VESPERBILD

Vesperbild, che oggi accoglie il visitatore all’interno della prima sala nel Museo Civico della città di Rieti, proviene dalla chiesa mendicante di San Domenico, e si trova lì dalla fine dell’Ottocento.

Nel corso del XIV secolo si diffuse nell’Europa tedesca la rappresentazione di un nuovo soggetto iconografico: la Vesperbild.

La parola significa letteralmente “immagine del vespro”, e sta ad indicare quel tipo di prodotti artistici, in gesso, legno o terracotta, che rappresentano la Vergine seduta col Figlio morto disteso sul suo grembo.

Tale rappresentazione non è riconducibile ad alcun racconto sacro: non se ne trova traccia né nei Vangeli, né all’interno di testi apocrifi.

È semplicemente la rappresentazione di quello che potrebbe essere accaduto dopo la deposizione di Cristo dalla croce: niente di più umano, dunque, di una madre che prende fra le braccia il corpo esanime del figlio.

La Vesperbild permetteva di rivivere con immediatezza uno dei principali misteri della fede, concentrando l’attenzione sulla figura di Cristo che ora si fa umana.

Levesperbilder erano di varia qualità, dimensioni e materiali, eseguite sempre da anonimi artigiani, e destinatealla meditazione privata. Il gruppo scultoreo non esigeva, dunque, elevate qualità artistiche.

Questo tipo di scultura si diffuse anche nella nostra Penisola per il tramite delle regioni settentrionali. Dal Friuli giunsero apporti artistici innovativi diffusi poi nelle Marche, in Abruzzo e in Umbria. Mentre in Veneto si diffusero, nel Quattrocento,Vesperbilder di maestri provenienti da Salisburgo, nelle Marche e in Abruzzo fiorì una vera e propria scuola di maestri tedeschi a partire dal primo decennio del XV secolo.

Una prima classificazione del gruppo scultoreo si deve allo storico Passarge (1924), il quale definì la Vesperbild come un gruppo “diagonale a scala”: la Madonna che piange la morte di Cristo e quest’ultimo, esanime sulle gambe della Madre, con la testa abbandonata all’indietro.

La Vesperbild di San Domenico, citata dallo storico, archeologo e antropologo Antonio De Nino si avvicina ad esemplari dall’accento particolarmente patetico come quello del Duomo di Ascoli Piceno e, benché più rozzo, in Santa Maria extra-moenia ad Antrodoco.

Un altro studioso ad occuparsi della Vesperbild reatina fu lo storico dell’arte Körte.

Egli nel suo magistrale lavoro del 1937 operò una dettagliata classificazione delle Vesperbilder presenti sul territorio italiano: gli esempi migliori, a suo avviso, sono la Pietà di San Domenico a Gubbio e il gruppo scultoreo conservato nella Pinacoteca di Spello.

Fra gli esiti meno “aurei”, piuttosto provinciali e tardi, egli annovera Vesperbilder opera di maestranze locali e di epoca successiva ai primi due esempi.

La provenienza dalla chiesa di San Domenico conferma l’ipotesi del Körte, secondo il quale la maggior parte delle Vesperbilder italiane proviene da edifici chiesastici domenicani. Secondo lo studioso, inoltre, la Vesperbild reatina è opera di maestranze nordiche e non un’imitazione italiana.

La Pietà di San Domenico, oggi conservata presso il Museo Civico, secondo quanto riportano alcuni studiosi locali, doveva essere ubicata nella piccola nicchia sita a sinistra del portale d’ingresso

Realizzata con materiale duro e compatto – stucco duro – ma allo stesso tempo tenero, presenta il retro non rifinito, scavato probabilmente per alleggerirne il peso

La Vergine è raffigurata giovane, ha i tratti adolescenziali: volto paffuto e lineamenti delicati.

L’espressione è corrucciata: ella guarda dritto davanti a sé, ha lo sguardo addolorato e la fronte aggrottata. Indossa una veste blu, con stelle a rilievo, stretta in vita da una fascia identica alla bordura della veste. “Eccezionalmente la policromia è quella originaria: il manto e l’abito rosso” sono cromie risalenti al XV secolo.

Il capo è coperto da un velo, movimentato da fitte e morbide pieghe, il quale ricade intorno al volto incorniciandolo.

La Vergine ha perso la mano sinistra, mentre Cristo ha il braccio destro molto rovinato.

Disteso sulle gambe della Madonna, il Figlio ha il corpo irrigidito dalla morte: il ventre rientra all’interno, il costato è enfatizzato, il torace è prominente.

Sembra di vedere uno scheletro: le braccia sono esili e non c’è traccia di alcun muscolo.

Cristo è leggermente inclinato verso lo spettatore e mostra le sue ferite: appena sotto il pettorale sinistro, nel costato, si vede un taglio aperto grondante di sangue.

Ho proposto la metà del XV secolo proprio per il modo di modellare le vesti, ma anche in base al volto della Vergine: è così addolcito rispetto agli altri gruppi scultorei più antichi.

Rispetto alle Vesperbilder trecentesche, caratterizzate da una forte espressività, da volti grotteschi; nel gruppo scultoreo di San Domenico il pathos si fa più composto.

Anche la caratterizzazione dei personaggi si fa più realistica: basta guardare il realismo anatomico che caratterizza il corpo di Cristo.

I panneggi si fanno più fluidi: il perizoma del Deposto è fittamente panneggiato, il manto e la veste della Vergine ricadono in grovigli sinuosi.

Interessante dal punto di vista della cronologia è l’ampio e tondo scollo della Madonna il quale, aderendo al seno, ne mette in risalto la curva.

Alla luce di queste considerazioni bisognerà assegnare alla Vesperbild reatina una datazione abbastanza avanzata: intorno alla metà del secolo XV.


IL POLITTICO DI LUCA TOMME'

Per il progetto Discovering Italia andiamo all’interno del Museo civico di Rieti per apprezzare un capolavoro assoluto: il polittico di Luca di Tommè

 Luca di Tommè, Madonna con Bambino e Santi, cm. 198×44(tavola centrale) cm. 156×44 (tavole laterali) 1370, Rieti, Museo civico, dalla chiesa di San Domenico.

Una delle sue più antiche attestazioni si rintraccia nel fondo archivistico dedicato all’insediamento domenicano conservato presso l’Archivio di Stato di Rieti.

In tali documenti, risalenti al XVIII secolo, si legge che il polittico fu ritrovato durante il disfacimento del coro.

Durante tali operazioni venne rinvenuto anche un affresco con  “l’immagine della Madonna Santissima della Pietà col Cristo morto nel suo seno, e fu segata dal muro e trasportata nella cappella di San Pietro Martire […] sotto la detta immagine vi era una tavola dipinta e indorata nella quale era scritto così: Haec tabula facta est pro anima Andreae Pennelli et uxorissuaeDñaeVannae”.

Nel corso del XVIII secolo l’iscrizione riportante l’autore e la data  venne nascosta da una fastosa cornice, alcuni studiosi riconobbero all’interno dell’opera una eco senese, tuttavia non furono in grado di riconoscerne l’autore.

Una volta che il polittico fu liberato dalla cornice tornarono alla luce “nell’estremo lembo inferiore la prima parte della scritta […] in lettere gotiche d’oro su fondo nero: LUCAS·THOME·DE·SENIS·PINSIT·HOC·OPUS·MCCCLXX.

La seconda riga dell’iscrizione, col nome dell’ordinatore e di sua moglie, fu segata via”

Il restauro “si deve a Giuseppe Colarieti Tosti, il quale nel 1911 provvide ad uniformare il fondo dei pannelli che accolgono le tavole, consolidò la pellicola pittorica, completò l’iscrizione centrale, realizzandola con caratteri gotici tratteggiati nel contorno”.

Tutto ciò è possibile vederlo ancora oggi: non solo si nota, nella veduta d’insieme, come il tessuto pittorico sia stato colmato attraverso l’applicazione di lembi di tela – presenti soprattutto nelle figure dei santi Domenico e Pietro – ma anche nell’iscrizione. Si nota, infatti, un restauro dell’iscrizione: è grazie all’attività del restauratore locale, Pier Giuseppe Colarieti Tosti, se oggi possiamo ancora vedere il nome dell’autore e i due donatori.

Il polittico, per molto tempo è stato considerato come un’opera di Niccolò Tegliacci; si deve a Federico Zeri l’attribuzione al suo vero autore.

Nel corso del XIX secolo il polittico era stato smembrato e suddiviso all’interno delle varie cappelle: “[…] queste pitture […] separatamente si conservano: la Madonna col Bambino dentro il convento di San Domenico, e le altre nelle pareti non luminose della cappella di Santa Caterina, nella chiesa”.

Ipotesi confermata nel 1872 anche da Mariano Guardabassi, il quale nella sua rassegna dei monumenti cristiani e pagani d’Italia cita anche la chiesa di San Domenico: “[…] Cappella di Santa Caterina ; nelle pareti laterali Tavole a tempera  in fondo d’oro (probabilmente parti di un trittico)

-1 Maria in seggio con Gesù,

-2 S. Pietro,

-3 S. Paolo,

-4 S. Pietro Martire,

-5 S. Domenico;

opere del XV secolo”.

La descrizione più dettagliata sullo smembramento degli scomparti del polittico è stata resa alla fine del XIX secolo dagli storici e critici d’arte Giovanni Battista Cavalcaselle e Giovanni Morelli: “Nel coro superiore del convento dei PP. Domenicani havvi una tavola acuminata, in cui è rappresentata la Madonna seduta in trono col Bambino ritto in grembo.

In alto della tavola vedonsi parte di due figurette di Profeti.

[…] di scuola senese e che probabilmente può essere aggiudicata al pittore Luca Tome […].

Nella seconda cappella a sinistra dell’altar maggiore, in chiesa, trovansi incastrate nei muri laterali quattro tavole rappresentanti i Ss. Domenico, Pietro, Paolo ed un altro santo dell’ordine domenicano, le quali sembrano appartenere allo stesso pittore poc’anzi citato, ed avere formato un quadro solo con quella tavola su cui è dipinta la Madonna”.

Vincenzo Boschi, nel suo saggio dedicato al complesso domenicano, oltre a confermarci la dislocazione dell’opera, criticò anche gli artefici del ritocco effettuato su alcune tavole del polittico: “[…] sulle pareti laterali della seconda [cappella, ndr] furon collocate due a due, in apposite cornici di stucco, le singole parti del polittico.

Allora le tavole di S. Pietro e S. Paolo dovettero essere ritoccate a olio e riverniciate; le altre con la tavola centrale, che rimasero in convento, non furono toccate. Però sotto le singole tavole laterali venne dipinta una barbara zoccolatura”.

Questa distribuzione fu mantenuta ancora nei primi anni del XX secolo, come risulta dalla descrizione dello storico e critico d’arte Umberto Gnoli (1911): “[…] la tavola centrale si trovava nel convento e le laterali nella Cappella di S. Caterina in S. Domenico”.

L’opera venne citata anche da MillardMeiss, il quale vide nel polittico reatino un prodotto eccellente di Luca di Tommè. Un’altra studiosa che si interessò all’opera fu la storica d’arte Luisa Mortari, la quale riportò la collocazione originaria del polittico: “[…] nella chiesa di San Domenico di Rieti esistevano opere mobili che i Padri dell’Ordine dei Predicatori vi avevano raccolto.

Tra queste primeggiava nell’Altar Maggiore il polittico di Luca di Tommè, scomposto per la prima volta nel 1635 […] “.

L’opera è un pentittico: al centro campeggia la Vergine col Bambino, mentre ai lati vi sono San Domenico, San Pietro, San Paolo e San Pietro Martire.

Le figure sono inquadrate all’interno di archi ogivali di gusto gotico, ravvivati da ” […] imitazioni di topazi e smeraldi”.

I due profeti che sovrastano l’arcata della tavola centrale sorreggono un cartiglio, ove si legge bene l’iscrizione: “Puerdatus est nobis” (e a destra) “Ecce Virgo concipiet et”

La Madonna ha un manto scuro, quasi nero, ma che in origine doveva essere “bleu scuro con risvolti verdi”, la veste è ravvivata da bordure dorate che creano grovigli vorticosi dando il senso di movimento: il manto scuro non appiattisce la composizione, anzi, proprio grazie al virtuosismo del bordo possiamo intuire i volumi del corpo sottostante.

Ella è rappresentata assisa su un trono che lo spettatore può solo immaginare: si riesce a intravedere il cuscino oro e rosso e una parte della struttura sottostante, coperta per il resto dalla veste scura. Lo schienale è rivestito da un drappo rosso porpora che si fonde con la veste ̔fiammante̕  del Bambino.

La Vergine sostiene Cristo con una mano, mentre con l’altra sorregge un cartiglio ove è possibile leggere: “Qui vult venire post me anegetsemet”.

Le sue mani sono lunghe e affusolate, tipiche della cultura gotica senese: anche i tratti del volto sono molto eleganti e richiamano alla mente le opere di Simone Martini e Lippo Memmi.

I lineamenti aristocratici trovano infatti riscontro nelle opere avignonesi del Martini.

Sotto il volto è possibile riscontrare l’uso del “verdaccio” che si usava come base per i carnati; gli occhi sono di un’elegante forma amigdaloide, le sopracciglia finissime, il naso aquilino e la bocca piccola e carnosa; tutti questi elementi conferiscono un aspetto elegante alla Vergine.

Cristo è raffigurato in piedi sulle ginocchia della madre, è colto nell’atto di benedire, con la mano destra, mentre con la sinistra sostiene una croce.

È qui rappresentato un “Bambino roseo, paffutello, ricciuto, dallo sguardo vivo e sereno”.

La veste è di un bellissimo rosa salmone e, come quella della Vergine, è adornata da una bordura dorata “con finissimi dettagli d’intreccio e di smerlettatura” che conferiscono movimento sia alla figura del Bambino, sia al panneggio, il quale lascia intravedere due piccoli piedi carnosi.

Anche i tratti di Cristo sono eleganti, secondo la tradizione senese.

Nelle tavole laterali vi sono raffigurati i vari santi: il primo da destra è San Domenico.

Egli sostiene con la mano destra un libro e con la sinistra un giglio. È raffigurato con il manto nero dei domenicani, e con la testa leggermente rivolta a sinistra.

Da sotto il pesante saio fuoriescono i piedi, appena accennati.

L’altro santo domenicano, San Pietro Martire, raffigurato all’estrema sinistra della Vergine sostiene con la mano destra un libro che richiama esteticamente quello sorretto da San Domenico, con la sinistra la palma del martirio.

Da sotto il nero dei manti risalta il candore del saio bianco.

Alla destra della Madonna è raffigurato San Pietro Apostolo, “rigido e fiero”, che sorregge un libro con la mano sinistra mentre ha le chiavi nella destra.

Il santo ha un’espressione pensierosa: ha gli occhi molto grandi e il volto è pesantemente allungato dalle folte basette che, scendendo ai lati delle guance, si collegano alla morbida barba.

Egli indossa un manto color oro con risvolti azzurri, il quale “ripreso con un rabbuffo fra la vita e l’avambraccio destro, gli scende dalle spalle ai piedi sopra ad una veste violacea”.

Anche san Pietro è raffigurato con i piedi scoperti.

Egli tiene in mano due chiavi “in oro l’una in argento l’altra, finemente lavorate con tortiglioncini graziosissimi”.

L’ultimo personaggio alla sinistra della Madonna è san Paolo raffigurato “in una posa alquanto addolcita da un leggero inchinar il capo verso destra”: ha i lineamenti del volto molto marcati, sottolineati ancor di più dalla riccia barba che va quasi a coprire completamente la bocca.

Egli ha nella mano destra la spada, mentre nella sinistra sostiene un evangelario aperto in cui si può leggere: “Bonumcertamen certavi cursum consumavi fidem se”.

Il santo ha una tunica di un vibrante verde coperta da un manto violaceo con risvolti rossi.

“Queste pitture, riverniciate e ritoccate a olio, avvivate nella parte superiore con della porporina, hanno l’oro del fondo coperto con una tinta verdastra che contorna l’intera figura.

Il barbaro ritocco però non ha sopraffatto, nella pittura, la traccia dell’antico fondo, per quanto può rilevarsi dal confronto con le figure di S. Domenico e S. Pietro Martire, che hanno i tratti caratteristici della figura degli apostoli”. Nonostante i lavori che hanno modificato l’aspetto dell’opera, il polittico reca ancora i tratti peculiari della scuola senese: l’eleganza delle figure, la gestualità aristocratica e infine la raffigurazione delle membra estremamente affusolate.

Indicativo è il confronto fra il pentittico reatino e il polittico proveniente da Mercatello sul Metauro.

Le figure sono molto simili “d’altronde non si può nascondere che Luca tendesse a ripetere ornati e modelli”.

In effetti, oltre la gamma cromatica che è pressoché identica, i lineamenti della Vergine, in entrambe le opere, sono invariabili: occhi a mandorla, sopracciglia finissime e naso aquilino.

Per quanto riguarda Cristo si veda, oltre alla somiglianza della veste che riporta la stessa bordura, la divisione dei capelli tramite una ciocca riccioluta posta al centro della testa.

L’opera mostra una rigidità e un’astrazione “sintomatiche di uno stile fattosi più ̔mistico̕, in parallelo alla sentita spiritualità penitenziale che percorreva la pittura senese e fiorentina dopo la peste nera”.

Inoltre, seguendo lo studio dello storico d’arte Gabriele Fattorini si capisce anche perché all’interno del polittico di San Domenico siano stati raffigurati i santi Pietro e Paolo: secondo lo studioso ciò si può imputare al fatto che Rieti dipendesse dalla chiesa di Roma.

Il polittico, come ci appare oggi, è privo di cuspidi e predella che sicuramente completavano l’opera.

Spinti dalla volontà di ricostruire il complesso molti studiosi si sono interrogati sulla sua struttura originaria.

Il Petrini imputa la perdita della predella all’incuria di chi vi aveva dipinto sopra una “barbara zoccolatura”; inoltre egli immagina possibili cuspidi suggerite dal “taglio a trigono delle tavole laterali”.

Lo studioso, analizzando una nota riportata all’interno del Libro dei Consigli, crede di aver ritrovato la predella mancante del pentittico, identificata con una Pietà. La notizia riportata dallo studioso, tuttavia, non è esatta: l’iscrizione, infatti, è la stessa che troviamo sul polittico. Già Umberto Gnoli, nel 1911, criticò lo studioso: “il Petrini poi male interpretando questo documento, pensò che il dipinto di Luca fosse la Pietà, e, descritto il pentastico si limitò ad attribuirlo alla scuola senese del XIV secolo”.

Anche Luisa Mortari, seguendo lo Gnoli, scrisse: “Confusa è la notizia che nella chiesa stessa si trovasse qualcuno dei piccoli scomparti che in origine è presumibile completassero il polittico. Ad uno di questi potrebbe riferirsi la segnalazione del Petrini (1904) attinta a una nota allegata al Libro dei Consigli […], il Petrini aveva interpretato erroneamente il documento, essendo l’iscrizione ch’egli segnalava sulla Pietà la medesima che leggiamo sulla tavola della Madonna, e dovendosi trattare, semmai, di una Pietà, non su tavola, ma ad affresco”.

Per quanto riguarda la composizione originaria del polittico, a mio avviso, sarebbe opportuno seguire l’ipotesi della Mortari e del Petrini: ovverosia che l’opera fosse completata da cuspidi e, inoltre, fosse originariamente collocata sull’altar maggiore.

Oltre alla forma <<a trigono>> degli scomparti, si veda la testimonianza del cronista seicentesco Agostino de Paolis, il quale riporta un’informazione molto importante circa la composizione del pentittico: “[…] nel 1370 fu collocato il Crocifisso a spese e per devotione di Andrea Pennelli e Vanna sua consorte, nel mezzo del piedistallo che sosteneva un’alta macchina terminata nella sommità in più tavolette piramidali nella quale in campo d’oro si vedevano maestrevolmente piantati più santi”.

Infine, per farsi un’idea su come doveva apparire il polittico reatino basterà seguire l’ipotesi di ricostruzione di Gabriele Fattorini fatta per il polittico della pieve di Mercatello sul Metauro.

Ho seguito questo specifico caso data la somiglianza stilistica: entrambi i polittici si compongono di cinque scomparti a figure intere, inoltre accanto alla Vergine trovano posto i santi Pietro e Paolo.

È dunque probabile, secondo la mia ipotesi, che il polittico di San Domenico fosse in origine completato da cinque cuspidi e da una predella.

 


CHIESA DI SANTA MARIA EXTRA MOENIA

 

Siamo nel piccolo borgo medioevale di Antrodoco, in provincia di Rieti.

Qui sorge una piccola chiesa – con battistero annesso – intitolata alla Vergine.

La sua storia è complicata: essa si erge sui resti di un antico tempio dedicato alla dea Diana (V sec. a.C.). l’edifico, come lo vediamo oggi, è stato soggetto a vari rifacimenti che ne hanno alterato, in parte, l’aspetto originario.

La facciata a capanna è frutto di un rifacimento del XIX secolo, il portale originario venne sostituito con quello attuale duecentesco durante il restauro del 1950.

Il Santa Maria extra moenia venne consacrata dal vescovo di Rieti, Gerardo, nel 1051.

Durante l’epoca medioevale l’edificio venne nominato da papa Anastasio IV in una Bolla del 1154 ed infine fu sanzionata dallo stesso Federico I nel 1178.

L’interno è suddiviso in tre navate con profonda abside decorata con l’immagine di un Cristo pantocratore inserito all’interno di una mandorla.

Rispetto alla decorazione pittorica del catino absidale, tipicamente medioevale, le pitture superstiti della navata (quella meglio conservata è lo Sposalizio mistico di santa Caterina) si collocano cronologicamente nella seconda metà del XIV inizi XV secolo.

Addossato alla chiesa si erge un campanile a pianta quadrata il cui ritmo verticale è scandito da monofore murate, bifore e trifore.

Accanto alla chiesa vi è lo splendido battistero (fine XIV-inizi XV) a pianta esagonale riccamente decorato con storie della vita di san Giovanni Battista.

L’edifico è caratteristico: non ha raffronti nella zona e sembra di chiara derivazione settentrionale (probabilmente lombarda). L’interno è decorato da dipinti murali preziosissimi che rivelano l’importanza del sacramento del battesimo attraverso la descrizione della vita – e della morte – dell’uomo che battezzò Cristo: Giovanni battista.

Le maestranze, a giudicare dallo stile, sembrano riferirsi allo stile abruzzese e laziale databili fra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento.

I dipinti si raccolgono in tre cicli: Storie di san Giovanni, Fuga in Egitto e Strage degli innocenti. Notevole appare il Giudizio finale sul portale d’accesso; un inferno che doveva incutere terrore a chiunque lasciasse l’edificio, essendo l’ultima immagine che si vedeva fungeva come un monito.


RIETI SOTTERRANEA

Per il progetto Discovering Italia oggi vi porto con me nei sotterranei della mia città.

La fondazione di Rieti risale all’età del ferro (IX-VIII a.C). Così come la fondazione affonda le proprie radici nella leggenda, anche i primi contatti con l’Urbe sono legati ad eventi mitici: nell’VIII a.C. i Sabini vennero attratti con l’inganno a partecipare a dei giochi gladiatorii da Romolo, re e mitico fondatore della città di Roma. Una volta giunti lì, i Sabini, vennero derubati del loro “bene” più prezioso: le donne; poiché esse, data la loro rinomata bellezza e fertilità, dovevano ripopolare l’Urbe.

Ovviamente Tito Tazio, re dei Sabini, dichiarò guerra a Roma. Tuttavia il conflitto fu evitato grazie al coraggio delle donne: elle decisero di immolarsi e sposarsi con i loro aguzzini affinché non si giungesse ad uno scontro armato.

Proprio grazie a loro, non solo si evitò il conflitto, ma i Sabini e i Romani iniziarono una vera e propria collaborazione (talmente forte che poterono espletare ben due re fra i mitici sette re di Roma: Numa Pompilio e Anco Marcio).

Tuttavia, la città di Rieti venne assoggettata nel 290 a.C. e ridotta allo status di civitas sine suffragio.

A quest’epoca risale la bonifica del Lacus Velinus operata dal console Manio Curio Dentato. Egli trasformò il lago in fiume (esistente tutt’ora) bonificando la zona sottostante. Creò un ponte e lo collegò ad un viadotto rialzato e scavato da fornici: la via Salaria. Tale viadotto doveva raggiungere la città che allora si espletava nel Foro (oggi a posto del Foro romano vi è la piazza principale dei Rieti, Piazza Vittorio Emanuele II).

Proprio sopra quel viadotto – antica Via Salaria – oggi vi è l’arteria centrale della città, via Roma. Sopra ai fornici della via salaria, in epoca medioevale, sorsero i palazzi delle famiglie più abbienti.

Ancora oggi l’ingresso per i sotterranei si effettua passando attraverso uno di questi edifici, palazzo Napoleoni, costruito proprio sopra un arco del viadotto (poi tamponato durante il XIV secolo).

L’ambiente è freddo e umido poiché la prima parte da esplorare è composta da pietra sponga, la quale assorbe, filtra e rigetta l’acqua che arriva dalle strade sovrastanti.

I sotterranei bisogna immaginarli non come sono oggi, ovverosia scuri e isolati, bensì bisogna come attivi e ricchi di vita. Proprio lì sotto, durante il medioevo, si impiantarono taverne, botteghe di fabbri, scalpellini, artigiani ecc. Ma se di giorno fungevano da “gallerie commerciali” ante litteram, di notte erano estremamente pericolosi. Gli Statuti comunali del XIV secolo imposero alla famiglia Napoleoni, che aveva la propria dimora nel I e II piano sopra i sotterranei, di chiudere i viadotti poiché erano troppo pericolosi.

Quei luoghi misteriosi, dunque, vennero sottratti alla vita cittadina e furono utilizzati dalle famiglie patrizie soprastanti come delle taverne personali.

Questi luoghi rimasero al buio e in silenzio per secoli, finché durante il secondo conflitto mondiale vennero riutilizzati dalla popolazione come rifugio per evitare i bombardamenti (che rasero al suolo, nel 1943, la zona antistante detta Borgo).

Da questo moneto in poi – ci troviamo proprio sotto l’attuale via Roma- si passa da un palazzo ad un altro: esploriamo ora i sotterranei di palazzo Vecchiarelli.

Qui sotto lavorò l’architetto che successivamente realizzò l’edificio di Mariano Vecchiarelli, uno dei nomi più importanti del Cinquecento: Carlo Maderno. Egli divise in ambiente i sotterranei del Vecchiarelli per dare sostegno statico al palazzo che abreve avrebbe cominciato in superficie. Con sé egli portò suo nipote, Borromini, il quale realizzò la bellissima scala elicoidale,in travertino e marmo di Carrara, che dal sotterraneo porta al palazzo antistante.

L’ultimo ambiente da visitare prima di riemergere in superficie è quello parallelo (ma sotterraneo) al cosiddetto “teatro di pietra” del Vecchiarelli.

Qui il Maderno si trovò dinanzi ad una bellissima cisterna di epoca romana (il cocciopesto della base recuperato dagli archeologi a circa 20 metri di profondità è di I d.C.) utilizzata ed innalzata durante il medioevo; e di fronte ad un bellissimo resto di colonna romana relativo ad un tempio di I d.C. Il resto della colonna venne enucleato all’interno di una sorta di pozzo; si capisce: per il Vecchiarelli era un pregio avere resti di antichi fastigi all’interno della propria abitazione.

Una volta usciti dai sotterranei ci troveremo all’interno del cortile del palazzo, detto teatro di pietra per l’ottima acustica. Fu infatti utilizzato dalla famiglia come tetro personale per allietare i loro amici e ospiti.