IL GIOVANE BOCCIONI ALLA GALLERIA BOTTEGANTICA

A cura di Silvia Piffaretti

 

 

Il giovane Boccioni

Presso la Galleria Bottegantica di Milano è in corso, dall’8 ottobre al 4 dicembre 2021, la mostraIl giovane Boccioni”; un’esposizione che si discosta dalle canoniche per focalizzarsi sull’inedita fase giovanile e formativa dell’artista, in cui lo studio del passato si lega all’irrefrenabile desiderio di conoscere il presente e sperimentare il futuro. L’esposizione curata da Virginia Baradel, insieme ad Ester Coen e Niccolò D’Agati, presenta una selezione di opere, datate tra il 1901 e il 1909, che dimostrano come Umberto Boccioni confidasse ampiamente nella necessità di una mente capace di “sintetizzare la sapienza moderna e creare la vera opera”. In tali anni l’artista mosse i primi passi tra Roma, Padova, Venezia e Milano, e intraprese perfino un viaggio a Parigi e in Russia.

 

Boccioni, diversamente da quanto si è soliti credere, non ebbe un’immediata vocazione per la pittura. Inizialmente, infatti, il più grande desiderio del giovane era quello di diventare giornalista, fino a quando presso il giornale “Fanfulla” scoprirono in lui uno spiccato talento per la caricatura. Così, accantonato il suo primo desiderio, iniziò ad apprendere i rudimenti dell’illustrazione e della pubblicità dal cartellonista Stolz. L’idea di intraprendere la strada della pittura si insediò definitivamente in lui tra il 1902 e il 1903, quando iniziò a frequentare lo studio di Balla, ma per mantenersi dovette eseguire tempere commerciali. La mostra mira pertanto a ripercorrere i passi dell’artista in quell’arco cronologico, attraverso un allestimento elegante e propedeutico alla comprensione del visitatore, mediante l’esposizione di disegni, tempere commerciali e alcune opere pittoriche.

 

I disegni e le tempere commerciali

L’esposizione affronta con grande perizia il lavoro su carta attraverso un primo corpus disegnativo d’impronta scolastica, risalente al periodo formativo presso Balla e le scuole di disegno pittorico e di nudo di Roma, da considerarsi come esercizio per educare la mano ad obbedire all’intelletto. A tale nucleo se ne accosta un altro in cui il tratto sicuro riporta precise visioni architettoniche, ritratti curiosi e figure umane. Per Boccioni il disegno costituiva “il tramite per dominare e organizzare lo spazio e per aumentare la fedeltà […] a ciò che l’occhio porge”[1], in questo modo l’artista indagava in profondità le coordinate della pittura: la contrapposizione tra scuri e chiari, tra ombre e luci, tra plasticità e linearismo.

 

 

Un altro ambito della produzione su cui la mostra si concentra è quello delle tempere commerciali che Boccioni realizzò, tra il 1904 e il 1906, per ragioni perlopiù economiche, ma che senza alcun dubbio sono da ritenersi palestra importante nel suo percorso di maturazione artistica e di scandaglio della modernità. Ne sono un esempio la piccola Ciociara (1904), influenzata dall’illustrazione belga, e la moderna Automobile 48 29 (1907). Altrettanto interessante è l’Allegoria delle arti, una serie di bozzetti per il manifesto della mostra di Brunate del 1909, in cui è possibile seguire l’intera sequenza dallo studio al prodotto finale.

 

Le opere pittoriche

Il percorso espositivo si chiude con il trasferimento dell’artista a Milano, nel settembre 1907, dove si recò con l’intenzione rapace di vincerla e conquistarla, nonostante si vide ancora costretto a dedicarsi alla cartellonistica e all’illustrazione. Alle pagine del suo diario, il 21 settembre 1907, affidava le sue speranze: “Sogno un avvenire laboriosissimo pieno di quadri, disegni, acqueforti, decorazioni… tutto tutto. E soprattutto cantando questa nostra epoca moderna così odiata da quasi tutti gli artisti”[2].

 

Con tale spirito giunse a sorprendenti esiti sul versante del ritratto, riuscendo a restituire sulla tela la singolarità di un volto, di un’espressione o di un carattere. In questa sezione trova ampio spazio la raffigurazione della madre Cecilia Forlani, di cui il disegno Mia Madre rappresenta uno dei vertici della produzione su carta. A quest’ultimo, eseguito a lapis fino alla più piccola particolarità, vi lavorò con amore e costanza fino a condurlo alla massima ricercatezza. Al termine dell’esecuzione, il 27 settembre 1907, l’artista scriveva: Ho finito il disegno di mammà e non ne sono compiutamente contento come vorrei. Non sono stato abbastanza scrupoloso come io desidero. Ho a rimproverarmi qualche svogliatezza e qualche trascuratezza. Il panneggio soprattutto del corpo. É un disegno come non ne ho mai fatti e non so perché mi accontenti più di tanti altri”[3]. All’indagine sulla madre, modello comportamentale oltreché pittorico, appartengono anche La madre malata (1908) e il trittico Veneriamo la madre in cui l’artista vorrebbe “versare il vero nella forma dell’idea senza cadere nel vuoto o nel superficiale”. A chiudere il percorso è La Madre della collezione Ricci Oddi, in cui la pennellata va a costruire la solida figura della donna.

 

La Galleria Bottegantica, pertanto, offre al pubblico un’imperdibile occasione per poter ammirare le capacità di superbo disegnatore e illustratore di Boccioni, le quali saranno fondamentali per la definizione della sua complessa personalità pittorica.

 

 

Note

[1] Il giovane Boccioni, Bottegantica Edizioni, p. 12.

[2] Ivi, p. 187.

[3] Ivi, p. 175.

 

Informazioni di visita

Milano, Galleria Bottegantica

Milano, Via Manzoni 45

 

Orari: da martedì al sabato 10-13; 15-19

Ingresso libero

 

Info: (+39) 02 62695489 – (+39) 02 35953308

[email protected]

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www.bottegantica.com


SALMAN ALIGHIERO BOETTI ALLA TORNABUONI ARTE MILANO

A cura di Silvia Piffaretti

 

 

Salman Ali: l’ombra di Alighiero Boetti

Presso la galleria Tornabuoni Arte di Milano è in corso, a partire dal 14 settembre e fino al 14 ottobre 2021, la mostra SALMAN ALIGHIERO BOETTI che prende vita a partire dall’autobiografia di Salman Ali edita da Forma. Quest’ultima presenta l’inedita storia di convivenza familiare dei ventitré anni passati insieme all’artista Alighiero Boetti. Il volume, costituito da fotografie fino ad ora in gran parte private, presenta alcuni contributi firmati da Bruno Corà, Giorgio Colombo e Clino Castelli. La galleria per l’occasione accoglie la collezione privata di Salman Ali, insieme ad una straordinaria selezione di fotografie che lo ritraggono nei momenti di vita privata e nei viaggi accanto all’artista. Egli infatti era solito occuparsi della famiglia, dei bambini, della casa; seguiva Boetti nei suoi viaggi e nel suo studio dove garantiva ordine perché “tutto andasse bene e che capo fosse tranquillo”, come ricorda lui stesso.

 

I due si conobbero nel 1971 a Kabul dove Boetti aveva aperto il famoso One hotel, albergo nel quale Salman trovò impiego. Il mito vuole che Boetti, dopo aver guadagnato un po’ di soldi con una prima mostra, entrando in un’agenzia di viaggi chiese: “Qual è il posto più lontano dove posso andare?”, gli risposero “Kabul”. Come accenna la figlia Agata Boetti però, è in parte vero e in parte no. Il padre, infatti, era rimasto affascinato da un vecchio antenato di famiglia che era andato verso Mosul. Pertanto, volendo recarsi anch’egli in tali regioni, chiese quale fosse la tratta meno costosa: Roma-Kabul.

 

Nel 1973 poi Boetti propose a Salman di seguirlo a Roma, a lui l’artista non guardava come un cameriere ma come una persona della famiglia. Infatti, come ricorda la figlia, fin dal suo arrivo fece sempre parte della famiglia; tant’è che anche in vacanza a Todi o a Vernazza andavano sempre in cinque. Agata Boetti sottolinea come i due si fossero scelti mutualmente in modo naturale, senza farsi troppe domande e parlandosi con gli occhi. Il loro legame indissolubile è espresso anche dalle parole di Bruno Corà, il quale afferma: “C’è stato un tempo, un lungo tempo, durante il quale Salman Ali era sempre dietro Alighiero Boetti e, come la sua ombra, non si allontanava mai da lui”, inoltre aggiunge, "Il destino poi aveva voluto che il nome di Alighiero includesse anche quello di Ali che magicamente così lo portava con sé anche quando Salman, rendendosi provvidenziale, aiutava Annemarie e si dedicava ai loro figli, Matteo e Agata[1].

 

La collezione privata di Salman Ali

Il visitatore, dopo aver ammirato le due colorate tele visibili dalle vetrine della galleria, è accolto in uno spazio nel quale, su due delle tre pareti, sono disposte le fotografie e i ricami della collezione di Salman Ali, in una disposizione che è un chiaro riferimento all’opera Il muro collocata al Museo del Novecento di Milano. Agata Boetti, alla domanda come fosse nato il muro, afferma che fu iniziato dal momento in cui era nata e che il padre lo chiamò così poiché era proprio il muro di casa. La figlia lo definisce una sorta di work in progress gelato alla morte dell’artista, su cui sono apposte cose estremamente diverse: da una tasca di una giacca trovata in un mercatino a Kabul, a dei francobolli, a un’opera di Sol LeWitt, a un disegno preparatorio dei suoi aerei, a una sua foto col fratello Matteo e perfino un disegno di quando era piccola. In tale modo il muro, di norma elemento divisorio e isolante, venne trasformato da Boetti in un elemento di molteplici inclusioni.

 

Le pareti, ricreando l’allestimento del muro, accolgono le fotografie private della collezione di Salman scattate da diversi fotografi, tra i quali: Giorgio Colombo, Randi Malkin Steinberger, Gianfranco Gorgoni e Antonia Mulas. In particolare Giorgio Colombo, che conobbe Salman nell’agosto del 1973, nella pubblicazione per Forma Edizioni, ricorda come Salman l’avesse fin da subito colpito per la sua disponibilità esuberante verso la macchina fotografica; nonostante la religione musulmana non ammettesse eccessiva confidenza con la riproduzione della propria immagine. Il fotografo, inoltre, confida: “Ogni volta che lo incontravo, le sue prime parole erano ‘Giorgio foto? Manda!!’”[2]. Anche Agata Boetti ne rimarca la confidenza con l’obiettivo, Salman adorava essere fotografato anche perché a Kabul non vide mai una macchina fotografica.

 

 

Suggestiva è anche la Mappa del 1990, qui esposta e parte dell’omonima serie che lo rese tanto noto. Boetti era solito far portare in Afghanistan i tessuti disegnati delle mappe che sarebbero poi stati ricamati dalle donne. I contorni dei paesi erano disegnati a penna, così come le lettere del bordo che presentavano parole in italiano e in farsi; mentre le bandiere erano colorate con i pennarelli in modo che le ricamatrici potessero seguire le indicazioni per i colori. Per le donne i paesi e le bandiere delle mappe erano solo dei disegni, quest’ultime non sapevano leggere l’alfabeto occidentale e non conoscevano i paesi. Inoltre Salman, nell’autobiografia, confessa di aver capito solo a Roma che poteva essere insolito che un artista non facesse le sue opere ma che le facesse fare ad altri, poiché per lui era una cosa usuale. Le Mappe furono le prime testimonianze che vide del lavoro di Boetti: “A 18 anni, sapevo almeno che la terra era tonda ma non avevo mai visto una mappa con i diversi paesi. Conoscevo i nomi dei paesi che hanno le frontiere con l’Afghanistan come il Pakistan, l’Uzbekistan, il Tajikistan o i paesi molto grandi e importanti come l’America e la Russia ma gli altri no. Poi non avevo mai visto tutti i paesi tutti insieme in una mappa”[3].

 

Delle Mappe la figlia Agata ne ammira la molteplicità di visioni senza limite e ricorda come quella fatta per la sua nascita fosse rimasta, fin da quando era nata, vicina al suo letto e di come su di essa lei, così come i suoi figli, abbia imparato la geografia e scelto le destinazioni delle vacanze. Ma ciò che più l’affascina è la possibilità, durante le esposizioni, di farsi ombra per cogliere le reazioni dei visitatori: “Quando vedo nelle mostre la gente che guarda le mappe, adoro camuffarmi e mettermi vicino per ascoltare ciò che la gente dice. E ci sono gli ottimisti che dicono ‘vedi ci sono pochi paesi in guerra’ o quelli che dicono il contrario. Quelli che dicono ‘non sapevo che l’America e il Giappone fossero così vicini’, oppure quelli che dicono ‘bisogna prestare attenzione all’ecologia dell’oceano, perché è tutto oceano’”.

 

La bellezza di tali mappe risiede quindi anche nel cambiamento che registrano, concetto che può essere associato anche al Libro dei fiumi presente in mostra. All’interno di tale libro vi sono mille pagine, le quali rappresentano i mille fiumi più lunghi del mondo che non sono mai stati catalogati. L’intenzione di Boetti era quella di mandare dei telegrammi a tutte le ambasciate del mondo, ma non lo avrebbe mai fatto, dunque lo aveva domandato alla moglie: tale progetto divenne poi un libro. Anch’esso però subì cambiamenti, proprio come le Mappe, perché il primo fiume che all’epoca era il Nilo ora non lo è più. Per tale motivo, secondo Agata Boetti, bisognerebbe idealmente “riattualizzarlo”.

 

Le opere di Boetti perciò, oltre ad essere evidente testimonianza di un’umanità in continuo mutamento, si prestano a finalità pedagogiche, invitano ad allargare i propri orizzonti culturali e contemporaneamente al gioco con l’arte. Infatti, come asserisce la figlia, l’opera del padre è una moltitudine di giochi diversa dalle analisi intellettuali della critica; lo stesso Boetti si definì un creatore di regole, di giochi e meccanismi, che una volta creati gli permettevano di giocare e far giocare gli altri.

 

Note

[1] Salman Alighiero Boetti, Forma Edizioni, 2021, p. 90.

[2] Ivi, p. 92.

[3] Ivi, pp. 12-13.

 

 

Informazioni di visita

Orari galleria:

lunedì 15.00-19.00 | martedì/sabato 10.00-13.00 e 15.00-19.00

 

Contatti:

E-mail: [email protected][email protected]

Tel.: + 39 026554841

 

Indirizzo:

Via Fatebenefratelli 34-36 – 20121, Milano


MIRÓ. IL COLORE DEI SOGNI

A cura di Mirco Guarnieri

 

Nella giornata di venerdì 10 settembre 2021, è stata presentata in anteprima la mostra “Miró. il colore dei sogni” presso la Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo in provincia di Parma organizzata in collaborazione con la Fundació MAPFRE di Madrid.

All’interno della mostra sono esposte cinquanta opere realizzate tra gli anni Trenta e Settanta che mostrano come Miró si sia distaccato dalla pittura tradizionale per abbracciare l’idea di una pittura fatta di emozioni tendente all’astrazione. Particolarmente documentati sono gli ultimi decenni di attività di Miró. In quel periodo l’artista realizzò opere di grande formato, con temi ricorrenti e reinventati con frequenza attraverso l’uso costante di simboli come le stelle, gli uccelli, le rappresentazioni di teste o la donna che col passare del tempo viene sottratta delle sue caratteristiche riducendola ad una macchia di pittura.

 

 

 

 

Informazioni per la visita della mostra “Miró. Il colore dei sogni”

11 settembre - 12 dicembre 2021

Fondazione Magnani-Rocca, Mamiano di Traversetolo (PR)

Via Fondazione Magnani-Rocca, 4.

 

Orari

Dal martedì al venerdì 10-18 (la biglietteria chiude alle 17)

Sabato, domenica e festivi 10-19 (la biglietteria chiude alle 18)

Chiuso il lunedì eccetto 1° novembre

 

Biglietti

Intero: 12 € (valido anche per raccolte permanenti)

Ridotto: 10 € (per gruppi di almeno quindici persone), 5 € per le scuole

 

Informazioni e prenotazione gruppi

Tel. 0521 848327 / 0521 848148

[email protected]


SULLE TRACCE DI UN’OPERA RAFFAELLESCA: IL SUCCESSO DELLA MADONNA DEL VELO

A cura di Arianna Marilungo

 

 

Al Museo Pontificio della Santa Casa di Loreto è possibile visitare, fino al 17 ottobre 2021, una suggestiva mostra che integra esperienza visiva ed esperienza virtuale: La “Madonna di Loreto” di Raffaello. Storia avventurosa e successo di un’opera.

Questa mostra, curata dal dott. Fabrizio Biferali e dal dott. Vito Punzi, si inserisce nell’ambito delle celebrazioni raffaellesche del 2020 - in occasione dei 500 anni dalla morte del grande artista marchigiano - ma posticipata a causa dell’emergenza sanitaria.

Il fulcro dell’esposizione lauretana è un’opera di Raffaello conservata al Musée Condé di Chantilly, in Francia: La Madonna del velo o La Madonna di Loreto (fig. 1). Eseguita tra il 1511 ed il 1512, dopo aver terminato gli affreschi della Stanza della Segnatura nei Palazzi Vaticani e aver ritratto un anziano papa Giulio II, Raffaello realizza questo dipinto che Vasari descrive così:

 

«un quadro di Nostra Donna bellissimo, fatto medesimamente in questo tempo, dentrovi la Natività di Iesu Cristo, dove è la Vergine che con un velo cuopre il Figliolo, il quale è di tanta bellezza che nell’aria della testa e per tutte le membra dimostra essere vero filgiuolo di Dio: e non manco di quello è bella la testa et il volto di essa Madonna, conoscendosi in lei, oltra la somma bellezza, allegrezza e pietà; èvvi un Giuseppo che, appoggiando ambe le mani ad una mazza, pensoso in contemplare il Re e la Regina del cielo, sta con una ammirazione da vecchio santissimo»[1].

 

Fig. 1 - Raffaello Sanzio, Madonna del velo, circa 1511-1512, olio su tavola, 120x190 cm, Musée Condé, Chantilly. Credits: Di Raffaello Sanzio - Web Gallery of Art: Immagine Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1082824.

 

Giorgio Vasari ricorda che questo dipinto si trovava nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma, insieme al ritratto di Giulio II (fig. 2), e che veniva esposto al pubblico durante le feste solenni.

Fig. 2 - Raffaello Sanzio, Ritratto di Papa Giulio II, circa 1511-1512, olio su tavola, 108x81 cm, The National Gallery, Londra. Credits: Di Raffaello Sanzio - National Gallery, London, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=100865.

Il doppio nome dell’opera, secondo l’ipotesi più accreditata, è dovuto alla donazione da parte di un devoto di una copia al santuario della Santa Casa di Loreto, collocata nella Sala del Tesoro dove rimase dal 1717 al 1797. Il soggiorno lauretano di quest’opera ebbe una tale risonanza al punto da far acquisire all’originale anche il nome di Madonna di Loreto. D’altronde è nota ai più la devozione verso questo santuario di papa Giulio II, che diede un nuovo slancio architettonico ed artistico alla basilica ponendola sotto la giurisdizione della Santa Sede.

Il motivo iconografico del quadro raffaellesco è la natività, con la Madonna ritratta nel momento di scoprire – o coprire – il Bambin Gesù. Il velo è un simbolo antico che allude alla Passione e morte di Gesù: infatti, secondo un’antica tradizione, quando fu crocifisso Gesù indossava lo stesso velo con cui la Madonna lo coprì alla nascita. Il merito del pittore urbinate è stato quello di rendere in maniera mirabile la profonda tenerezza e l’intimo rapporto affettivo tra la madre ed il figlio, che sembrano entrambi completamente assorti e complici, mentre in secondo piano San Giuseppe osserva con rigoroso rispetto la scena giocosa.

Intento dell’esposizione è lo studio delle vicende legate a questo dipinto e l’analisi storico-critica di analoghe iconografie contemporanee o successive ad esso, mirando a raccontare il mistero di un’opera che fu oggetto di centinaia di riproduzioni e repliche.

La mostra si presenta in una duplice veste – virtuale e visiva – ed è suddivisa in tre tappe, che permettono al visitatore di calarsi in diverse esperienze sensoriali.

La prima tappa è di tipo multimediale: un video immersivo introduce il visitatore alla comprensione dei due dipinti del pittore urbinate originariamente conservati nella chiesa di Santa Maria del Popolo di Roma - La Madonna del Velo (o Madonna di Loreto) e il Ritratto di Giulio II – ed allo svelamento di copie o repliche del primo dipinto, alcune presenti in mostra, altre solo narrate virtualmente. In questa presentazione virtuale non mancano alcuni esempi virtuosi, come quello del maestro veneziano profondamente influenzato da Raffaello, Sebastiano del Piombo, che si cimentò più volte nella rappresentazione di questo soggetto portandolo ad estreme conseguenze. Le sue due versioni della Madonna del Velo, un olio su tavola databile al 1525 ed un olio su lavagna del 1535 (fig. 3), restituiscono un’atmosfera meno gioiosa: il Bambin Gesù è profondamente addormentato, prefigurazione della sua futura passione e morte.

Fig. 3 - Sebastiano del Piombo, Madonna del Velo, circa 1535, olio su lavagna, 112x88 cm, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli. Credits: By Sailko - Own work, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30693731.

Nel video è presente anche un’interessante disamina circa la committenza raffaellesca, necessaria per comprendere la genesi dell’opera.

Al termine di questa esperienza sensoriale, si presenta la seconda tappa in cui al visitatore vengono svelate le opere in presenza, ovvero copie dell’originale raffaellesco postume e contemporanee che attestano la grande fortuna del soggetto iconografico, allestite nel salone degli Svizzeri del Museo.

Analizzando innanzitutto il territorio marchigiano, una prima copia è quella eseguita da Raffaellino del Colle - Madonna del Velo con tre arcangeli – tra il 1531 ed il 1532 (fig. 4). Si tratta di un olio su tela conservato nel Museo Diocesano Leonardi di Urbania, originariamente destinata all’oratorio del Corpus Domini a Urbania. La scena è qui incorniciata in un’ambientazione architettonica di maggior rilievo: dietro alla Sacra Famiglia si apre un paesaggio naturalistico introdotto da una capanna di legno e da una grande colonna spezzata. I tre arcangeli circondano la Sacra Famiglia, dando l’impressione di volerla proteggere: San Michele, vestito di un’elegante armatura con elmetto, e San Gabriele, inginocchiato davanti al Bambin Gesù in silente adorazione, osservano il tenero gioco tra la Madonna e suo figlio, mentre San Raffaele volge lo sguardo verso lo spettatore indicando con la mano destra la scena principale. Il fulcro del dipinto è l’atto della Madonna di svelare o coprire il piccolo Gesù con il velo, mentre alle loro spalle un anziano San Giuseppe appoggiato al bastone li osserva pensoso. Un dipinto architettonicamente più complesso, ma che tenta di evocare la stessa divina tenerezza trattata nel capolavoro raffaellesco.

Fig. 4 - Raffaellino del Colle, La Madonna del Velo con tre Arcangeli, circa 1531-1532, olio su tela, Urbania, Museo Diocesano Leonardi. Credits: Arcidiocesi di Urbino, Urbania e Sant'Angelo in Vado, Ufficio Arte Sacra e Beni Culturali.

L’area tosco-romana è ricca di copie di questo soggetto: la mostra lauretana ne espone due di pittori anonimi che tentano di riproporre la stessa caratterizzazione stilistica e fisionomica dei personaggi raffaelleschi e che sono espressione di uno stimolo ricevuto da un’incisione (fig. 5) – esposta anch’essa in mostra – del mantovano Giorgio Ghisi.

Fig. 5 - Ignoto copista di Raffaello Sanzio, La Madonna del velo, circa 1550, olio su tavola, 127x96cm con cornice. Credits: Pinacoteca dell’Accademia Albertina di Belle Arti, Torino.

Nella stessa sala il visitatore viene calato in un contesto immersivo a forte impatto emotivo in cui vengono narrati i dettagli della Madonna del Velo e di alcune sue copie.

Terza ed ultima tappa è un’esperienza virtuale: su uno schermo ad altissima definizione, grazie alla tecnologia interattiva touchless, il visitatore può scoprire da vicino i dettagli del capolavoro raffaellesco.

 

Note

[1] Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori. Consultabile online: http://vasari.sns.it/cgi-bin/vasari/Vasari-all?code_f=print_page&work=le_vite&volume_n=4&page_n=175

 

Bibliografia

Fabrizio Biferali, Vito Punzi, La Madonna di Loreto di Raffaello. Storia avventurosa e successo di un’opera, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (MI), 2021

 

Sitografia

https://www.santuarioloreto.va/it/museo.html

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-07/madonna-velo-raffaello-biferali-loreto-500.html

http://vasari.sns.it/vasari/consultazione/Vasari/indice.html


THE FLYING DUTCHMAN

A cura di Silvia Donati

 

L’olandese volante di Fabrizio Cotognini approda a Macerata

E’ stata inaugurata il 17 luglio e rimarrà fruibile fino al 30 ottobre 2021, nelle sale del piano nobile dei Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi a Macerata, la mostra "The Flying Dutchman" di Fabrizio Cotognini curata da Riccardo Tonti Bandini.
Il motore di tutto è la ricorrenza dei 100 anni dalla prima rappresentazione lirica dello Sferisterio, nella stessa Macerata che diversi anni fa vide muovere i primi passi dell’artista all’Accademia di Belle Arti, diplomandosi prima in pittura e poi in scultura. Cotognini abbondonerà “il porto sicuro” per scoprire e ri-scoprire se stesso e la propria espressione artistica viaggiando ed esponendo soprattutto all’estero: “Sono fuggito anni fa da Macerata per poi ritornare in una veste più consapevole” è quello che dichiarerà all’inaugurazione della mostra.

Il tema dell’Olandese volante (Der Fliegende Hollander) di Richard Wagner è il filo del percorso multisensoriale che l’artista ci propone, il suo è un linguaggio artistico che spazia dal disegno alla scultura tattile, dall’installazione all’immersione nell’animazione che sia essa sonora o creazione di un ambiente marino. La sensibilità di Fabrizio emerge anche nei confronti del mondo del teatro, mostrandoci una notevole dimestichezza nella realizzazione di un modello di scenografia estremamente coerente con la tematica generale ma allo stesso tempo di un’originalità spiazzante.

E’ costante la metafora del vascello condannato a navigare all’infinito senza mai trovare approdo, che ovviamente si allarga alla vita dell’individuo e tanto più alla figura dell’artista. Gli artisti che hanno attraversato la nostra storia, nel tempo, sono stati tutti dei naviganti in balia del destino, con la loro forza espressiva hanno mostrato, in svariate forme, il loro viaggio tormentato che si riscoprirà essere, nei secoli, il tragitto che compiamo all’interno di noi stessi.

In questo contesto Cotognini diventa perciò il Virgilio che accompagna la nostra anima da fruitori negli abissi dell’inconscio, del sogno, dell’inesplorato, per farci comprendere che ci sono differenti modi di comunicare ma un solo modo di sentire, attraverso l’opera, noi e gli altri che risuonano intorno. E’ il motivo per cui tutto il percorso espositivo può tranquillamente definirsi un’opera corale, in senso musicale, teatrale e soprattutto introspettivo.

La particolarità del lavoro esposto è il costante rimando all’antico rivisitato in chiave contemporanea, non è un caso che si adatti perfettamente alla già esistente collezione permanente di Palazzo Buonaccorsi. Nella sala del Crivelli, ad esempio, Cotognini dialoga con la Madonna di Macerata (1470 circa) attraverso l’installazione “Bird 1-2”, due sculture di uccellini che rimandano ai motivi decorativi dell’opera pittorica.

 

Le trasposizioni materiche sono varie e minuziosamente lavorate, come la foglia oro che troviamo nel “Trittico Van Der Decker” nella Sala Bacco, utilizzata all’interno di tre ritratti estremamente emblematici.

A concludere un già ricco linguaggio espositivo ci sono i taccuini dell’artista, affiancati ad alcuni disegni che lo vanno, nell’immaginario comune, immediatamente ad affiancare alla genialità progettuale Leonardesca, dove la parola, il pensiero, lo sguardo alla natura completano l’immagine e viceversa.

Se tutta questa storia che Fabrizio ci racconta, racchiude in sé la metafora dell’uomo intento a contrastare la propria natura cercando di superare i suoi limiti, ne abbiamo la testimonianza nelle parole del curatore Riccardo Tonti Bandini: “Ogni volta che l’arte del presente incontra i luoghi suggestivi del nostro patrimonio museale, si costruiscono delle relazioni, dei legami simultanei tra la cultura del nostro tempo e la civiltà del passato. L’opera d’arte è un atto di resistenza: è un atto di resistenza contro il tempo e contro la morte.
Il lavoro di Cotognini è una grande ouverture sinfonica che introduce il racconto dell’immensa opera dell'Olandese volante, ne traccia già delle caratteristiche, è lo scenario di una geografia semi-reale e semi-immaginaria allo stesso tempo”:

 

Fiore all’occhiello dell’esposizione, a mio parere,  è l’immersione multisensoriale che si attua in uno dei corridoi di collegamento delle sale in cui si è intervenuti sui vetri delle finestre schermandoli di una pellicola celeste ed attuando un sottofondo sonoro che rimanda a quel rumore del mare che a volte spaventa ma sa come avvolgerci.

In riferimento al percorso espositivo e alla difficoltà che concerne l’attività di curatela sono sorte alcune domande che abbiamo posto a Riccardo, figura indispensabile per l’attuazione di questo racconto per immagini.

Cosa significa realizzare un percorso "a tema" conciliando diverse tecniche artistiche come quelle di Fabrizio?

- “L’universo che abbraccia i continenti e le isole è da sempre l’immensa fonte di racconti, di immagini e di visioni che hanno contribuito a costruire la cultura occidentale. L’abisso degli oceani cela ancora i segreti più nascosti. I mari spiegati pongono gli equipaggi dei natanti nelle condizioni di isolamento umano nella percezione dell’ignoto”.

Come si possono far dialogare questo tipo di opere con la collezione permanente?

- “La navigazione lascia l’essere umano all’incertezza della sorte, ognuno è affidato al proprio destino, ogni imbarco potrebbe essere l’ultimo viaggio. Nel periodo tra il Basso Medioevo e l’Età moderna, i fiumi, i laghi e i mari europei erano solcati da navi cariche di folli e di malati senza più speranze. La Stultifera navis era una sorta di prigione galleggiante dove vi erano rinchiusi i “diversi”. Un’anima-navicella abbandonata sul mare infinito dei desideri nella speranza che il soffio di Dio la conduca in porto. Un manicomio natante o un meccanismo di esclusione, per come potremmo intenderlo noi oggi”.

 

Si sente spesso dire che l'arte contemporanea è di difficile comprensione, bene, tu cosa ti aspetti dal tuo pubblico?

  • “La mostra di Fabrizio Cotognini è da leggere come un corpus unicum formato da arcipelaghi. In ogni opera d’arte, il suo porsi come forma e come organicità è testimonianza di una legge interna che la costituisce, più o meno rigidamente, e che possiamo chiamare “unità dell’opera d’arte”. Ogni parte è in relazione con il tutto con duplice funzione: di costruirlo e di esserne costituita, in una specie di movimento verso il centro, verso la Galleria dell’Eneide, l’opera d’arte diventa qualcosa di più di dei suoi elementi.Da parte del pubblico mi aspetto che capisca quanto è profondo il mare.”

 

 

Le foto scattate sono state realizzate dalla redattrice dell'articolo


FEDE GALIZIA IN MOSTRA AL CASTELLO DEL BUONCONSIGLIO A TRENTO

A cura di Alessia Zeni

 

3 luglio – 24 ottobre 2021

 

Spesso e volentieri il mondo dell’arte femminile è stato poco studiato dalla critica, come è stato il caso della pittrice di origini trentine, Fede Galizia, attiva fra Cinque e Seicento: una pittrice conosciuta per alcune sue importanti opere, ma spesso trascurata dagli storici.  Per la prima volta, il Castello del Buonconsiglio di Trento il Castello del Buonconsiglio di Trento ha voluto ricordare la vita di questa singolare pittrice con una mostra monografica visibile dal 03 luglio al 24 ottobre 2021 nelle sale del castello. Una esibizione curata da Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa docenti di Storia dell’Arte all’Università  Statale di Milano, e Luciana Giacomelli, curatrice del Buonconsiglio, con l’allestimento di Alice De Bortoli, la scenografia di Luca Ronconi, e le luci di Pasquale Mari, uno dei più celebri direttori della fotografia del cinema italiano di oggi.

 

Fede Galizia e il padre Nunzio

Figlia del pittore Giacomo Antonio Galizia, meglio conosciuto come Nunzio Galizia, di origini cremonesi, Fede nacque nella seconda metà del Cinquecento a Trento, o più probabilmente a Milano, dove si trasferì il padre intorno agli anni Settanta del Cinquecento. La data e il luogo di nascita oscillano tra il 1574 e il 1578 e tra Trento e Milano, ma è certa la sua formazione presso la bottega del padre dove apprese l’arte incisoria e miniaturistica. Il padre Nunzio riuscì ad affermarsi nel mondo dell’arte milanese attraverso l’attività di miniaturista, di incisore e di cartografo, ma fu abile anche nella produzione artigianale di abiti e costumi pregiati, mettendo in pratica il suo estro decorativo.  Documentata a Milano almeno dal 1587, Fede Galizia visse prevalentemente nella città lombarda e morì, s’ignora dove, dopo il 21 giugno 1630. Fede ottenne un successo straordinario tra i committenti dell’epoca, tanto che le sue opere raggiunsero la corte imperiale di Rodolfo II d’Asburgo, dove l’arte della giovane artista era particolarmente apprezzata.

Seguendo la tecnica del padre, sin dagli anni Novanta del Cinquecento, Fede sviluppò l’arte della ritrattistica, distinta per la forte caratterizzazione fisiognomica. Non solo, dal padre costumista apprese la resa minuziosa di stoffe e gioielli, come è il caso della “Giuditta”, da lei dipinta nel 1596.

Fig. 1 - Fede Galizia, Giuditta con la testa di Oloferne e la serva Abra (Sarasota, Ringling Museum of Art).

Gli studi novecenteschi, soprattutto italiani ma anche nord europei, hanno dato particolare risalto all’attività di Fede come autrice di nature morte con fiori, frutta e animali vivi o morti. Tali dipinti erano realizzati nella bottega del padre con il quale collaborava nella creazione di modelli per costumi.

Fig. 2 - Fede Galizia, Alzata con prugne, pere e una rosa (Bassano del Grappa, collezione privata).

Nel primo decennio del Seicento l'attività di Fede Galizia continuò a riscuotere ampio successo, come è testimoniato dalle rime dedicatele rispettivamente nel 1605 e nel 1609 dai poeti Muzio Manfredi e Cesare Rinaldi. Negli anni, l’artista si distinse nella ritrattistica e nelle nature morte, ma non bisogna dimenticare un altro genere nella quale Fede si cimentò, ovvero quello della pittura sacra, dove l’elemento naturalistico di tradizione lombarda rimarrà un dato costante.

A tutt’oggi, due sono le monografie a lei dedicate e non esiste un repertorio completo delle numerose testimonianze letterarie che hanno celebrato, in versi e in prosa, le doti di Fede Galizia. La mostra che sarà in programma a Trento cercherà di colmare questa lacuna con un completo regesto documentario, che sarà approntato da Giovanni Renzi per l’occasione.

 

L’artista Fede Galizia raccontata in nove sezioni

La mostra in programma dal prossimo 3 luglio nella sale del Castello del Buonconsiglio aspira a sottolineare il valore di quest’artista che tanto successo ebbe all’epoca. Attraverso la presentazione delle sue opere e il confronto con altri quadri dell’epoca, la mostra farà un viaggio nell’arte del XVI e del XVII secolo.

In mostra vi saranno un’ottantina di opere tra dipinti, disegni, incisioni, medaglie e libri antichi.

Oltre a opere di Fede Galizia, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana e Barbara Longhi, ci saranno lavori di Giuseppe Arcimboldo, Bartholomeus Spranger, Giovanni Ambrogio Figino, Jan Brueghel e Daniele Crespi, provenienti dai più importanti musei italiani, oltre ad alcuni prestiti internazionali e ad alcune raccolte private.

Fig. 3 - Giuseppe Arcimboldo, Costume per mascherata (Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi).

La mostra sarà articolata in nove sezioni:

  1. Quando anche le donne si misero a dipingere

Nella prima sezione si cercherà di fare luce sul mondo delle pittrici nel periodo storico di Fede Galizia, affrontando l’affermarsi delle donne pittrici nell’epoca della Controriforma. Si potranno ammirare le opere delle sorelle Anguissola, Lavinia Fontana, Barbara Longhi e suor Plautilla Nelli.

  1. Trento

La seconda sezione porterà l’attenzione sul Principato vescovile di Trento e sul Concilio tridentino (1545-1563) per attestare i legami di Fede e Nunzio Galizia con la città d’origine. In questa sezione potremmo ammirare un’opera di Fede a testimonianza del suo legame con Trento, ovvero una sua raffigurazione di Simonino da Trento.

  1. Milano

Nella terza sezione verrà messa in risalto la figura del padre nella città di Milano, dove riuscì ad affermarsi nell’artigianato tessile di lusso. Il padre verrà ricordato attraverso una veduta di Milano da lui realizzata nel 1578, al termine della peste, che è anche la prima veduta tridimensionale della città lombarda.

Fig. 4 – Nunzio Galizia, Veduta prospettica di Milano, 1576 (Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”).
  1. Miniature e ritrattini

Nunzio Galizia è qui ricordato per sua opera di miniatore, attività che svolse in particolare a Milano, ma anche a Torino, per la corte sabauda. Nella stessa sezione saranno esposti due ritratti realizzati da Fede.

Fig. 5 - Nunzio Galizia e Fede Galizia, Cornice con i ritratti di Jacopo Menochio e Margherita Candiani (Collezione privata).
  1. Giuditte

Al centro della mostra è la “Giuditta” del museo di Sarasota, firmata e datata 1596: un soggetto che Fede Galizia affrontò più volte, in alcuni casi riproponendo la medesima immagine (Fig. 1). In queste Giuditte emerge il gusto di Fede per la rappresentazione dei costumi e dei gioielli, che va intesa anche alla luce delle competenze in fatto di abbigliamento apprese da suo padre Nunzio.

  1. A scuola dal Correggio e dal Parmigianino

In questa sezione verrà ricordata la formazione pittorica di Fede, ovvero la pittura dell’emiliano Correggio, di cui studia e copia le opere, a partire da quelle presenti nel contesto milanese. In particolare “l’Orazione nell’Orto”, la “Zingarella” e la “Madonna della cesta”. Anche il Parmigianino è al centro dei suoi interessi, come attesta la “Santa Caterina” che giunge dalla raccolta dei principi Borromeo.

  1. Una ritrattista famosa

La settima sezione ricorderà l’importante attività di ritrattista della giovane Fede che la farà apprezzare in tutta Europa. Il ritratto del gesuita Paolo Morigia della Pinacoteca Ambrosiana che è stato esposto nel Duomo di Milano poco dopo la sua esecuzione, all’aprirsi dell’ultimo decennio del Cinquecento. In questa sezione saranno anche esposti i ritratti di Ludovico Settala, il medico della peste manzoniana, del pittore Federico Zuccari e di Ippolita Trivulzio, principessa di Monaco.

Fig. 6 - Fede Galizia, Ritratto di Paolo Morigia (Milano, Veneranda Pinacoteca Ambrosiana).
  1. Sugli altari

In questa sezione sarà ricordata la pittura sacra di Fede Galizia, in particolare il “Noli me tangere” della Pinacoteca di Brera che diffuse la fama di Fede Galizia nella Milano a cavallo tra Cinque e Seicento, e un “San Carlo Borromeo in adorazione della croce” dipinto per la chiesa di San Carlo alle Mortelle a Napoli. Opere che rimandano alla formazione di Fede per la minuzia nella resa dei dettagli, fiori e stoffe, e la contemporanea produzione di nature morte avviata dall’artista in quegli anni.

  1. Come catturare la vita silente

In quest’ultima sezione si approfondiranno le nature morte di Fede Galizia; un genere da poco riconosciuto nell’attività pittorica di Fede, ma oggi individuato come uno dei temi più apprezzati dall’artista.

Fig. 9 - Fede Galizia, Coppa di vetro con pesche, mele cotogne, fiori di gelsomino e una cavalletta (Collezione privata).

 

 

Bibliografia

Fogolari Gino, Artisti trentini a Milano. Nunzio e Fede Galizia: 1573-1630, Trento, Zippel, 1898

Bottari Stefano, Fede Galizia. Pittrice (1578 – 1630), Trento, CAT, 1965

Caroli Flavio, Fede Galizia, Torino, Allemandi, 1989

Berra Giacomo, La natura morta nella bottega di Fede Galizia, in “Osservatorio delle arti, 1990, V, pp. 55-62

Berra Giacomo, Appunti per Fede Galizia, in “Arte cristiana”, 1992, LXXX, pp. 37-44

Comunicato stampa della mostra “FEDE GALIZIA mirabile pittoressa” al Castello del Buonconsiglio 03 luglio – 24 ottobre 2021

 

Sitografia

https://www.treccani.it/enciclopedia/fede-galizia/

https://www.treccani.it/enciclopedia/fede-galizia_%28Dizionario-Biografico%29/


TEMPO BAROCCO A PALAZZO BARBERINI

Recensione a cura di Maria Anna Chiatti

Introduzione

Da oggi, sabato 15 maggio 2021, le Gallerie Nazionali di Arte Antica ospitano nei nuovi spazi espositivi dedicati alle mostre temporanee di Palazzo Barberini la mostra Tempo Barocco, a cura di Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori.

Fig. 1 – Simon Vouet (Parigi, 1590 - 1649), Il Tempo sconfitto dalla Speranza e dalla Bellezza, 1627, olio su tela, 107 x 142 cm, Madrid, Museo Nacional del Prado. Credits: opera propria.

La mostra Tempo Barocco indaga il concetto del Tempo nella sua interpretazione di epoca barocca; attraverso le quaranta opere esposte il visitatore compie un vero e proprio viaggio nel XVII secolo, con la complicità di alcuni preziosi e bellissimi orologi d’epoca. L’esposizione è presentata allo spettatore attraverso un’introduzione e una accurata cronologia degli eventi più importanti del Seicento, ed è strutturata in cinque sezioni, intitolate: Il mito del Tempo; Il Tempo e l’Amore; Il Tempo tra calcolo e allegoria; Tempo Vanitas; Fermare il Tempo, cogliere l’azione.

 

Introduzione e cronologia, Sale 1 e 2

Fig. 2 – Aby Warburg, Mnemosyne, Tavola 70: Pathos barocco del ratto. Teatro, 1927 ca, riproduzione dall’originale (London, The Warburg Institute) di Axel Heil e Roberto Ohrt, 2020. Credits: opera propria.

La sala d’ingresso offre già una straordinaria sorpresa: due riproduzioni di tavole dall’atlante dello storico dell’arte Aby Warburg, il Bilderatlas Mnemosyne [1]. La numero 70, intitolata Pathos barocco del ratto. Teatro (fig. 2), esplora l’esuberanza dello stile barocco partendo dalla ricerca del movimento nelle opere di Rubens e Rembrandt. Accanto alle due tavole si può consultare la timeline che riporta tutti gli eventi storico artistici più importanti del periodo barocco, dal 1605 al 1665.

Nella seconda sala il visitatore può godere di un video esplicativo sul barocco romano, in particolare riguardante opere commissionate dalle famiglie Barberini e Borghese (fig. 3).

Fig. 3 – Allestimento della Sala 2. Credits: Alberto Novelli.

 

Il mito del Tempo, Sala 3

Nella prima sezione della mostra, il Tempo Barocco è raffigurato come figura mitica: Chronos nella mitologia greca, Urano in quella latina, Saturno in quella rinascimentale, re della prima età felice degli uomini e sovrano delle Isole dei Beati. È un vegliardo severo, con ampie ali e una falce in mano per raccogliere le vite degli uomini. Ma il Tempo, vecchio e immortale, si accompagna molto spesso a due allegorie, eternamente giovani: la Verità e l’Amore.

Fig. 4 – Sala 3. A destra: Francesco Trevisani (Capodistria, 1656 – Roma, 1746), Pier Tommaso Campani (Castel San Felice, 1625 – Roma, 1694?), Orologio silenzioso o notturno (sul quadrante Fuga in Egitto), 1680-1690 ebano, pietre dure (sul quadrante olio su rame), Roma, Musei Capitolini – Pinacoteca Capitolina. A sinistra: Giovanni Domenico Cerrini (Perugia, 1609 - Roma, 1681), Il Tempo svela la Verità, 1666 ca, olio su tela, 127,5 x 171,5 cm, Kassel, Museumslandschaft Hessen Kassel, Gemäldegalerie Alte Meister. Credits: opera propria.

In questa sala si può ammirare il primo tra gli esempi esposti di orologi antichi, un meccanismo silenzioso progettato per essere leggibile al buio. L’architettura ebenina è in stile squisitamente barocco, impreziosita da pietre dure e decorata con la rappresentazione della Fuga in Egitto, un’allegoria del Tempo, la Fortuna Occasio e Cupido che scaglia una freccia nel disco delle ore.

Fig. 5 – Particolare dell’orologio notturno. Credits: opera propria.

 

Il Tempo e l’Amore, Sala 4

Fig. 6 – Particolare dell’allestimento della Sala 4. Credits: Alberto Novelli.

Proseguendo nella visita, la sezione Il Tempo e l’Amore ospita Amor sacro e Amor profano di Guido Reni (fig. 6), un orologio da consolle con il Trionfo di Amore sul Tempo, Il Genio delle Arti (Amore Vincitore) di Astolfo Petrazzi, l’Amore Vincitore di Orazio Riminaldi (figg.7-8), e l’Allegoria del sonno di Alessandro Algardi.

A parere di chi scrive, questa risulta essere una delle sale più riuscite dell’esposizione sia per la gestione dello spazio, sia per il risultato finale dell’illuminazione delle opere. Soprattutto però, è bellissima la sensazione che accoglie il visitatore che entra, un abbraccio inaspettato di forme e colori perfettamente raccordati, di dettagli ben evidenziati: il soggetto dell’«Omnia vincit Amor», tratto dalle Bucoliche di Virgilio (X, 69) e già in uso tra gli artisti del Cinquecento e del Seicento, divenne frequente soprattutto tra i pittori toscani ed emiliani nel XVII secolo. Una caratteristica di questi dipinti è il virtuosismo tecnico sfoggiato nella raffigurazione di accuratissime nature morte, straordinariamente realistiche, in cui gli strumenti del potere e del sapere, delle arti e delle scienze (libri, armi, tavolozze, clessidre), capitolano alla forza dell’Amore che sconfigge il Tempo.

 

Il Tempo tra calcolo e allegoria. Sala 5

L’allegoria diventa compagna del Tempo in questa grande sala, che raccoglie opere di straordinaria curiosità. Infatti si riesce ad instaurare un bel dialogo tra questo spazio e Palazzo Barberini, giacché sono esposti qui un disegno preparatorio di Andrea Sacchi per l’affresco dell’Allegoria della Divina Sapienza, e due opere derivate dalle grandi volte dipinte del palazzo; quella già citata del Sacchi e quella di Pietro da Cortona (fig. 9).

Fig. 9 – A sinistra: Scuola di Pietro da Cortona, Trionfo della Divina Provvidenza, post 1639, olio su tela, 168 x 113 cm, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini. Il quadro riproduce fedelmente la volta del salone di Palazzo Barberini, decorato da Pietro da Cortona tra il 1632 e il 1639 ispirandosi al poema l’Elettione di Urbano Papa VIII di Francesco Bracciolini. Il dipinto, probabilmente realizzato dalla bottega a memoria dell’impresa pittorica, dimostra la capacità dell’artista di fondere episodi mitologici, storici e leggendari, proiettando eventi antichi nel tempo presente. A destra: Andrea Sacchi (Nettuno, 1599 - Roma, 1661), Allegoria della Divina Sapienza, 1655-1658, olio su tela, 160 x 208 cm, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini. Il soggetto riprende l’affresco realizzato dall’artista sulla volta di Palazzo Barberini per celebrare il buon governo di Urbano VIII, eletto a capo della Chiesa nel nome di Dio e capace di regnare con l’aiuto della Saggezza celeste e delle sue virtù. Al centro della composizione si trova la Sapienza, vestita di bianco, incoronata e seduta in trono sul mondo. L’opera è stata probabilmente commissionata e utilizzata come dono diplomatico.

 

Non solo. Dipinti, affreschi, specchi e orologi scandiscono, simbolicamente, la vita quotidiana del palazzo in una sorta di rito collettivo che aspira a esorcizzare lo spettro della finitezza. L’ambiente, riscaldato dalla tinta brillante della parete di fondo, su cui sono esposte le Quattro stagioni di Guido Reni (fig. 10), ospita altri mirabili esempi di allegorie, come l’Allegoria del Tempo (o della vita umana) di Guido Cagnacci (fig. 11). Il dipinto raffigura il corpo nudo di una giovane donna che emerge dall’oscurità: tiene nella destra una rosa e un soffione, nella sinistra una clessidra. Accanto a lei, su un pilastro, un cranio e quel che resta di candele ormai consumate. In alto appare l’ouroboros, il serpente che si morde la coda simbolo di eternità, a cui incessantemente aspira la personificazione della vita umana.

Sala 6: Tempo Vanitas

La quarta sezione di Tempo Barocco approfondisce un altro aspetto legato allo scorrere del tempo, quello della Vanitas, dove la natura morta è protagonista. Teschi, clessidre, orologi, frutti ammaccati, fiori appassiti ricordano agli uomini la precarietà della bellezza e la fragilità della vita umana.

Due opere in particolare possono esemplificare il concetto della caducità della vita: la Natura morta con spinario di Pieter Claesz (fig. 12) e il Totenührli (Orologio con scheletro) di Christian Giessenbeck (figg. 13-14).

Fig. 12 - Pieter Claesz (Berchem, 1597/1598 – Haarlem, 1661), Natura morta con spinario, 1628, olio su tavola, 71,5x80,5 cm, Amsterdam, Rijksmuseum, particolare. Credits: opera propria.

Il dipinto ritrae in maniera dettagliata l’atelier di un pittore con diversi materiali di studio: libri, strumenti musicali, pezzi di armatura e un calco in gesso dello Spinario, la celebre scultura antica che rappresenta un ragazzo che si toglie una spina dal piede; mentre il prezioso orologio è un meccanismo decorato con un piccolo scheletro in piedi al centro del quadrante. La figura indossa una corona d’alloro e con la mano sinistra, intorno alla quale si avvolge un serpente, impugna una lunga freccia con la funzione di lancetta che indica i numeri sul quadrante.

 

Fermare il Tempo, cogliere l’azione. Sezione V, Sala 7

Se il senso profondo di questa mostra sta nel voler comunicare al pubblico che da sempre l’uomo prova a fermare il tempo, l’ultima sala dell’esposizione rende completamente omaggio all’uomo barocco, che ha tentato l’impresa attraverso l’arte dimostrando che proprio questa è l’unico mezzo per intrappolare il tempo. Il dramma, il pathos, la teatralità dei gesti sono protagonisti delle opere allestite in questa sala (fig. 15).

Fig. 15 – Particolare dell’allestimento della Sala 7. Credits: Alberto Novelli.

La pittura gareggia col teatro coinvolgendo lo spettatore nelle emozioni dei personaggi rappresentati, nei loro movimenti improvvisi. Gli artisti raffigurano i propri soggetti nel momento culminante dell’azione, contrapponendo in drammatico equilibrio stasi e movimento (fig. 16-17).

 

Tempo Barocco: alcune considerazioni

Tempo Barocco sarà accompagnata da un catalogo illustrato, edito da Officina Libraria, con un testo introduttivo delle curatrici, saggi di Francesca Cappelletti, Emilio Russo, Antonio Iommelli e Laura Valterio, e le schede delle opere in mostra.

Tempo Barocco inaugura ufficialmente i nuovi spazi espositivi dedicati alle mostre temporanee, che si trovano al piano terra dell’ala sud di Palazzo Barberini. L’intervento di ristrutturazione dei locali si è rivelato necessario sia per questioni strutturali (e quindi di sicurezza pubblica), sia per motivazioni legate alla fruibilità di tutti gli spazi del palazzo, nell’ambito del progetto più ampio per l’intero museo. Le otto sale restaurate offrono oggi apparati più che adeguati ad accogliere le opere, e un impianto di illuminazione che non solo rende ben visibili i dipinti, ma li valorizza. L’intera architettura della mostra è concepita con l’intento di attirare l’attenzione sull’arte, perdendo il senso del tempo.

 

Note

[1] Nel 2020 sono state dedicate al Bilderatlas Mnemosyne due mostre al Warburg Institute, che possono essere visitate online al seguente link: https://warburg.sas.ac.uk/aby-warburgs-bilderatlas-mnemosyne-virtual-exhibition

 

 

MOSTRA: Tempo Barocco

CURATORE: Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori

SEDE: Roma, Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13

APERTURA AL PUBBLICO: 15 maggio – 3 ottobre 2021

ORARI: martedì – domenica 10.00 – 18.00. Ultimo ingresso alle ore 17.00. Sabato e festivi prenotazione obbligatoria al seguente link: https://www.ticketone.it/city/roma-216/venue/palazzo-barberini-16406/

Oppure contattando il numero: 06-32810

BIGLIETTO:

Solo mostra: Intero 7 € - Ridotto 2 € (ragazzi dai 18 ai 25 anni).

Mostra e museo: Intero 12 € - Ridotto 4 € (ragazzi dai 18 ai 25 anni).

Solo museo: Intero 10 € - Ridotto 2 € (ragazzi dai 18 ai 25 anni).

Per ulteriori informazioni: www.barberinicorsini.org | [email protected]


SFREGI. LE IMMAGINI MALATE DI NICOLA SAMORÌ

A cura di Andrea Bardi

Introduzione

Asfissiante cultura, piccolo ma sprezzante pamphlet scritto da Jean Dubuffet, padre dell’art brut francese, nel 1969, è animato, lungo tutto il suo svolgersi, da una forte vena polemica nei confronti degli intellettuali del Novecento: nient’altro che impostori, sostiene Dubuffet, nient’altro che un esercito di penne messe a guardia del Pantheon inavvicinabile della Tradizione. La martellante propaganda passatista aveva fatto presa sulle grandi masse, e il consenso nei confronti di un passato dai contorni troppo vaghi aveva raggiunto un livello di consenso tale per cui anche chi non aveva “mai letto un verso di Racine o visto un quadro di Raffaello” si mostrava tra i “difensori più accaniti di questi mitici valori” (Jean Dubuffet, Asfissiante cultura). Ancora Robert Cialdini, nel più recente Le armi della persuasione, scrive invece di come, durante la guerra di Corea, i soldati americani, fatti prigionieri dai cinesi, arrivassero ad alterare parzialmente la loro visione del mondo semplicemente mettendo per iscritto alcuni pensieri ed adeguandosi ad essi per principio di coerenza. Ed è proprio quel principio di autoconvincimento, che anestetizza il senso critico comune, a costituire, assieme al suo corollario la drammatica credenza “di essere frutti tardivi ed epigoni” (Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita) il bersaglio polemico dei lavori di Nicola Samorì (n. 1977), il cui ventennale percorso artistico è riproposto, su iniziativa del circuito museale Genus Bononiae, tra le sale di palazzo Fava.

Sfregi, la mostra antologica dedicata a Nicola Samorì

In seguito alle ultime disposizioni governative sui luoghi della cultura, la dimora del conte Filippo riapre le sue porte al pubblico presentando Sfregi, prima antologica dedicata al pittore, forlivese di nascita e bolognese di formazione. Patrocinata dal comune di Bologna e dall’Accademia di Belle Arti, Sfregi porta a palazzo Fava ottanta opere che si dispongono, sotto la sapiente regia di Alberto Zanchetta e Chiara Stefani, tra i due piani del palazzo dando vita a un “discorso per immagini” che, evitando intelligentemente qualsiasi successione cronologica, assume piuttosto la forma di una struttura rizomatica, irregolare, all’interno della quale lo spettatore è invitato a spogliarsi di ogni condizionamento preconcetto e a muoversi con maggiore libertà. La disposizione non lineare delle opere in mostra traduce, del resto, quella negazione della linearità del tempo, quell’assenza di finalismo che, partendo dalle pionieristiche riflessioni di Aby Warburg arriva sino a Georges Didi – Huberman, il cui pensiero sembra fornire l’humus culturale su cui va ad innestarsi l’intera pratica pittorica di Samorì. Il filosofo francese, ne L’immagine insepolta evoca, sempre in riferimento a Warburg, il “passamuri”, protagonista dell’omonimo romanzo di Marcel Aymé (Le passe-muraille, 1943) trovatosi di punto in bianco in grado di attraversare le pareti. Traslando il discorso dal piano spaziale a quello temporale, Warburg polemizzava con una certa visione della storia che tendeva ad erigere un “muro” ogni volta che si avventurava in operazioni di formalizzazione concettuale al continuo divenire del processo storico. Applicando al continuum degli eventi una serie di etichette (Antichità Classica, Medioevo, Rinascimento, Secolo dei Lumi ecc.) l’uomo cristallizza il flusso in formule che, pur necessarie, hanno il difetto di restituire un’immagine incompleta, parziale, fatta di medie statistiche di una realtà decisamente più complessa.

Materia e forma per Nicola Samorì

Allo stesso modo, anche la pratica artistica di Samorì mira a contestare tanto le premesse finalistiche di un discorso sul tempo quanto il dogma dell’intoccabilità. Dal tempo presente in cui si trova egli recupera un immaginario passato, quindi automaticamente legittimato agli occhi del grande pubblico (Ribera, Guercino, Guido Reni ecc.), ridiscutendo i termini di un rapporto di forze che lo vorrebbe, proprio in quanto “contemporaneo”, relegato nelle retrovie. La sua abilità di “passamuri” gli permette, dunque, di arrivare al cospetto della Tradizione e di sondarne impertinentemente la superficie, lo strato epidermico, la “pelle” per l’appunto e, liberatosi di questa sovrastruttura razionale, viene accolto da un substrato più profondo di materia ribollente, un magma informe di atomi anarchici in fibrillazione. Squarciando il velo formale della pittura, e arrivando dunque all’interno del suo cuore pulsante, Samorì si inscrive a pieno titolo nella continua lotta tra la spontaneità caotica della vita e la sua razionalizzazione intellettuale (diremmo, ancora con Nietzsche, tra principio apollineo e dionisiaco). Il nodo inscindibile tra materia e forma, tra eros e logos, vero e proprio manifesto dell’intera poetica samoriana, viene reso esplicito sin dalle prime battute della mostra. In quella che appare come una vera e propria dichiarazione d’intenti, l’artista contrappone, a un Apollo marmoreo che fa gli onori di casa Fava, una prima scultura in legno di noce (On the tentacle, 2016, fig. 1), il cui profilo affusolato e sbozzato introduce la riflessione sui contrappunti tra stadi diversi di “perfettibilità” della materia senza però cadere nel tranello di fondare gerarchie valoriali.

Fig. 1 – On the tentacle, 2016.

On the tentacle non si fa intimidire da Apollo, e rivendicando dignità materica e intellettuale anticipa il ciclo di Cammino cannibale (2018-19, figg. 2 - 3), rielaborazione in sei tappe del mito di Marsia (musico inviso ad Apollo per la sua hybris e per questo scuoiato) che Nicola Samorì dispone sui lati lunghi della Sala di Enea, ultimata dai tre Carracci nel corso di una seconda campagna decorativa (primi anni Novanta del Cinquecento) e completata dal folgorante squarcio di Anulante (2018, fig. 4), olio su rame ispirato a un San Sebastiano di Guido Reni.

 

Un saggio del profondo rispetto nutrito dall’artista per le preesistenze architettoniche ci viene mostrato, del resto, ancora prima: una battuta di caccia tra Enea e Didone [fig. 5], frescata nel fregio della sala precedente dagli allievi dei Carracci, fornisce all’artista un espediente unico per collocare, sulla parete opposta, il suo Canto della carogna (2020, fig. 6), rielaborazione a olio su rame di una Natura morta di caccia di Giuseppe Maria Crespi che si oppone ai due oli su rame di Selvaggio (2019, figg. 7-8).

Il ballo tardomanierista dei contrappunti continua nella Sala di Giasone e Medea, decorata dai tre Carracci nel 1584. Uno dei termini (finte statue monocrome che spezzano la continuità del fregio suddividendolo in riquadri) raffigurante un Cupido bendato (Fig. 9), posto alla destra della scena con i Tre momenti della giovinezza di Giasone, stabilisce una relazione di interdipendenza con Immortale (2018, Fig. 10), piccolo olio su tavola il cui pennello inglobato al suo interno altro non è che uno dei dardi idealmente scoccati da Amore.

Ancora nella sala, il delicato brano di voyeurismo di Ring (2015, fig. 11): un occhio inquadrato da uno strato circolare di materia pittorica aggettante ammicca alla trama dei lacunari ottagonali del soffitto.

Fig. 11 – Ring, 2015.

Il profondo senso dello spazio dell’artista gli consente, inoltre, di trasformare uno spazio gregario (un piccolo camerino di raccordo tra due sale) nell’habitat naturale, nel luogo d’elezione di Malafonte (2018, fig. 12), monumentale affresco che si incastra con stupefacente naturalezza tra le due pareti lunghe dell’ambiente.

Fig. 12 – Malafonte (Valle Umana), 2018.

Punto di partenza della riflessione di Nicola Samorì è, in Malafonte, l’Adorazione del serpente di bronzo che Agnolo Bronzino frescò, nei primi anni Quaranta del Cinquecento, nella cappella di Eleonora da Toledo in palazzo Vecchio a Firenze. Se il riferimento storico può risultare, per gli insiders, abbastanza immediato, meno banale appare la soluzione messa in campo dall’artista, il quale dispiega – su grande formato – una sorta di macchia di Rorschach che, propagandosi dal centro del dipinto, arriva a intaccare i volti di una folla disperata privandola di identità. È l’atrabile, l’umor nero che nella tradizione ippocratica andava a legarsi indissolubilmente a una melanconia che, in Samorì, da individuale sconfina nella dimensione collettiva. A Rorschach pare ispirarsi anche Double page (of frogs and flowers), grande trittico a olio su lino del 2016 [Fig. 13] dinanzi al quale la Maddalena Penitente del Canova (1806-1813, fig. 14) pare inginocchiarsi implorando perdono.

Chi più di Canova, d’altronde, incarna l’eccessiva fossilizzazione apollinea di certa arte europea? Chi più di quello scultore che Roberto Longhi, indirizzandogli strali implacabili, definiva “nato morto”? E chi, del resto, meglio di Maddalena, può elemosinare l’assoluzione postuma del suo creatore? La Maddalena canoviana fornisce un utile appiglio per introdurre un altro tema, quello del rapporto di Samorì con la pietra. Non tanto nelle opere scultoree (menzioniamo, tra le altre, Sleeping drummer, Idolo anemico, Lucia) quanto, ancora una volta, nelle prove di pittura, l’artista sembra chiaramente volgere lo sguardo in direzione degli scarti di cava, verso tutti quei supporti malati, corrotti, che recano con sé tracce più o meno estese di impurità. Se i contemporanei di Baudelaire potevano coniare, a ragione, l’espressione “il morbo e il marmo” in riferimento al divario tra contenuto malato e forma classica (il sonetto) dei Fleurs du mal, in Samorì il “morbo” è dunque nel marmo, nella pietra stessa. Sia nei lavori su breccia di Vendôme (Secondo natura, Futuro dei fiori, 2020, figg. 15 - 16), che in quelli su marmo di carrara (Guglia, 2016, fig. 17) o ancora negli splendidi lavori su onice calcarea esposti al secondo piano, la sofferenza, già impressa nella pietra, consente all’artista di operare per addizione di senso e non più per sottrazione.

La piccola lacerazione contenuta in un blocco di alabastro viene così  abilmente sfruttata dall’artista per dar vita a un close-up sul costato ferito di Cristo (Ultimo sangue, 2019, fig. 18); allo stesso modo, la trama di nervature curvilinee di una lastra (Jacob, 2019, fig. 19) esprime con grande efficacia l’oscillazione del panneggio (ancora Warburg parlava di bewegtes beiwerk, “accessori in movimento”) dell’angelo in lotta con Giacobbe (una fonte credibile per la Teomachia samoriana è da individuare nell’omonimo dipinto di Paul Baudry del 1853); o ancora, una folla di dannati (?) assiste impotente alla propagazione di un’energia soffocante (Solstizio d’inferno, 2019, fig. 20) la cui forza travolgente mostra sé stessa nel pattern a cerchi concentrici dell’alabastro.

La parabola artistica di Nicola Samorì

A partire da lavori come questi, dunque, è possibile ricostruire l’intera traiettoria di Nicola Samorì da un più esteso campo visuale che ci consente in primo luogo di aggirare la trappola dell’ipotesi iconoclasta (assai lontani risultano, alla luce di tali considerazioni, sia l’intervento di Duchamp sulla Monna Lisa, sia il détournement situazionista nel ciclo delle defigurations di Asger Jorn). Se c’è un leitmotiv, un filo conduttore che lega tra loro tutte le opere di Samorì, esso va ricercato in un ripensamento complessivo del ruolo dell’immagine nella società odierna. In occasione di una recente intervista che ho avuto il privilegio di condurre, l’artista ha tenuto a ribadire la desolante passività con cui l’uomo medio si relaziona all’immagine, la totale indifferenza nei confronti della sua creatura. Preso etimologicamente, l’aggettivo “indifferente” viene utilizzato per indicare uguaglianza, o meglio, “non differenza” in relazione all’altro. Nel regime dell’ipervisibilità contemporanea, pare dirci Samorì, non è quindi solo l’uomo ad essere “indifferente” all’immagine, ma è l’immagine stessa ad essere indifferente a se stessa, presentandosi al mondo solo come parte accessoria di un unico flusso torrenziale di stimoli visivi. Rinnovare il dibattito sull’immagine significa, quindi, riflettere in primis sull’atto della visione, sul momento percettivo, sulla relazione con immagini “stanche” che non desiderano nulla, se non di essere realmente guardate. L’artista, mutilando una forma, la discrimina, ed estraendola dal flusso ne ribadisce l’identità dinanzi a un comune, e preoccupante, analfabetismo dell’occhio. È il “male necessario” che Nicola Samorì pare inseguire; dalla sua prospettiva, inoltre, la sua lotta all’indifferenza acquisisce connotazioni quasi “sciamaniche”: recuperando una processualità dal passo lento, l’artista intraprende un viaggio a due dove il legame che viene a instaurarsi tra artefice e creatura, nonostante esso sfoci talvolta in una liaison torbida che “paralizza l’offesa”, si risolve il più delle volte in un gesto sadico, risoluto, netto, chiara rivendicazione politica di libertà creatrice (e distruttrice) tramite cui egli verifica, riaffermandola con forza, la sua esistenza nel mondo.

 

 

 

Sfregi. Nicola Samorì

Bologna, Palazzo Fava

8 aprile – 25 luglio 2020

Via Manzoni, 2, Bologna

 

Informazioni utili

Orari

Martedì, Mercoledì, Venerdì, Sabato, Domenica: 10.00-19.00 (ultimo ingresso ore 18.00)

Giovedì: 12.00-21.00 (ultimo ingresso ore 20.00)

Visite Speciali per gli adulti

8 Maggio: visita guidata con la curatrice Chiara Stefani

9 Maggio: visita guidata con l’artista Nicola Samorì

Prenotazione obbligatoria (min. 10 – max. 20 partecipanti)

Prezzo intero: 12€

Prezzo possessori Card Cultura: 10 €

Tariffario

Open: € 14

Intero: € 12

Ridotto: € 10

– 75 anni compiuti (con documento);

– Appartenenti alle forze dell’ordine (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza);

– Giornalisti con regolare tessera dell’Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti);

– Portatori di handicap;

Ridotto (Speciale): € 9

– Gruppi – prenotazione obbligatoria min 10 max 20 pax;

– Ragazzi da 12 a 18 anni;

Ridotto (Smart): € 8

– Gruppi con guida Genus Bononiae;

– Biglietto altra sede Genus Bononiae;

– Card Cultura;

– Bologna Welcome Card;

– Studenti Universitari fino a 26 anni muniti di tesserino;

– Bambini da 6 a 11 anni.

Ridotto Scuole: € 5

– Prenotazione obbligatoria min 10 max 20 pax

Omaggio

– Bambini fino a 5 anni;
accompagnatori di gruppi (1 ogni gruppo);

– Insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo);

– Un accompagnatore per disabile;

– Possessori Membership Card Genus Bononiae;

– Possessori di coupon di invito;

– Guide con tesserino;

– Giornalisti con regolare tessera dell’Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti) in servizio previa richiesta di accredito da parte della Redazione all’indirizzo [email protected]

Servizi educativi per gli adulti

Prenotazioni

call center: 051 19936343 (da lunedì a venerdi, ore 11:00 -16:00)

indirizzo e-mail: ​[email protected]

Visite Speciali per gli adulti

8 Maggio (ore 17.00, durata 1 ora): visita guidata con la curatrice Chiara Stefani

9 Maggio (ore 17:00, durata 1 ora): visita guidata con l’artista Nicola Samorì

Prenotazione obbligatoria (min. 10 – max. 20 partecipanti)

Prezzo intero: 12€

Prezzo possessori Card Cultura: 10 €

Visite guidate per utenza libera o gruppi su prenotazione

Domenica 23 Maggio (ore 17:00, durata 1 ora)

Giovedì 27 Maggio (ore 18:30, durata 1 ora)

Prenotazione obbligatoria (min.10 – max. 20 partecipanti)

Prezzo: 8 € ingresso ridotto + 8 € attività


MOSTRE IN ITALIA REGIONE PER REGIONE

A cura di Mirco Guarnieri

Una panoramica delle mostre in Italia, con le varie iniziative presenti sul territorio nazionale divise per regione.

MOSTRE IN ITALIA: NORD ITALIA

Valle d’Aosta

 

L’ADIEU DES GLACIERS, IL MONTE ROSA: Ricerca Fotografica E Scientifica

Dal 1 Agosto 2020 - 6 Gennaio 2021

Forte di Bard, Bard (AO)

 

LA MONTAGNA TITANICA DI RENATO CHABOD

Dal 29 Luglio 2020 - 10 Gennaio 2021

Forte di Bard, Bard (AO)

 

Mostre in Piemonte

 

ANDY WARHOL SUPER POP: THROUGH THE LENS OF FRED W. MCDARRAH

Dal 24 Ottobre 2020 - 31 Gennaio 2021

Palazzina di Caccia di Stupinigi, Nichelino (TO)

 

ALIGHIERO BOETTI IN VIDEOTECAGAM

Dal 22 Ottobre 2020 - 21 Febbraio 2021

GAM – Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, Torino

 

L’ORIENTE A TORINO

Dal 21 Maggio 2020 - 31 Dicembre 2020

MAO - Museo d’Arte Orientale, Torino

 

GIULIO PAOLINI “LE CHEF-D’OEUVRE INCONNU”

Dal 15 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021

Castello di Rivoli, Rivoli (TO)

 

AGOSTINO ARRIVABENE. VISITAZIONI

Dal 4 Ottobre 2020 - 22 Novembre 2020

Museo Civico Pier Alessandro Garda, Ivrea (TO)

 

GIANNI BERENGO GARDIN E LA OLIVETTI

Dal 1 Ottobre 2020 - 15 Novembre 2020

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia, Torino

 

DIVISIONISMO. LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE

Dal 24 Ottobre - 24 Gennaio 2021

Castello di Novara, Novara

 

FILIPPO DI SAMBUY. IL LIBRO DELLO SPLENDORE (ZOHAR), MONOTIPI E ACQUERELLI

Dal 17 Settembre 2020 - 5 Novembre 2020

Museo della Ceramica, Mondovì (CN)

 

ASTI, CITTÀ DEGLI ARAZZI

Dal 19 Settembre 2020 - 17 Gennaio 2021

Palazzo Mazzetti, Asti

 

CAPA IN COLOR

Dal 26 Settembre 2020 - 31 Gennaio -2021

Musei Reali - Sale Chiablese, Torino

 

Lombardia

 

DIVINE E AVANGUARDIE. LE DONNE NELL’ARTE RUSSA

Dal 28 Ottobre 2020 - 5 Aprile 2021

Palazzo Reale, Milano

 

FASCINO SENZA TEMPO. LA BELLEZZA FEMMINILE A MILANO NEI SECOLI

Dal 15 Settembre 2020 - 31 Dicembre 2020

Antiquarium “Alda Levi, Milano

 

MICHELANGELO A SONDRIO. TESTIMONIANZE NELLA COLLEZIONE CREVAL

Dal 30 Settembre 2020 - 13 Novembre 2020

Galleria Credito Valtellinese - Palazzo Sertoli, Sondrio

 

L'INVENZIONE DEL DIVINO PITTORE

Dal 2 Ottobre 2020 - 10 Gennaio 2021

Museo di Santa Giulia, Brescia

 

GIUSEPPE BOSSI E RAFFAELLO AL CASTELLO SFORZESCO DI MILANO

Dal 27 Novembre 2020 - 7 Marzo 2021

Castello Sforzesco, Milano

 

FRIDA KAHLO. IL CAOS DENTRO

Dal 10 Ottobre 2020 - 28 Marzo 2021

Fabbrica del Vapore, Milano

 

NANDA VIGO - PRIVATE COLLECTION

Dal 6 Ottobre - 31 Dicembre 2020

Museo San Fedele, Milano

 

TIEPOLO. MILANO, VENEZIA, L'EUROPA

Dal 29 Ottobre 2020 - 21 Marzo 2021

Gallerie d'Italia, Milano

 

SOTTO IL CIELO DI NUT. EGITTO DIVINO

Dal 30 Maggio 2020 - 20 Dicembre 2020

Civico Museo Archeologico, Milano

 

ORAZIO GENTILESCHI. LA FUGA IN EGITTO E ALTRE STORIE

Dal 10 Ottobre 2020 - 31 Gennaio 2021

Pinacoteca Ala Ponzone, Cremona

Recensito da Storiarte qui

 

RAFFAELLO TRAMA E ORDITO. GLI ARAZZI DI PALAZZO DUCALE A MANTOVA

Dal 24 Ottobre 2020 - 7 Febbraio 2021

Palazzo Ducale, Mantova

 

LA SCAPIGLIATURA. UNA GENERAZIONE CONTRO

Dal 19 Settembre 2020 - 10 Gennaio 2021

Palazzo delle Paure, Lecco

 

ROYAL DALÌ

Dal 7 Dicembre 2019 - 7 Dicembre 2021

Villa Reale, Monza

 

Mostre in Trentino Alto-Adige

 

RAFFAELLO. CAPOLAVORI TESSUTI

Dal 10 Ottobre - 15 Dicembre 2020

Centro Trevi, Bolzano

 

L'ALTRO CONTEMPORANEO. CARAVAGGIO | BOLDINI | DEPERO

Dal 9 Ottobre 2020 - 28 Febbraio 2021

Dal 9 Ottobre 2020 - 4 Dicembre 2020 - Caravaggio

MarT, Rovereto

 

LE COLLEZIONI. L'INVENZIONE DEL MODERNO E L'IRRUZIONE DEL CONTEMPORANEO

2 Giugno 2020 - 31 Maggio 2021

MarT, Rovereto (TN)

 

LE CINQUE CHIAVI GOTICHE E ALTRE MERAVIGLIE

Dal 13 Giugno 2020 -  29 Novembre 2020

Palazzo Assessorile, Cles

 

Veneto

 

I MACCHIAIOLI. CAPOLAVORI DELL’ITALIA CHE RISORGE

Dal 24 Ottobre 2020 - 18 Aprile 2021

Palazzo Zabarella, Padova

 

6/900 DA MAGNASCO A FONTANA. DIALOGO TRA COLLEZIONI

Dal 17 Ottobre 2020 - 5 Aprile 2021

Museo di Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme (PD)

Recensito da Storiarte qui

 

VAN GOGH. I COLORI DELLA VITA

Dal 10 Ottobre 2020 - 11 Aprile 2021

Centro Altinate San Gaetano, Padova

Recensito da Storiarte qui

 

1910-1940: LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA DELL’ARTE IN VENETO, DA GINO ROSSI, A GUIDI E DE PISIS

Dal 12 Settembre 2020 - 27 Dicembre 2020

Villa Ancillotto, Treviso

 

IL RACCONTO DELLA MONTAGNA NELLA PITTURA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

Dal 12 Giugno 2020 - 8 Dicembre 2020

Palazzo Sarcinelli, Conegliano (TV)

 

FUTURO. ARTE E SOCIETÀ DAGLI ANNI SESSANTA A DOMANI

Dall'8 Ottobre 2020 - 7 Febbraio 2021

Gallerie d'Italia, Vicenza

 

MARC CHAGALL - ANCHE LA MIA RUSSIA MI AMERÀ

Dal 19 Settembre 2020 - 17 Gennaio 2021

Palazzo Roverella, Rovigo

Recensito da Storiarte qui

 

LA MANO CHE CREA. LA GALLERIA PUBBLICA DI UGO ZANNONI (1836-1919) SCULTORE, COLLEZIONISTA E MECENATE

Dal 27 Giugno 2020 - 31 Gennaio 2021

GAM - Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, Palazzo della Ragione, Verona

Recensito da Storiarte qui

 

ALESSANDRO SEFFER. CRONACA E PAESAGGIO NEL VENETO DELL'OTTOCENTO

Dal 3 Ottobre 2020 - 10 Gennaio 2021

Musei Civici - Palazzo Fulcis, Belluno

 

VEDOVA / SHIMAMOTO: INFORMALE DA OCCIDENTE AD ORIENTE

Dal 30 Agosto 2020 - 15 Novembre 2020

Museo Civico di Asolo, Asolo (TV)

 

UN CAPOLAVORO PER VENEZIA - LORENZO LOTTO. SACRA CONVERSAZIONE CON I SANTI CATERINA E TOMMASO

Dal 15 Ottobre 2020 - 17 Gennaio 2021

Galleria dell’Accademia, Venezia

 

DOMENICO TINTORETTO. RITRATTO DI GIOVANNI GRIMANI

Dal 4 Settembre 2020 - 30 Maggio 2021

Museo di Palazzo Grimani, Venezia

 

Mostre in Friuli-Venezia Giulia

 

VIENNA 1900. GRAFICA E DESIGN

Dal 10 Ottobre 2020 - 17 Gennaio 2021

Palazzo Attems-Petzenstein, Gorizia

 

Marcello Dudovich (1878-1962). Fotografia fra arte e passione

Dal 10 Luglio 2020 - 10 Gennaio 2021

Scuderie del Castello di Miramare (TS)

 

NULLA È PERDUTO

Dal 04 Luglio 2020 - 13 Dicembre 2020

Casa delle Esposizioni di Illegio, Tolmezzo (UD)

 

Liguria

 

#UNMANIFESTOPERGENOVA

Dal 6 Agosto 2020 - 27 Novembre 2020

Villa Serra, Genova

 

MICHELANGELO. DIVINO ARTISTA

Dall’8 Ottobre 2020 - 24 Gennaio 2021

Palazzo Ducale, Genova

 

 

AUTUNNO BLU A VILLA CROCE

Dal 29 Settembre 2020 - 17 Gennaio 2021

Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce

 

Mostre in Emilia-Romagna

 

GUARDAMI! SONO UNA STORIA…ET IN ARCADIA EGO

Dal 16 Ottobre 2020 - 17 Gennaio 2021

Pinacoteca Nazionale, Ferrara

Recensito da Storiarte qui

 

ANTONIO LIGABUE. UNA VITA D’ARTISTA (1899 − 1965)

Dal 31 Ottobre 2020 - 5 Aprile 2021

Palazzo dei Diamanti, Ferrara

 

TRA SIMBOLISMO E FUTURISMO. GAETANO PREVIATI

Dal 6 Giugno 2020 - 27 Dicembre 2020

Castello Estense, Ferrara

 

SCHIFANOIA E FRANCESCO DEL COSSA. L'ORO DEGLI ESTENSI

Dal 2 Giugno 2020 - 10 Gennaio 2021

Palazzo Schifanoia, Ferrara

 

ATTRAVERSARE L’IMMAGINE. DONNE E FOTOGRAFIA TRA GLI ANNI CINQUANTA E GLI ANNI OTTANTA

Dal 20 Settembre 2020 - 22 Novembre 2020

Palazzina Marfisa d’Este, Ferrara

 

ETRUSCHI. VIAGGIO NELLE TERRE DEI RASNA

Dal 7 Dicembre 2019 - 29 Novembre 2020

Museo Civico Archeologico, Bologna

 

LA RISCOPERTA DI UN CAPOLAVORO - POLITTICO GRIFFONI RINASCE A BOLOGNA

Dal 18 Maggio 2020 - 10 Gennaio 2021

Palazzo Fava, Bologna

 

MONET E GLI IMPRESSIONISTI. CAPOLAVORI DAL MUSÉE MARMOTTAN MONET, PARIGI

Dal 29 Agosto 2020 - 14 Febbraio 2021

Palazzo Albergati, Bologna

 

VITTORIO CORCOS. RITRATTI E SOGNI

Dal 22 Ottobre 2020 - 14 Febbraio 2021

Palazzo Pallavicini, Bologna

Recensito da Storiarte qui

 

DANTE NELL’ARTE DELL’OTTOCENTO. UN’ESPOSIZIONE DEGLI UFFIZI A RAVENNA

Dal 16 Ottobre 2020 - 5 Settembre 2021

Chiostri Francescani, Ravenna

 

INCLUSA EST FLAMMA. Ravenna 1921: Il Secentenario della morte di Dante

Dall'11 Settembre 2020 - 10 Gennaio 2021

Biblioteca Classense

 

L’OTTOCENTO E IL MITO DI CORREGGIO

Dal 14 Novembre 2020 - 14 Febbraio 2021

La nuova Pilotta, Parma

 

L'ULTIMO ROMANTICO

Dal 12 Settembre 2020 - 13 Dicembre 2020

Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo, PR

 

LIGABUE E VITALONI. DARE VOCE ALLA NATURA

Dal 17 Settembre 2020 - 30 Maggio 2021

Palazzo Tarasconi, Parma

 

FORNASETTI. THEATRUM MUNDI

Dal 3 Giugno 2020 - 14 Febbraio 2021

Complesso monumentale della Pilotta, Parma

 

INCOMPRESO - LA VITA DI ANTONIO LIGABUE ATTRAVERSO LE SUE OPERE

Dal 6 Giugno 2020 - 8 Novembre 2020

Palazzo Bentivoglio, Gualtieri (RE)

 

NEI CIELI DEL CORREGGIO. UN INEDITO FRAMMENTO DI ANTONIO ALLEGRI DA SAN GIOVANNI EVANGELISTA IN PARMA

Dal 17 Ottobre 2020 - 17 Gennaio 2021

Museo il Correggio - Palazzo dei Principi, Correggio (RE)

 

OTTOCENTO RITROVATO. Dipinti inediti di maestri emiliano-romagnoli da Fontanesi a Boldini

Dal 5 Settembre 2020 - 10 Gennaio 2021

Museo il Correggio - Palazzo dei Principi, Correggio (RE)

 

MOSTRE IN ITALIA: CENTRO

Toscana

 

LA REALTÀ SVELATA. IL SURREALISMO E LA METAFISICA DEL SOGNO

Dal 18 Settembre 2020 - 24 Gennaio 2021

Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art, Lucca

 

L’AVVENTURA DELL’ARTE NUOVA | ANNI 60-80 CIONI CARPI | GIANNI MELOTTI

Dal 3 Ottobre 2020 - 6 Gennaio 2021

Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti - Complesso monumentale di San Micheletto, Lucca.

 

DOPO CARAVAGGIO. Il Seicento Napoletano nelle Collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito

Dal 14 Dicembre 2019 - 6 Gennaio 2021

Museo Palazzo Pretorio, Prato

 

RAFFAELLO E IL RITORNO DEL PAPA MEDICI: RESTAURI E SCOPERTE

Dal 27 Ottobre 2020 - 31 Gennaio 2021

Palazzo Pitti, Firenze

 

…CON ALTRA VOCE RITORNERÒ POETA. IL RITRATTO DI DANTE DEL BRONZINO ALLA CERTOSA DI FIRENZE

Dall’11 Ottobre 2020 - 31 Dicembre 2020

Pinacoteca della Certosa del Galluzzo, Firenze

 

AURELIO AMENDOLA. UN'ANTOLOGIA. MICHELANGELO, BURRI, WARHOL E GLI ALTRI

Dal 13 Novembre 2020 - 14 Febbraio 2021

Palazzo Buontalenti - Antico Palazzo dei Vescovi, Pistoia

 

IL SOGNO DI LADY FLORENCE PHILLIPS. La collezione della Johannesburg art gallery

Dal 24 Luglio 2020 - 10 Gennaio 2021

Santa Maria della Scala, Siena

 

"MIO VANTO, MIO PATRIMONIO". L’arte del ‘900 nella visione di Leone Piccioni

Dal 30 Agosto 2020 - 21 Gennaio 2021

Museo della Città, Pienza (SI)

 

AFFRESCHI URBANI. PIERO INCONTRA UN ARTISTA CHIAMATO BANKSY

Dal 20 Giugno 2020 - 10 Gennaio 2021

Museo Civico di Sansepolcro, Sansepolcro (AR)

 

Mostre in Umbria

 

GIOVANNI BATTISTA PIRANESI NELLE COLLEZIONI DELLA GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA

Dal 10 Ottobre 2020 - 13 Febbraio 2021

Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

 

BRIAN ENO. REFLECTED

Dal 4 Settembre 2020 - 10 Gennaio 2021

Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

 

RAFFAELLO IN UMBRIA E LA SUA EREDITÀ IN ACCADEMIA

Dal 18 Settembre 2020 - 6 Gennaio 2021

Palazzo Baldeschi, Perugia

 

Marche

 

I MAESTRI ITALIANI DEL ‘900 IN MOSTRA PERMANENTE A FABRIANO

Dall’11 Ottobre 2015 - 31 Dicembre 2030

Pinacoteca Civica “Bruno Molajoli”, Fabriano (AN)

 

MADE IN NEW YORK, KEITH HARING - Subway Drawings

23 Luglio 2020 - 10 Gennaio 2021

Palazzo Campana, Osimo (AN)

 

Abruzzo

 

YOKO YAMAMOTO. GEI-SHA

Dall’11 Settembre 2020 - 22 Novembre 2020

Museo Palazzo de’ Mayo, Chieti

 

Mostre in Lazio

 

FUORI. Quadriennale d’arte 2020

Dal 29 Ottobre 2020 - 17 Gennaio 2021

Palazzo delle Esposizioni, Roma

Recensito da Storiarte qui

 

CIVIS CIVITAS CIVILITAS. Roma antica modello di città - PROROGATA

Dal 21 Dicembre 2019 - 22 Novembre 2020

Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali 

 

I MARMI TORLONIA. COLLEZIONARE CAPOLAVORI

Dal 25 Settembre 2020 - 27 Giugno 2021

Musei Capitolini - Villa Caffarelli, Roma

 

IL TEMPO DI CARAVAGGIO. CAPOLAVORI DELLA COLLEZIONE DI ROBERTO LONGHI

Dal 16 Giugno 2020 - 10 Gennaio 2021

Musei Capitolini, Roma

 

BANKSY - A VISUAL PROTEST

Dall’8 Settembre 2020 - 11 Aprile 2021

Chiostro del Bramante, Roma

 

Per Gioco - La collezione dei giocattoli antichi della Sovrintendenza Capitolina

Dal 25 Luglio 2020 - 10 Gennaio 2021

Museo di Roma, Roma

 

MOSTRE IN ITALIA: SUD

Campania

 

NAPOLI LIBERTY. N'ARIA 'E PRIMMAVERA

Dal 25 Settembre 2020 - 24 Gennaio 2021

Gallerie d'Italia, Napoli

 

Gli Etruschi e il MANN

Dal 12 Giugno 2020 - 31 Maggio 2021

MANN - Museo Archeologico Nazionale, Napoli

 

SANTIAGO CALATRAVA - Nella Luce Di Napoli

Dal 6 Dicembre 2019 - 13 Gennaio 2021

Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli

 

MARINA ABRAMOVIĆ / ESTASI

Dal 18 Settembre 2020 - 17 Gennaio 2021

Castel dell’Ovo, Napoli

 

VENUSTAS. GRAZIA E BELLEZZA A POMPEI

Dal 31 Luglio 2020 - 31 Gennaio 2021

Palestra grande, Pompei (NA)

 

PAESTUM. FOTOGRAFIE DI MARCO DIVITINI

Dal 16 Ottobre 2020 - 16 Gennaio 2021

Museo Archeologico Nazionale di Paestum, Paestum (SA)

 

Mostre in Puglia

 

MARIO SCHIFANO E LA POP ART IN ITALIA

Dal 10 Ottobre 2020 - 29 Novembre 2020

Contemporanea Galleria d’Arte, Foggia

 

L’ORO, LA SANTITÀ E LA GLORIA. PRESENTAZIONE DEI POLITTICI VENETI DEL MUSEO CASTROMEDIANO DOPO IL CANTIERE DI RESTAURO APERTO

Dal 16 Ottobre 2020 - 16 Novembre 2020

Museo Castromediano, Lecce 

 

Il polittico di Antonio Vivarini. Storia arte restauro

Dal 1 Marzo 2014 - 31 Dicembre 2030

Pinacoteca provinciale “Corrado Giaquinto”, Bari

 

Sicilia

 

HEROES - BOWIE BY SUKITA

Dal 10 Ottobre 2020 - 31 Gennaio 2021

Palazzo Sant’Elia, Palermo

 

ORIENTE E OCCIDENTE. ALLEGORIE E SIMBOLI DELLA TRADIZIONE MEDITERRANEA. INSTALLAZIONI DI NAVID AZIMI SAJADI

Dal 23 Ottobre 2020 - 6 Gennaio 2021

Complesso Monumentale di Santa Maria Nuova di Monreale

 

RITRATTO DI IGNOTO. L'ARTISTA CHIAMATO BANKSY

Dal 7 Ottobre 2020 - 17 Gennaio 2021

Loggiato San Bartolomeo e Palazzo Trinacria, Palermo

 

L'ARTE DEL '900 NELLA COLLEZIONE POSABELLA

Dal 12 Aprile 2014 - 31 Dicembre 2020

Galleria Civica Giuseppe Sciortino, Monreale (PA)

 

DOMENICO PELLEGRINO. ERACLE. L’UOMO, IL MITO, L’EROE

Dal 5 Ottobre 2020 - 31 Gennaio 2021

Museo Mandralisca, Cefalù (PA)

 

CARLA ACCARDI – ANTONIO SANFILIPPO. L’AVVENTURA DEL SEGNO

Dal 26 Settembre 2020 - 10 Gennaio 2021

Convento del Carmine, Marsala (TP)

 

Mostre in Sardegna

 

STEVE MCCURRY. ICONS

Dal 13 Giugno 2020 - 10 Gennaio 2021

Palazzo di Città, Cagliari

 

IL REGNO SEGRETO. SARDEGNA-PIEMONTE: UNA VISIONE POSTCOLONIALE

29 Maggio 2020 - 15 Novembre 2020

MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro, Nuoro


FUORI. LA QUADRIENNALE D'ARTE DI ROMA

A cura di Maria Anna Chiatti

L’arte è la forma più alta di speranza

Gerhard Richter

Introduzione: la 17ª edizione della Quadriennale d'arte di Roma

La Quadriennale d'arte di Roma, dal titolo: FUORI, si tiene al Palazzo delle Esposizioni ed è aperta al pubblico dal 30 ottobre 2020 al 17 gennaio 2021.

FUORI moda, FUORI tempo, FUORI scala, FUORI gioco, FUORI tutto, FUORI luogo. Come le persone e come l’arte: FUORI dalle categorie e dalle categorizzazioni. La rassegna è un invito a cambiare punto di vista, ad uscire dagli schemi per vedere l’arte dentro e FUORI di (e da) sé.

La mostra è stata curata da Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol (fig. 1), e organizzata dalla Fondazione La Quadriennale di Roma, e da Azienda Speciale Palaexpo. Il principale partner istituzionale è il MiBACT, che attraverso la Direzione Generale Creatività Contemporanea ha concesso un importante contributo specifico, corrispondente a circa il 55% del budget totale, facendosi anche promotore del progetto speciale Premio AccadeMibact. La restante parte dei fondi è stata fornita da sponsor privati, contributori e altri partner, secondo una modalità di collaborazione tra pubblico e privato avviata con successo nelle precedenti edizioni.

Fig. 1 - Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol. Foto di Alessandro Cantarini.

Gli artisti presenti alla manifestazione

La Quadriennale d'arte di Roma è probabilmente il più importante evento di arte contemporanea cui si potrà partecipare in questa stagione dal clima sociale così singolare, una manifestazione significativa e innovativa sotto il profilo artistico, ma anche un forte segnale di cui il mondo della cultura necessita ora più che mai. L’intero edificio del Palazzo delle Esposizioni di Roma (4.000 metri quadri) è dedicato alla rassegna come tributo per rilanciare la ricerca artistica italiana e internazionale.

Gli artisti selezionati sono 43, ognuno rappresentato da più opere, nell’intento di delineare un percorso alternativo per leggere l’arte italiana dagli anni Sessanta a oggi: Alessandro Agudio, Micol Assaël, Irma Blank, Monica Bonvicini, Benni Bosetto, Sylvano Bussotti, Chiara Camoni, Lisetta Carmi, Guglielmo Castelli, Giuseppe Chiari, Isabella Costabile, Giulia Crispiani, Cuoghi Corsello, DAAR - Alessandro Petti - Sandi Hilal, Tomaso De Luca, Caterina De Nicola, Bruna Esposito, Simone Forti, Anna Franceschini, Giuseppe Gabellone, Francesco Gennari, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Diego Gualandris, Petrit Halilaj and Alvaro Urbano, Norma Jeane, Luisa Lambri, Lorenza Longhi, Diego Marcon, Raffaela Naldi Rossano, Valerio Nicolai, Alessandro Pessoli, Amedeo Polazzo, Cloti Ricciardi, Michele Rizzo, Cinzia Ruggeri, Salvo, Lydia Silvestri, Romeo Castellucci - Socìetas, Davide Stucchi, TOMBOYS DON’T CRY, Maurizio Vetrugno, Nanda Vigo, Zapruder Filmmakersgroup.

Un totale di 300 opere esposte in 35 sale, con molte produzioni site specific; questi numeri hanno creato la necessità di ideare un percorso espositivo che fosse all'altezza del concept progettuale, per consentire una lettura efficace nonché una certa godibilità dell’esperienza di fruizione. La persona da ringraziare per questo è l’architetto Alessandro Bava, che ha saputo dare vita ad un allestimento innovativo, finalmente accompagnato da una illuminazione bella e funzionale.

Fig. 2 - Sala 17. Giuseppe Chiari, Statement.

All’interno della mostra le opere esposte si declinano in una grande varietà di media e tecniche, dalla pittura su tela alle installazioni neon, ai video, alle sculture multimateriche; si trovano così connessi (a volte anche in dialogo) tra loro, artisti emergenti e mid-career con “le sperimentazioni di pionieri che non sempre hanno trovato posto nella narrazione canonica dell’arte italiana”, per citare la curatrice Sarah Cosulich. FUORI affascina non solo per l’intergenerazionalità, ma anche per la multidisciplinarietà, che si esplicita con opere ispirate alla danza, alla lirica e al teatro, all’architettura e al design. L’espressione di desideri e ossessioni; l’esplorazione dell’indicibile e dell’incommensurabile; l’indagine delle tensioni tra arte e potere sono campi di riflessione, così come pure la presenza fondamentale della figura femminile (e femminista). Esplicito anche il richiamo a FUORI!, la prima associazione per i diritti degli omosessuali, formatasi agli inizi degli anni Settanta.

Qualche esempio.

Cinzia Ruggeri, nella Sala 1, sa rileggere la cultura del fashion made in Italy con una sagacia (soprattutto in Abito Ziggurat, fig. 3) per niente scontata.

Nanda Vigo espone (al neon) una serie di opere che offrono un’alternativa al quotidiano spazio-tempo, con specchi che rimandano un’immagine diversa e impensata (fig. 4). A Monica Bonvicini è dedicata una sala che per poco è ancora reale, ispirata alla Turandot di Puccini: presenta una installazione sonora, una serie di spartiti dell’opera che riportano slogan femministi, due sculture che sono una vera poesia di autoaffermazione femminile (fig. 5).

Fig. 5 - Sala 9. Monica Bonvicini, 3rd Act/ Never Die for Love (2019).

Chiude la prima parte del percorso Lisetta Carmi, con la serie di fotografie Il Parto (1968). Nient’altro che la verità, nuda e cruda, dell’infinito circuito generazionale (figg. 6 e 7).

La Sala 13 è una metamostra (una mostra oltre la mostra). Il collettivo TOMBOYS DON’T CRY espone una serie di opere che riflette sulle trasformazioni dei corpi, e in particolare sul tema della lacrima; mentre la Sala 14 è il bellissimo risultato del fondersi delle opere di Chiara Camoni, Raffaela Naldi Rossano e Diego Gualandris (figg. 8 e 9).

La Quadriennale d'arte continua con i fiori esposti sullo scalone che conduce al secondo piano, e che sono il racconto della storia d’amore dei due artisti Petrit Halilaj e Alvaro Urbano: un progetto che esprime con la delicatezza di un bouquet un modo di essere famiglia che è universale e universalmente comprensibile (figg. 10 e 11)

Il secondo piano offre due progetti interessanti, seppure per motivi diversi: Giuseppe Gabellone nella Sala 22 rompe la realtà con due non-finestre dallo straordinario impatto visivo (fig. 12). Si aprono su ricordanze di antiche civiltà, con decorazioni a motivi fitomorfi e architettonici creati attraverso un lungo processo di lavorazione delle superfici. Nella sala successiva i DAAR (Sandi Hilal e Alessandro Petti) propongono la creazione di un Ente di decolonizzazione, che si mette di traverso rispetto alla nomina a Patrimonio UNESCO di Asmara per le costruzioni razionaliste di epoca fascista. Il progetto pone anche una serie di domande riguardanti lo stesso argomento, ma riferite a otto borghi siciliani, oggi abbandonati, costruiti dall’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano (figg. 13 e 14). Una riflessione estremamente interessante.

Fig. 12 - Sala 22. Giuseppe Gabellone.
Fig. 15 - Sala 26. Luisa Lambri, Untitled.

 

Luisa Lambri propone in mostra una serie di Untitled, fotografie in cui l’artista indaga i tagli di Lucio Fontana e le aperture dell’architettura di Marcel Breuer con una attenzione particolare alla luce e alle superfici delle opere stesse, creando uno spazio calmo dove immergersi (fig. 15).

L’ultima sezione della Quadriennale d'arte, di nuovo al primo piano, ospita Valerio Nicolai e il suo Capitan Fragolone (fig. 16), una grande fragola di cartapesta che, del tutto inaspettatamente, accoglie un performer: spiando dai fori praticati sulla superficie della fragola si può osservare infatti la performance di un pirata nella propria nave, come in una matrioska.

Fig. 16 - Sala 32. Valerio Nicolai, Capitan Fragolone (2020).

La Quadriennale d’arte di Roma 2020 è il risultato di tre anni di lavoro, di programmazione, di un percorso in cui i workshop itineranti di Q-Rated per giovani artisti e curatori e il fondo Q-International per rafforzare la presenza dell’arte italiana nelle istituzioni all’estero hanno rappresentato una fondamentale risorsa per la ricerca, rispondendo alla missione dell’istituzione di mappare la situazione artistica in Italia.

Come principale evento collaterale di FUORI è visitabile nella Sala fontana di Palazzo delle Esposizioni la mostra Domani Qui Oggi, curata da Ilaria Gianni. Questa esposizione presenta i lavori di dieci giovani artisti (tutti under 28) selezionati nell’ambito del concorso per il Premio AccadeMibact, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiBACT in collaborazione con Fondazione Quadriennale di Roma.

FUORI è accompagnata da un corposo catalogo bilingue (italiano-inglese, 680 pp.), edito da Treccani. Contiene saggi dei curatori, schede sugli artisti e sulle opere in mostra, approfondimenti sulle attività di Q-Rated e Q-International; una sezione separata ospita i testi critici di altri autori, che fanno luce su nuove metodologie di ricerca nel campo dell’arte contemporanea.

Per quanto concerne la piacevolezza della visita, gli spazi ampi concedono di godere della mostra in totale sicurezza (certamente con l’uso di dispositivi di protezione individuale); il percorso espositivo, seppur lineare e di facile intuizione, risulta ricco e stimolante. L’apparato di comunicazione del museo è del tutto adeguato, con didascalie anagrafiche e brani di approfondimento in ogni sala. Anche per questo, FUORI si pone come necessità di uscire dalle restrizioni fisiche e mentali che abbiamo vissuto tutti in questo complesso anno 2020.

 

FUORI

La Quadriennale di Roma 2020

a cura di Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol

Roma, Palazzo delle Esposizioni

30 ottobre 2020 - 17 gennaio 2021

Via Nazionale 194, 00184 Roma

Informazioni utili

Orari

Martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e domenica 11 - 20

Sabato 11 - 22

Chiusure

Chiuso il lunedì

Tariffe

Il biglietto di ingresso alla mostra è gratuito.

Prenotazione obbligatoria su www.quadriennale2020.com

Ingressi consentiti fino a un’ora prima della chiusura.

Costo del catalogo: 35 euro.

Contatti

Tel. +39 06 696271

[email protected]

Ufficio Stampa (Maria Bonmassar)

[email protected]

+ 39 06 4825370

+ 39 335 490311