VILLA STICCHI

Quando si parla di SKYLINE il pensiero corre immediatamente a New York con i suoi grattacieli e le mille luci tuttavia c’è un posto in Puglia dove è possibile ammirarne uno ugualmente splendente seppur dalle forme totalmente diverse. Si tratta di Santa Cesarea Terme la quale, come denota il nome stesso, deve la sua notorietà alla presenza di sorgenti termali di acque sulfuree e alla conseguente realizzazione di stabilimenti balneari molto curati che hanno contribuito a rendere questo posto una meta ambita di villeggiatura per nobili e personaggi famosi, soprattutto nei secoli passati. È grazie a questi personaggi che agli inizi del XIX secolo furono realizzate moltissime ville in stile moresco e mediterraneo che contribuiscono a rendere il passeggio a Santa Cesarea Terme estremamente piacevole non solo per la salubrità del posto ma anche per lo straordinario senso estetico.
La particolarità delle ville di questo posto è che nascono in primis non per il gusto dell’arte, di cui tra l’altro rispecchiano lo spirito dilagante dell’epoca, il liberty di ispirazione neoclassica e l’art decò, ma per il gusto di respirare l’aria buona di mare, finalmente disponibile dopo secoli di lotte con i turchi prima, abituali frequentatori di queste zone, e con le paludi poi. La nuova disponibilità di questo tratto di costa rendeva possibile la realizzazione di quel concetto culturale del “vivere bene” così caro e ricercato dai borghesi dell’Ottocento. Santa Cesarea Terme si fece raccoglitore di questa esigenza del tutto mondana tanto da diventare un luogo particolarmente chic per l’epoca esprimendo il meglio di sé grazie alla realizzazione di queste maestose ville. Queste furono progettate ed erette proprio sul mare e, quando non era possibile, leggermente più indietro sulla parte alta della costa, in una varietà di forme, colonne, archi ed influenze che le renderanno uniche. Come già detto questo ville rispecchiano lo stile liberty e art decò in voga al tempo e furono realizzate da sontuosi progetti che richiamavano chiaramente questi stili dando vita a strutture bellissime, morbide ed orientaleggianti.
Con la sua cupola rosso porpora dallo spiccato stile orientale Villa Sticchi è sicuramente la più bella e particolare tra le ville sorte in questo periodo. La villa sorge su uno sperone roccioso a 20 metri di altezza sul mare e fu fatta costruire su un progetto di Giovanni Pasca, primo imprenditore delle terme di Santa Cesarea, tra il 1894 e il 1900. Saverio Sticchi, cui la villa deve il nome, era anch’egli un personaggio di spicco nel panorama cittadino, legato anch’egli allo sviluppo e realizzazione del centro termale. I lavori di realizzazione furono affidati all’ingegnere Pasquale Ruggieri il quale avendo viaggiato molto ed essendo rimasto affascinato dalle strutture orientali decise di realizzare la villa richiamando quello stile. La villa, in stile moresco, riflette fortemente le influenze islamiche tipiche di questo stile ed è allo stesso tempo uno degli esempi più evidenti di eclettismo architettonico di quel periodo storico mostrando al contempo quanto stretto fosse ancora il legame culturale tra oriente ed occidente in questo tratto specifico di costa. Vista dal mare la villa sembra la residenza di un Maharaja trasportata dal vento e deposta in mezzo al paese e niente rende meglio l’effetto che fa come le parole dette nell’incipit del film “Nostra Signora dei Turchi” ad opera di Carmelo Bene, regista pugliese: “Denunciato dal salmastro, orientale, come un riflesso sbiadito, scrostato sotto le volte degli archi e sulle cupole”.
La villa è caratterizzata da un portico di archi che si sviluppa su tre lati della struttura ed è retto da una serie di piccole colonne attorcigliate a spirale. La facciata è su due livelli e presenta una scalinata a doppia rampa che porta ad una loggia a trifora riccamente decorata con la caratteristica pietra leccese, intagliata ad arte. Osservando con attenzione le facciate si notano le tracce della decorazione originaria dove fiori, arabeschi e figure geometriche rendevano ancora più prezioso l’esterno di questa villa. Le finestre e le porte presentano un ricamo realizzato in pietra leccese e pare di trovarsi all’interno di un harem. All’interno gli ambienti si articolano intorno ad un asse che comprende anche il vasto salone dal quale ci si affaccia in terrazza. I pavimenti sono invece ricoperti da mosaici. La grande cupola, simbolo della villa, era accompagnata da quattro più piccole poste sopra le torri angolari. Anche la cupola presentava sul rivestimento esterno motivi geometrici realizzati con intonaci riflettenti secondo le modalità in uso per le costruzioni islamiche.
Purtroppo la villa non è visitabile e questo oltre ad essere un vero e proprio peccato non fa altro che acuirne il mistero e il fascino lasciando spazio all’immaginazione di pensare ciò che ritiene meglio.


I GRIFONI DI ASCOLI SATRIANO

A vederla da lontano l’antica “Ausculum”(ossia fonte), centro di origine preromana abitato dai Dauni, sembra un piccolo agglomerato di case arroccate sulle distese verdi del Tavoliere, tutte vicine e fitte quasi a volersi proteggere l’un l’altra. Ma è il cuore del paese a custodire un vero e proprio tesoro, solo di recente valorizzato in Italia ed oggetto di travagliate vicende degne di un giallo. All’interno del polo museale sono infatti custoditi i marmi policromi di Ascoli Satriano, reperti unici e di inestimabile valore.
La straordinaria scultura è alta 95 cm e lunga 148 cm ed è costituita da una coppia di grifi, animali fantastici dal corpo di leone e la testa di drago, rappresentati con fine realismo mentre azzannano un cerbiatto ormai disteso al suolo. Si tratta di un sostegno per mensa ed è parte integrante di un corredo funerario di una tomba macedone. Del tutto peculiare è lo stato di conservazione della policromia del gruppo scultoreo che documenta l’uso di diverse tipologie di pigmenti per tratteggiare i particolari. Si passa infatti dal rosa usato per definire le linee incise dell’attacco del piumaggio al corpo e l’interno delle narici al giallo, nella variante giallo/beige che definisce i corpi dei grifoni, a quello più intenso utilizzato per il corpo del cerbiatto, al rosso utilizzato per le teste dei grifi e per il sangue della preda che cola dalle loro fauci, all’azzurro delle ali, al bianco usato per sottolineare la scanalatura profonda delle piume, al verde impiegato per definire la base rocciosa. Completa il complesso di marmi policromi anche un bacino rituale, detto podanipter, al cui interno è raffigurata la scena del trasporto delle armi che Efesto forgiò per Achille su richiesta della madre Teti. Anche in questo caso colpisce la vivace decorazione policroma così come l’alta qualità del marmo utilizzato, quello cristallino e trasparente scavato in galleria nell’isola di Paro che i greci riservavano ai capolavori della scultura.
La bellezza dei Grifoni è tanta e tale da meritare l’esposizione presso l’Expo tenutosi a Milano nel 2015 e la fortunata avventura milanese non si è conclusa qui. I Grifoni sono infatti detentori di un record molto significativo: sono il primo reperto archeologico della provincia di Foggia ad esser finito nella straordinaria bacheca ARTS & CULTURE del Google Cultural Institute dov’è possibile ammirarli in altissima definizione fin nei più piccoli particolari. Nella collezione Art & Culture figurano due schede distinte dedicate al reperto: la prima è un’immagine che raffigura l’opera permettendo appunto l’ingrandimento di tutti i dettagli; la seconda ospita un’interessante presentazione a cura del Soprintendente dei beni archeologici della Puglia, Luigi La Rocca, che ricostruisce la storia del reperto, la stessa che rende ancora più affascinante l’opera. Parlavamo infatti di un giallo ed è giunto il momento di svelarlo.
La storia dei Grifoni comincia in una notte tra il 1976 e il 1978 quando un gruppo di tombaroli riuscì ad entrare per primi nella tombe di un’elitè principesca dauna. Davanti a loro si apre la camera funeraria della famiglia e qui vedono qualcosa di mai visto prima: al centro della camera trovano insieme al corredo funerario il grande bacino di marmo bianco decorato preziosamente con un dipinto e dietro qualcosa di ancora più straordinario, un sostegno per mensa in marmo orientale raffigurante una coppia di grifi, appunto, intenti nell’atto di azzannare un cerbiatto. Le ali dipinte di giallo ed azzurro spiegate verso l’alto ed una cresta rossa. Attorno a questo un cratere decorato con una corona d’oro a foglie d’edera ed altri pezzi minori. I reperti vennero subito smembrati. Alcuni di essi, frammentari, furono sequestrati dalla Guardia di Finanza e conservati in casse all’interno dei magazzini della Soprintendenza di Foggia, dove se ne persero le tracce in attesa del processo. Altri pezzi, i più pregiati costituiti appunto dai grifoni e dal podanipter, furono venduti dai tombaroli ad un famoso mercante d’arte, Giacomo Medici. I pezzi finirono tramite un noto trafficante internazionale, R. Symes, nella collezione di M. Tempelsmen, magnate di miniere e mercante di diamanti belga/americano. Ancora una volta tramite la mediazione di Symes i due straordinari oggetti pagati rispettivamente 5,5, e 2,2 milioni di dollari furono venduti, insieme alla statua di Apollo, anch’essa trafugata da una villa presente nel territorio di Ascoli, al J. Paul Getty Museum di Malibù in California. Nel 1985 il curatore della sezione di arte antica del Getty Museum Houghton venne a conoscenza della provenienza illegale degli oggetti acquistati da Tempelsmen dallo stesso Medici che dichiarò di aver acquistato nel 1976 o 1977 i pezzi e di averli rivenduti a due trafficanti internazionali: Symes ed Hecht. Quest’ultimo confermò ad Houghton che la provenienza dei manufatti era ad Ortanova, base dei tombaroli. Intanto uno dei due tombaroli, Savino Berardi, gravemente ammalato, poco prima di morire nel 2002, indicò ai marescialli dei Carabinieri Salvatore Morando e Roberto Lai il sito di provenienza nel territorio di Ascoli Satriano e , chiedendo ai militari di riportare i Grifoni in Italia, rivelò che gli fu sequestrato anche altro materiale. I carabinieri avviarono allora una complessa indagine negli archivi dell’ex procura di Ortanova, le cui competenze erano state trasferite nel frattempo nel comune di Cerignola. Tra faldoni ormai destinati al macero trovarono i documenti risalenti al 1978 e mediante uno scavo nei magazzini della soprintendenza di Foggia riscoprirono la cassa a nome Berardi con 19 pezzi di marmo sequestrati. È il 5 Maggio 2006. A questo punto le due vicende tornano ad intrecciarsi nell’ambito di un processo per commercio illegale di reperti archeologici contro il trafficante Hecht e l’archeologa Marion True che nel 1986 aveva sostituito Houghton come curatrice della sezione di arte antica del Getty. Angelo Bottini, all’epoca soprintendente archeologo di Roma, riconosce l’alta qualità dei reperti recuperati dai carabinieri e stabilisce un collegamento con gli oggetti acquistati dal Getty. Dopo lunghe trattative condotte dal Ministero per i Beni e per le attività culturali, a 22 anni dall’acquisto effettuato nel 1985, i reperti sono stati restituiti all’Italia il 1 Agosto del 2007. Nel 2010 il Ministero ha disposto il “ritorno a casa” ad Ascoli di questi straordinari manufatti.

I grifoni sono visitabili presso il Polo Museale di Ascoli Satriano dal Martedì alla Domenica dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dalle ore 16:00 alle ore 19:00.

SITOGRAFIA:

La magia dei Grifoni che incanta Ascoli Satriano

http://www.comune.ascolisatriano.fg.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20029/idtesto/103

https://www.statoquotidiano.it/11/01/2018/grifoni-ascoli-satriano-approdano-google-arts-culture/598588/


IL PIANO DELLE FOSSE DI CERIGNOLA

Articolo curato dalla referente per la regione Puglia SELENIA DE MICHELE

 

Candidato ai Luoghi del cuore del Fai nel 2018 il piano delle fosse del grano o Piano di San Rocco è l'ultima testimonianza di una modalità di conservazione del grano tipica della Capitanata. Piani simili si trovavano sparsi in tutto il territorio da Manfredonia a Lucera, da San Severo a Trinitapoli, ed anche nello stesso capoluogo dauno. Quello di Cerignola è il più esteso e meglio conservato: circa 600 fosse estese su una superficie di 26.000 metri quadrati. Nel 1991 il piano fu oggetto di una mostra che si proponeva di illustrare agli alunni delle scuole, all'interno della quale fu ospitata, l'importanza di un bene architettonico unico nell'area mediterraneo che necessitava e necessita tutt'ora di attenzioni continue e di interventi per la sua salvaguardia e valorizzazione.
Il primo documento che parla dell'esistenza delle fosse risale al 1225 (codice diplomatico barese volume X) ma solo nel 1581 si fa esplicito riferimento al piano antistante la chiesa di San Domenico. Tuttavia il sistema di conservazione del grano all'interno di fosse risale già al 6000 a.C. come testimoniato dalla loro presenza all'interno del villaggio neolitico di Passo di Corvo. Per la sua importanza il piano delle fosse fu sottoposto a vincolo tutelativo nel 1982 con decreto ministeriale.
Le fosse (dal latino fovea) sono depositi scavati in un terreno di consistenza tufacea, ne quali per secoli si sono conservati grano, orzo, avena, granturco, mandorle, fave ed altri cereali. La capacità media di conservazione si aggira intorno ai 500 quintali anche se alcune potevano arrivare addirittura a 1100. Le pareti interne erano tinteggiate a latte di calce, cui oggi è stato preferito il cemento, al fine di evitare il contatto diretto del prodotto con il terreno. Internamente erano poi rivestite in pietra o mattoni come il pavimento; l'imbocco sfiora la superficie ed è delimitato all'esterno da quattro elementi in pietra. Le fosse sono inoltre contrassegnate da un cippo lapideo sopra il quale è riportata la sigla dell'originario proprietario accompagnata da un numero progressivo e, spesso sul retro, l'acronimo “MG”: nel 1939 infatti la Magmeri – magazzini generali meridionali – acquistò 302 fosse da privati e dalla famiglia Pavoncelli. Le dimensioni delle fosse erano standard: di solito avevano una profondità di 5 metri ed un dimetro di 4,5 mentre l'imboccatura misurava circa 1,25. la fossa era infine chiusa da delle assi di legno a loro volta ricoperte da un cumulo di terra che serviva a far defluire l'acqua piovana. Le operazioni di infossamento e sfossamento del grano erano di competenza della Carovana sfossatori: tre compagnie articolate ognuna in cinque squadre da dodici operai per un totale di 180 persone. L'infossamento avveniva svuotando i sacchi di grano, trasportati dalle campagne su carretti, nelle fosse. Lo sfossamento prevedeva invece che un operaio scendendo nella fossa riempisse di grano i cesti che gli altri quattro operai della squadra calavano e tiravano poi su riuscendo a movimentare 120 quintali di prodotto all'ora.
Ad oggi le fosse ancora attive sono circa 200 ed è possibile visitare l'intero complesso.

SITOGRAFIA:

http://www.comune.cerignola.fg.it/cerignola/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/20065

http://www.ilmercadante.it/?p=1053

https://www.fondoambiente.it/luoghi/piano-delle-fosse


LOCOROTONDO

Articolo curato dalla referente per la regione Puglia SELENIA DE MICHELE

Linda e silente sulla sommità di un colle che cinge gli ultimi contrafforti murgiani del barese sorge Locorotondo, comune il cui nome lascia intuire la forma circolare dell'abitato. La genesi del nome nasce in realtà con Casale San Giorgio, chiaro riferimento alla figura del Santo Patrono, San Giorgio appunto, per poi divenire Casale Rotondo, passando per Luogo Rotondo per divenire infine nel 1834 Locorotondo. La cittadina proprio per il suo nome detiene anche un record curioso: è l'unica città al mondo a contenere cinque “O” all'interno del proprio nome.
Riconosciuto bandiera arancione del Touring club per l'armonia delle forme e la fruibilità del centro storico, il cuore antico di Locorotondo è un monumento unico che esercita suggestione e fascino con le sue casupole candide, le viuzze lastricate, eleganti portali e balconi fioriti. Non a caso quest'ultimi sono oggetto anche di un concorso, BALCONI FIORITI, appunto che si tiene ogni anno da Giugno ad Agosto. Insieme ai trulli le “Cummerse” sono le abitazioni tipiche dell'abitato. Si tratta di piccole case dalla forma geometrica regolare e dal tetto spiovente imbiancate a calce, oggi ristrutturate ed aperte ai flussi turistici come originali strutture ricettive.
La fondazione della città risale intorno all'anno 1000 d.C., dove sorgeva un casale non fortificato posto sotto la giurisdizione del monastero benedettino di Santo Stefano a Monopoli. La presenza di vari signori feudali per 500 anni portò ad un aumento della popolazione, alla lottizzazione dei terreni ed alla costruzione delle mura e di un castello. Varcando Porta Napoli si accede nell'accogliente ed elegante piazza ottocentesca detta anticamente Piazza Castello proprio perché costeggiava l'antico castello che sorgeva presumibilmente dove oggi si trova la Chiesa dell'Addolorata. Anche se il castello non esiste più si può ancora osservare sulla destra un antico caseggiato predisposto a difesa del piccolo borgo. Sempre sul lato destro si eleva un imponente palazzotto signorile in stile ottocentesco la cui parte superiore presenta una cornice dipinta con un rosa delicato. Sull'altro lato della piazza si erge invece il grandioso palazzo Aprile-Ximenes, anch'esso ottocentesco, completamente tinteggiato con una tonalità molto accesa di rosso pompeiano. Fra i due palazzi si impianta una storica casa a corte dal tipico tetto a cummerse. Questa casa è chiusa da un'antica struttura muraria in pietra calcarea con un arco ad ogiva i cui conci, di riuso, sono scolpiti con motivi tardo medievali. I motivi decorativa vanno da due dragoncelli alati all'effetto a canestrato, a squame e racemi posti lungo tutta la curva del portale.
Il piccolo nucleo antico racchiuso nella sua perfezione circolare di pietre e calcine sembra sospeso tra sogno e realtà: il bianco della calce avvolge ogni cosa e fa da sfondo alle architetture barocche costruite in pietra locale oltre ad esaltare le macchie di colore intenso dei balconi fioriti. Tra la distesa di case bianche del centro storico svettano i campanili di diverse chiese tra cui la già citata Chiesa dell'Addolorata, dello Spirito Santo, di San Nicola, di San Rocco e della Madonna della Catena. All'interno della Chiesa di Santa Maria della Greca è conservato un polittico rinascimentale dedicato alla Madonna delle Rose oltre che un gruppo scultoreo dedicato a San Giorgio. L'attuale chiesa madre di San Giorgio, eretta tra il 1790 e il 1825, sorge su un luogo precedentemente occupato da altre due chiese: la prima costruita nel 1195 e l'altra risalente al XVI secolo. La chiesa ha una struttura imponente che si eleva al di sopra di tutte le altre abitazioni del centro storico ed ha pianta a croce. La facciata in stile cinquecentesco presenta nel timpano una raffigurazione di San Giorgio, il drago e i Santi Pietro e Paolo. L'interno è tipicamente barocco.
La piccola chiesa di San Nicola invece presenta una facciata molto semplice e conserva al suo interno dei ricchi ed interessanti affreschi raffiguranti la vita ed i miracoli di San Nicola di Mira, episodi della sua vita eremitica e nella cupola una festosa schiera di cherubini che ruotano intorno al Padre Eterno.
Completamente diversa dalle due precedenti è la Chiesa della Madonna della Greca. Di origini incerte presenta un impianto a tre navate con una tipica copertura a cummerse ed un'articolata disposizione di lastra calcaree, localmente chiamate chiancarelle. Sulla navata centrale si trova un portale con una lunetta rialzata ed uno splendido rosone traforato. Agli angoli delle navate laterali due statue di San Pietro e Paolo.

SITOGRAFIA:

http://www.comune.locorotondo.ba.it/comune-di-locorotondo

http://www.pugliaandculture.com/posti-turistici-in-puglia/locorotondo

https://www.e-borghi.com/it/borgo/126/Bari/locorotondo#show

https://www.dailybest.it/viaggi/locorotondo-puglia/

https://www.viaggiareinpuglia.it/at/148/localita/4391/it/Locorotondo-Locorotondo-(Bari)

<h3><strong>GALLERIA FOTOGRAFICA</strong></h3>

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EREMI DI PULSANO

Articolo curato dalla referente per la regione Puglia SELENIA DE MICHELE

Nei dintorni dell'abbazia di Pulsano si trovano numerosi eremi (per ora ne sono stati censiti 24) alcuni dei quali ubicati in luoghi davvero inaccessibili. Gli eremiti che abitavano queste celle erano sicuramente in comunicazione tra loro, dal momento che alcuni eremitaggi erano dedicati alla vita comunitaria e al lavoro collettivo (uno degli eremi è stato adibito a mulino). Gli eremi, alcuni dei quali affrescati, sono inoltre collegati tra loro da una rete di sentieri e scalinate oltre che da una vera e propria rete idrica di canali scavati nella roccia per convogliare le acque. Al pari dell'abbazia anche gli eremi sono stati vittime di occupazioni e di saccheggi fino a quando la nuova comunità di monaci insediatasi nell'abbazia ne ha reso fruibili e visitabili la maggior parte. Grazie alla mobilitazione messa in atto dai monaci gli eremi hanno raggiunto il primo posto al 5° censimento I luoghi del Cuore promosso dal FAI nel 2008 grazie alla raccolta di 34118 segnalazioni.
Gli eremi presentano strutture tutte diverse tra loro: alcuni sono costituiti da una semplice grotta posta lungo la parete scoscesa del vallone mentre altri, sono delle vere e proprie costruzioni solitarie su dirupi impervi. Non sappiamo con esattezza in quale periodo gli eremi fossero abitati ma possiamo supporre che lo fossero fin dai primi insediamenti daunici nella regione e che non furono abbandonati prima dell'era moderna considerati i deliziosi affreschi che adornano alcune celle, ancora oggi visibili.

Eremo di San Gregorio: presumibilmente è l'eremo più antico costituito da un'ampia cavità naturale di circa 200 mq, dedicato da sempre a San Gregorio Magno, fondatore del monachesimo sul Gargano. L'interno a forma di L converge in un piccolo antro adattabile a zona presbiteriale qualora vi siano celebrazioni di messe. Fino a poco tempo fa l'eremo versava in condizioni di abbandono ed era usato come stalla dai pastori della zona. Nel 1995 è stato ripulito ed ora ospita celebrazioni liturgiche, conferenze ed accoglienza di gruppi oltre ad ospitare permanentemente la mostra fotografica dedicata agli eremi stessi ad opera di A. Torre.

Eremo di San Michele: a quest'eremo si accede dal piazzale antistante la chiesa. Esso è costituito da tre locali intercomunicanti scavati nella roccia destinati a celle per gli eremiti e da una cappella in muratura posto ai margini di un vertiginoso strapiombo. Della piccola cappella restano solo le strutture murarie laterali mentre nelle celle si possono osservare i piccoli canali scavati nella roccia per convogliare le acque piovane.

Eremo di San Nicola: ubicato nel vallone sottostante la chiesa abbaziale vi si accede attraverso una lunga e scenografica scalinata scavata nella roccia. L'eremo è formato da due vani ricavati in parte da una cavità naturale e in parte da murature e presenta due ingressi scavati nella roccia. Allo stipite di uno di essi è scolpita una grossa croce greca contenente un'altra croce greca al suo interno. Sulle pareti interne si osservano resti di affreschi tra cui un'Annunciazione e una Crocifissione con oranti ed un monaco ed un abate inginocchiati in adorazione.

Eremo la Rondinella: è questo uno di quegli ubicato in un posto inaccessibile. Vi possono accedere infatti solo gli scalatori. È ubicato a strapiombo sulla vallata sottostante a circa 340 metri slm. Costituito da due celle più grandi delimitate da strutture murarie e da un'altra cella scavata nella roccia di dimensioni più piccole presenta anche un vano con giacitoi e mensole anch'esse scavate nella roccia. Deve molto probabilmente il suo nome alla sua posizione simile a quella che prendono le rondini prima di spiccare il volo.

Eremo il Mulino: osservandolo da lontano il visitatore è portato a chiedersi come abbiano fatto i monaci a trasportare materiale da costruzione a circa 400 metri di altezza su un abisso spaventoso. L'eremo è costituito da vari ambienti alcuni scavati nella roccia altri in muratura. Uno contiene un altare in pietra sul quale si apre una nicchia scavata nella roccia. Sul lato destro vi sono i resti di un affresco raffigurante l'Immacolata Concezione mentre sul alto sinistro un altro affresco raffigura San Giovanni, precursore della vita eremitica, sormontato da un affresco con lo Spirito Santo sotto forma di colomba.
L'eremo prende il nome dalla presenza in uno degli ambienti di una macina ricavata nella roccia, nonché di una grande cisterna destinata alla raccolta dell'acqua piovana intercettata tramite un'ingegnosissima rete di canali incavati anch'essi nella roccia. Dinnanzi troviamo lunghe mura perimetrali e diversi spiazzi che fanno intendere come questo dovesse essere uno dei principali eremi della comunità monastica allora presente svolgendo le funzioni di luogo di culto, di abitazione, oltre che di coltivazione, produzione e conservazione di derrate alimentari.

Eremo Studion: forse era dedicato a San Teodoro Studita da cui prende il nome. Vi si accede proseguendo il sentiero dall'eremo il mulino tramite altre scalinate rocciose. Gli interni sono composti da più vani, alcuni scavati nella roccia mentre uno è ricavato in muratura poggiando però su una preesistente cavità naturale. Una cella rocciosa con volta forata da un lucernario presenta una serie di volti di angeli affrescati; in un'altra grotta troviamo l'affresco di un santo eremita orante in ginocchio che riceve il cibo da un uccello: probabilmente Sant'Elia o San Paolo eremita. Su altre pareti laterali sono affrescate una Deposizione dalla croce e Sant'Antonio da Padova grazie alla cui rappresentazione possiamo dedurre che l'eremo fosse abitato già nel XII secolo.

Eremo di San Giovanni Abate: situato in fondo al vallone di Pulsano, si può raggiungere da Manfredonia. Dedicato da sempre al santo cenobiarca pulsanese, la tradizione vuole che San Giovanni amasse ritirarsi qui nei periodi di più profonda preghiera ed austera penitenza. L'eremo è costituito da un unico ambiente totalmente spoglio al quale si accede attraverso un ingresso sormontato da una lunetta nella quale si poteva ammirare fino a qualche anno fa un affresco raffigurante la Santa Madre di Dio venerata da un monaco orante a destra e da un angelo a sinistra. L'affresco è stato recentemente danneggiato da un incendio estivo.

SITOGRAFIA

http://www.abbaziadipulsano.org/abbazia-notizie-storiche/eremi/

https://www.fondoambiente.it/luoghi/eremi-dell-abbazia-di-santa-maria-di-pulsano

<h3><strong>GALLERIA FOTOGRAFICA</strong></h3>

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ABBAZIA DI PULSANO

Articolo curato dalla referente per la regione Puglia SELENIA DE MICHELE

 

Su un vasto altopiano, a circa 8 km da monte Sant’Angelo, si distinguono i ruderi di Santa Maria di Pulsano, edificata nel 591 sui resti di un antico tempio pagano, dedicato a Calcante, dai monaci dell’Ordine di Sant’Equizio.
Poco note sono le vicende storiche dell’Abbazia, sino al XII secolo, quando l’intervento di San Giovanni da Matera e della sua Congregazione Pulsanense la fece risorgere dal grave stato di abbandono in cui versava a seguito delle incursioni saracene. Sul finire del secolo successivo toccò, tuttavia, ai Celestini continuare a prendersi cura del cenobio, sino a quando non venne affidato in commenda. Nel 1500 il Cardinale commendatario Ginnasi provvide a far restaurare tutte le fabbriche dell'Abbazia che vennero, poi, quasi totalmente distrutte, insieme con il ricco archivio, dal terremoto del 1646. In seguito furono i Celestini di Manfredonia a reggere Santa Maria di Pulsano, sino alla emanazione delle leggi napoleoniche del 1806, eversive della feudalità; quindi la Chiesa ritornò al Patrimonio Regolare. Per molti anni l'intero complesso, di proprietà privata, versò in stato di abbandono e, sebbene abbia subito numerose manomissioni che hanno gravemente deturpato la sua tipologia originaria, ancora si distinguono le robuste mura e l'elegante ingresso del Convento.
Oggi l'Abbazia di Pulsano è tornata a nuova vita. Nel 1991, grazie al movimento "Cristiani Pro Pulsano", costituito da volontari di Manfredonia e Monte Sant'Angelo si è avviato il recupero culturale e materiale del luogo, culminato, nel 1997, con l'insediamento di una comunità monastica birituale (latina e bizantina), organicamente collegata alle diocesi di Manfredonia-Vieste e di Piana degli Albanesi.
L'abbazia nelle forme attuali fu edificata ad opera del Beato Gioele, nativo di Monte Sant'Angelo e terzo abate generale dei monaci pulsanesi. Come si è già detto a seguito dello stato di abbandono e delle spoliazioni cui è stata soggetta l'abbazia era quasi impossibile fino a pochi anni fa ricostruirne l'assetto originario. Ad oggi l'accesso all'abbazia è dato da un portale esterno decorato da una raffinata fascia ornamentale con motivi vegetali a forte intaglio su cui si sovrappone una ghiera semilunata. Passato l'arco si prosegue per un vestibolo sul cui lato destro si aprono alcuni ambienti: un antico e pregevole camino monastico, celle, ambulacri, cortili, sottopassaggi ed altri ambienti non meglio identificati per via dei rimaneggiamenti e delle stratificazioni succedutesi nei secoli. Una sequenza di arcate di altezze diverse, procedente da est verso ovest, testimonia quella che probabilmente era la primitiva struttura della prima chiesa rupestre antecedente l'arrivo di San Giovanni da Matera. Proseguendo un secondo arco segna il posto dove doveva trovarsi l'antico portale d'ingresso del monastero. Oltre ci si ritrova in un piccolo cortile dove fino al terremoto del 1646 arrivava la navata della chiesa, ora accorciata a seguito del crollo di una o due campate. La facciata originaria della chiesa è andata perduta ed è stata completamente ricostruita conservando solo alcuni degli elementi originari. Vi si può ammirare una bella cornice trasversale sotto cui si apre l'ampio portale a tutto sesto in cui è intagliato un lungo tralcio di vite inframmezzato da decorazioni naturalistiche. Sopra la cornice vi sono due finestroni rettangolari ed un rosone. All'interno la chiesa ha un'unica navata coperta da volta a botte attraversata da tre grandi archi trasversali che poggiano su semipilastri addossati alle pareti. Sono inoltre presenti diversi archi ciechi che testimoniano come in antico la chiesa doveva avere una pianta molto diversa. La navata termina innestandosi in una cavità naturale, luogo sacro fin dai tempi antichissimi, usata come presbiterio ed abside. A quest'abside naturale sono collegate piccole cappelle che in realtà sono diramazioni della grotta. La prima è alla Natività della Madre di Dio, patrona dell'abbazia, quella a sinistra è dedicata al SS. Sacramento. In fondo all'abside si trova una fastosa edicola secentesca nella cui nicchia centrale era custodita l'icona della Madonna Odigitria di Pulsano, rubata nel 1966 ed ora sostituita da una nuova icona altrettanto bella seppur non antica: l'icona originaria era infatti risalente al XII secolo. Dinnanzi all'edicola è stato collocata l'antichissima mensa quadrata dell'altare di Pulsano, consacrata a Papa Alessandro III pellegrino sul Gargano nel 1177. sotto di esso sono stati conservati per secoli i resti di San Giovanni Abate e di altri monaci pulsanesi. Davanti l'altare sono stati collocati dalla nuova comunità monastica un coro ligneo e una sobria iconostasi adorna di splendide icone: apparato necessario rispettivamente per la recita del Divino Ufficio e per la celebrazione della messa bizantina.
L'abbazia è inoltre sede di una fornitissima biblioteca di oltre 17.000 volumi. Il patrimonio librario si suddivide in due settori principali: il primo, più consistente, raccoglie volumi di cultura cristiana; il secondo dedica una particolare attenzione alla storia del Gargano e delle sue antichissime comunità.

SITOGRAFIA
http://www.turismomontesantangelo.it
http://www.abbaziadipulsano.org

<h3><strong>GALLERIA FOTOGRAFICA</strong></h3>

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