STORIE DI FORTEZZE SICILIANE: ADRANO, PATERNÒ E MOTTA SANT’ANASTASIA

A cura di Mery Scalisi

 

Fortezze siciliane: una introduzione

Le fortezze siciliane, di origine medievale, mostrano due chiare tipologie di costruzione: il castello regio e quello feudale, due tipi di architettura fortificata che appartengono a due diverse concezioni di potere politico ed economico.

Il castello come sistema difensivo non ha avuto una sola configurazione architettonica, immutata e immutabile, ma ha subito diversi cambiamenti nel corso dei secoli, a seguito di alcune variabili legate alle continue trasformazioni degli strumenti di difesa.

La realizzazione delle prime fortezze siciliane si ebbe sull’isola con la dinastia degli Altavilla, ai quali fu riconosciuta la dignità di Corona Regia.

I normanni, con molta probabilità, giunsero in Sicilia nel 1060, anno della loro conquista, e vi rimasero fino al 1091. Segue il periodo normanno-svevo, che ebbe il suo massimo splendore con Federico II di Svevia (fig.1), in cui si sviluppò una fase di crescita culturale e artistica per l’intera isola, grazie soprattutto al mescolarsi della cultura sveva con quella araba, così da arrivare a raggiungere in pochi decenni un elevato livello politico-culturale.

Fig. 1 - Federico II di Svevia. Credits: http://terredicampania.it/reportage-in-campania/federicoii-napoli-storiauniversita/10/05/2018/.

È in questi anni che in Sicilia vengono edificati i palazzi che coniugano il rigore architettonico e difensivo della cultura normanno-sveva alla pura geometria sacra della religione musulmana.

Da questo momento vengono stabiliti nuovi impianti di costruzione e pensate nuove strategie per la difesa e il controllo del territorio, quest’ultimo così vasto da ipotizzare che la messa in atto di nuovi complessi difensivi possa essere avvenuta dal riutilizzo di strutture di difesa già esistenti, le cui tracce, in alcuni casi, sono ancora visibili e inglobate nelle costruzioni attuali.

Adrano, Paternò e Motta Sant’Anastasia, con i loro torrioni, rappresentano territori strategici, situati lungo la linea difensiva del monte Simeto, dietro la Valle dell’Alcantara a nord-est della Sicilia, nel messinese (fig.2).

Fig. 2 - Adrano, Paternò e Motta Sant'Anastasia. Credits: http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/museoadrano/ita/pagina.aspx?i=15.

Dai tre torrioni normanni delle fortezze siciliane è emerso un elemento comune e sistematico, per forma e volumetria, nonostante i successivi interventi che ne hanno potuto modificare il sistema figurativo, che permette un confronto con i comuni edifici siciliani e in particolar modo con il primo edificio del periodo Crociato in Palestina.

I tre torrioni, collegati fra loro strategicamente e pensati per difendere i paesi etnei, presentano dunque similitudini sia per quanto riguarda l’impianto strutturale e difensivo, sia per quanto riguarda i materiali di realizzazione.

 

Fortezze siciliane: Adrano

Il Castello Normanno di Adrano o Castrum Adernionis, più volte riadattato e restaurato in età romana, bizantina, araba, fu eretto dal conte Ruggero I di Sicilia (1070-1074), periodo in cui verranno edificate anche le torri dei vicini comuni Paternò e Motta Sant’Anastasia.

Ruggero I muore a Mileto all’età di settant’anni dopo aver riunito la Sicilia e la Calabria; gli succede al trono il figlio Simone, morto solo dopo quattro anni, a cui segue il fratello, Ruggero II, re di Sicilia e Puglia.

Il torrione di Adrano, insieme a quello di Paternò e Motta Sant’Anastasia, rientrerebbe in un vero e proprio sistema difensivo tipico del periodo normanno (in questa stessa ottica rientra anche la costruzione del così detto Ponte dei Saraceni, volto a controllare la valle del Simeto e i territori di Troina, Regalbuto e Randazzo (fig.3).

Fig. 3 - Ponte dei Saraceni nella Valle del Simeto. Credits: Giuseppe Barbagiovanni.

Il Castello o Torre di Adrano si trova nel centro storico della città e rappresenta uno dei simboli rilevanti del luogo, poiché costituisce un genius loci, una presenza culturale e artistica del popolo normanno nella Sicilia orientale.

Secondo fonti storiche, la torre nacque dalle fondamenta in rovina di un torrione saraceno. La sua posizione strategica rappresenta, non solo una roccaforte difensiva perfetta per controllare le vie d’accesso all’entroterra lungo la valle del fiume Simeto e alle spalle dell’Etna, ma soprattutto assicurava la conquista verso l’intera piana di Catania e i territori circostanti; nello specifico, fu eretta sull’alto piano roccioso della Cuba, denominazione che trae origine dalla presenza di antiche basilichette a cupola, da tempo scomparse e di origine bizantina (fig.4).

Fig. 4 - Vista dall'alto Torre normanna di Adrano. Credits: http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/museoadrano/ita/pagina.aspx?i=15.

Nei secoli la torre divenne di proprietà di varie nobili famiglie siciliane, fino al XVII secolo, quando si presentò in parziale rovina, probabilmente a causa di un terremoto che colpì la zona.

Il periodo di degrado arrivò agli anni ’50 del Novecento, quando la struttura monumentale fu utilizzata prima come carcere e poi come canile, con continui lavori di adattamento che arrivarono a distruggere i saloni interni del primo piano nobile.

Il buon senso dell’opinione pubblica e la pressione delle istituzioni permisero una stretta collaborazione tra Soprintendenza ai monumenti di Catania e quella alle Antichità di Siracusa, le quali iniziarono un processo di restauro ai locali e un’accurata raccolta di materiale archeologico da collocare nel Museo Civico al suo interno a partire dal 1958.

Larga 20 metri x 16,70 metri di lato, con un’altezza di 33,70 metri, presenta delle mura il cui spessore si aggira intorno ai 5 metri, realizzati in opus incertum con cantonali in pietra lavica perfettamente squadrati.

Esso, insieme a quello di Paternò, fa parte della tipologia di fortezze siciliane a pianta quadrata, solitamente chiamati castelli o torre, un modello adottato dai donjons francesi e inglesi dell’XI e XVII secolo.

La struttura si eleva su tre piani, oltre il pianterreno, raccordati da scale ricavate dentro gli spessori murari; la volumetria muraria è caratterizzata dal fondo grigio della muratura che gli conferisce una rigorosa austerità.

Dall’accesso, consentito attraverso un portale preceduto da una scalinata, è possibile notare la cinta che lo circonda, una bastionatura con rinforzi angolari e dalla forma di torrette stellari (fig.5).

Fig. 5 - Ingresso principale torre di Adrano. Credits: https://www.lasiciliainrete.it/monumenti/listing/castelli-di-adrano.

Paternò

Il castello – torre di Paternò, voluto da Ruggero il Normanno nel 1072, è costruito su una rupe basaltica, collina storica di Paternò, che domina parte della valle del Simeto e presenta dimensioni maggiori rispetto alle altre due torri confinanti.

La torre, ergendosi come un maestoso parallelepipedo, ha mantenuto nei secoli la duplice valenza militare e residenziale (fig.6).

Fig. 6 - Torre di Paternò. Credits: Sabrina Gurrieri.

L’aspetto esterno è austero quanto raffinato e come gli altri due torrioni venne realizzato secondo la tecnica dell’opus incertum, con materiale lavico, con un’unica differenza: l’aggiunta della pietra bianca calcarenitica (fig.7).

Fig. 7 - Particolare facciata. Credits: André Marèk.

L’edificio, il cui ingresso è consentito solo dal lato settentrionale attraverso un’ampia scala, sorretta da mensole in bianco calcare, che conduce a una porta a doppia ghiera, oltre il piano terra, si eleva su due livelli.

Come la torre adranita, anche quella di Paternò, presenta soffitti coperti da volte a botte, coperti da soppalchi lignei e scale ricavate nello spessore murario. La superficie del terrazzo è cinta da un parapetto continuo, un tempo, probabilmente, provvista di merlatura.

Come la torre adranita anche quella di Paternò è stata adibita a Museo Civico, con reperti che vanno dalla preistoria al Novecento.

 

Motta Sant’Anastasia

La cronologia storica del castello di Motta Sant’Anastasia non è certa a causa della mancata documentazione, anche se una lunga tradizione storiografica fa risalire la torre all’età normanna.

L’edificio, costruito con molta probabilità tra il 1070 e il 1074, su un promontorio di roccia basaltica alto 65 metri, forse su un rudere di una torre araba, si presenta come un torrione isolato, dovuto alla scomparsa della cinta muraria e di altre costruzioni, esistenti probabilmente fino al Novecento (fig. 8).

Fig. 8 - Vista della Torre di Motta Sant'Anastasia. Credits: https://etnaportal.it/mottasantanastasia/nek.

Il valore attribuito a tale torre fu prettamente militare-difensivo, mettendo invece in secondo piano la funzione residenziale.

Anche la sua muratura è realizzata in opus incertum, con pietrame lavico, che come il torrione di Adrano, gli conferisce rigore e austerità, e presenta agli spigoli cantonali in conci squadrati dello stesso materiale (fig.9).

Fig. 9 - Particolare facciata Motta Sant'Anastasia. Credits: Sabrina Gurrieri.

La torre è costituita da tre piani; l’ingresso, a piano terra, si apre al centro del prospetto ad ovest con delle aperture ridotte rispetto agli altri due torrioni (fig. 10).

Fig. 10 - Ingresso principale torre Motta Sant'Anastasia. Credits: Sabrina Gurrieri.

Al suo interno non si sono conservati né volte né solai lignei o muri di tramezzo; l’unica evidenza rimasta è che a differenza degli altri due torrioni il passaggio da un piano all’altro era consentito grazie a delle scale addossate alle pareti e non per mezzo di scavi ricavati dai muri.

La copertura finale è costituita da una volta ogivale con arcata mediana di sostegno poggiante su mensole.

Come le due precedenti fortezze siciliane, anche quella di Motta Sant’Anastasia nel corso del Novecento viene adibita a sede del Museo Civico.

 

 

Bibliografia

Rodo Santoro, Castelli, maniere e fortezze, Kàlos

Giuseppe Agnello, Il castello di Adrano, Roma 1966

Barbaro Conti, I castelli di Paternò – Adrano – Motta Sant’Anastasia, stampa Sud-Editrice, 1991

Nello Caruso, documento Tra est e ovest: trasposizioni dei sistemi culturali e tecnologia militare dei paesaggi fortificati. Le fortezze della valle del Simeto. I donjon di Adrano, Paternò e Motta Sant’Anastasia (CT).


ADRANÒN, IL SUO DIO E LA CITTA’ ANONIMA DEL MENDOLITO

 A cura di Mery Scalisi

La nascita di Adranòn

Adranòn, definita dallo stesso Plutarco Città Sacra e Città Fortezza, sulle pendici occidentali dell’Etna (Catania), fu fondata da Dionigi I il Vecchio nel 400 a.C.

Essa si presenta cinta da poderose mura ciclopiche (fig.1), realizzate con conci di pietra squadrate e messe in opera con tecnica poligonale, presso il luogo di culto del dio Adranòs, in cui sorgeva un tempio-santuario indigeno.

Fig. 1 - Antica veduta del tratto della cinta muraria di contrada Difesa (J. Houel, fine XVIII secolo). Credits: http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/museoadrano/ita/pagina.aspx?i=64.

Nell’area interna della città dionigiana di Adranòn, alcuni scavi archeologici iniziati nel 1959 restituirono fondazioni di case che dimostrano un assetto urbanistico decisamente avanzato, risalente al periodo dionigiano, in cui le cui abitazioni appaiono dotate di condotte idriche, di sistema di canalizzazione delle acque, vasche da bagno, pavimenti musivi, realizzati in cocciopesto o con tessere policrome, testimoniando, dunque, una civiltà inserita in quella che era la cultura media del periodo (fig.2).

Fig. 2 - Abitato di Adranòn - particolare del sistema di canalette di scarico. Credits: http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/museoadrano/ita/pagina.aspx?i=64.

Dagli studi effettuati dallo stesso archeologo siracusano e sovraintendente nei territori della Calabria e della Sicilia, Paolo Orsi, emerge che con molta probabilità, Adrano, sotto il nome di Adranòn, fu fondata da Dionisio I, detto anche il Vecchio, tra il 404-400 a.C.; qui fece trasferire gli abitanti di Piakos, cittadina indigena, anche se verosimilmente qualche altra popolazione risiedeva da tempo attorno al tempio del dio Adranòs; secondo le intenzioni di Dionisio il centro avrebbe dovuto svolgere funzione prettamente politica, al fine di favorire gli interessi militari ed economici dell’alleata Siracusa.

Il culto del dio Adranòs

Il dio Adranòs (a lungo ritenuto di provenienza orientale) era un’antica divinità sicula vulcanica, che venne associato dagli greci oltre che alla guerra al fuoco, identificandolo con Efesto (nella mitologia greca esso rappresenta il dio del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia), divinità a cui si presume si rivolgessero i siculi che abitavano la città. Sembra, infatti, che Dionisio, fondando la città volle darle il nome di Adranòn, proprio in riferimento alla divinità autoctona Adranòs.

Secondo lo storico tedesco Adolf Holm furono attribuite ad una sola divinità le funzioni simboliche di tutti questi dei; per questo motivo, Adranòs riunì in sé sia il carattere del dio guerra, indicato dalla lancia, che quello del dio del fuoco, tipico di Efesto, divenuto per la popolazione quasi personificazione dello stesso monte Etna dove si trovava il tempio.

All’interno del luogo sacro situato nei pressi del laghetto di Naftia, lago in territorio del comune di Mineo, in contrada Rocca, vi era una statua che raffigurava il dio armato con una lancia. Presso questo tempio accorreva una gran folla di fedeli, provenienti da ogni parte dell’isola; inoltre, l’edificio veniva custodito da una schiera di cani cirnechi, cani da caccia tipici dell’Etna e forse di origine egizia (in associazione alla divinità Anubi (fig.3). Si suppone che tali cani fossero così intelligenti da mostrarsi accoglienti nei confronti di coloro i quali accorrevano al tempio con molti doni e aggressivi e spietati, avventandosi contro quanti si avvicinavano al luogo di culto con cattive intenzioni, fino a sbranarli senza pietà. Risalirebbe a questo aneddoto la nascita dell’espressione siciliana di imprecazione, contro chiunque abbia intenzioni malvagie, ‘’chi ti pozzanu manciari li cani’’ (che ti possano mangiare i cani) (fig.4).

Con l’avvento del Cristianesimo, il culto del dio Adranòs è stato sostituito dagli etnei e dai siciliani con il culto di San Vito, festeggiato il 15 giugno.

Il centro abitato, dopo essere stato chiamato Adranòn, prese il nome di Hadrànumo Adrànum in età romana-latina; in età saracena la sua denominazione passò ad Adarnu o Adarna; nel periodo normanno Adernio e infine in età angioina Adernò.

Fu solo nel 1929, con Regio Decreto del 27 giugno 1929 n.1355, che il centro prese definitivamente il nome attuale, Adrano.

Negli anni, il nucleo urbano si è articolato in una disordinata cinta di isolati che si è allargata a macchia d’olio senza rispettare il piano regolatore disegnato da Roberto Calandra nel 1962.

Nell’attuale centro storico insistono le architetture storiche artistiche ben visibili nel loro insieme dal cosiddetto Torrione normanno, luogo più alto e belvedere della cittadina etnea (fig.5,6,7).

La città di Adrano, con molta probabilità, fu abitata fin dalla preistoria e le sue origini rientrano nel quadro della preistoria etnea, anche se non è da escludere una fase più antica coincidente con la preistoria siciliana

Il Mendolito: l’anonima area archeologica.

A 8 km dal centro di Adrano, venne individuata dall’adranita Salvatore Petronio Russo[1] una città siculo-greca, ubicata nelle contrade del Mendolito, Mendolitello e Sciare Manganelli, unanimemente ritenuta la più importante città sicula della Sicilia.

La sua fondazione risalirebbe con molta probabilità al XI-IX secolo a.C., anche se si suppone sia stata abbandonata in coincidenza con la fondazione di Adrano. La sua nascita si fa corrispondere con la formazione dello stile dell’arte greca che prende il nome di arcaismo e di arcaismo maturo (VII-V a.C.). Il suo abbandono invece si suppone fu dovuto all’arrivo di ulteriore popolazione, che non consentiva la difesa della città; a eventi naturali legati all’Etna, o addirittura alla necessità di dar vita ad un nuovo centro abitato che rispettasse l’organizzazione a scacchiera importata dai coloni greci, ideata da Ippodamo da Mileto, architetto e urbanista della Grecia antica, primo architetto di cui ci sia giunto nome ad utilizzare e teorizzare schemi planimetrici regolari nella pianificazione delle città nel V secolo a.C..

Il sito venne alla luce grazie al già citato Poalo Orsi, che dal 1898 al 1910 lo visitò a più riprese, esplorandolo e indagando sul luogo, arrivando a definirlo nei suoi taccuini da viaggio uno dei massimi centri dell’archeologia indigena della Sicilia.

Del centro abitato sono ancora visibili alcuni tratti della cinta muraria, il più importante dei quali è quello meridionale, realizzato con una doppia schiera di conci in pietra lavica riempiti a secco, nel quale è ricavata una delle porte di accesso alla città, definita Porta Urbica (fig.7). Questa costituisce l’ingresso sud, fiancheggiato da due torri alte 5 metri a forma di ferro di cavallo e rivolte verso il territorio di Centuripe. Dallo stipite orientale di questa porta è possibile individuare un blocco di pietra arenaria, in cui è contenuta un’iscrizione che costituisce il più lungo e importante testo in lingua sicula: un’epigrafe formata da 48 lettere in dialetto siculo-greco, oggi conservata presso il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa. Si tratta di una scriptio continua graffita, da destra a sinistra, sulla faccia esterna del blocco (fig.8).

Le teorie riguardo la nascita del sito nel corso dei secoli sono state differenti. C’è, infatti, chi come Jenkins, accademico e saggista statunitense, presume che tale anonima città sia l’antica e già citata Piakos; chi, come Bernabò, uno tra i maggiori archeologi del XX secolo, ritiene si possa trattare dell’antica Paline, sede dell’antico culto del dio. Quest’ultima osservazione è stata forse quella più seguita, in quanto il sito del tempio, supposto in diversi luoghi, non è mai stato realmente ritrovato, forse perché inghiottito da qualche colata lavica. Dunque non è da escludere che tale zona sia stata adibita come un tempio a temonos (recinto sacro), costituito da un’area impetrale contenente solamente altari per il rito al dio e priva di un reale apparato architettonico.

 

Note

[1] Salvatore Petronio Russo fu personaggio di spicco nella seconda metà dell’Ottocento, storico, archeologo, poeta e socio di varie Accademia italiane ed estere.

 

Bibliografia

Antonino Bua, Adrano, storia, cultura e tradizioni, Direzione didattica statale I° circolo, s.d.

Pietro Scalisi, ADRANO La storia, Edizioni cinquantacinque, 2009.

Barbaro Conti, I castelli di Paternò, Adrano, Motta S.Anastasia, Stampa Sud-Editrice, 1991.

Giovanni Palazzo e Guido Valdini, Adrano, Kalòs – luoghi di Sicilia, Edizioni Ariete.