatura delle sale, sempre uguale. Sotto il soffitto cassettonato corre una fascia ricoperta da “quadri” con paesaggi e gli stemmi delle varie casate proprietarie del castello, con cartigli vari. Grandi affreschi posti in maniera speculare e varie picche ed alabarde esposte completano il quadro di questa elegante, ma molto funzionale, sala in cui il lusso e i richiami guerreschi convivono perfettamente. Ad una delle pareti vi è anche un affresco che raffigura il grande incendio che distrusse il castello nel 1799.

Figura 9: https://rosmarinonews.it/wp-content/uploads/2019/10/Castello-Lauro-Sala-d-Armi.jpg. Sala d’armi

Altro ambiente molto imponente è la Sala da Pranzo, che mostra uno splendido soffitto cassettonato con stelle sulle travi. La decorazione alle pareti, caratterizzate da un parato giallo e rosso che si conclude con delle nappine sulla boiserie, riprende idealmente i drappeggi dei tendaggi, mentre una terrazza in trompe l’oeil che corre lungo tutto il bordo del soffitto “apre” otticamente la sala, dandole luce e aria. Uno scenografico camino sormontato da una figura femminile in finto marmo, probabilmente una rappresentazione della Prosperità, completa la stanza.

Figura 10: https://rosmarinonews.it/wp-content/uploads/2019/10/Castello-Lauro-Sala.jpg. Sala da pranzo

A completare l’elenco degli ambienti vi sono il Salone Rosso, che conserva oggetti farmaceutici di origine siriana, la Sala del Biliardo, la camera da letto e la Stanza del Cardinale, che ancora sono parzialmente arredati con oggetti e mobilio d’epoca.

Dalle Sale si accede al grande terrazzo panoramico, che offre una meravigliosa vista sul Vallo di Lauro.

 

SITOGRAFIA

https://rosmarinonews.it/in-viaggio-con-roberto-il-castello-lancellotti-di-lauro/

https://www.ecampania.it/avellino/cultura/castello-lancellotti-lauro-galleria-fotografica

https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/170104-castello-lancellotti-lauro-av-le-residenze-storiche-piu-visitate-della-campania/

http://www.castellidirpinia.com/lauro_it.html

https://www.italiaparchi.it/castelli-e-ville/castello-lancellotti.aspx