La Mitologia nel Medioevo: un processo tra continuità e distacco

Giorgio Vasari e Leon Battista Alberti ritenevano che la cultura classica fosse stata spazzata via agli inizi dell'era cristiana dalle invasioni barbariche. In realtà il Medioevo fu un periodo profondamente attento alla letteratura antica ed aperto alle suggestioni dell'arte classica anche se i temi predominanti a livello figurativo furono di ispirazione cristiana. Il mondo mitologico si incontra più facilmente nelle miniature in quanto si presentò la necessità di illustrare opere greco-romane allo scopo di salvarle dall'oblio e dall'usura del tempo. In un codice miniato del X secolo troviamo Enea e Didone raffigurati come un'elegante coppia medievale. 

Enea e Didone a Banchetto - Biblioteca Vaticana

I temi classici sono quindi presenti ma assumono un aspetto diverso in quanto gli artisti tendevano ad attualizzare i racconti ed erano costretti a tradurre in immagini contemporanee la descrizione dei fatti appresa dalle fonti letterarie. E' quel che accade anche con soggetti celebri come la guerra di Troia che fornì lo spunto per cicli di affreschi come quello oggi esposto nel Museo Civico di Udine in cui Greci e Troiani vestono armature con celata e bacinetto affrontandosi con picche ed alabarde come in un torneo cavalleresco. Operazione diversa riguarda le edizione dei cosiddetti Mitographi cioè testi latini in cui gli dei e gli eroi dell'antichità erano interpretati sul piano allegorico o per meglio dire "moralizzati" in quanto al mito classico veniva dato un significato conforme alla morale cristiana. L'"Ovidio moralizzato" scritto in latino nel 1340 commenta i miti con riflessioni morali spiccatamente cristiane. 

Il rapporto tra mitologia e Medioevo può essere riassunto in un rapporto di amore-odio. L'uomo cristiano ammirava la grande cultura romana ma sentiva allo stesso tempo il bisogno di superarla, di porsi in antitesi con essa sulla base dei suoi nuovi valori. Questa emancipazione però andava condotta con giudizio: il cristianesimo ufficializzato da Costantino non potè fare a meno di appropriarsi di molte iconografie tipiche della cultura pagana per poter subito essere compreso ed accettato dal popolo. Esempio eclatante è il Cristo che veste con dignità imperiale ed assume l'aspetto di Giove o Apollo prima che nel VI secolo si faccia strada l'iconografia del Salvatore cui siamo abituati. L'artista medievale acquisiva forme dell'arte antica rispettandone il modello compositivo e formale ma mutandone il significato e il soggetto. Un bell'esempio lo si trova nei due rilievi della facciata di San Marco a Venezia dove quello romano del III secolo d.C. raffigurante Ercole che porta il cinghiale di Erimanto al re Euristeo viene preso come modello da un artista del XIII secolo che nella stessa composizione sostituisce il cinghiale con un cervo , la pelle di leone simbolo di Ercole con un drappo e re Euristeo con un drago dall'aspetto apocalittico. In questo modo il tema mitologico è stato trasformato in un'allegoria della Salvezza in quanto Ercole è diventato Cristo, il cinghiale un cervo simbolo dell'anima da salvare e re Euristeo il drago demoniaco del peccato. 

Questo processo non avviene soltanto attraverso prestiti compositivi ma si rafforza in presenza di affinità iconografiche di cui esempio felice è il mito di Orfeo. Il personaggio è tradizionalmente rappresentato in un paesaggio intento a suonare la lira mentre rabbonisce le bestie feroci: da qui il passo con Davide che fu citarista presso re Saul è brevissimo. Inoltre lo stesso Cristo assume tratti vicini a quelli di Orfeo. Nel Museo Bizantino di Atene si trova una statuetta di Orfeo risalente al V secolo con il berretto frigio, la lira appoggiata al ginocchio sinistro e le pecore intorno. Non è difficile vedere in questo gruppo un'immagine assai vicina a quella fornita dal Buon Pastore nel mausoleo di Galla Placidia. 

Ancora analogie si riscontrano nelle immagine che riguardano la discesa di Cristo nel limbo così simile ad Orfeo che si reca nell'Ade per recuperare Euridice. Da tutti questi esempi risulta evidente come il rapporto tra mito classico e cultura cristiana è tutt'altro che superficiale e anzi è proprio grazie a questa "conversione" del mito in termini cristiani avvenuta in età medievale che il Rinascimento avrà accesso alle fonti classiche. 


Il labirinto: nascita e sviluppo di un simbolo

Narra il mito:

“Dedalo, ospite del re di Cnosso a Creta, si innamorò di una schiava dalla quale ebbe un figlio: Icaro. A lui si attribuisce la costruzione di una mucca di legno nella quale Pasifae, figlia di Minosse, re dell’isola, si accoppiò con il toro inviato dal dio Poseidone. Da questa unione nacque il Minotauro che Minosse fece rinchiudere nel labirinto progettato dallo stesso Dedalo. Essendo a conoscenza della struttura del labirinto Minosse ordinò che Dedalo vi fosse rinchiuso al suo interno con il figlio Icaro.”

Dedalo dunque è il mitico inventore del labirinto, tema che trovò larga fortuna nel mondo antico, cambiò significato nel mondo medievale e divenne spunto di diletto in epoca rinascimentale.

Legato al mito del labirinto è quello di Teseo e il Minotauro. Ancora il mito ricorda:

“Quando Androgeo, figlio di Minosse, morì ucciso per mano degli ateniesi perchè aveva accumulato troppe vittorie ai giochi ateniesi disonorando così gli abitanti di Atene, il re per vendicarsi della città di Atene, all’epoca a lui sottomessa, decise che ogni anno 7 fanciulli e 7 fanciulle dovessero essere offerti in pasto al Minotauro. Teseo, figlio del re di Atene decise di unirsi ai tributi per sconfiggere il mostro. Arrivato a Creta, Arianna, figlia di Minosse, si innamorò di lui e gli fornì un aiuto per trovare la via di uscita dal labirinto, una volta ucciso il Minotauro: il celebre filo di Arianna. Uscito dal labirinto Teseo salpò con Arianna alla volta di Atene. Facendo scalo nell’isola di Nasso decise di abbandonarla; qui fu trovata dal corteo del dio Dioniso che la fece sua sposa.”

Tecnicamente con il termine “labirinto” si intende una struttura, di solito di vaste dimensioni, costruita in modo tale che chi vi entra difficilmente riesce a trovare l’uscita. Anticamente i labirinti erano unviari ( o unicorsali) vale a dire costituiti da un unico percorso che dall’ingresso portava al suo centro. Quattro erano nell’antichità i labirinti noti: Plinio, lo storico latino, nella sua Naturalis Historia menziona: il labirinto di Cnosso a Creta, quello di Lemno in Grecia, quello di Meride in Egitto e quello di Porsenna in Italia. Il labirinto non è tuttavia una costruzione tipicamente europea: se ne trovano infatti tracce anche presso i nativi americani dove un mito parla di un dio creatore che risiede al centro di un labirinto.

Il labirinto di San Vitale a Ravenna
Il labirinto di San Vitale a Ravenna

Abbiamo detto che il labirinto trovò soprattutto in epoca medievale il periodo di maggior fortuna. Il labirinto si è sempre prestato a molteplici interpretazioni di cui una delle più affascinanti è quella che vede il labirinto come un teatro all’interno del quale l’uomo tenta di trovare la retta via e di lasciarsi alle spalle il peccato e più in generale il male. Dall’origine pagana del labirinto il cristianesimo fa scaturire una reinterpretazione alla luce dei nuovi contenuti professati. Il labirinto diventa così l’allegoria del percorso tortuoso che porta alla salvezza dell’anima ed è comunemente denominato come “nodo di Salomone”. La sua raffigurazione prevede una serie di cerchi concentrici, interrotti in alcuni punti, in modo da formare un tragitto bizzarro ed inestricabile. Fin dall’inizio il labirinto, presente nei pavimenti di numerosissime chiese soprattutto in età gotica, fu considerato un percorso alternativo al pellegrinaggio in Terra Santa e veniva percorso in ginocchio in segno di mortificazione ed umiliazione per espiarsi dal peccato. Il pellegrinaggio all’interno della chiesa si svolgeva lungo un percorso spiraliforme e tortuoso che portava al centro con il fine di trovare la Gerusalemme Celeste, la città di Dio, il bene assoluto. La presenza dei labirinti all’interno delle chiese rimane comunque problematica soprattutto nell’aspetto riguardante la loro funzione. Con molta probabilità la chiave di lettura è duplice: da un lato una di dominio pubblico per i fedeli, dall’altro una di carattere occulto, riservata a degli iniziati. Questa duplice spiegazione rientra nel tipo di pensiero tipico del mondo medievale dove ogni cosa, soprattutto quelle presenti all’interno delle cattedrali, possedeva un duplice risvolto, uno pubblico ed uno segreto.

Labirinto della cattedrale di Chartres
Labirinto della cattedrale di Chartres

Il labirinto può essere quindi un’espressione allegorica dei poteri dell’artista in grado di padroneggiare spazio e tempo (ragione per cui gli architetti ne fecero un loro emblema), ma ne fecero un loro emblema, proprio a partire dal Medioevo anche gli alchimisti. Nonostante l’importanza che i labirinti rivestivano all’interno della scolastica medievale la maggior parte di quelli presenti è andato distrutto già negli anni finali del Medioevo. Le regioni sono molteplici: il labirinto era un percorso all’interno del quale i bambini giocavano e l’attività ludica non era vista di buon occhio; inoltre alcune vi vedevano sopravvivenze pagane; infine si riteneva che tramite i labirinti potessero tramandare i segreti dei costruttori.

I contenuti religiosi che avevano caratterizzato il labirinto negli anni del Medioevo spariscono completamente in epoca successiva soprattutto in epoca rinascimentale. L’uomo del Rinascimento, forte della propria soggettività, si emancipa dalla visione dell’uomo peccatore il cui unico scopo è redimere la propria anima. Il labirinto non è più un percorso di salvezza ma un percorso alla ricerca di se stessi. Pertanto anche gli spazi della posa si diversificano: non più chiese e monasteri ma  diventa ornamento e passatempo ludico in palazzi e giardini. Creato con siepi sempreverdi, al riparo dall’avvicendarsi delle stagioni e nell’illussione di poter sospendere il tempo, rispecchia il tentativo dell’uomo di domare il caos, il tempo e la natura.  Nel Barocco ritornano in parte i temi strettamente cristiani del Medioevo trasmutati nel rapporto tra realtà ed apparenza. Spinti dalle nuove scoperte geografiche ed astronomiche che spostano i confini del mondo e rendono l’universo illimitato porta anche l’uomo ad allargare i suoi orizzonti. Il labirinto diviene sempre più involuto e sinuoso, il percorso si fa ricco di varianti, incroci, bivi, finte e vicoli ciechi. Da unicursale il labirinto diviene multicursale. Il centro può essere raggiunto seguendo più di una strada indicando così che non esiste più nè un solo percorso giusto nè un solo comportamento valido. Nel secolo successivo il successo del labirinto inizia a declinare per poi tornare in auge solo all’inizio del Novecento, soprattutto nei giardini delle case della ricca borghesia che cerca di elevarsi nella scala sociale adottando modelli nobili.