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Intervista a cura di Stefania Melito

Il complesso monumentale della Pilotta, formato dalla Galleria Nazionale, il Teatro Farnese, il Museo Archeologico, la Biblioteca Palatina e il Museo Bodoni, si trova a Parma, Capitale italiana della Cultura per il 2020 e il 2021. È un insieme di edifici nato in un primo tempo per funzioni di servizio rispetto al palazzo ducale dei Farnese (ospitava le stalle, il maneggio dei cavalli etc), ma che poi si è ingrandito acquisendo le attuali dimensioni. Il suo nome deriva dalla “pelota”, ossia un gioco nobiliare che si praticava sotto i cortili del complesso in particolari circostanze. Ospita le collezioni d’arte dei Farnese, che nel corso del Seicento accentrarono qui la biblioteca, la collezione di monete, la quadreria e la statuaria, e rappresenta il cuore culturale, dinamico e pulsante, della cittadina parmense.

Fig. 1: : il complesso monumentale della Pilotta, https://arte.sky.it/temi/programmi-tv-21-novembre-serie-complesso-monumentale-pilotta-parma/

Tale accezione si è accentuata maggiormente con l’arrivo del direttore Simone Verde: classe 1975, formazione ed esperienza internazionale e poliedrica, in precedenza è stato responsabile della Ricerca scientifica e Pubblicazioni per il AFM/Louvre di Abu Dhabi. È laureato in filosofia teoretica a Roma, ha conseguito un master in Filosofia Antica a Parigi, si è diplomato in Storia dell’Arte all’École du Louvre e ha conseguito un dottorato in Antropologia dei Beni Culturali all’EHESS di Parigi (fonte https://complessopilotta.it/staff/). A metà fra rigore scientifico e sguardo da antropologo, la “sua” Pilotta ha cambiato marcia, affiancando alla sua essenza di museo tradizionale un respiro maggiormente internazionale, fatto di ricerche, tradizione e dialoghi fra moderno e contemporaneo, nell’ottica dell’arte che reinterpreta sé stessa. Abbiamo incontrato (telefonicamente) il direttore per una piccola chiacchierata.

Fig. 2: Simone Verde, https://complessopilotta.it/staff/

Ci sentiamo intorno alle 11 di mattina. Colto, sicuro di sé, persino tranchant in alcune affermazioni. Una breve chiacchierata di introduzione e poi via alle domande.

  • Direttore buongiorno, come va?
  • Si campa. (ride)

Già in questa battuta iniziale si svela il lato ironico, che affiorerà qui e lì durante l’intervista.

  • Affermazione condivisibile direi… passiamo alle presentazioni. Chiamo da parte di Storiarte, pagina fondata da Giulia Pacini nel 2012, che si pone l’obiettivo di divulgare attraverso i canali social l’arte in ogni sua forma, rendendola immediatamente accessibile a chiunque, senza rinunciare però all’accuratezza tecnica. Conta più di 200.000 followers ed ogni giorno, grazie ad un team di 30 redattori tra storici dell’arte ed archeologi sparsi su tutto il territorio nazionale, si impegna a divulgare le bellezze d’Italia attraverso il progetto Discovering Italia. Monitora anche l’andamento delle pagine social dei musei italiani, fornendo loro feedback e visibilità. Ora passiamo a lei. Direttore, chi è Simone Verde?
  • Ah boh! (ride) chi sia non lo so…Posso dirle però che cosa fa.
  • E che cosa fa?
  • Fa il direttore di un complesso monumentale tra i più belli che ci sono in Italia e in Europa, forse anche nel mondo, e sta tentando di rimettere a posto quest’Istituto che ha trovato in condizioni di estremo degrado, utilizzando però questa congiuntura (il Covid) come un’opportunità, perché nel 2016 il Complesso, che era strutturato in diversi musei divisi tra di loro nonostante le collezioni che lo compongono fossero nate unite, sono stati finalmente riaccorpati. Siamo alle prese quindi con un progetto di ricucitura delle collezioni dei vari istituti, che stanno progressivamente ritrovando la loro conformazione originaria.
  • Bene!
  • Nel fare questo (io vengo dal Louvre di Abu Dhabi, mi sono diplomato all’Ecole du Louvre e ho avuto la fortuna di lavorare a questo progetto assai visionario e ambizioso, un‘avventura significativa dal punto di vista intellettuale), avendo competenze da antropologo ho un occhio particolare per la storia delle collezioni: quello che mi interessa non è tanto perpetuare i valori sociali dell’arte, ma al contrario quello di demistificarli al servizio dell’emancipazione e della consapevolezza del pubblico. Visto che tutto ciò che riguarda la cultura ha una natura convenzionale, è una comunità che decide di riconoscersi in certi oggetti piuttosto che in altri, ovviamente non in maniera scevra da dinamiche del potere, ritengo che il lavoro museale debba costituire uno strumento di emancipazione per i cittadini. I musei sono nati così nell’ambito della Rivoluzione Francese, e noi perpetuiamo quest’idea mettendo insieme delle competenze di vario genere che vengono anche dalle scienze umane e non soltanto dalla storia dell’arte. Questa è la metodologia con cui noi lavoriamo.
  • Un obiettivo ambizioso, e se me lo permette poco convenzionale…
  • In realtà no, o forse sì in ambito italiano, dove la museologia come disciplina autonoma ha difficoltà a farsi strada. All’estero ha una sua piena autonomia che deriva dall’incrocio di queste discipline che le ho appena enumerato, non c’è museologia se non c’è antropologia e sociologia. In Italia è un po’ più problematico, perché avendo ereditato delle collezioni dal passato fortemente legate alle famiglie che le hanno messe insieme…
  • Identitarie oserei dire.
  • Si ma vede, anche il termine “identità” è un altro termine utilizzato a sproposito, che non significa nulla. L’identità non è una fatalità, le identità si costruiscono. Non siamo piante con il loro genoma. Le identità sono dei processi culturali elaborati, complessi, si costruiscono e si de-costruiscono, si scelgono, si smontano. Il punto è che dietro questa nozione di identità si è voluto teorizzare il fatto che noi dovessimo essere ciò che l’Ottocento aveva rappresentato di noi stessi. Io ci ho scritto un libro su questo tema qui. Noi non abbiamo mai avuto una stagione di musei nazionali che costruissero l’identità nazionale, e quindi continuiamo ad avere a che fare con collezioni che sono legate alle storie delle famiglie che le hanno costituite, e di conseguenza la museologia rimane una ottocentesca storia delle collezioni. La storia delle collezioni spiega la provenienza dei pezzi, dove sono transitati, dove sono finiti, ma non si occupa del senso della ricostruzione culturale che le citavo prima. Non so se mi sono spiegato.
  • Perfettamente oserei dire, e anzi mi viene da farle una domanda: in questo clima da lei evocato sta a pennello una sua affermazione del 2019 in cui dice che bisognerebbe <<…ri-radicare i musei nelle loro comunità di riferimento>>. Quindi è fondamentale che il museo crei comunità. Focalizzandoci sulla Pilotta, che cosa è stato fatto per ri-radicarla nella sua comunità di riferimento?
  • Risponderei alla sua domanda riprendendo il filo di quello che le dicevo prima. Se l’identità è quella ottocentesca di cui parlavamo prima, radicare il museo all’interno della comunità di riferimento significherebbe sentir parlare delle vecchie famiglie parmigiane, i cittadini parmigiani di sette generazioni…No? Visto invece che noi viviamo in comunità estremamente mobili, e visto che abbiamo anche il dovere dell’accessibilità sociale e culturale di un patrimonio che appartiene a tutti, se non altro perché, rimanendo su un piano gestionale, viene gestito con le tasse di tutti, abbiamo il dovere di parlare a tutta la comunità. Ma qual è la comunità di riferimento per il nostro museo? Sono senza dubbio i parmigiani quelli storici, ma ci sono anche i nuovi parmigiani come i lavoratori che vengono da altre parti d’Italia, ci sono gli immigrati che provengono dall’estero, ci sono le minoranze che hanno loro stesse delle rivendicazioni fortemente identitarie (donne, omosessuali), c’è la comunità scientifica locale e internazionale, i visitatori che vengono da fuori… un museo di questo tipo, che ha delle collezioni di questa importanza, ha il dovere di comunicare e di far partecipare alla propria vita intellettuale e scientifica tutte queste comunità. Siamo ben oltre il museo identitario ottocentesco.
  • Siamo quasi in un’ottica da museo di arte contemporanea.
  • Ad Abu Dhabi noi avevamo lo stesso problema. Si figuri cosa possa essere gestire una collezione in un Paese in cui la comunità locale è il 9% del totale della popolazione. Dal museo del Louvre di Abu Dhabi è uscito fuori che nel primo anno la maggior parte dei visitatori era indiana. Noi viviamo in un mondo paradossale, in negativo ma a volte è paradossale anche in positivo. Ecco, nel nostro lavoro dobbiamo confrontarci più con il paradossale in positivo per fortuna. Viviamo in una società molto più varia di quanto noi non sospettiamo, e noi dobbiamo essere all’altezza di questo.
  • Torniamo alla Pilotta…
  • Ecco, noi alla Pilotta da tre anni abbiamo posto in essere delle attività di ri-allestimento, abbiamo aperto tredici nuove sezioni, adesso ne sono in ballo altre tre con vari lavori di allestimento che ovviamente implicano lavori di riqualificazione degli spazi. Questi ri-allestimenti implicano anche un ripensamento scientifico delle collezioni, alla luce anche delle scoperte scientifiche più recenti. Abbiamo coniato un concetto, che è quello di mostra permanente: vogliamo un museo proattivo e che sia connesso con la ricerca scientifica: noi facciamo degli allestimenti permanenti ma che sono come delle mostre perché rimangono in piedi finché la ricerca scientifica renderà questi allestimenti sensati. Se ci saranno delle scoperte scientifiche è chiaro che bisognerà ripensare questi allestimenti. Questo è il nostro modo di entrare in contatto con la comunità: riallestire e ripensare gli spazi innanzi tutto di un edificio che è già esso stesso un’opera d’arte, e poi aprire un dialogo culturale e scientifico con la comunità, in cui la comunità venga per riscoprire le collezioni e quindi sé stessa, e quindi si rimetta in discussione. O metta in discussione il lavoro che stiamo facendo. Questo è il senso di un museo partecipativo: un museo dinamico in cui le collezioni sono il portato della ricerca scientifica e in cui questi ri-allestimenti sono un modo per cui i pubblici, o gli utenti come si diceva una volta, possano riscoprire sé stessi attraverso la lente della nostra proposta culturale.
  • Questa è una cosa molto bella, e a proposito di ri-allestimenti abbiamo saputo di un ritrovamento piuttosto inaspettato…
  • Beh guardi, quando sono arrivato in Pilotta ho fatto fare un’ispezione di tutti gli spazi, dai soffitti alle cantine, per capire lo stato di salubrità dell’edificio; in una di queste perlustrazioni ho scoperto che da un buco si vedeva questo soffitto cassettonato molto bello, della fine dell’Ottocento, molto grande, circa 500 metri quadri, che era stato coperto negli anni ’50 seguendo un’idea de-storicizzata di museo, ossia che il museo dovesse esibire una storia senza parlare della propria storia, come se le collezioni non fossero sottoposte a quelle pressioni culturali o ideologiche che è meglio esplicitare che nascondere in nome di una falsa e velleitaria oggettività che non può essere. Di oggettivo c’è solo la nostra soggettività.
  • Esattamente.
  • Ho incrociato quest’esperienza con delle foto storiche, da cui è emersa la conformazione originaria della sala, e ovviamente rifunzionalizzandola in relazione a un percorso variato che nulla avevano a che vedere con quelli del tempo (quello era un museo delle antichità in cui venivano esposti delle antichità di vario genere, una specie di esposizione antiquaria, di museo nazionalistico dove dopo l’Unità d’Italia le comunità locali esibivano a Roma la unicità del loro passato per continuare a rivendicare autonomia). Noi abbiamo preso gli elementi essenziali dello spazio: un tavolo enorme di dieci metri che è stato tutto restaurato, le vetrine che verranno messe a posto etc. e ricostituiamo lì una parte del museo archeologico dedicato alle collezioni di antiquaria fra Sei e Ottocento. Questo ci permetterà di svincolare le collezioni del territorio dalle collezioni che verranno messe in spazi diversi, e ci permetterà di avere una sala spettacolare all’altezza delle altre sale spettacolari degli altri Istituti, quindi sarà un modo per dare un simbolo al rilancio del Museo Archeologico.
  • E passando agli antipodi, perché la scelta di Fornasetti?
  • In realtà siamo in coerenza. Fornasetti è un artista che è esploso fra le due guerre in quel periodo che si chiamava “Ritorno all’ordine”, dopo la tragedia della prima guerra mondiale e che prepara anche il totalitarismo. Fornasetti ha proseguito il suo percorso tutt’intorno alla reinvenzione dei valori formali del Classicismo. Ora consideri che Parma è una delle capitali del classicismo, perché nel 500 sotto i Farnese è stata uno dei luoghi del classicismo italiano, e poi nel 700 è stato uno dei luoghi dove è stato inventato il Neoclassicismo. Noi avevamo bisogno di uno sguardo contemporaneo su questo patrimonio passato per renderlo maggiormente comprensibile al pubblico contemporaneo e stimolarne la curiosità. È un tipo di processo che tecnicamente si chiama rigenerazione del patrimonio. Tu rigeneri il patrimonio passato attraverso dei riferimenti contemporanei e attraverso il linguaggio dell’arte. L’arte che rigenera sé stessa. Abbiamo fatto un bando, da questo bando è uscita fuori vincitrice l’associazione Fornasetti, e abbiamo lavorato tantissimo con loro per far sì che il percorso fosse un modo di esaltare l’identità delle collezioni e di questo dialogo tra collezioni e Fornasetti e ci siamo riusciti. È un risultato di cui andiamo molto orgogliosi e anche il pubblico risulta essere molto soddisfatto perché non ho sentito una critica.
  • Quindi siete usciti dal coronavirus con Fornasetti?
  • Devo dire nella sfortuna è stata anche una cosa fortunata, che ci ha rilanciato. Una cosa è aprire in maniera ordinaria, una cosa diversa è aprire con una mostra come questa che ci rilancia ancora di più. E che è di spontaneo riferimento ad un pubblico più ampio. In più ci ha permesso anche di giustificare il fatto che non abbiamo tutti gli spazi aperti per ragioni che sappiamo, quindi questo ci ha obbligato, ma devo dire in maniera fortunata perché devo dire che alla fine la mostra è più bella così di quanto non fosse prima a ripensare ad alcuni allestimenti. È tutto molto positivo. Abbiamo tutti gli spazi monumentali del complesso fruibili, perché sono spazi molto grandi e quindi disperdono di più l’aria, e che sono stati dedicati alla mostra che secondo me grazie al coronavirus ha preso ancora più spessore.
  • Benissimo, ultima domanda. All’inizio mi diceva “Non so chi sia Simone Verde, posso però dirle che cosa fa” … bene, trasliamo un po’ la domanda: sappiamo bene che cosa sia la Pilotta o meglio nel corso del tempo abbiamo imparato a conoscerla. Cosa farà la Pilotta?
  • Sono due progetti, in realtà sono cantieri già presenti: abbiamo utilizzato il Covid come un’opportunità per chiuderci in casa e lavorare e non farci distrarre dalla gestione ordinaria, quindi nel giro di tre mesi abbiamo portato a compimento tutta una serie di progetti; quelli su cui ci stiamo concentrando adesso, i fondamentali, sono appunto quelli su cui ci stiamo cimentando adesso dal punto di vista amministrativo. È partita la gara del nuovo museo Bodoni, speriamo entro l’anno di riuscire a inaugurarlo, una cosa storica perché se ne parla dal 1970. Il museo Bodoni esiste, ma è difficilmente accessibile perché è situato all’ultimo piano. Con la riapertura sarà anche un presidio contro il degrado dell’area in cui si troverà. Poi abbiamo l’apertura dell’ala 1 del museo archeologico, a breve riapriremo l’ala Ovest completamente rinnovata dove la Scapigliata di Leonardo Da Vinci troverà una collocazione finalmente degna. Aprirà un’altra sezione tutta dedicata all’arte fiamminga che ha avuto un ruolo così importante nella Corte parmigiana, che prima era dispersa nelle collezioni italiane e non aveva una sua chiara leggibilità. Soprattutto non aveva chiara leggibilità il ruolo che l’arte fiamminga ha avuto nella reinvenzione dell’arte italiana, perché se di Manierismo si può parlare non è solo per la crisi del 500 e per la perdita del realismo nello spazio, ma anche perché sono i simbolismi tipici dell’arte fiamminga che penetrano in maniera così forte per via della presenza dell’impero nella geopolitica europea nell’arte italiana e quindi scardinano quella costruzione prospettica razionalista ritornando indietro. Apriremo in autunno la Rocchetta tutta rinnovata e riallestita, con una mostra permanente sull’Ottocento e il mito di Correggio. Presenteremo al pubblico per la prima volta le collezioni ottocentesche della Pilotta con un restauro spettacolare del pavimento della sala ottagonale dove si trova una delle due pale del Correggio.
  • Quindi parafrasando il motto di Parma capitale della cultura avete intenzione di “battere il tempo” in questo modo…
  • Abbiamo intenzione di fare il nostro lavoro (ride).
  • Grazie mille, è stato gentilissimo.
  • Grazie a lei.

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