LA CHIESA DI SAN TOMMASO A CAVEDAGO

A cura di Alessia Zeni

Introduzione: la chiesa di San Tommaso a Cavedago tra i monti del Gruppo Brenta e la valle di Non

Alle soglie del paese di Cavedago, sulla statale che sale dal bivio del ponte Rocchetta all'altipiano della Paganella, su un panoramico rilievo aperto verso la valle di Non e coronato dai monti del Gruppo Brenta si innalza la piccola chiesa cimiteriale di San Tommaso. Questa chiesa è stata oggetto di un importante campagna di restauro e di un inedito lavoro di ricerca storico - artistica condotto per una tesi di laurea specialistica.

Le recenti ricerche hanno confermato che questa piccola chiesa venne fondata su una strada di origine romana, tra il XIII e il XIV secolo, ad uso di viandanti e pellegrini che percorrevano questo antico percorso. La chiesa venne poi ampliata tra il 1546 e il 1547 in seguito all’accrescimento della popolazione del paese di Cavedago che si era sviluppato nei dintorni della chiesetta in età basso medioevale. La chiesa venne ampliata nelle forme in cui appare oggi, cioè in stile "gotico clesiano": stile di transizione dal gotico al rinascimento che si diffuse in Trentino durante l'episcopato del principe vescovo di Trento, Bernardo Clesio (1485-1539).La chiesa è infatti un piccolo edificio che presenta elementi architettonici derivati dallo stile gotico e dallo stile rinascimentale.

La chiesa di San Tommaso a Cavedago è caratterizzata da una struttura molto semplice, ma esemplificativa dello stile architettonico che si diffuse nelle chiesette alpine trentine tra il XV e il XVII secolo. La chiesa è caratterizzata da un ambiente ad unica navata scandita da campate coperte da volte costolonate in stile gotico, abside poligonale e presbiterio leggermente rialzato, campanile costituito da un tetto a piramide dalle forme slanciate tipicamente gotiche ed è circondata sul lato sud-est dal cimitero. La facciata della chiesa è articolata da una tettoia sorretta da pilastri in pietra e da un portale rinascimentale in pietra bianca finemente lavorato che porta incisa sull'architrave la data 1546.

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All’esterno, anticamente privo dell’attuale tettoia sopra l’ingresso, corrono lungo la facciata una serie di riquadri affrescati, che raffigurano, da sinistra a destra: San Michele arcangelo provvisto di bilancia per pesare le anime e di una lancia con la quale probabilmente trafigge la figura del diavolo ormai scomparsa. San Michele è raffigurato in coppia con un santo - vescovo benedicente, identificato con San Vigilio, santo patrono della chiesa trentina. Al centro sono invece affrescati una coppia di Santi, di cui sono rimaste solo parte della testa e del collo.

Infine a destra, spicca un grande riquadro contenente un gigantesco San Cristoforo, raffigurato con il piccolo Gesù sulla spalla e il bastone rifiorito in mano; secondo la tradizione devozionale, preservava da morte improvvisa chi si fosse fermato a guardarlo e a recitare una preghiera in un suo onore.

All’interno della chiesa, sulla parete meridionale, sono raffigurate le immagini di San Nicola da Bari e di San Vigilo, invece sulla parete settentrionale è dipinta una Crocifissione tra Maria, San Giovanni evangelista, e le figure di una santa, forse la Maddalena. Il Cristo è rappresentato con corpo piuttosto tozzo e con i piedi fissati alla croce con doppio chiodo, come nella tradizione romanica; invece le figure vicine sono ritratte nell’atteggiamento convenzionale per esprimere il dolore, con il volto lievemente reclinato sulla mano.

Nella fascia al di sotto della crocifissione sono presenti tre altri riquadri molto frammentari: quello centrale lascia appena intravedere una figura di orante; in quello di destra si scorge una mezza figura in posizione frontale danneggiata dall’antico collocamento dell’altare laterale; e in quello a sinistra, in migliori condizioni conservative, eseguito contemporaneamente alla crocifissione, è raffigurata una singolare figura di Fabbro con copricapo a punta, in procinto di modellare sull’incudine un ferro di cavallo che, ancora caldo, tiene in mano con una lunga pinza.

La campagna di restauro e le ricerche hanno stabilito che gli affreschi che oggi decorano la piccola chiesetta risalgono al XIV secolo e sono stati realizzati in tre fasi pittoriche differenti e da diverse botteghe, provenienti dal veronese e dal bergamasco. Il San Vigilio e il Santo vescovo Nicola, affrescati in coppia sulla parete interna della navata di San Tommaso sono stati attribuiti alla corrente pittorica veronese dei primi decenni del trecento che applica modi figurativi ritardatari; mentre i santi rappresentati sulla facciata della chiesa di San Tommaso sono stati attribuiti a personalità di impronta giottesca formatesi nell'ambiente veronese.

Quest'ultima inedita attribuzione è stata determinata dall'elevata esecuzione pittorica degli affreschi della facciata di San Tommaso, che ricordagli affreschi dipinti dai seguaci del Giotto padovano nelle chiese veronesi di San Fermo e di San Zeno. Infine il gigantesco San Cristoforo raffigurato sulla facciata della chiesa di Cavedago è opera del cosiddetto Maestro di Sommacampagna, pittore itinerante di origine lombarda, attivo negli anni centrali del Trecento in valle di Non, ma non solo.

Conclude la decorazione della piccola e suggestiva chiesetta alpina, una seicentesca pala d'altare in legno dorato e policromato opera dello scultore trentino Cristoforo Bezzi da Cusiano (val di Sole) che porta al centro il recente bassorilievo con l'Incredulità di San Tommaso, opera dello scultore Egidio Petri di Segonzano.

Dietro l'altare è infine collocata un'iscrizione con la data di ampliamento della chiesa e del maestro muratore che ha eseguito i lavori: "1547 ROCHO MURARO DE LAINO".I recenti studi hanno posto l'attenzione su questo maestro muratore, Rocco de Redis, originario di Laino nella valle d'Intelvi (Como), ma residente a Tassullo, in valle di Non. Secondo quanto emerso costui ha contribuito a diffondere negli anni centrali del Cinquecento il cosiddetto stile architettonico "gotico clesiano", attraverso l'ampliamento di molte chiese della val di Non e della valle di Sole.

La recente ricerca condotta per la piccola chiesetta di San Tommaso a Cavedago ha quindi posto l'attenzione su un edificio religioso modesto nelle sue forme, ma importante nella sua storia, poiché è esemplificativa delle vicende artistiche e architettoniche che hanno vissutole piccole chiesette delle valli trentine negli anni tra il XIV e il XVII secolo.

Bibliografia di riferimento:

  • GIRARDI Silvio, “In contrada Cavedagum…”. Dai masi alla comunità, Trento, Artigianelli, 2000
  • MICHELI Pietro, Sulle sponde dello Sporeggio, Trento, Argentarium, 1977
  • REICH Desiderio, I castelli di Sporo e Belforte, Trento, Scotoni e Vitti, 1901
  • VIOLA Enrico, La chiesetta di San Tomaso a Cavedago: un atto di rispetto, 2002
  • ZENI ALESSIA, Il magister Rocco de Redis da Laino d’Intelvi nei documenti dell’Archivio di Stato di Trento, in “Studi Trentini. Arte”, 94, 2015, 1, pp. 87-96
  • ZENI Alessia, La chiesa di San Tommaso a Cavedago tra Storia, Arte e Architettura, Trento, Nuove Arti Grafiche, 2015

 


PALAZZO ZEVALLOS STIGLIANO A NAPOLI

A cura di Stefania Melito

Introduzione

Palazzo Zevallos, o Palazzo Zevallos Stigliano, ubicato sulla centralissima via Toledo a Napoli, è uno degli edifici più particolari della città, oggi sede di Banca Intesa, e dalle testimonianze seicentesche si evince che dovesse essere molto diverso, e quindi facilmente riconoscibile, dagli altri palazzi della zona in quanto più alto di tutti.

Di Armando Mancini - Flickr: Napoli - Palazzo Colonna di Stigliano, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16773353

La sua costruzione, ed anche il suo nome, si devono al ricco mercante portoghese Giovanni Zevallos, descritto come un perfetto "esempio di egoismo e rapina" che grazie alla sua abilità riuscì in breve tempo ad accumulare un patrimonio immenso per l'epoca: per fame di grandezza nel 1635 comprò questo palazzo, già esistente, e man mano, con un’opera di acquisizioni durata quattro anni, si assicurò la proprietà degli altri piccoli edifici della zona. La cosa straordinaria è che Giovanni volle competere niente di meno che con Palazzo Reale, affidando quindi l’accorpamento, la “ristrutturazione” e l’ammodernamento dei palazzi ai canoni barocchi a Cosimo Fanzago, anche se ricerche più recenti tendono a suggerire il nome di Bartolomeo Picchiatti, gran Ingegnere di Corte.

Palazzo Zevallos: descrizione

A marcare la proprietà del palazzo, all’ingresso viene posto lo stemma dei Zevallos, che però durante i tumulti del 1647, che danneggiano l’edificio, va perduto. Nel 1659 la proprietà, a causa della cattiva gestione della moglie e del figlio di Giovanni Zevallos, passa ai Vandeneynden, ed attraverso il matrimonio di una Vandeneynden con un Colonna di Stigliano, a questi ultimi, che ne arricchiscono ulteriormente il prestigio con l’acquisizione di numerose opere d’arte. È di questo periodo la costruzione del portale in marmo bianco e piperno scuro, unica caratteristica mantenutasi inalterata fino ai giorni nostri.

Di IlSistemone - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22119541

Una testimonianze dell’epoca così descrive il palazzo:

“ll pianterreno si apriva con un grande atrio voltato, con pilastri e archi in piperno, dal quale era possibile raggiungere vari punti dell’edificio: a destra vi era una scala secondaria che dava accesso alle cantine e al piano ammezzato; a sinistra la scala principale che permetteva di raggiungere sia l’ammezzato che i due piani nobili; al centro invece si apriva il grande cortile attorno al quale erano disposti vari ambienti di servizio, tra cui una grande scuderia. Il primo piano nobile era composto da varie stanze tra cui una Galleria che dava sul cortile grande e un’altra – più piccola - che affacciava invece sul cortile secondario.”

Di Sailko - Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48743228

La proprietà viene mantenuta fino al 1831, anno in cui la principessa di Stigliano, per far fronte a dei debiti, smembra il palazzo, riservandosi il secondo piano e vendendo il primo al banchiere Forquet. Tra il 1898 e il 1920 la Banca Commerciale Italiana acquista tutto il palazzo sia da Forquet che dagli altri proprietari, dando il via all’ultima trasformazione del Palazzo, completamente adeguato al gusto Liberty.

Le modifiche apportate da Luigi Platania riguardano il cortile fanzaghiano, che viene trasformato e adibito a salone per il pubblico; le pareti, che vengono tutte rivestite in marmo; il piano ammezzato, aperto e trasformato in balconate di gusto Liberty, e il grande spazio vuoto coperto dal lucernario vetrato decorato secondo il gusto degli anni; due grandi vetrate policrome sono aggiunte a schermare le arcate tra salone e vestibolo. Viene infine aggiunto il nuovo scalone d'onore monumentale.

Di Mentnafunangann - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39976809

BIBLIOGRAFIA

A. Cilento, Bestiario napoletano, Laterza editore 2015


Palazzo donn'Anna

A strapiombo sulle acque del Mar Tirreno, questo superbo esemplare di barocco napoletano è uno dei palazzi di Napoli più affascinanti. Costruito nel 1642 su commissione della nobildonna Anna Carafa consorte del vicerè, è opera di Cosimo Fanzago, un architetto lombardo che, formatosi come scalpellino a Milano, dopo la morte del padre si trasferì dallo zio a Napoli. Avuto l’incarico di costruire questo palazzo non riuscì però a portarlo a termine, in quanto donna Anna Carafa morì prematuramente.

Si tratta, quindi, di un’opera incompiuta: si eleva al posto di una precedente villa dei principi di Stigliano, la Serena, e la sua particolarità è quella di avere due ingressi, uno sulla strada, che conduce direttamente al cortile interno costeggiando Posillipo, ed uno sul mare, nonché un teatro interno.

Il palazzo sorge su uno scoglio ed è costruito in tufo, mentre la facciata è solcata da finestroni e nicchie; a pianta rettangolare, presenta un andamento piuttosto discontinuo, forse a causa dei numerosi proprietari che ne hanno modificato, nel corso del tempo, l'aspetto. Nelle intenzioni dell'architetto doveva essere un edificio alquanto scenografico, con la possibilità di accedere ad un ampio cortile interno direttamente dal mare.

Ciò che, stranamente, rende più avvincente la storia di questo palazzo non è tanto la sua architettura, che riporta i tipici elementi caratterizzanti il barocco napoletano, ossia forme sinuose e virtuosismi, ma le innumerevoli leggende che sono fiorite su di esso nel corso del tempo. Già la sua denominazione, Palazzo Donn’Anna, è incerta, in quanto richiama alla mente sia la committente, donna Anna di Carafa, sia, per i napoletani, la regina Giovanna D’Angiò.

Si racconta che donna Anna Carafa, potentissima moglie del viceré, solesse dare feste e banchetti all’interno del palazzo, seguiti da spettacoli in costume: in uno di questi recitò la nipote di Anna Carafa, donna Mercedes, ed un altro nobile, Gaetano di Casapesenna, amante di donna Anna; fra donna Mercedes ed il Casapesenna era previsto dal copione un bacio, che fu dato e ricevuto con talmente tanto trasporto da provocare la folle gelosia della Carafa. Seguirono giorni di ingiurie fra le due donne, fino a che Mercedes sparì improvvisamente …. il giovane Gaetano la cercò disperato per mare e per terra prima di farsi uccidere in battaglia, e si narra che il fantasma di donna Mercedes ancora vaghi nel palazzo, e c’è chi giura di aver sentito pianti e lamenti nelle notti buie.

Matilde Serao, a questo proposito, nelle sue “Leggende napoletane”, scrive:

”Invano Gaetano di Casapesenna cercò Donna Mercede in Italia, in Francia, in Ispagna ed in Ungheria, invano si votò alla Madonna di Loreto, a San Giacomo di Compostella, invano pianse, pregò, supplicò. Mai più rivide la sua bella amante. Egli morì giovane, in battaglia, quale a cavaliere sventurato si conviene. Altre feste seguirono nel palazzo Medina, altri omaggi salutarono la ricca e potente duchessa Donn'Anna; ma ella sedeva sul suo trono, con l'anima amareggiata di fiele, col cuore arido e solitario. Quei fantasmi sono quelli degli amanti? O divini, divini fantasmi! Perché non possiamo anche noi, come voi, spasimare d'amore, anche dopo la morte?”

Altro discorso si deve fare invece per le due Giovanna D’Angiò, entrambe focose amanti ed entrambe inquiline di Palazzo Donn’Anna, che si narra uccidessero i loro giovani amori alla fine di un’unica ed indimenticabile notte d’amore. I cuori spezzati di mogli e fidanzate non si contavano, così come le sparizioni di tanti aitanti uomini, e si narra che ancora oggi sia possibile udire i lamenti dei tanti giovani amanti fatti uccidere in mille modi.

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Duomo di Amalfi

La cattedrale di Sant’Andrea, o Duomo, è sicuramente uno dei monumenti più caratteristici della costiera amalfitana e di Amalfi stessa: la facciata su più livelli, l’imponente scalinata e il bianco – nero che contrasta armoniosamente con i colori della facciata la rendono, infatti, immediatamente riconoscibile. La chiesa fu fondata nel IX secolo, quando Amalfi era una delle repubbliche marinare, e rimaneggiata nel 1200 con lo stile arabo-normanno allora tanto di moda. Ebbe altri due restauri, uno nella seconda metà del 1500 ed un altro nell’800 a seguito di un crollo. A fianco il campanile, rivestito di maioliche.

Caratteristico è il portico, con l’intreccio di arcate a trifora tipicamente arabo e la facciata a salienti, che conduce l’occhio direttamente al timpano, ove campeggia un mosaico raffigurante Cristo in trono in mezzo agli Evangelisti; oltrepassato il portico, si incontra la porta in bronzo proveniente da Costantinopoli, dono di un ricco amalfitano,il ricco mercante Pantaleone di Mauro.

L’interno è barocco, a tre navate riccamente decorate e sormontate da un soffitto a cassettoni ligneo e dorato con quattro affreschi. Spettacolare la vista prospettica sul settecentescoaltare maggiore e l’abside, in cui è collocata la tela raffigurante il Martirio di Sant’Andrea, patrono dei pescatori, cui la chiesa è consacrata. Sotto l’altare maggiore, infatti, vi sono le reliquie del santo, trasportate nel 1208 dal cardinale Pietro Capuano, reduce dalla Terra Santa. La leggenda racconta che le ossa di S. Andrea, racchiuse tra lastre istoriate, emanino una sostanza straordinaria, la Manna, raccolta da un’ampollina posta sulla tomba del santo.

Nella navata sinistra vi è la Croce di Madreperla, portata dalla Terra Santa da Monsignor Ercolano Marini, originario delle Marche, che fu benefattore amatissimo dalla gente amalfitana, che lo ricorda per le sue doti di umiltà e amore verso il prossimo, nonché come fine teologo. Le sue spoglie riposano ancora all’interno della cattedrale, ed in suo onore è stato eretto un orfanotrofio. Di fianco alla navata il Battistero, in porfido rosso egiziano, proveniente da Paestum.

Il Duomo è un insieme di elementi antichi e meno antichi: tra i più antichi spicca sicuramente la Basilica del SS. Crocefisso, edificata nell’anno 883, con matroneo e colonne originali, in cui sono stati collocati dei sarcofagi di età romana, mentre il resto delle decorazioni è stata spostata nel Museo Diocesano allocato di fianco al Duomo stesso.

L’elemento più spettacolare è sicuramente, però, il Chiostro del Paradiso, contiguo alla Basilica del SS. Crocefisso, un vero e proprio tuffo nell’Oriente: è un chiostro circondato da colonnette intrecciate e doppie a sesto acuto, fatto edificare tra il 1266 e il 1268 dall’arcivescovo Filippo Augustariccio come cimitero per i ricchi patrizi; ai lati si aprono sei cappelle affrescate del Trecento. L’intero portico è stato restaurato ed aperto al pubblico nel 1908.

Sitografia

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Battistero Paleocristiano di San Giovanni in fonte

L’unico al mondo ad essere ubicato su una sorgente, le cui acque erano utilizzate per il battesimo, il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte è un pregevole monumento situato sul confine tra Padula e Sala Consilina, due comuni del Vallo di Diano in provincia di Salerno.

Sorge nell’antico Marcellianum, ossia il latifondo agricolo della sovrastante città di Cosilinum, ora Padula, e prima che fosse adibito ad uso cristiano, esso era un tempio marino dedicato alla ninfa Leucothèa, notizia che ci viene riferita dallo storico Cassiodoro.
Successivamente venne trasformato in battistero cristiano, in quanto il primo Cristianesimo amava riutilizzare gli edifici preesistenti adeguandoli al suo culto.

La prima menzione dell’edificio, come “Commenda di S. Giovanni in Fonte”, comparve per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa.Nuovamente da Cassiodoro ci viene riferito poi che, in occasione della fiera di San Cipriano, in quell’area avvenivano spesso dei furti, cosa giudicata non consona alla sacralità dei luoghi.

Qui si veniva convertiti alla religione cristiana mediante il rito orientale dell’immersione completa: la leggenda racconta che il candidato scendesse ritualmente sette scalini presenti nella vasca battesimale, simboleggianti i sette peccati capitali, e che l’acqua si gonfiasse raggiungendo il livello della gola; a quel puntosi veniva ritenuti purificati e pronti ad essere accettati come novelli cristiani, e l’acqua tornava al suo livello normale.

Il battistero fu annesso al demanio comunale per poi sparire, e successivamente ricomparire, soltanto alla fine dell’Ottocento; i restauri condotti dalla Soprintendenza tra il 1985 e il 1987 hanno evidenziato una composizione dell’edificio articolata intorno alla vasca centrale contornata da archi a tutto sesto, che probabilmente reggevano una cupola. Prospiciente alla vasca, un piccolo ambiente con un altare lapideo. Nei pennacchi delle volte vi sono dei frammenti di affreschi, di probabile matrice bizantina, raffiguranti una teoria di santi, mentre sono state ritrovate altre quattro teste, probabilmente raffiguranti i quattro Evangelisti.

Sitografia

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VILLA ZERBI A REGGIO CALABRIA

A cura di Felicia Villella

Introduzione

Reggio Calabria è il centro urbano più popoloso della Calabria, è situato all’estremità meridionale della penisola tra le pendici dell’Aspromonte e la sponda orientale dello Stretto di Messina, vantando una notevole varietà ambientale, ma famoso per il suo affaccio sulla Sicilia, tanto che il suo lungomare è stato definito il chilometro più bello d’Italia.

In queste terre, secondo la tradizione, i coloni calcidesi fondarono Rhegion verso la metà dell’VIII secolo a. C., iniziandola ad una lunga serie di invasioni e dominazioni da parte di diverse popolazioni. Oltre alle ricche testimonianze archeologiche che insistono sul territorio, Reggio Calabria è stato lo scenario di continue ricostruzioni dovute all’elevata sismicità della zona, culminante nel terremoto dei primi de ‘900 che ha portato alla riedificazione e alla rielaborazione di diversi edifici importanti, tra cui un imponente palazzotto nobiliare che si affaccia proprio sullo stretto conosciuto col nome di Villa Saverio Genoese Zerbi.

Villa Zerbi

Nota soprattutto col nome di Villa Zerbi, si tratta di un imponente edificio storico che sorge presso il lungomare Falcomatà, nell'area in cui, prima del 1860, era presente un’antica villa barocca appartenente alla famiglia nobile dei Genoese. Distrutta dal terremoto del 1908, la villa fu riedificata con un complesso progetto redatto dagli ingegneri Zerbi, Pertini e Marzats, nel 1915.

Villa Zerbi, prospetto anteriore

Costruito con caratteristiche completamente differenti rispetto al precedente, il nuovo edificio risponde a scelte architettoniche, stilistiche e strutturali diverse rispetto alle altre costruzioni presenti lungo il viale, in esso risaltano soprattutto i decori neobarocchi e le finestre bifore che adornano i prospetti, dal sapore arabeggiante; anche la scelta cromatica delle pareti esterne spezza con i colori dei palazzi adiacenti. Si tratta di un rosso mattone che primeggia e dei toni avana del travertino che per lo più vanno a costituire i dettagli decorativi, le spigolatura, le delimitazioni dei livelli e la recinzione che contiene il giardino dell’edificio.

Sviluppata su un corpo centrale di forma trapezoidale, la villa si articola su due livelli ed è adornata da un vasto giardino adiacente che culmina nelle dependance ricavate dalle estremità della recinzione esterna l’abitazione.

Gli ambienti interni seguono un asse ruotato di sette gradi, creando una eclettica planimetria dalla forma irregolare a cuneo, che si aggiunge ad un prospetto elaborato, dal quale, a causa della sua complessità, è stato necessario puntare sull’uso di elementi prefabbricati nella costruzione a decorazione della facciata.

I prospetti si presentano con un’articolazione che permette di riconoscere varie tipologie costruttive quali loggiati e elementi a torre, ecc.

Villa Zerbi, dettaglio decorativo con vista sulla loggetta

Lo stile architettonico si rifà ai modelli veneziani del secolo XIV; le decorazioni architettoniche si snodano tra archi in stile gotico, colonne che sorreggono gli archi dei loggiati, colonnine impiegate per le balaustre dei balconi e merli che dominano il terrazzo e risaltano per la tinta cromatica dell’intonaco, di un rosso bruno acceso. La villa è strutturalmente realizzata in cemento armato con murature collaboranti, mentre l’esterno si presenta in malta pigmentata con graniglie di varia pezzatura.

La posizione in cui è posto l’edificio lo espone allo smog cittadino e all’aerosol marino, con conseguente danneggiamento della struttura. In particolare sono soprattutto le decorazioni architettoniche ad essere maggiormente soggette all’azione delle polveri a causa della tipologia di superfici tendenti all’assorbimento e al deposito superficiale e ad una maggiore superficie specifica esposta al rischio.

La villa si presta bene ad essere la location ideale per mostre temporanee ed eventi culturali, tanto da essere stata già usata, nel corso degli anni, come la sede di un polo culturale che ha visto numerose esposizioni artistiche all’intero delle sue sale, come nel caso delle mostre della Biennale di Venezia nel Sud Italia.

Villa Zerbi, veduta dal lungo mare Falcomatà

Bibliografia e sitografia

  • GattusoC., GattusoP., VillellaF., Villa Zerbi. The application of a critical and diagnostic process for the identification of diseases, Atti di Convegno IV Conference Diagnosis, Conservation and Valorization of Cultural Heritage, Napoli, 12/13 Dicembre 2013.
  • Lo Curzio M., Nicolini R., Cali P., Ginex G., Tripodi D., Villa Genoese Zerbi 1915-1925 - Conoscenza, didattica e restauro nel progetto di architettura, Comune Reggio Calabria, Università Mediterranea RC, Villa Genoese Zerbi per l’arte, 2005.
  • Serafini P., Arte contemporanea nei contesti architettonici e urbanistici del Sud Italia, Economia della cultura, pp. 283-292, 2009.
  • Zevi L., Manuale del restauro architettonico, Mancoswed., Roma, 2001.
  • http://www.reggiocal.it
  • http://turismo.reggiocal.it/HomePage.aspx

LA CERTOSA DI SERRA SAN BRUNO

A cura di Felicia Villella

Introduzione: la Certosa di Serra San Bruno in provincia di Vibo Valentia

Il comune montano di Serra San Bruno, situato nel territorio delle Serre in provincia di Vibo Valentia in Calabria, deve la sua fama alla presenza in passato del monaco Bruno di Colonia, fondatore dell'Ordine dei Certosini e della ivi presente Certosa di Santo Stefano del Bosco nel territorio serrese, grazie alla donazione offerta dal Conte Ruggero d’Altavilla detto il Normanno.

Serra, una cittadina agglomerata tra il XII e il XV secolo, assume la caratteristica conformazione labirintica dei centri medievali, il cui impianto urbano nello specifico è caratterizzato da una parte molto più antica, il quartiere detto di Terravecchia e un nucleo formatosi in tempi relativamente più recenti, alla fine del Settecento, detto rione Spinetto.

Attraverso l’antico percorso che si sviluppa tangenzialmente rispetto al nucleo medievale di Terravecchia è possibile raggiungere, anche a piedi, la Certosa di Serra San Bruno, fondata nel 1091, circondata da spesse e alte mura e totalmente immersa nella natura.

È possibile ammirare i resti dalla facciata anche da vicini tumoli di terreno che circondano la struttura, proprio perché vige la clausura dell’ordine che qui trascorre le proprie giornate in preghiera, dedicandosi alla cura dell’orto, della produzione di birre e liquori e di icone bizantine, acquistabili nel vicino emporio.

L’edificio, di cui attualmente non resta che un affascinante rudere, era destinato ai monaci conversi, rivolti al contatto diretto con la gente, mentre i monaci dediti alla preghiera ed al silenzio erano stanziati nella più lontana Santa Maria del Bosco, dove trovò in seguito sepoltura anche San Bruno.

Una serie di eventi portò il monastero nelle mani dell’ordine dei Cistercensi e solo nei primi anni del Secolo Cinquecento riuscì a far ritorno sotto l’ordine certosino.

La chiesa antica fu distrutta quasi interamente dal sisma del 1783 che colpì tutta la Calabria, durante il quale crollarono interamente l’ordine superiore della facciata, dunque il tetto e la copertura, la cupola e gran parte delle mura perimetrali, lasciando in piedi solo gli i grandi archi della crociera e le arcate laterali della navata centrale; a completare la disastrosa opera di madre natura, seguirono azioni di spoglio da parte degli abitanti del luogo, finalizzati alla realizzazione di ulteriori edifici nel paese, religiosi e non, ma anche di abitazioni private.

Da un punto di vista architettonico la monumentale facciata, realizzata in granito locale, rivela ancora oggi la maestosità dell’impianto a tre navate dell’imponente edificio. Essa è, di fatti, ripartita verticalmente in tre fascioni, poggianti su un alto basamento continuo contenente le lesene doriche.

Ad incorniciare il portale centrale sono due nicchie coronate da un timpano, che riprende quello dell’ingresso in scala ridotta, che hanno contenuto, in passato, le statue dei Santi Bruno e Stefano oltra ad una di minori dimensioni che sormonta l’ingresso stesso.

Varcato il passaggio di apertura si incontrano le sole due arcate laterali rimaste di due pareti che dividevano l’edificio nelle suddette tre navate, la centrale di maggiore dimensione rispetto alle due laterali; queste strutture mantengono parzialmente il loro rivestimento in granito, mentre in altri punti si rivela la costituzione muraria interna, composta da pietrisco e laterizi pieni. Di fronte ad una tale struttura architettonica, appare chiaro ed evidente l’impianto manierista di impronta tipicamente michelangiolesca che aleggia sull’intera facciata.

L’esterno, ad oggi, si ritrova circondato da ventitré arcate intervallate da pilastri lineari, che delineano i tre lati dei resti del monumentale chiostro al cui interno è collocata una seicentesca fontana granitica composta da un’ampia vasca basale dal cui centro si sviluppa un lungo fusto che sorregge due vasche di dimensioni inferiori, l’ultima poggiata su una serie di figure antropomorfe e coronata da un bocciolo stilizzato.

I resti della chiesa rinascimentale sono collocati all’interno della Certosa e non sono direttamente visitabili a causa della condizione di clausura dell’intera struttura, è possibile però visitare il museo adiacente, in cui sono custoditi alcuni ritrovamenti provenienti dall’antica chiesa e dove è possibile ammirare un modellino che restituisce in scala la condizione del monumento.

Inoltre la città di Serra San Bruno può essere considerato nel suo insieme un museo a cielo aperto, proprio perché la maggior parte dei monumenti ecclesiastici e i più antichi edifici civili sono stati realizzati usando parte del materiale di spoglio proveniente dalla certosa, tra cui altari angeli e statue poste a decorazione dell’imponente struttura rinascimentale.

Si tratta sicuramente di un luogo magico ricco di storia in cui è possibile ritrovarsi percorrendo un itinerario dapprima cittadino attraverso la visita alle principali chiese del paese che culmina nella visita presso la Certosa e il suo museo, per poi spostarsi nella vicino Santa Maria del Bosco completamente immersa nella natura.

Bibliografia e sitografia

  • Cagliostro R. M., Atlante del barocco in Italia.Calabria, De Luca Editori d'arte, Roma, Vol. 1, 2002, pp. 1-742, ISBN: 88-8016-453-8.
  • Cagliostro R. M., Arte e architettura a Serra San Bruno, "Daidalos", Rivista Trimestrale, n. 1, 2001, pp. 55-59, ISSN: 1594-0578.
  • Zinzi E., I Cistercensi in Calabria. Presenze e memorie, Istituto Regionale per le Antichità Calabresi Classiche e Bizantine , Rossano, pag. 157, Rubbettino Editore, Soneria Mannelli 1999.
  • Baldacci O., La Serra, in Memorie di geografia antropica, vol IX, I, Roma, 1954.
  • Calabretta Don L., Serra San Bruno, vol. I e II, Sud Grafica, Davoli M.na (CZ), 2000.
  • Caminada dom B.M., La Certosa di Serra San Bruno - Scritti storici, Monteleone, Vibo Valentia, 2002.
  • Ceravolo T., Luciani S., Pisani D., Serra San Bruno e la Certosa. Guida storica artistica naturalistica, Qualecultura, Vibo Valentia, 1997.
  • De Leo P., Per la storia della Certosa calabrese di S. Stefano del bosco, in Certose e certosini in Europa, atti del Convegno alla Certosa di S. Lorenzo (Padula, 22-24 settembre 1988), vol I, pp.239-245, Sergio Civita Editore, Napoli, 1990.
  • Gritella G., La Certosa di S. Stefano del bosco a Serra San Bruno. Documenti per la storia di un eremo di origine normanna, Edizioni L'Artistica, Savigliano, 1991.
  • Principe I., La Certosa di Santo Stefano del bosco a Serra San Bruno. Fonti e documenti per la storia di un territorio calabrese, Frama Sud, Chiaravalle C., 1980.
  • http://www.comune.serrasanbruno.vv.it
  • http://www.certosini.info
  • http://www.museocertosa.org

IL CASTELLO NORMANNO-SVEVO DI NICASTRO

A cura di Felicia Villella

Introduzione

I resti del castello normanno – svevo si stagliano nel quartiere di Nicastro, sito in Lamezia Terme, provincia di Catanzaro, Calabria.
Considerando che con manufatto artistico si intende tutto ciò che di bello, nelle sue più svariate accezioni, può essere prodotto per mano dell’uomo, credo che la scelta di ricadere su una struttura architettonica, che in sé racchiude secoli di storia, sia calzante. Un edificio custodisce in sé l’armonia delle sue parti, lo studio matematico delle proporzioni, quello ingegneristico della quotidianità a cui un monumento può andare incontro e infine rispetta il gusto estetico di un epoca, di una famiglia che ne commissiona la realizzazione e il potere che quest’ultima vuole trasmettere attraverso di essa.

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Il castello normanno-svevo di Nicastro: descrizione

In un breve accenno di stampo geografico, possiamo dire che il quartiere di Nicastro – dal latino neo, nuovo e castrum, accampamento – è uno dei tre comuni che uniti nel 1968 ad oggi costituiscono la città di Lamezia Terme. Nel fulcro storico del rione San Teodoro di Nicastro, arroccato tra i fiumi Canna e Niola, sull’estremità di uno sperone roccioso di costituzione scistosa, si colloca il castello risalente all’XI-XII secolo dopo Cristo sui resti di quello che doveva essere un precedente edificato in materiale deperibile, opera del popolo normanno.

È sotto Roberto il Guiscardo che si dà il via alla costruzione dell’edificio in forma stabile e concreta, secondo un processo di latinizzazione che prevedeva la conversione delle terre calabre da lui dominate. In seguito, si assiste ad un susseguirsi di integrazioni e modifiche ad opera di dinastie postume che adattano la fortezza al gusto personale e alle esigenze strategiche del tempo.
Primi fra tutti gli Svevi; Federico II gli conferisce l’aspetto attuale, inserendolo nell’elenco dei castra exempta direttamente controllati dalla Corona. Compare il mastio esagonale, accompagnato dalla cinta muraria e da tre torri, una circolare e due sub-circolari sul prospetto anteriore; si aggiungono ampliamenti e zone sviluppate su più livelli a carattere residenziale.

La cappella, invece, è di probabile attribuzione Angioina, così come alcuni interventi di manutenzione e restauro delle mura e dell’ingresso, come dimostrano i laterizi presenti ed introdotti prevalentemente sotto Carlo I.

L’ultima evoluzione stilistica e strategica apportata al monumento si deve agli Aragonesi, che costruiscono i bastioni e introducono nel sistema difensivo al palazzo una serie di feritoie progettate secondo il sistema del fuoco incrociato.
Con il terremoto del 1638 e poi quello del 1783, l’edificio è vittima dell’abbandono e dell’uso del materiale costitutivo per la ricostruzione del borgo abitativo sottostante.

Ad oggi il complesso si sviluppa per una lunghezza di circa 100 mt e una larghezza di 60 mt, restano pressoché intatti il maschio e l’accesso principale che conduce alle quattro torri di realizzazione stilistica e architettonica differenti fra di loro: una delle due torri prossime all’entrata è caratterizzata da una struttura abilmente concepita composta da massi di notevoli dimensioni nella parte inferiore della muratura e di dimensioni ridotte in relazione all’altezza a cui sono soggette, permettendo la formazione di una struttura snella e alleggerita nella parte superiore del manufatto; la seconda torre, invece, è costituita da massi di dimensioni ridotte e laterizio. Delle restanti due torri poste anteriormente rispetto al prospetto principale risalta soprattutto la prima di forma circolare, ma che nasconde una pianta interna poligonale; mentre l’ultima presenta una base a scarpa lanceolata e resti di intonaco nella parte inferiore; entrambe risultano essere edificate con pillori e pietrame erratico di medio-piccole dimensioni e ritocchi postumi in laterizio.

Conclusione
Ridotto a poco più di un rudere, il castello di Nicastro, si trova sotto la tutela della Soprintendenza per i beni archeologici della Calabria ed è stato oggetto di una serie di campagne di scavo che hanno portato alla luce diverse sezioni dell’edificio ancora non indagate, oltre a reperti di varia natura, quali ceramiche e vasellame di uso quotidiano.
Usato prevalentemente per la realizzazione di spettacoli all’aperto durante le festività, molti degli abitanti del posto ignorano l’importanza di un così imponente complesso a dominio della città.
Attualmente il castello poggia ancora sullo sperone roccioso su cui è stato edificato in passato, è possibile intravederlo dal centro della città a dimostrazione della sua resistenza e della sua volontà di essere testimonianza di un passato glorioso del territorio e di un sapere del costruire che sfida il tempo e le intemperie.

Bibliografia e sitografia

  • C. Gattuso, F. Villella, R. Marino Picciola, Il castello di Nicastro –il piano diagnostico. Esempio di articolazione, Atti del Convegno Diagnosis of Cultural Heritage, Napoli, 15-16 Dicembre 2011.
  • P. Giuliani, Memorie storiche della città di Nicastro, p. 24 – 39, A. Forni Editore, 1893.
  • P. Bonacci, Scritti storici lametini, p. 41 – 60, La Modernissima, Lamezia Terme, 1993.
  • P. Ardito, Spigolature storiche sulla città di Nicastro, p. 61- 109, La Modernissima, Lamezia Terme, 1989.
  • M. Mafrici, Il Castello di Nicastro – in una Calabria sconosciuta, Anno I Aprile/Giugno, n°2, Reggio Calabria, p. 90 – 94, stampa a cura del Comune di Lamezia Terme,1978.
  • G. De Sensi Sestito, F. Burgarella, Tra l’Amato ed il Savuto. Tomo II, p. 381 -406, Ed. Rubbettino, 2008.
  • K. Massara, I possedimenti dei Cavalieri di Malta nella piana lametina in una platea del ‘600, p. 407-452, Ed. Rubbetino,2005.
  • http://www.comune.lamezia-terme.cz.it
  • http://www.lameziastorica.it