pavimento alla veneziana

Il pavimento alla Veneziana è una tecnica di rivestimento che apparve a Venezia all'inizio del XV secolo nei palazzi sul Canal Grande e col tempo divenne sempre più richiesto in quanto estremamente solido, quindi durevole nel tempo, oltre che di facile pulizia. Il colore caldo della superficie dei pavimenti poi si accordava perfettamente al gusto dei ricchi arredi delle stanze dei palazzi patrizi come quelli degli edifici pubblici. 

Esternamente si presenta composto da una superficie rossastra compatta nella quale sono inseriti come ornamento ciottoli o schegge di marmo colorato e cotto. Gli artigiani che posavano questi pavimenti nel Quattrocento provenivano dal Friuli e lavoravano in gruppo raggiungendo nel tempo una notevole raffinatezza nella tecnica di lavorazione. La prima operazione consiste nel preparare un fondo battendolo con mazzapicchi per rassodarlo. Successivamente viene aggiunto un secondo strato di malta anch'esso pressato con appositi ferri. Nel terzo strato, quello superficiale chiamato "stabilitura", si immergono i frammenti di pietre colorate o di marmi. I terrazzieri durante il lavoro utilizzavano una ginocchiera per proteggere il ginocchio posato a terra durante la lavorazione. Le malte usate per questo tipo di lavorazione sono composte da calce con l'aggiunta di polveri silicee e polveri di coccio pesto. Il risultato è un impasto resistente e simile al cemento. L'ultima operazione che veniva svolta è la "levigatura" che veniva eseguita a mano con una pietra rettangolare fissata ad un manico. Questo strumento era detto "ors" per il rumore che provocava simile al verso dell'orso ma anche "galera" perchè ad usarla ricordava il movimento e la fatica dei rematori sulle navi. Le fasi di realizzazione rispettavano rigidamente i tempi di indurimento degli impasti per garantire una corretta presa dei vari strati ed il perfetto inserimento dei frammenti decorativi che nei pavimenti più ricchi erano particolarmente fitti creando un gradevole effetto di intensa policromia. 


blu oltremare

La storia dell'uso delle sostanze coloranti è spesso strettamente legata a materiali che nel tempo assumono aspetti quasi leggendari: è il caso del blu oltremare, colore fondamentale in pittura e da sempre unito al lapislazzuli, il minerale con il quale già dal 4000 a.C. in Mesopotamia ed in Egitto si preparava questa tinta. 

Il lapislazzuli è una roccia formata dall'associazione di vari minerali: lazulite, che ne determina il colore, calcite, pirite, mica e altre sostanze. Esso veniva estratto dalle miniere dell'Asia centrale, in particolare da quelle afgane. Il prezioso minerale estratto in quelle terre lontane seguiva poi la via della seta che passava per Samarcanda, Bokhara e Baghdad fino a Venezia, uno dei più importanti centri dove questo minerale veniva smerciato ed utilizzato per fabbricare il pigmento. Il lapislazzulo infatti non poteva essere usato come colore per pittura se non dopo un complesso trattamento che mirava a separare la componente blu (lazulite) dagli altri minerali che tendevano al grigio. Questo trattamento documentato in vari trattati, tra cui il Libro dell'Arte di Cennino Cennini, consisteva nel mescolare la polvere della pietra con oli, cera e resine fino a formare una pasta morbida che poi veniva trattata a lungo con liscivia fino a separare il colore blu dalle impurità. In altri testi si consigliava di macinarlo ripetutamente con l'ausilio di aceto in modo da separare il pigmento dai residui di pirite e parti sulfuree. Nella storia dei pigmenti l'oltremare naturale è da sempre uno dei colori più costosi, sia per il fatto di essere materiale di importazione, sia per il complesso procedimento di purificazione. A causa del costo proibitivo per gli artisti spesso la qualità e il prezzo dell'oltremare era stabilito per contratto con il committente dell'opera. Inoltre questo colore rendeva al meglio la sue qualità nelle stesure a tempera mentre con i leganti oleosi tendeva ad incupirsi eccessivamente e per questo gli si preferivano toni azzurri di altro tipo come ad esempio l'azzurrite. 


Arazzo

Il termine "arazzo" deriva dalla città di Arras in Francia che nella prima metà del XV secolo divenne il maggior centro di produzione di questo tipo di manufatti, tessuti figurati di alto pregio che, appesi alle pareti, costituivano piani decorativi continui oltre a proteggere dal freddo.
La loro peculiarità risiede nella tecnica di esecuzione affidata ad artigiani specializzati che lavoravano su telai di grandi dimensioni avvolgendo completamente, sia sul diritto che sul rovescio, una fitta serie di fili paralleli (in lino o canapa) costituenti l'ordito, tramite le passate perpendicolari della trama (composta invece da filati in lana, ma anche seta, oro ed argento). I tessitori cercavano così di riprodurre i disegni che erano forniti loro dagli artisti, spesso pittori di fama. Poichè la tecnica di realizzazione era laboriosa e complicata, oltre che costosa, le manifatture arazziere erano necessariamente sostenute dalla committenza aristocratica, se non addirittura reale. Esemplificativa è la serie di arazzi raffiguranti l'Apocalisse di San Giovanni tessuta a Parigi per Luigi d'Angiò da Nicolas Bataille su cartoni di Hannequin de Bruges tra il 1376 e il 1382.
Gli arazzi più antichi che si conoscono risalgono all'XI secolo e sono di manifattura tedesca, tuttavia fu in età gotica che quest'arte ebbe la massima diffusione soprattutto in Francia, Svizzera e Fiandre. Nonostante la massiccia produzione sono pochi gli esemplari trecenteschi giunti fino a noi mentre numerose sono le fonti che riportano le dimensioni notevoli: ad esempio queste citano l'arazzo raffigurante la Battaglia di Roosebeck commissionato da Filippo l'Ardito che misurava circa 400 metri quadrati. L'arazzo raffigurante L'offerta del cuore (XV secolo) e la famosa serie nota come La dama dell'unicorno (XVI secolo) benchè tardi sono esempi mirabili dello stile narrativo fiabesco dell'epoca tardogotica.


Argento

Dopo l'oro il materiale più prezioso è l'argento. La sua lavorazione risale ad un'età più tarda a causa dei problemi legati alla tecnica. Come l'oro anche l'argento è raro da trovarsi allo stato puro o cristallino mentre lo si trova frequentemente come componente di alcuni minerali metalliferi come la galena.

Il minerale è raccolto tra i materiali alluvionali o estratto da giacimenti, cernito, frantumato e sottoposto alla flottazione in acqua corrente: il minerale utile scende sul fondo per il suo peso elevato mentre il rimanente è portato via dall'acqua. Per separare l'argento dal piombo argentifero si pone il minerale in grossi crogioli collocati in appositi forni per la fusione.

Il risultato di questa prima operazione sono i lingotti di piombo argentifero che vengono poi portati nei forni per l'affinamento. Il processo basilare di affinamento prende il nome di "COPPELLAZIONE" da cuppella, piccola coppa o crogiolo dove fondendo il piombo argentifero si riesce a separare il piombo dall'argento.

Quando il crogiolo è abbastanza pieno di metallo prezioso, si aumenta leggermente la temperatura in modo da raggiungere il punto di fusione dell'argento (960° C) e mediante un intenso flusso d'aria si provoca l'ossidazione dell'ultimo strato superficiale di piombo. Questo forma una sorta di scoria che viene eliminato per liberare la naturale lucentezza dell'argento.


Bianco

I colori usati per dipingere ma anche per tingere i tessuti sono da sempre ottenuti da materie reperibili in natura. Da queste si ricavano i pigmenti in polvere che, dopo la miscelazione con sostanze leganti, acqua, olio, colla o altro a seconda degli usi e delle epoche, costituiscono la base dell'attività artistica.

Il tipo di bianco più antico è quello a base di carbonato di calcio, ricavato da rocce sedimentarie come la creta o il calcare o da rocce metamorfiche come il marmo ma anche dalla polverizzazione dei gusci di microscopici molluschi marini come i radiolari.

La calce spenta, depurata ripetutamente con lavaggi in acqua, seccata, macinata e setacciata, è la base del pigmento più utilizzato in pittura, il cosiddetto BIANCO SAN GIOVANNI. Impiegato soprattutto ad affresco il bianco San Giovanni è molto stabile alla luce e nelle scuole pittoriche del Nord Europa era impiegato non tanto come colore quanto per la preparazione delle tavole al posto del gesso.

Altro fondamentale fornitore di bianco è il piombo. Il BIANCO DI PIOMBO è ottenuto artificialmente esponendo per circa un mese lamine di piombo ai vapori di aceto, contenuto in un recipiente di terracotta immerso nel letame. In questo modo l'anidride carbonica liberata dalla fermentazione si fissa sul piombo acetato, che forma una crosta bianca asportata poi meccanicamente, lavata e infine macinata.

Oltre ad essere molto tossico il bianco di piombo non è adatto alla pittura ad affresco perchè scurisce rapidamente e per secoli è stato utilizzato soprattutto nella pittura ad olio. Del bianco di piombo non si è riusciti a trovare un sostituto meno velenoso almeno fino al 1750 quando si cominciarono ad usare pigmenti a base di bario, di zinco e di stagno, poi sostituito con l'attuale innocuo bianco di titanio.


Affresco

L'affresco (arriccio, marouflage) è una pittura eseguita sull'intonaco "a fresco" cioè ancora bagnato di muri sia esterni sia interni con l'uso di pigmenti naturali sciolti in acqua e applicati direttamente sulla parete appositamente preparata.

Il cosiddetto affresco SECCO è invece identificabile con la tempera su muro e si effettua sull'intonaco già essiccato (e quindi con un forte indice di deteriorabilità).

La realizzazione di un affresco si compone di diversi momenti:

- la stesura di un primo strato detto ARRICCIO costituito da un misto di calce spenta e sabbia grossa;

- la bozza del soggetto viene tracciata direttamente sull'arriccio con il carboncino mentre le linee del disegno vengono dipinte di solito con un'ocra rossa chiamata SINOPIA.
Il cartone, ossia il disegno preparatorio complessivo dell'opera da eseguire viene generalmente trasferito sull'intonaco con la tecnica dello spolvero, utilizzando fogli lucidi con il disegno forellato nei contorni in modo che la polvere di carbone passi attraverso i buchini sull'intonaco e tracci delicatamente il profilo della composizione;

- la stesura del secondo strato detto TONACHINO costituito da calce spenta e sabbia fine ben setacciata.
La fase della pittura a fresco vera e propria consiste nella rapida applicazione (si calcolano circa 6 ore) con il pennello dei vari pigmenti diluiti in acqua fintanto che l'intonaco è fresco. Nel caso di grandi superfici da affrescare occorre quindi dividere lo spazio e stendere l'intonaco in previsione di quello che si potrà dipingere in sei ore, la cosiddetta "GIORNATA".

Non tutti i colori possono essere usati per l'affresco in quanto l'azione caustica della calce preclude alcune componenti. Si utilizzano in genere colori naturali di origine minerale, le ocre naturali, le terre e il carbone.