La Natività: nascita e sviluppo di un soggetto iconografico

Con il termine “Natività” si intende in storia dell’arte una rappresentazione in cui è presente la Sacra Famiglia in una grotta o capanna, o nei pressi della stessa. La scena talvolta è arricchita da altri personaggi: santi, angeli, donatori (comparsi soprattutto a partire dal Quattrocento) e può presentare dei particolari architettonici che racchiudono la raffigurazione in un ambiente domestico. Quando in questa rappresentazione compaiono anche i pastori e i magi si parla invece di “Adorazione”.

La raffigurazione della natività di Cristo trae origine, oltre che dai Vangeli di Luca e Matteo, dalle descrizioni dei Vangeli apocrifi e della Leggenda Aurea. La più antica raffigurazione della Natività risale al III secolo d.C. e si trova nelle catacombe di Priscilla. Qui la Vergine  è seduta con il Bambino in braccio mentre il profeta che le è accanto indica la stella in riferimento a quanto dice il profeta Balaam: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (NM, 24 – 17). Nelle più antiche rappresentazioni, che risalgono al sec. IV (sarcofagi del Museo Lateranense di Roma), appare lo schema semplice di una capanna o di una grotta, dove il Bambino giace al centro, sulla paglia, fra il bue e l'asinello. Il bue e l’asinello non sono scelti a caso anzi hanno anch’essi riferimenti all’Antico Testamento e rappresentano rispettivamente il popolo ebreo (bue) e i pagani (asinello). In alcuni di questi sarcofagi iniziano a comparire anche le figure di pastori o talvota di profeti con un rotolo di pergamena. Dal V secolo compare la figura di Giuseppe seduto su un masso, che soppianta il pastore/profeta, di solito raffigurato sul lato opposto a Maria. Quest’ultima diventa punto focale della scena solo a partire dal VI secolo d.C. Nel V secolo si canonizza la vera e propria rappresentazione della natività a seguito del concilio di Efeso del 431; in tale occasione venne proclamata la divina maternità di Maria e si iniziò a rappresentare questo tema, come dimostrano ad esempio il prezioso dittico in avorio e pietre preziose del V secolo conservato nel Duomo di Milano, i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di Venezia e delle Basiliche di Santa Maria Maggiore e di Santa Maria in Trastevere a Roma, questi ultimi di Pietro Cavallini; le ampolle di Monza del VII sec. in cui si vede la Vergine col Bambino al centro, mentre a destra e a sinistra sono raffigurati l’annuncio ai pastori e l’adorazione dei Magi. In queste opere la scena si svolge in una grotta, utilizzata per il ricovero degli animali, con Maria distesa come una puerpera, adagiata su un fianco, con la testa velata e avvolta con un manto; Giuseppe, un vecchio con una lunga barba e un’ampia toga raccolta su un braccio, assorto in un angolo e gli Angeli, in forma di vittorie alate, che portano l’annuncio ai pastori, mentre a volte in lontananza si intravedono i Magi. Il centro della composizione è costituita dal Bambino Gesù, avvolto in fasce talmente strette da parere quelle di un morto e deposto in una culla, che a volte sembra un sarcofago, a preannunciare simbolicamente la sua morte e risurrezione. La rappresentazione è arricchita da particolari tratti dai vangeli Apocrifi, come il bagno del Bambino, teso a sottolineare la realtà dell’incarnazione del Verbo, vero Dio e vero uomo.  Questo schema non subì sostanziali mutamenti fino al tardo Medioevo quando la natività, nuovamente ambientata in una capanna, si trasformò quasi nell'adorazione del Bambino da parte della Madonna, inginocchiata con le mani giunte presso la culla. Talvolta dal Bambino partono dei raggi luminosi che colpiscono la Vergine illuminandole il volto. Questo tipo iconografico si mantenne quasi inalterato fino a dopo la Controriforma.  Nel XII e XIII secolo i racconti sulla nascita di Cristo si arricchiscono di dettagli. Particolare è quello della tenda che compare sullo sfondo dell’immagine. Ciò si spiega con gli allestimenti di spettacoli riguardanti questo tema che compaiono all’interno della liturgia. Molto probabilmente le tende erano usate per separare lo spazio della rappresentazione dagli arredi liturgici.

Natività delle Catacombe di Priscilla
Natività delle Catacombe di Priscilla

Si fa inoltre strada, soprattutto nelle regioni del nord grazie al contributo di mistici come Bernardo di Chiaravalle, quella che possiamo definire “tenerezza materna”, il legame affettivo tra Maria e il Bambino. Fondamentale per lo sviluppo di tale rappresentazione è anche l’istituzione della festività del Natale stabilita da Papa Liberio nel 354 d.C. al momento di consacrare la basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La conseguente tradizione del presepe si fa risalire a San Francesco e l’episodio fu dipinto da Giotto negli affreschi della basilica superiore di Assisi. Nel XIV secolo la rappresentazione della Natività mutò schema e punto focale divenne il Bambino. Gesù è spesso appoggiato a terra a sottolinearne l’umanità ed è oggetto di devota e tenera contemplazione da parte dei fedeli rappresentati da Maria, Giuseppe, i pastori o i Magi adoranti. In alcune raffigurazioni compaiono particolari ricchi di significato come ad esempio le rovine di edifici antichi. Queste non sono solo semplici connotazioni paesaggistiche ma traggono origine dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (1228 ca – 1298) che riferisce della credenza pagana secondo la quale il Tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Le rovine hanno pertanto un significato simbolico. Dal XII sec. si precisa lo scenario dietro i personaggi: all’inizio c’è la roccia o la grotta, simbolo del legame tra cielo e terra che, pur restando in alcune rappresentazioni fino al Medioevo, viene generalmente sostituita da una specie di architettura, sia una tettoia o un portico, come nei dipinti gotici, o una struttura in legno incassata nella montagna come quella di Giotto agli Scrovegni o un semplice spiovente in stato di abbandono con grossi buchi nella paglia che lo ricopre, come si può vedere fino al XV secolo. Gli artisti fecero a volte della mangiatoia una piccola costruzione simile a una versione ridotta della Chiesa della natività di Betlemme: una pianta a tre navate con una cappella ottagonale in corrispondenza dell’abside. La costruzione diviene poi sempre più complessa e talvolta un pavone, simbolo di immortalità, è appollaiato sul tetto. La nascita di Gesù, nel Rinascimento, è un pretesto per la celebrazione della potenza e della ricchezza. L’arte del Cinquecento e del Seicento dimentica ogni descrittivismo. Contro l’eresia che divide la natura dalla Grazia, l’arte sublima la natura per mezzo della luce. Il corpo di Gesù, cioè del Dio incarnato, acquista un soprannaturale splendore. È un grumo di luce che brilla in mezzo alla scena e respinge le ombre ai margini del quadro. Dal XVIII secolo si perde il calore devozionale per lasciare spazio al sentimentalismo. Con l’800 poi l’attenzione si sposta sulla fedeltà ambientale e sulla veridicità dei costumi più che sull’accentuazione del valore religioso.

Presepe di Greccio - Basilica superiore di Assisi
Presepe di Greccio - Basilica superiore di Assisi

Tra le natività più famose e conosciute bisogna annoverare oltre al già citato Giotto, Beato Angelico, Sandro Botticelli, Bramantino, Caravaggio, Carpaccio, Francesco del Cossa, Memling, Carracci, Grünewald, Correggio, Giorgione, Gentile da Fabriano, Dürer  e Duccio.

Beato Angelico - Natività
Beato Angelico - Natività

Sandro Botticelli: tondi a confronto

Sandro Botticelli ( 1445 – 1510) è senza ombra di dubbio uno degli artisti più conosciuto del Quattrocento italiano le cui opere adornano i musei italiani ed esteri.

Oltre alle opere più famose quali la “Primavera” e la “Nascita di Venere” un soggetto costante e privilegiato della sua produzione e della sua bottega sono i dipinti di Madonne con Bambino variamente accompagnate da santi, angeli e committenti. Sin dalla fine degli anni Settanta l’artista lavorò assiduamente a questo tema concentrandosi soprattutto sul formato tondo, che tanta fortuna avrà nei secoli successivi, che gli permetteva di sperimentare, a differenza di altri pittori della sua generazione, nuove forme compositive.

Sicuramente il tondo più famoso è quello conosciuto come Madonna del Magnificat e fu proprio questo dipinto a consolidare la fama di Botticelli come pittore di Madonne. Il dipinto prende il nome dal canto d’amore di Maria, il Magnificat appunto. La datazione dell’opera è molto controversa: il Cavalcaselle lo giudicò un’opera giovanile mentre la critica posteriore si è pronunciata variamente facendo oscillare la data negli anni tra il 1482 e il 1485. Con le parole “l’anima mia magnifica il Signore” inizia il cantico di ringraziamento e di gioia che la Vergine innalza al Signore durante la visita alla cugina Elisabetta, incinta di Giovanni Battista. Nella tavola Maria sta scrivendo questa preghiera su un libro tenuto aperto dagli angeli. All’episodio della visitazione fa riferimento anche la pagina sinistra del libro dove si intravedono alcune parole del cantico profetico di Zaccaria, marito di Elisabetta, relative alla nascita del Battista. Molteplici sono i riferimenti in quest’opera al veneratissimo santo patrono di Firenze e che testimoniano una committenza fiorentina. Inoltre la forma circolare, caratteristica delle tavole appese nelle anticamere o camere da letto, fa supporre che il quadro fosse destinato alla devozione privata. Botticelli sceglie una soluzione insolita ed affascinante per adattare la scena alla forma della tavola rotonda come uno specchio convesso nel quale sembra che le figure si riflettano. Le morbide curve del corpo della Vergine si adattano perfettamente al profilo circolare e anche il corpo del Bambino, sulle ginocchia della madre, prende una forma arcuata. La mano del piccolo Gesù poggiata sul braccio della madre che sta scrivendo è il centro spirituale del dipinto: ricorda il futuro compimento delle profezie del Battista e rimanda all’intreccio delle mani sinistre dei due personaggi intorno alla melagrana che prefigura simbolicamente la Passione di Cristo. La composizione tanto magistralmente riuscita venne più volte replicata nella bottega di Botticelli: si conoscono almeno altri cinque dipinti raffiguranti questo stesso soggetto ed eseguiti dai suoi collaboratori.

Madonna del Magnificat
Madonna del Magnificat

Un’evoluzione stilistica all’interno della produzione “tonda” si ha nella Madonna della Melagrana dove la bellezza suprema della Madonna del Magnificat si ammala di una languidezza quasi disperata. E’ il momento della travagliata maturità di Botticelli. I documenti indicano come data di esecuzione il 1487 e l’occasione è l’udienza dei Massai di Camera nel palazzo della Signoria, una committenza pubblica anche se la somma corrisposta al pittore, 32 lire, 16 soli e 4 denari, probabilmente un acconto o un pagamento parziale, appare esegua se rapportata alle dimensioni  e all’importanza della tavola. Una conferma al fatto che si tratti comunque di una commissione pubblica è data dalla decorazione a gigli d’oro in campo azzurro della cornice originale intagliata. I gigli di Francia attestano gli stretti rapporti avuti prima dal Comune, protettorato angioino e poi dalla Repubblica con la nazione d’oltralpe. Colpisce il delicato profilo della Vergine pensosa che medita sul sacrificio che attende il figlio prefigurato dalla melagrana, che entrambi stringono in mano, quasi al centro del quadro, che da il nome all’opera.

Madonna della Melagrana
Madonna della Melagrana

Al 1477 circa appartiene invece un altro tondo raffigurante la Madonna, il Bambino ed otto angeli noto come Madonna Raczynski. Circondata da una schiera di angeli, la Madonna stringe a sè il Bambino seduto su di un drappo dorato. I lineamenti dolcissimi, gli occhi chiari, la bocca quasi increspata in un broncio la fanno sembrare una bellissima Venere. La Madonna indossa una veste rossa coperta dal bellissimo manto blu lapislazzuli e un sottile velo trasparente è posato sopra i capelli biondi. Interrotto nella sua intimità con la madre Gesù si volta verso lo spettatore con il suo sguardo consapevole. Intorno al gruppo sacro gli otto angeli tengono in mano dei gigli, simbolo della purezza di Maria. Il gruppo a destra ha intonato un canto: stretti l’uno vicino all’altro gli angeli leggono le parole da un piccolo libro. I quattro sulla sinistra invece si scambiano una serie di sguardi rimandandoli allo spettatore che viene così coinvolto all’interno della scena.

Tondo Raczynski
Tondo Raczynski