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Hieronymus Bosch: inventore … maraviglioso di cose fantastiche e bizzarre

“Guardi, guardi dalla finestra”. Guardai dalla finestra. E capii ciò che il vecchio orologiaio aveva prima cercato di spiegarmi. Si Hieronymus Bosch non aveva inventato nulla, aveva dipinto tale e quale lo spettacolo offerto quotidianamente ai suoi occhi. Di lassù non potevo scorgere che la casa di fronte e una fetta di quelle adiacenti. Ma, per l’incantesimo di quella notte, esse apparivano come scoperchiate e nell’interno si distingueva la gente che mangiava, dormiva, litigava, lavorava, faceva l’amore, odiava, invidiava, sperava, desiderava, come tutti noi. Erano uomini, donne e bambini, tali e quali il nostro consueto prossimo quotidiano, ma frammisti a loro, con supremazia di maggioranza, si agitavano brulicando innumerevoli cose viventi simili a celenterati, ad ostriche, a ranocchie, a pesci ansiosi, a gechi iracondi, simili ai cosiddetti mostri di Hieronymus Bosch; e che non erano altro che creature umane, la vera essenza dell’umanità che ci circonda. Latravano, vomitavano, addentavano, sbavavano, infilzavano, dilaniavano, succhiavano, sbranavano. Così come noi ci sbraniamo giorno e notte, a vicenda, magari senza saperlo. Poi di colpo la rivelazione cessò. Non vidi più che la casa di fronte, chiusa ed immota, le case adiacenti, pur esse spente e addormentate.” (il maestro del Giudizio Universale di Dino Buzzati).

“La differenza tra i lavori di quest’uomo e quelli degli altri consiste, secondo me, nel fatto che gli altri cercano di dipingere gli uomini così come appaiono di fuori, mentre lui ha il coraggio di dipingerli quali sono dentro, nell’interno” J. De Siguenca (1605)

 

Su Bosch si è appuntata solo da pochi decenni l’attenzione degli studiosi: la semplicistica definizione di diableries, che ricorre tuttora a proposito delle sue fantastiche creazioni, è stata abbandonata per scorgere in quel mondo di violenza e scoperta oltre che un abbandono mistico o una curiosità di scienziato-alchimista anche un intento moralistico e riformatore. Bosch, rimasto misterioso come uomo, ha inteso conservare misteriosa anche la comprensione della sua opera. La sua immaginazione brulica come un formicaio vivo e l’artista non intende rinunciare a nessuno degli infiniti motivi e spunti di un mondo straordinario, nutrito con ogni sorta di trasmutazioni e commistioni, che perde il vincolo dell’identità naturale e guadagna un’entità propria ed autonoma internamente definita nella sua abnormità e nel suo continuo sconfinamento nell’irreale.

Hieronymus Bosch (così a volte firmava le sue tavole in caratteri gotici, ma mai che ci inserisse una data) deriva il nome dall’ultima sillaba della città del Brabante che gli diede i natali: ‘s Hertogenbosch che in francese suona Bois- le-duc e nei due casi viene a significare Bosco Ducale. Il nome del suo casato era in realtà Van Aken perchè probabilmente proveniente da Aachen (Aquisgrana). Non si conosce la data della nascita che si pone intorno al 1450 mentre la morte è esattamente riportata nei registri della confraternita di cui il pittore faceva parte (1516). Si sa che appartenne alla confraternita della Madonna i cui archivi hanno rivelato qualche notizia sicura: nel 1486 “fu accolto tra i confratelli che erano tonsurati e portavano un costume clericale; nel 1488 diventò notabile e partecipò al solenne banchetto del cigno e nel luglio di quell’anno accolse i confratelli nella sua casa sulla piazza del mercato”. Al 1478 risale il matrimonio con Aleid van de Meervenne, ricca borghese che gli aveva portato in dote una casa di campagna. Nel 1480/81 fornì due sportelli di un trittico che suo padre Anthonius van Aken aveva lasciati incompiuti. Nel 1493/94 il Bosch diede i cartoni per le vetrate della cappella della confraternita nella cattedrale di San Giovanni dove secondo un viaggiatore si trovavano già altri suoi dipinti con storie bibliche che salvatisi da una prima ondata iconoclasta andarono distrutti nel saccheggio dei protestanti nel 1629. Nel 1504 ricevette un acconto di 36 lire per un gran quadro alto nove piedi e lungo undici il cui committente era Filippo il Bello. Si sa inoltre della sua partecipazione attiva all’allestimento scenico dei misteri, rappresentazioni teatrali che la confraternita organizzava e ai carri con scene religiose che partecipano a certe processioni: attività all’interno delle quali avrà dato modo alla sua fantasia di spiegarsi. Nel 1516 un suo dipinto risulta nell’inventario di Margherita d’Austria reggente dei Paesi Bassi. Passata più tardi la regione tra i domini spagnoli i quadri del pittore andarono a ruba. In particolare ne fece incetta Don Felipe de Guevara, la cui collezione passò a Filippo II che nel 1574 fece portare parecchi dipinti all’Escorial e si sa che nella sua camera da letto il re spagnolo teneva la tavola con i vizi Capitali per esortazione morale. 

Nel catastrofico ed incantevole mondo di Hieronymus Bosch viene a sfociare tutto un sottofondo fermentante di terrori, speranze, angosce e credenze che si respiravano nell’aria del medioevo prossimo alla fine. Nelle sue tavole vi è un universo terremotato, convulso, posseduto dal maligno, dal senso cocente del peccato: orrende metamorfosi, l’ordine delle cose scardinato, frutti enormi che si spaccano e dal cui interno escono cortei di mostri, lontani bagliori di incendi che accennano alla sulfuree fiamme dell’inferno turbano appena paesaggi sereni, azzurre lontananze e cieli dove navigano pesci ed imbarcazioni mai viste. Questo mondo dovette essere facilmente accessibile ai suoi contemporanei (a giudicare dalla mole imponente della sua opera, per la maggior parte purtroppo perduta) mentre risulta arduo agli osservatori moderni i quali concentrano l’attenzione sull’interpretazione dei simboli e degli intenti moralistici del pittore. Tutto ciò ha spesso fatto da schermo alla considerazione dei valori propriamente artistici della sua pittura. La critica non è riuscita a stabilire persuasivi precedenti alla sua pittura ancora imbevuta di spiriti gotici eppure nuova. Sono stati avanzati accenni anche all’arte orientale ma resta che la sua pittura è isolata e singolare e che nel Brabante tra il Quattro e il Cinquecento, a sua fu una delle più sfrenate fantasie di pittore che mai si siano vedute. 

Non è sempre facile ordinare cronologicamente il poco che rimane della sua pittura benchè alcune opere siano evidentemente giovanili come la tavola dei Sette vizi capitali che Filippo II teneva in camera, e la Cura della follia. Nella Nave dei pazzi si spiega una fantasia ghiribizzosa e un raffinato piacere della bella pittura: si noti il picchiettato di luce e il cangiantismo sulla seta verde marcio del buffone appollaiato sopra la strana compagnia; nel frate e nella monaca che cercano di abboccare la focaccia che dondola al ritmo della navicella. La satira anticlericale è evidente e la mezzaluna dalla sottile bandiera e la civetta che occhieggia dalle fronde affermano la presenza dell’eresia. 

Non discosto nel tempo è il primo grande trittico, il Carro del Fieno: al centro appare Cristo Giudice in atto di ostendere le piaghe, lo sportello di sinistra raffigura il Paradiso Terrestre col peccato e la cacciata dei progenitori; lo sportello di destra raffigura l’Inferno con supplizi di dannati e nere rovine sul fondo incandescente di incendi. La parte centrale è occupata dalla bionda massa del carro del fieno sull’incantevole fondo azzurro del paesaggio. Una rissosa umanità cerca di arraffare una manciata di fieno, gente che finisce stritolata sotto le ruote del carro che avanza impietoso trascinato da uomini mascherati che un livido mostro flagella, dietro viene il corteo dei grandi del mondo, papa, imperatore e principi a cavallo: tutti vanno verso l’inferno. In primo piano il cavadenti, il ciechino condotto dal ragazzo, il fratocchio servito dalle monache che insaccano fieno; in cima la mucchio due coppie, una musicale ed una amorosa tra l’angelo e il demonio. 

Il grande trittico con le Tentazioni di Sant’Antonio è unito dalla continuità del paesaggio: un fosco incendio offusca col fumo e le fiamme parte del cielo rigato di mostri volanti che sullo sportello di sinistra portan per aria il santo suppliziato e sotto lo si vede, stremato dall’assalto portato a casa mezzo morto da due compagni e da un laico. Il pannello centrale è popolato da mostri osceni. Difficile dire se il più dilettevole sia questo o l’altro maggiore trittico, il cosiddetto Giardino delle Delizie al quale aggiunge seduzione anche l’ambiguo significato. Questa brulicante esposizione di nudi biondi e rosei per gli uni sarebbe anticamera del Paradiso per altri sarebbe un’apoteosi della sessualità peccaminosa e perciò anticamera dell’Inferno. Anche qui a sinistra il paradiso terrestre e a destra l’inferno musicale che contrasta con i suoi toni cupo il luminoso pannello centrale, biondo, roseo, azzurro, incantevole festa di colori. In secondo piano una cavalcata di nudi su strani animali circolano intorno allo stagno, nello sfondo la fontana del lago celeste attorniata da quattro grandi costruzioni biscornute, spinosi castelli di marmo e cristallo tali da degradare la fantasia dei più tardi surrealisti. 

Se si considera il valore pittorico assoluto la palma spetta al trittico dell’Epifania al quale il paese di fondo, vastissimo, la sacrale simmetria dei alterali con i donatori presentati dai santi patroni e la fermezza plastica delle forme conferiscono a prima vista una singolare calma e solennità ma ad un’attenta osservazione il biondo paesaggio si rivela abitato da esseri inquietanti e la scena centrale è oggetto della sfrontata e maligna curiosità dei pastori e alla porta s’affaccia uno strano seminudo, carico di oreficerie e simboli, equivoco spettatore. 

Alcune tavole bosciane raffigurano personaggi a mezza figura, senza sfondo, solitamente il Cristo coronato di spine: colori trasparenti sotto i quali si indovina la preparazione. La torva tavola con il Portamento di croce è invece gremita da una umanità imbestialita e vociferante intorno al silenzio di tre figure disposte sulla diagonale: la Veronica, il Cristo e il buon Ladrone. 

Il già citato fra Joseph de Siguenza diceva che se gli altri pittori effigiarono l’uomo come è esternamente, il Bosch ebbe l’audacia di dipingerlo come è internamente. Ma lo fece portando questo groviglio di male e bene sul piano della poesia, in una delle più affascinanti favole della pittura europea.