L'OTTOCENTO E IL MITO DI CORREGGIO

Conferenza stampa di annuncio mostra, Parma 3-7-2020. A cura di Mirco Guarnieri

“Il riallestimento di un museo non è mai definitivo: il museo deve essere un luogo dinamico e centro di ricerca tra le diverse collezioni presenti”

Questo è il messaggio del direttore Simone Verde che oggi, insieme alla storica dell'arte Carla Campanini, ha presentato la mostra “L’Ottocento e il mito di Correggio” visitabile presso la Galleria Nazionale de La Nuova Pilotta di Parma dal 3 Ottobre 2020 al 3 Ottobre 2021. La mostra avrà luogo negli ambienti de La Rocchetta, luogo difficile da musealizzare, dove sono collocate le quattro opere del Correggio, ossia la Madonna con la scodella, la Madonna di San Girolamo e le due tele provenienti dalla Cappella del Bono.

Antonio Allegri, meglio noto come Correggio (1489-1534), fu un pittore rinascimentale del Cinquecento annoverato fra i grandi maestri del suo tempo: attivo fra Parma, Roma e Mantova, fu autore di numerose opere all'interno della cittadina parmense, introducendo di fatto gli stilemi del barocco. All’interno della mostra dedicatagli dalla Pilotta, Correggio sarà al centro di una lettura del contesto artistico dell'epoca, ove verrà spiegato il perché della rimozione delle opere dai loro luoghi di appartenenza e la loro nuova sistemazione ad altezza d'uomo per una maggiore fruibilità. Per comprendere meglio questo stravolgimento culturale, è stato creato un percorso museale tipicamente contemporaneo. Il direttore, Simone Verde, ha tenuto a precisare che, dietro sua scelta strategica, dopo il lungo periodo espositivo la mostra si trasformerà in una sezione definitiva della grande pinacoteca della Nuova Pilotta.

Informazioni mostra

L'Ottocento e il mito di Correggio

Parma, La Nuova Pilotta

3 Ottobre 2020 - 3 Ottobre 2021

Mostra a cura di Simone Verde


LA PILOTTA CONTEMPORANEA: DIALOGO CON SIMONE VERDE

Intervista a cura di Stefania Melito

Il complesso monumentale della Pilotta, formato dalla Galleria Nazionale, il Teatro Farnese, il Museo Archeologico, la Biblioteca Palatina e il Museo Bodoni, si trova a Parma, Capitale italiana della Cultura per il 2020 e il 2021. È un insieme di edifici nato in un primo tempo per funzioni di servizio rispetto al palazzo ducale dei Farnese (ospitava le stalle, il maneggio dei cavalli etc), ma che poi si è ingrandito acquisendo le attuali dimensioni. Il suo nome deriva dalla “pelota”, ossia un gioco nobiliare che si praticava sotto i cortili del complesso in particolari circostanze. Ospita le collezioni d'arte dei Farnese, che nel corso del Seicento accentrarono qui la biblioteca, la collezione di monete, la quadreria e la statuaria, e rappresenta il cuore culturale, dinamico e pulsante, della cittadina parmense.

Fig. 1: : il complesso monumentale della Pilotta, https://arte.sky.it/temi/programmi-tv-21-novembre-serie-complesso-monumentale-pilotta-parma/

Tale accezione si è accentuata maggiormente con l’arrivo del direttore Simone Verde: classe 1975, formazione ed esperienza internazionale e poliedrica, in precedenza è stato responsabile della Ricerca scientifica e Pubblicazioni per il AFM/Louvre di Abu Dhabi. È laureato in filosofia teoretica a Roma, ha conseguito un master in Filosofia Antica a Parigi, si è diplomato in Storia dell’Arte all’École du Louvre e ha conseguito un dottorato in Antropologia dei Beni Culturali all’EHESS di Parigi (fonte https://complessopilotta.it/staff/). A metà fra rigore scientifico e sguardo da antropologo, la “sua” Pilotta ha cambiato marcia, affiancando alla sua essenza di museo tradizionale un respiro maggiormente internazionale, fatto di ricerche, tradizione e dialoghi fra moderno e contemporaneo, nell'ottica dell’arte che reinterpreta sé stessa. Abbiamo incontrato (telefonicamente) il direttore per una piccola chiacchierata.

Fig. 2: Simone Verde, https://complessopilotta.it/staff/

Ci sentiamo intorno alle 11 di mattina. Colto, sicuro di sé, persino tranchant in alcune affermazioni. Una breve chiacchierata di introduzione e poi via alle domande.

  • Direttore buongiorno, come va?
  • Si campa. (ride)

Già in questa battuta iniziale si svela il lato ironico, che affiorerà qui e lì durante l’intervista.

  • Affermazione condivisibile direi... passiamo alle presentazioni. Chiamo da parte di Storiarte, pagina fondata da Giulia Pacini nel 2012, che si pone l’obiettivo di divulgare attraverso i canali social l’arte in ogni sua forma, rendendola immediatamente accessibile a chiunque, senza rinunciare però all'accuratezza tecnica. Conta più di 200.000 followers ed ogni giorno, grazie ad un team di 30 redattori tra storici dell’arte ed archeologi sparsi su tutto il territorio nazionale, si impegna a divulgare le bellezze d’Italia attraverso il progetto Discovering Italia. Monitora anche l’andamento delle pagine social dei musei italiani, fornendo loro feedback e visibilità. Ora passiamo a lei. Direttore, chi è Simone Verde?
  • Ah boh! (ride) chi sia non lo so…Posso dirle però che cosa fa.
  • E che cosa fa?
  • Fa il direttore di un complesso monumentale tra i più belli che ci sono in Italia e in Europa, forse anche nel mondo, e sta tentando di rimettere a posto quest’Istituto che ha trovato in condizioni di estremo degrado, utilizzando però questa congiuntura (il Covid) come un’opportunità, perché nel 2016 il Complesso, che era strutturato in diversi musei divisi tra di loro nonostante le collezioni che lo compongono fossero nate unite, sono stati finalmente riaccorpati. Siamo alle prese quindi con un progetto di ricucitura delle collezioni dei vari istituti, che stanno progressivamente ritrovando la loro conformazione originaria.
  • Bene!
  • Nel fare questo (io vengo dal Louvre di Abu Dhabi, mi sono diplomato all’Ecole du Louvre e ho avuto la fortuna di lavorare a questo progetto assai visionario e ambizioso, un‘avventura significativa dal punto di vista intellettuale), avendo competenze da antropologo ho un occhio particolare per la storia delle collezioni: quello che mi interessa non è tanto perpetuare i valori sociali dell’arte, ma al contrario quello di demistificarli al servizio dell’emancipazione e della consapevolezza del pubblico. Visto che tutto ciò che riguarda la cultura ha una natura convenzionale, è una comunità che decide di riconoscersi in certi oggetti piuttosto che in altri, ovviamente non in maniera scevra da dinamiche del potere, ritengo che il lavoro museale debba costituire uno strumento di emancipazione per i cittadini. I musei sono nati così nell'ambito della Rivoluzione Francese, e noi perpetuiamo quest’idea mettendo insieme delle competenze di vario genere che vengono anche dalle scienze umane e non soltanto dalla storia dell’arte. Questa è la metodologia con cui noi lavoriamo.
  • Un obiettivo ambizioso, e se me lo permette poco convenzionale...
  • In realtà no, o forse sì in ambito italiano, dove la museologia come disciplina autonoma ha difficoltà a farsi strada. All'estero ha una sua piena autonomia che deriva dall'incrocio di queste discipline che le ho appena enumerato, non c’è museologia se non c’è antropologia e sociologia. In Italia è un po’ più problematico, perché avendo ereditato delle collezioni dal passato fortemente legate alle famiglie che le hanno messe insieme...
  • Identitarie oserei dire.
  • Si ma vede, anche il termine “identità” è un altro termine utilizzato a sproposito, che non significa nulla. L’identità non è una fatalità, le identità si costruiscono. Non siamo piante con il loro genoma. Le identità sono dei processi culturali elaborati, complessi, si costruiscono e si de-costruiscono, si scelgono, si smontano. Il punto è che dietro questa nozione di identità si è voluto teorizzare il fatto che noi dovessimo essere ciò che l’Ottocento aveva rappresentato di noi stessi. Io ci ho scritto un libro su questo tema qui. Noi non abbiamo mai avuto una stagione di musei nazionali che costruissero l’identità nazionale, e quindi continuiamo ad avere a che fare con collezioni che sono legate alle storie delle famiglie che le hanno costituite, e di conseguenza la museologia rimane una ottocentesca storia delle collezioni. La storia delle collezioni spiega la provenienza dei pezzi, dove sono transitati, dove sono finiti, ma non si occupa del senso della ricostruzione culturale che le citavo prima. Non so se mi sono spiegato.
  • Perfettamente oserei dire, e anzi mi viene da farle una domanda: in questo clima da lei evocato sta a pennello una sua affermazione del 2019 in cui dice che bisognerebbe <<...ri-radicare i musei nelle loro comunità di riferimento>>. Quindi è fondamentale che il museo crei comunità. Focalizzandoci sulla Pilotta, che cosa è stato fatto per ri-radicarla nella sua comunità di riferimento?
  • Risponderei alla sua domanda riprendendo il filo di quello che le dicevo prima. Se l’identità è quella ottocentesca di cui parlavamo prima, radicare il museo all'interno della comunità di riferimento significherebbe sentir parlare delle vecchie famiglie parmigiane, i cittadini parmigiani di sette generazioni...No? Visto invece che noi viviamo in comunità estremamente mobili, e visto che abbiamo anche il dovere dell’accessibilità sociale e culturale di un patrimonio che appartiene a tutti, se non altro perché, rimanendo su un piano gestionale, viene gestito con le tasse di tutti, abbiamo il dovere di parlare a tutta la comunità. Ma qual è la comunità di riferimento per il nostro museo? Sono senza dubbio i parmigiani quelli storici, ma ci sono anche i nuovi parmigiani come i lavoratori che vengono da altre parti d’Italia, ci sono gli immigrati che provengono dall'estero, ci sono le minoranze che hanno loro stesse delle rivendicazioni fortemente identitarie (donne, omosessuali), c’è la comunità scientifica locale e internazionale, i visitatori che vengono da fuori... un museo di questo tipo, che ha delle collezioni di questa importanza, ha il dovere di comunicare e di far partecipare alla propria vita intellettuale e scientifica tutte queste comunità. Siamo ben oltre il museo identitario ottocentesco.
  • Siamo quasi in un’ottica da museo di arte contemporanea.
  • Ad Abu Dhabi noi avevamo lo stesso problema. Si figuri cosa possa essere gestire una collezione in un Paese in cui la comunità locale è il 9% del totale della popolazione. Dal museo del Louvre di Abu Dhabi è uscito fuori che nel primo anno la maggior parte dei visitatori era indiana. Noi viviamo in un mondo paradossale, in negativo ma a volte è paradossale anche in positivo. Ecco, nel nostro lavoro dobbiamo confrontarci più con il paradossale in positivo per fortuna. Viviamo in una società molto più varia di quanto noi non sospettiamo, e noi dobbiamo essere all'altezza di questo.
  • Torniamo alla Pilotta...
  • Ecco, noi alla Pilotta da tre anni abbiamo posto in essere delle attività di ri-allestimento, abbiamo aperto tredici nuove sezioni, adesso ne sono in ballo altre tre con vari lavori di allestimento che ovviamente implicano lavori di riqualificazione degli spazi. Questi ri-allestimenti implicano anche un ripensamento scientifico delle collezioni, alla luce anche delle scoperte scientifiche più recenti. Abbiamo coniato un concetto, che è quello di mostra permanente: vogliamo un museo proattivo e che sia connesso con la ricerca scientifica: noi facciamo degli allestimenti permanenti ma che sono come delle mostre perché rimangono in piedi finché la ricerca scientifica renderà questi allestimenti sensati. Se ci saranno delle scoperte scientifiche è chiaro che bisognerà ripensare questi allestimenti. Questo è il nostro modo di entrare in contatto con la comunità: riallestire e ripensare gli spazi innanzi tutto di un edificio che è già esso stesso un’opera d’arte, e poi aprire un dialogo culturale e scientifico con la comunità, in cui la comunità venga per riscoprire le collezioni e quindi sé stessa, e quindi si rimetta in discussione. O metta in discussione il lavoro che stiamo facendo. Questo è il senso di un museo partecipativo: un museo dinamico in cui le collezioni sono il portato della ricerca scientifica e in cui questi ri-allestimenti sono un modo per cui i pubblici, o gli utenti come si diceva una volta, possano riscoprire sé stessi attraverso la lente della nostra proposta culturale.
  • Questa è una cosa molto bella, e a proposito di ri-allestimenti abbiamo saputo di un ritrovamento piuttosto inaspettato...
  • Beh guardi, quando sono arrivato in Pilotta ho fatto fare un’ispezione di tutti gli spazi, dai soffitti alle cantine, per capire lo stato di salubrità dell’edificio; in una di queste perlustrazioni ho scoperto che da un buco si vedeva questo soffitto cassettonato molto bello, della fine dell’Ottocento, molto grande, circa 500 metri quadri, che era stato coperto negli anni ’50 seguendo un’idea de-storicizzata di museo, ossia che il museo dovesse esibire una storia senza parlare della propria storia, come se le collezioni non fossero sottoposte a quelle pressioni culturali o ideologiche che è meglio esplicitare che nascondere in nome di una falsa e velleitaria oggettività che non può essere. Di oggettivo c’è solo la nostra soggettività.
  • Esattamente.
  • Ho incrociato quest’esperienza con delle foto storiche, da cui è emersa la conformazione originaria della sala, e ovviamente rifunzionalizzandola in relazione a un percorso variato che nulla avevano a che vedere con quelli del tempo (quello era un museo delle antichità in cui venivano esposti delle antichità di vario genere, una specie di esposizione antiquaria, di museo nazionalistico dove dopo l’Unità d’Italia le comunità locali esibivano a Roma la unicità del loro passato per continuare a rivendicare autonomia). Noi abbiamo preso gli elementi essenziali dello spazio: un tavolo enorme di dieci metri che è stato tutto restaurato, le vetrine che verranno messe a posto etc. e ricostituiamo lì una parte del museo archeologico dedicato alle collezioni di antiquaria fra Sei e Ottocento. Questo ci permetterà di svincolare le collezioni del territorio dalle collezioni che verranno messe in spazi diversi, e ci permetterà di avere una sala spettacolare all'altezza delle altre sale spettacolari degli altri Istituti, quindi sarà un modo per dare un simbolo al rilancio del Museo Archeologico.
  • E passando agli antipodi, perché la scelta di Fornasetti?
  • In realtà siamo in coerenza. Fornasetti è un artista che è esploso fra le due guerre in quel periodo che si chiamava “Ritorno all'ordine”, dopo la tragedia della prima guerra mondiale e che prepara anche il totalitarismo. Fornasetti ha proseguito il suo percorso tutt'intorno alla reinvenzione dei valori formali del Classicismo. Ora consideri che Parma è una delle capitali del classicismo, perché nel 500 sotto i Farnese è stata uno dei luoghi del classicismo italiano, e poi nel 700 è stato uno dei luoghi dove è stato inventato il Neoclassicismo. Noi avevamo bisogno di uno sguardo contemporaneo su questo patrimonio passato per renderlo maggiormente comprensibile al pubblico contemporaneo e stimolarne la curiosità. È un tipo di processo che tecnicamente si chiama rigenerazione del patrimonio. Tu rigeneri il patrimonio passato attraverso dei riferimenti contemporanei e attraverso il linguaggio dell’arte. L’arte che rigenera sé stessa. Abbiamo fatto un bando, da questo bando è uscita fuori vincitrice l'associazione Fornasetti, e abbiamo lavorato tantissimo con loro per far sì che il percorso fosse un modo di esaltare l'identità delle collezioni e di questo dialogo tra collezioni e Fornasetti e ci siamo riusciti. È un risultato di cui andiamo molto orgogliosi e anche il pubblico risulta essere molto soddisfatto perché non ho sentito una critica.
  • Quindi siete usciti dal coronavirus con Fornasetti?
  • Devo dire nella sfortuna è stata anche una cosa fortunata, che ci ha rilanciato. Una cosa è aprire in maniera ordinaria, una cosa diversa è aprire con una mostra come questa che ci rilancia ancora di più. E che è di spontaneo riferimento ad un pubblico più ampio. In più ci ha permesso anche di giustificare il fatto che non abbiamo tutti gli spazi aperti per ragioni che sappiamo, quindi questo ci ha obbligato, ma devo dire in maniera fortunata perché devo dire che alla fine la mostra è più bella così di quanto non fosse prima a ripensare ad alcuni allestimenti. È tutto molto positivo. Abbiamo tutti gli spazi monumentali del complesso fruibili, perché sono spazi molto grandi e quindi disperdono di più l'aria, e che sono stati dedicati alla mostra che secondo me grazie al coronavirus ha preso ancora più spessore.
  • Benissimo, ultima domanda. All'inizio mi diceva “Non so chi sia Simone Verde, posso però dirle che cosa fa” ... bene, trasliamo un po' la domanda: sappiamo bene che cosa sia la Pilotta o meglio nel corso del tempo abbiamo imparato a conoscerla. Cosa farà la Pilotta?
  • Sono due progetti, in realtà sono cantieri già presenti: abbiamo utilizzato il Covid come un'opportunità per chiuderci in casa e lavorare e non farci distrarre dalla gestione ordinaria, quindi nel giro di tre mesi abbiamo portato a compimento tutta una serie di progetti; quelli su cui ci stiamo concentrando adesso, i fondamentali, sono appunto quelli su cui ci stiamo cimentando adesso dal punto di vista amministrativo. È partita la gara del nuovo museo Bodoni, speriamo entro l'anno di riuscire a inaugurarlo, una cosa storica perché se ne parla dal 1970. Il museo Bodoni esiste, ma è difficilmente accessibile perché è situato all'ultimo piano. Con la riapertura sarà anche un presidio contro il degrado dell'area in cui si troverà. Poi abbiamo l'apertura dell'ala 1 del museo archeologico, a breve riapriremo l'ala Ovest completamente rinnovata dove la Scapigliata di Leonardo Da Vinci troverà una collocazione finalmente degna. Aprirà un'altra sezione tutta dedicata all'arte fiamminga che ha avuto un ruolo così importante nella Corte parmigiana, che prima era dispersa nelle collezioni italiane e non aveva una sua chiara leggibilità. Soprattutto non aveva chiara leggibilità il ruolo che l'arte fiamminga ha avuto nella reinvenzione dell'arte italiana, perché se di Manierismo si può parlare non è solo per la crisi del 500 e per la perdita del realismo nello spazio, ma anche perché sono i simbolismi tipici dell'arte fiamminga che penetrano in maniera così forte per via della presenza dell'impero nella geopolitica europea nell'arte italiana e quindi scardinano quella costruzione prospettica razionalista ritornando indietro. Apriremo in autunno la Rocchetta tutta rinnovata e riallestita, con una mostra permanente sull'Ottocento e il mito di Correggio. Presenteremo al pubblico per la prima volta le collezioni ottocentesche della Pilotta con un restauro spettacolare del pavimento della sala ottagonale dove si trova una delle due pale del Correggio.
  • Quindi parafrasando il motto di Parma capitale della cultura avete intenzione di "battere il tempo" in questo modo...
  • Abbiamo intenzione di fare il nostro lavoro (ride).
  • Grazie mille, è stato gentilissimo.
  • Grazie a lei.

"LA MANO CHE CREA": MOSTRA SU UGO ZANNONI

Recensione mostra "La mano che crea" a cura di Mattia Tridello

Ugo Zannoni, 1836-1919;

 Scultore, collezionista e mecenate;

“Sotto la man che crea

Non tremava il tuo giovine scalpello,

Quando t’apparve alla feconda idea

Tutto avvolto nel suo bruno mantello,

Il divino sembiante

Della grande e sdegnosa ombra di Dante?”

P. Antonibon, Dante scolpito da Ugo Zannoni, Verona 1865

 

Dante, con sguardo austero, occhi severi e compostezza monumentale, dall’alto del suo piedistallo, guarda da più di 150 anni l’inesorabile e continuo flusso di persone che transitano in Piazza dei Signori, nel luogo che, dal 1865, è diventato la sua sede (Fig. 1-1a). Portandosi la mano al mento, in atteggiamento pensoso, riflette. Sotto di lui, tra un vociferare continuo, espressioni incuriosite e volti di turisti lo ammirano, chi per immortalarlo in qualche foto ricordo, chi, invece, per riservargli una modesta e fuggitiva occhiata. L’Alighieri, tuttavia, continua nel fissare l’eternità, rimane staticamente nella sua posizione, ben consapevole del valore che essa assunse per l’affermazione patriottica di un paese, nell'affermazione di un artista giovanissimo che, a soli vent’anni, con mano vigorosa e forte lo scolpì nel marmo, lo impresse nella memoria dei veronesi che, resistendo all’invasore, videro in questo l’esecutore del più riuscito tributo al padre della lingua italiana. Risulta dunque veramente difficile trovare un artista come l’autore della statua, Ugo Zannoni, così in stretta simbiosi con la storia e l’evoluzione della propria città, capace di aver instaurato un legame forte tanto da farne un indissolubile caposaldo del sistema museale e espositivo veronese.

"La mano che crea": la mostra su Ugo Zannoni

La mostra "La mano che crea", che dal 27 giugno 2020 al 31 gennaio 2021 si apre alla Galleria d’Arte Moderna di Verona, si propone come un’eccezionale e straordinaria opportunità di riscoprire il lato meno noto e per tempo sottovalutato della fondamentale figura dello scultore, veronese d’origine ma milanese d’adozione. Zannoni, infatti, dopo i primi studi all’Accademia di Venezia, ben presto si trasferisce nel tumultuoso e dinamico clima della capitale del Regno Lombardo- Veneto, Milano. Ammesso all’Accademia di Brera egli iniziò a maturare un gusto decorativo inseribile nella cosiddetta “Scuola milanese”, figlio del suo tempo, l’artista si appropriò di uno stile ambivalente: realista nell’interpretazione dei monumenti civili ma incline a un naturalismo descrittivo di ispirazione neo-settecentesca nei soggetti di genere che componevano le sue collezioni private. Non stupisce dunque che le sue prime opere, stimolate dalla volontà di risvegliare la città natale dal torpore nel quale si era addormentata, ebbero notevole e precoce successo tanto da rinforzare, nel suo intimo più profondo, un sentimento municipalistico protettivo e affettuoso nei confronti della città di famiglia, un affetto unico che si tramutò in investimenti e generosi lasciti per il costruirsi di un’identità museale, di una realtà che ancora oggi esiste, il Museo Civico.

Storia della donazione artistica di Zannoni alla base de "La mano che crea"

Anche se, nella storia secolare di collezionisti e mecenati, Verona fu sempre ricca di donazioni che andavano a ingrandire le raccolte museali, nessuna di quest’ultime fu tanto cospicua e ampia come quella che, a diverse riprese, Zannoni generosamente lasciò ai posteri. Dopo un primo lascito di 35 sculture del suo atelier e ben 83 dipinti di autori principalmente lombardi, lo scultore, insieme all’avvocato Zenati, diede inizio a un grandioso progetto espositivo che prevedeva la riorganizzazione dei beni comunali e la creazione di un “sala risorgimentale” (in linea con l’illuminato mecenatismo altolocato ottocentesco) a Palazzo Pompei (all’epoca sede del Museo Civico)  per ospitare l’ingente raccolta artistica messa a disposizione dai due donatori. Le sale, aperte il 1 Maggio 1908, riscossero immediato consenso anche dalle autorità civili il sindaco, Luigi Bellini Carnesali, si congratulò personalmente con Zannoni e i suoi colleghi per “il nobile amore e l’assidua opera” prestata per il riallestimento delle raccolte cittadine. La riconoscenza iniziale degli amministratori comunali, tuttavia, non fu sufficiente negli anni successivi ad assicurare la fortuna tanto sperata alle opere lasciate dallo scultore. Il motivo storiografico principale lo si può desumere dal fatto che Zannoni, come accennato in precedenza, apparteneva a una generazione di scultori italiani sottovalutata dalla critica filo-francese dell’epoca. Questa, prediligendo le nuove sperimentazioni plastiche di Rodin e Boccioni, finì per far oscurare le collezioni donate tanto che, arrivate nel 1916 al totale complessivo di all'incirca quattrocento e più beni, iniziarono ad essere parzialmente dimenticate e celate nei depositi. Gli unici pezzi che continuarono ad essere esposti permanentemente furono gli immancabili successi scultorei giovanili quali il modello in bronzo della statua di Dante e le graziose statuine dedicate al tema infantile. L’esposizione si pone quindi come la prima vera e concreta rivalutazione artistica dell’opera di Zannoni a livello sia personale che di commissione e donazione, si mostra al visitatore un affascinante retroscena sul gusto decorativo e collezionistico otto-novecentesco, dà modo di rileggere, nell'attualità moderna, il contributo fondamentale portato dall'artista nella concezione museale stessa, nell'anticipare e esprimere il ruolo, in primis educativo, che assume l’arte e la contemplazione della bellezza. Non a caso la mostra si arricchisce, proprio per tale motivo, di un’attività che non ha avuto precedenti così riusciti nella storia espositiva veronese, di un laboratorio formativo.

Quest’ultimo ha aperto le porte a studenti e professori delle realtà universitarie e accademiche cittadine permettendo loro di cimentarsi e essere coinvolti, accanto allo staff museale, nelle attività di cura delle collezioni, nella sperimentazione di ciò che avviene dietro le quinte, prima, durante e dopo l’apertura pubblica. Anche in questo non manca di certo l’influenza del protagonista dell’esposizione, Zanoni, infatti, sebbene fosse stato molte volte invitato a insegnare presso l’Accademia di Brera, tra il 1904 e il 1915, nell'ultimo periodo di vita, si dedicò con impegno e dedizione all'insegnamento in una scuola a portata di tutti, alla Scuola del Patronato operaio istituita dai padri Stimmatini di Verona.  L’umanità autentica unita al messaggio educativo che l’artista voleva presente nelle sue raccolte senz'altro riecheggia egregiamente nelle tre sale della mostra "La mano che crea" e si fa ancor più presente nell'animo di coloro che sapranno gustarla col cuore, prima ancora che con gli occhi.

Il percorso espositivo: il laboratorio-mostra "La mano che crea"

Il laboratorio-mostra si svolge in sette tappe articolate tra la grande Sala orientale del Palazzo della Ragione, lo spazio antistante l’antica Cappella dei Notai e la Sala degli Scacchi.

Per il percorso sono state selezionate 83 opere d’arte delle 212 provenienti dalle donazioni disposte da Ugo Zannoni dal 1905 al 1919.

Ingresso all'esposizione. "La mano che crea"

L’ingresso alla mostra "La mano che crea" avviene tramite un locale voltato nel quale, per introdurre la figura di Ugo Zannoni e il tema del mecenatismo, sono esposti tre busti-ritratto: il primo (Fig. 2) , opera dei fratelli Carlo e Attilio Spazzi, ritrae Ugo Zannoni e fu donato da Achille Forti per l’inaugurazione, l’1 maggio 1908, delle nuove “Sale Zannoni” e “Sale d’arte moderna” del Museo Civico all’epoca nella sede di Palazzo Pompei citata in precedenza. Gli altri due busti presenti (Fig. 3) furono scolpiti in marmo da Zannoni su commissione del Comune di Verona, quale omaggio a Giulio Pompei e a Cesare Bernasconi, due dei protagonisti del primo periodo di incremento delle raccolte artistiche del Museo Civico.

La Sala orientale

Lo spazio complessivo della mostra "La mano che crea" si articola principalmente nella Sala orientale del Palazzo della Ragione. Il vasto ambiente, per l’occasione, risulta diviso, tramite pannelli mobili, in tre differenti sezioni, ciascuna con colori e allestimenti diversi pensati appositamente per rievocare, con l’ausilio di gigantografie di foto d’epoca, determinati luoghi cari e significativi alla figura di Zannoni.

SEZIONE 1, prima sala

La prima sezione della mostra, tramite la gigantografia di una foto d’epoca ritraente l’atelier dello scultore presso la Scuola di Plastica del Patronato operaio degli Stimmatini dove egli insegnò dal 1904 al 1915), mira a ricreare l’ambiente di lavoro e di esposizione delle opere, proprie o acquistate, dello scultore (Fig. 4). Ecco quindi che, insieme ai capolavori che lo resero celebre, come il modello bronzeo della statua di Dante (Fig. 5) o i busti di personaggi illustri del “Pantheon veronese” si susseguono alcune opere di gusto rinascimentale di proprietà di Zannoni e fonti di numerosi riferimenti stilistici, un esempio ne è il “Cristo uomo dei dolori” di Paolo Farinati (artista veronese attivo tra il 1524 e il 1606) (Fig. 6). Alla sinistra dell’entrata sono esposte, invece, raccolte dell’artista di epoca più recente, le statuine di vario genere realizzate da Alessandro Puttinati (Fig. 7) e il “Cesare Beccaria” di Giuseppe Grandi ne sono parte.

Fig. 7

SEZIONE 2, seconda sala

La seconda sezione, con grafiche e colori diversi, cerca di riprodurre gli interni di una tipica casa borghese di fine Ottocento. Come è riscontrabile in foto o rappresentazioni d’epoca, le abitazioni del tempo non disponevano di veri e propri spazi dedicati esclusivamente all'esposizione dei quadri e delle statue di famiglia, perciò quest’ultimi venivano collocati negli ambienti di maggiore frequentazione quotidiana, si pensi alle sale da pranzo e ai salotti. Con questo intento si è ricreata un’ipotetica stanza nella quale sono presenti opere di diversi autori e tipologie, di proprietà di Zannoni, probabilmente esposte nella casa di quest’ultimo (Fig. 8a – 8b).  Ad arricchire l’ambiente concorre una scrivania d’epoca che funge da supporto per alcune graziose statuette, come l’opera autografa dell’artista, la “Carità”(Fig. 9). A far immedesimare il visitatore sopraggiungono anche le dimensioni, minute e per lo più orizzontali, dei dipinti presenti: si veda, ad esempio, “Lezione a memoria” di Roberto Fontana (Fig.10).

SEZIONE 3, terza sala

Il 1 Maggio 1908 vennero ufficialmente inaugurate le due sale di ri-allestimento della collezione del Museo Civico, all'epoca nella sede di Palazzo Pompei. La terza e ultima sezione espositiva (Fig. 11) cerca, quindi, tramite la riproduzione di una gigantografia di una foto d’epoca scattata all'interno della “sala Zannoni”, di riprodurre il clima che respiravano i visitatori novecenteschi in quell'ambiente, circondati da opere notevoli, presenti ieri come oggi, nelle collezioni civiche (Fig. 12). Ne sono un esempio il “Ritratto di Ugo Zannoni” di Angelo Dall’Oca Bianca (Fig. 12, destra) oppure i gruppi statuari di genere rappresentanti figure sia a tutto tondo che mezzi busti di giovani e aggraziate spose, da notare la complicata ma magistrale lavorazione dei merletti e dei pizzi dei veli delle acconciature (Fig. 13). Un accurato e veramente apprezzabile studio grafico sull'aspetto delle originarie sale novecentesche ha influenzato l’allestimento dell’ultima sezione che, non a caso, presenta nella parte alta della parete alcuni fregi a motivi vegetali simili a quelli presenti in prossimità del soffitto negli ambienti di Palazzo Pompei (Fig. 14).

Termine della visita

Terminata la visita dell’ultima sezione della mostra "La mano che crea", seguendo le indicazioni per l’uscita, si viene introdotti in un ampio ambiente che ospita, oltre a filmati che testimoniano la presenza viva e attuale del collezionismo e del relativo mecenatismo, una suggestiva linea del tempo illustrata (Fig. 15) realizzata, nel corso dell’esperienza laboratoriale, dagli studenti della realtà universitaria e dell’Accademia di Belle Arti di Verona. La rappresentazione, ripercorrendo le tappe fondamentali e principali della secolare storia collezionistica veronese, dal ‘700 fino al ‘900 , conclude cronologicamente l’itinerario artistico nel Palazzo della Ragione.

Fig. 15

Giunge alla fine un viaggio retrospettivo e veramente inedito nella figura di Ugo Zannoni, nell'immagine virtuosa e generosa di uno dei principali fautori di un patrimonio artistico unico, di un corpus pittorico e scultoreo che trae le sue radici nell'incondizionato amore dell’artista alla sua città natale, alla terra che ne vide l’evoluzione. Dai primi successi all'ardore patriottico, dalle donazioni alla riorganizzazione del Museo Civico, dal giovane irrefrenabile scultore alla mano paziente e abile nell'allestire spazi d’arte, nel creare luoghi dell’animo in cui piantare i semi dell’amore verso il sentimento del “bello”. Zannoni ha lanciato un seme che ora, germogliando, viene riscoperto, torna alla luce per essere di nuovo da noi tutti apprezzato, alimentato e tramandato alle generazioni future.

 

Informazioni per la visita

Mostra "La mano che crea", dal 27 giugno 2020 al 31 gennaio 2021

Galleria d’Arte Moderna Achille Forti - Palazzo della Ragione

Cortile Mercato Vecchio 6 - Verona

Tel. 045 8001903

www.gam.comune.verona.it

 

Orario

Da martedì a domenica 11 -17

Lunedì chiuso

Ultimo ingresso ore 16.15

 

SABATO 27 e DOMENICA 28 giugno 2020 INGRESSO SPECIALE 1 euro

 

BIGLIETTERIA

La biglietteria presso la Galleria d’Arte Moderna è attiva.

Il biglietto può essere acquistato anche online su museiverona.com, prenotando anche l'orario di ingresso.

 

Biglietto Galleria d’Arte Moderna

Intero: 4,00 €

Ridotto: 2,5 €

scolaresche: € 1,00

Hanno diritto al biglietto ridotto: gruppi superiori a 15 persone; ragazzi dagli 8 ai 14 anni; studenti dai 14 ai 30 anni (con tessera studenti o libretto universitario); adulti oltre i 60 anni di età; possessori delle apposite convenzioni.

 

Ingresso gratuito: bambini fino a 7 anni, residenti nel Comune di Verona con più di 65 anni, portatori di handicap e accompagnatori, insegnanti accompagnatori di scolaresche (due per ogni classe indipendentemente dal numero di studenti).

 

Biglietto cumulativo Galleria d’Arte Moderna Achille Forti + Torre dei Lamberti

Intero: 8,00 €

Ridotto: 5,00€

scolaresche: € 1,00

Hanno diritto al ridotto: gruppi superiori a 15 persone, studenti dai 14 ai 30 anni (con tessera studenti o libretto universitario), adulti oltre i 60 anni di età, possessori delle apposite convenzioni ingresso gratuito: anziani (over 65) residenti nel Comune di Verona, portatori di handicap e loro accompagnatori, bambini fino a 7 anni, insegnanti accompagnatori di scolaresche (due per ogni classe indipendentemente dal numero di studenti) con HYPERLINK "https://gam.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=38678"VeronaCard

 

Le semplici regole per una buona visita sono disponibili sul sito museicivici.comune.verona.it

 

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Catalogo

Panini Editore


PIRANESI, ARCHITETTO SENZA TEMPO

Recensione della mostra "Giambattista Piranesi, architetto senza tempo" a cura di Mattia Tridello

La mostra a Palazzo Sturm

Trecento anni fa, precisamente il 4 Ottobre 1720, nasceva Giambattista Piranesi, un artista che con le sue opere incisorie ha regalato al mondo vedute straordinarie dei più importanti monumenti della classicità romana, visioni sublimi dell’antico da lui tanto amato e studiato.  Con la volontà di rendere omaggio a quest’ultimo, in occasione del trecentenario dalla nascita, nell’incantevole scenario del settecentesco Palazzo Sturm, sulle sponde del Brenta, dal 21 Giugno 2020 si apre al pubblico un’esposizione che, ad oggi, non ha avuto eguali nella storia museale bassanese. Giambattista Piranesi, architetto senza tempo” è infatti la prima grande mostra della collezione delle incisioni di Piranesi presenti nel comune di Bassano del Grappa, ed è quindi la prima occasione per poter vedere e apprezzare una raccolta che, grazie ai prestiti della Fondazione Cini di Venezia, si può definire completa, satura di tutta l’opera artistica e grafica prodotta da Piranesi nel corso della sua vita, cronologicamente dettagliata e ampia tanto da creare un concentrato incisorio unico nella città veneta.  L’esposizione si configura come la concreta risposta all'esigenza di esporre ai visitatori i tesori che si trovano aprendo semplicemente i cassetti della sala stampe o della biblioteca della città, alla necessità di sensibilizzare pubblicamente la vastissima e pregevole quantità di opere che troppo spesso stanno in disparte e giacciono nei depositi museali, alla volontà di ribadire il primato storiografico e culturale portato da un artista del quale, per via di malintesi e fraintendimenti, per molto tempo si è conosciuto pochissimo della sua vita giovanile, in particolare sul luogo di nascita.

Giambattista Piranesi: gli anni giovanili

Risulta veramente singolare constatare dunque che, pur essendo uno dei maggiori protagonisti dell’arte incisoria europea del Settecento, Piranesi non nacque, come da decenni è stato pensato, a Mogliano veneto, bensì a Venezia. Proprio nella città lagunare egli trascorse l'infanzia e i primi anni della giovinezza accanto al padre Anzolo, un tagliapietre che proveniva dall’Istria, precisamente dalla città di Pirene. Venezia, come è noto, utilizzava per la costruzione dei suoi edifici enormi quantità di pietra d’Istria poiché, già a partire dal governo del Doge Orseolo, il territorio, ora facente parte della Slovenia, risultava annesso alla Serenissima. E’ dunque facile comprendere da dove derivi il cognome della famiglia Piranesi e perché quest’ultima si sia stabilita, negli anni, proprio nella laguna.  All'età di vent'anni Giambattista parte alla volta della Città Eterna in qualità di disegnatore nella spedizione diplomatica di Francesco Venier (ambasciatore veneziano). Nel 1743 pubblica a Roma “La prima parte di architetture e prospettive” (1743), il suo primo catalogo di incisioni, a cui ben presto si susseguono altri volumi, primi fra tutti le “Vedute di Roma” (1748) e “Le carceri”(1749 prima edizione, 1761 seconda edizione). Da lì a pochi anni, nel 1778, Piranesi si spegne lasciando però acceso un nutrito e intimo desiderio di continuare l’opera da lui iniziata spingendo così numerosi artisti italiani e europei a imitare le sue vedute, i suoi sguardi sull'antico, i suoi occhi sul tempo passato.

E’ dunque per questo che il sottotitolo stesso dell’esposizione, “architetto senza tempo” vuole rimarcare quanto appena illustrato sottolineando come lo stesso artista, seppur con una basilare formazione architettonica, non produsse, da architetto, molti progetti. Della sua attività costruttiva ci rimane solamente la ristrutturazione della chiesa di Santa Maria del Priorato a Roma e il completamento assiale del famoso portale con “il buco della serratura” situato accanto al luogo sacro e sempre sull'Aventino.  Una nuova e veramente interessante riflessione sul tema temporale legato al rapporto tra la contemporaneità settecentesca, in cui viveva Piranesi, e l’epoca romana, ben più distante, viene fornito già dalla prima sala al piano terra (Fig. 1) dell’edificio dove, per la prima volta, viene esposta un’opera di un artista vivente in relazione al tema centrale della mostra. Luca Pignatelli, infatti, propone una stampa di dimensioni notevoli riproducente una veduta di Piranesi, “La veduta del castello dell’acqua felice” (Fig. 2). Su quest’ultima egli inserisce volontariamente orologi di diversa tipologia e grandezza per rimarcare come lo scorrere del tempo, ieri come oggi, sia inesorabile, continuo nel rivestire con la sua patina le città odierne e quelle antiche.

Il percorso della visita

Sfruttando l’ordine cronologico-biografico la mostra si articola negli ultimi due piani del palazzo bassanese che, dopo il recente restauro, sono stati riportati all'originario splendore. Tra stucchi e soffitti dagli echi neoclassici trova sistemazione la ricca e completa collezione incisoria della città, ben custodita grazie a contenitori protettivi  e termoisolanti. Un occhio di attenzione e riguardo è stato posto anche nella sistemazione dei punti di illuminazione naturale e artificiale, che permettono una buona lettura delle opere evitando riflessi sul vetro protettivo, utilizzato per non compromettere la perfetta condizione delle incisioni e che garantisce la focalizzazione dell’osservatore sulle stampe, sia singole che rilegate.

Sala 1 e sala 2

Nella prima sala del quarto piano di Palazzo Sturm (Fig. 3), l’esposizione si apre con un’assai piccola stampa risalente al 1757. L’elemento raffigurato e adottato come logo della mostra è un “Occhietto con uroboros”(Fig. 4). L’immagine, seppur di ridotte dimensioni, racchiude un preciso significato, che ancora una volta può far riflettere sulla vita e sui desideri dell’artista. Noto soprattutto per le sue incredibili incisioni, il vero sogno di Giambattista Piranesi rimase sempre quello di essere architetto. In vita, come accennato precedentemente, ottenne un solo incarico in questa veste: il rifacimento della Chiesa di Santa Maria del Priorato a Roma. Questo suo desiderio si riflette sia nel fatto che si firmasse come “architetto veneziano”, sia che usasse come occhietto, in cui collocare il nome della persona alla quale veniva dedicato un determinato volume, un’incisione con gli strumenti di tale disciplina: la penna, la squadra e il compasso.

Questi utensili sono legati insieme fra loro dall’uroboros: un serpente che, mordendosi la coda, forma un cerchio senza inizio né fine. Presente nella cultura di molti popoli ed epoche, l’uroboros, apparentemente immobile ma in eterno movimento, rappresenta l'energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica del mondo, l'unità, l'infinito e l'eternità. Un rimando quindi all'antico di cui Piranesi fu fervente sostenitore e studioso, e una raffigurazione che verrà ripresa in altri contesti ma simili significati anche dal Canova nel monumento funebre per Maria Cristina d’Austria nella Chiesa degli Agostiniani a Vienna (Fig. 5).

Il resto dell’ambiente risulta occupato da alcune delle primissime incisioni, perlopiù frontespizi (Fig. 6), del giovane Piranesi, che proseguono poi anche nella sala successiva.

Fig. 6

Sala 3-4-5

La terza sezione del percorso espositivo (Fig. 7) è completamente dedicata a una delle raccolte che, senz'altro, resero celebre Piranesi sia in Italia che all'estero: si tratta di stampe singole o rilegate in volumi eccezionalmente aperti e visibili interamente riproducenti visioni, scorci, vedute della Roma sia antica che contemporanea all'artista, con la popolazione ritratta nelle normali attività quotidiane. Non deve stupire, quindi, vedere come nella “Veduta del Ponte e Castel Sant’Angelo” (Fig. 8), oltre ai meravigliosi monumenti cittadini, non manchino navigatori, pescatori con le loro piccole imbarcazioni intenti a sistemare le reti nel Tevere. Come fa notare uno dei curatori della mostra e del catalogo, Pierluigi Panza, “ … nelle sue vedute vi è un’umanità piccolissima ma sempre indaffarata … è un gran teatro veneziano e umano” .

Nelle numerose vedute presenti (Fig. 9-15), sia in quelle che rappresentano la Roma moderna, sia in quelle legate al ricordo e alla memoria della città imperiale romana, l’indiscussa protagonista è la storia. Attraverso il disegno delle architetture classiche e delle rovine, Piranesi vuole enfatizzare quelle sopravvissute testimonianze di un passato ormai irraggiungibile, di un passato antico ricoperto dalla natura che prosegue nel suo intento corrosivo e al contempo poetico.

Sala 6 a

Terminata la visita alla prima parte dell’esposizione, salendo l’elegante scalinata settecentesca del palazzo, si giunge alla seconda e ultima sezione della mostra. L’ambiente al quinto piano è diviso in due differenti zone di interesse. La prima di queste ospita alcune sedute per poter guardare il filmato che viene proiettato tramite uno schermo alla parete (Fig. 16). Il cortometraggio, realizzato da Grègoire Dupond per factum Arte, ricostruisce tridimensionalmente ogni ambiente delle sedici tavole delle cosiddette “Carceri”(ospitate nella sala successiva) portando così il visitatore all'interno di un viaggio virtuale nelle famose e altrettanto singolari ultime incisioni dell’artista (Fig. 17).

Sala 6 b

L’ultima sala dell’esposizione (Fig. 18) è interamente dedicata all'esposizione dell’importante prestito concesso dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia: le stampe delle “Carceri d’Invenzione”(Fig. 19-23). Per la loro straordinaria libertà di immaginazione e per la capacità di trasferire nel segno grafico una sensibilità pittorica, le incisioni rivelano l’influenza dei Capricci di Gianbattista Tiepolo, incontrato da Piranesi presumibilmente nel 1747, poco prima della sua ripartenza per la Città Eterna. Descritte da Victor Hugo come “l’orribile Babele sognata dal Piranesi” , le sedici tavole esposte vennero incise dall'artista dopo un delirante attacco di febbre. In queste, il carattere ancora rococò del capriccio piranesiano si unisce alle cupe visioni dell’eccesso barocco, con quel susseguirsi di scale che non portano in alcun luogo, i ponti sospesi, le grate, gli antri bui, gli strumenti di tortura e le figure minuscole che si agitano all'interno. Esse sono il contributo dell’artista al dibattito dell’epoca sui sistemi di tortura e sulla pena capitale, un’espressione di angoscia interiore che anticipa egregiamente le raffigurazioni di Escher e le scomposizioni volumetriche dell’architettura decostruttivista, oggi affermata in tutto il mondo.

Dalle architetture visionarie, stravaganti, per certi versi veramente immaginarie, si ritorna quindi al tema su cui si fonda la mostra stessa. Piranesi, architetto senza tempo, incisore, amante dell’arte antica tanto da essere conosciuto principalmente per quest’ultima, invece che per la sue opere architettoniche, a trecento anni dalla nascita, viene omaggiato e dovremmo dire, ringraziato per la sua straordinaria capacità di captare, raggruppare, immortalare la realtà a lui contemporanea e quella antica in un corpus artistico straordinario, in stampe realizzate sotto un’unica mano, sotto un tratto abile e veloce nel carpire e imprimere nella carta il respiro del passato, la voce dell’antico, l’eco del tempo.

 

Informazioni per la visita:

PALAZZO STURM

Via Schiavonetti, 40

36061 Bassano del Grappa (VI)

 

21.6.2020 — 19.10.2020

 

ORARI

Tutti i giorni, 10-19

chiuso il martedì.

La biglietteria chiude alle 18.

 

BIGLIETTI

Ingresso compreso nel prezzo del biglietto

7 € intero, 5 € ridotto

 

CONTATTI

T +39  0424 519 940

[email protected]

*Il catalogo scientifico della mostra edito da Silvana Editore, a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza, presenta tutte le opere e le incisioni di Piranesi esposte a Palazzo Sturm con i testi di Chiara Casarin, Pierluigi Panza, Luca Massimo Barbero, Enzo Di Martino, Manlio Brusatin e Stefano Pagliantini.


IL "CASO" DI SIMONINO DA TRENTO

Una vera mostra “di ricerca”, o comunque una mostra davvero riuscita, può essere il più concreto atto di fede nella vitalità, nel valore oggettivo, nella serietà e nell’utilità sociale della storia dell’arte: come disciplina scientifica, ma anche come insostituibile mediatrice per l’amore, la comprensione, il godimento delle opere d’arte da parte di un pubblico più vasto.

TOMASO MONTANARI, Contro le mostre, 2017

Con questa citazione di Tomaso Montanari, vorrei parlare di una “mostra riuscita” e di “utilità sociale” che è L’Invenzione del colpevole. Il caso di Simonino da Trento dalla propaganda alla storia. La mostra,ospitata dal Museo Diocesano Tridentino dal 14 dicembre al 13 aprile 2020 (già prorogata all’11 maggio 2020), è a cura di Domenica Primerano con Domizio Cattoi, Lorenza Liandru, Valentina Pedri con la collaborazione dei docenti dell’Università degli studi di Trento, Emanuele Curzel e Aldo Galli.

La mostra si pone l’obiettivo di analizzare tramite documenti e opere d’arte, la vicenda di Simonino da Trento.

Ma chi era Simonino da Trento?

Bottega di Daniel Mauch, Martirio di Simonino da Trento, primo decennio del XVI sec., Trento, Museo Diocesano Tridentino

Tutto ebbe inizio il 23 marzo 1475, Giovedì Santo, quando dalla città di Trento scomparve Simone, un bambino di soli due anni. Il corpo venne ritrovato il giorno di Pasqua in un canale nei pressi della casa di Samuele di Norimberga, uno dei maggiori esponenti della comunità ebraica della città. Dato il luogo del ritrovamento, vennero immediatamente incarcerati e processati per rapimento e omicidio gli ebrei trentini, che poco dopo furono condannati a morte. Uno degli obiettivi della mostra è rianalizzare come il processo fu basato su confessioni estorte con la tortura, rendendo il caso di Simonino da Trento quella che oggi potremmo definire una clamorosa fake news.

L’accusa è stata fatta perché la propaganda antisemita del tempo alimentava un’idea diffusa nell’Occidente medievale già dalla metà del XII sec.,ovvero che durante la Settimana Santa, fosse una consuetudine il “sacrificio rituale”. Secondo la credenza, gli ebrei sacrificavano bambini cristiani con l’obiettivo di reiterare la crocifissione di Cristo, adoperando il sangue della vittima per scopi magici e medico-curativi.

Un ruolo cruciale in questa vicenda fu quello del principe vescovo di Trento, Johannes Hinderbach, il quale da un lato ebbe un controllo diretto sugli interrogatori “pilotati” con lo scopo di far confessare il delitto agli ebrei, dall’altro lato gestì la nascita del culto di Simonino, organizzando pellegrinaggi verso il corpo, registrando i miracoli, commissionando e scrivendo opere agiografiche e soprattutto promuovendo una campagna di immagini che portò zone dell’Italia settentrionale fino alla Germania a un culto di questo “martire”.

Hartmann Schedel, Liber Chronicarum, Nürnberg, Anton Koberger, 23 dicembre 1493. Trento, Biblioteca Comunale

Il Simonino infatti, dopo il fatidico marzo 1475, venne subito considerato un martire cristiano divenendo oggetto di un culto intenso, grazie anche alle immagini e soprattutto alla stampa tipografica. La devozione si diffuse rapidamente;solo papa Sisto IV (1414-1478) provò a fermare questa tendenza, proibendo il culto sotto pena di scomunica.

Il tentativo del papa non ebbe grandi risultati, infatti solamente nel Novecento vennero rilette le fonti da W. P. Eckert, per volontà di Monsignor Iginio Rogger e del vescovo Alessandro Maria Gottardi, stabilendo la verità storica e dimostrando come le accuse di omicidio rituale rivolte agli ebrei fossero infondate. La vicenda si concluse il 28 ottobre 1965, negli anni del Concilio Vaticano II (1962-1965), quando la Chiesa decise di abrogarne definitivamente il culto.

La mostra su Simonino da Trento e “L’invenzione del colpevole”

La mostra occupa due piani del Museo Diocesano Tridentino, il quale ha sede in Palazzo Pretorio, la prima residenza vescovile eretta nel centro della città. La visita comincia al piano terra: qui è possibile capire il contesto in cui nacque l’accusa per omicidio rituale, i meccanismi con cui gli ebrei furono accusati di tale crimine per poi, nell’ultima sala, ripercorrere le fasi che portarono all’abrogazione del culto nel 1965.

Il percorso prosegue poi al secondo piano, dove sono esposte opere di tipo eterogeneo (dipinti, sculture, reliquiari, incisioni, fotografie…), concesse in prestito da importanti musei e istituti culturali nazionali e stranieri come le Gallerie degli Uffizi, la Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli di Milano, l’Abbazia di Wilten ad Innsbruck e tanti altri. Questa parte di esposizione ha l’obiettivo di dimostrare la fortuna e la diffusione di un culto che durò più di Cinquecento anni, basato, come abbiamo visto, su una fake news.

Concludo con la citazione dell’augurio dell’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, un pensiero che non si può non condividere dopo la visita a questa importante mostra: “Mi auguro che questa meritevole iniziativa, organizzata dal nostro Museo Diocesano, possa divenire per tutti, a cominciare dalle comunità cristiane, un monito fortissimo a vigilare perché nessuno osi ammantare del nome di Dio ciò che invece ferisce inesorabilmente l’uomo e il credente”.

“La difesa della razza”, V, n.6, 20 gennaio 1942

Bibliografia e sitografia

 

 

Immagine tratte da:

  • Simone da Trento nella tradizione agiografica: i testi latini, catalogo della mostra (Trento, Museo Diocesano Tridentino, 14 dicembre – 13 aprile 2020), a cura di D. Primerano, Trento 2020.

 


RECENSIONE MOSTRA "DAVID E CARAVAGGIO: LA CRUDELTA' DELLA NATURA, IL PROFUMO DELL'IDEALE"

Palazzo Zevallos Stigliano

Gallerie d’Italia

Napoli –  Via Toledo

5 dicembre 2019  –  19 aprile 2020

 

 

Palazzo Zevallos Stigliano in via Toledo (nota anche come Via Roma) a Napoli, è stata per anni sede storica della Banca Commerciale Italiana, oggi è la sede napoletana delle Gallerie d’Italia e la sede museale del Gruppo Intesa San Paolo  e, fino al 19 aprile 2020, ospita la mostra “David e Caravaggio – La crudeltà della natura, il profumo dell’ideale”.

La mostra, che prende il titolo da un commento di Baudelaire che, riferendosi alla tela “La Morte di Marat”  di David, la definì per l’appunto:” crudele come la natura, questo dipinto ha il profumo tutto dell’ideale”, si esplica su tre livelli, dal pian terreno al secondo piano dell’edificio, passando per il piano nobile.

All’occhio del visitatore, si presenta come una sorta di confronto tra l’opera pittorica di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio e uno dei maggiori esponenti del neo classicismo francese, quale fu  Jacques-Louis David, ma pare che la realizzazione della mostra, realizzata in collaborazione con l’Institut Français di Napoli ed il Museo di Capodimonte, ma anche il Petit Palais di Parigi e il Fine Arts Museum di San Francisco, curata da Fernando Mazzocca, abbia preso spunto dalla presenza nella Basilica Pontificia di San Francesco di Paola in Piazza del Plebiscito a Napoli dalla fedelissima copia a firma Tommaso De Vivo della Deposizione di Caravaggio, di cui l’originale è inamovibile ed attualmente presente presso i  Musei  Vaticani, infatti proprio al pian terreno, alla prima sala allestita per la mostra, il visitatore si imbatte in una delle quattro copie esistenti della Morte di Marat  del David, proveniente dal Musée des Beaux – Arts de Reims, poiché l’originale della stessa, è considerata anch’essa tra le opere inamovibili ed è conservata al Museo Reale delle Belle Arti del Belgio di Bruxelles, eseguite magistralmente dai suoi allievi e sotto la sua direzione.

L’illuminazione pressoché perfetta delle opere presenti in sala, con luci che mettono in risalto i punti salienti delle opere, sebbene si tratti di un confronto tra copie, monopolizzano l’attenzione del visitatore poiché le stesse, poste l’una accanto all’altra, quasi costringono l’occhio dell’osservatore ad una veduta  “di coppia”, come a voler rievocare quel momento storico durante il quale esponenti della pittura del neoclassicismo d’oltralpe soggiornavano a Roma per formarsi e studiare le opere presenti, soprattutto quelle del Caravaggio.

Il percorso è arricchito non solo dalle oltre 120 opere presenti stabilmente nella Galleria e facenti parte delle collezioni permanenti, ma anche dalla fedele ricostruzione della stanza in cui avviene l’omicidio di Marat e dalla presenza di opere di Luca Giordano ed esponenti della sua “scuola”.

Il percorso espositivo, si esplica anche al piano nobile ed al secondo piano, dove, stabilmente è esposta la tela del Merisi  raffigurante “Il Martirio di Sant’Orsola” nella Sala degli Stucchi.

La sua collocazione è fissa, ma, se inserita all’interno del percorso della mostra, sembra quasi rappresentare un punto d’arrivo: un’opera suprema che, grazie anche al gioco di luci che illuminano le mani della Santa Martire ripiegate verso il petto nel momento in cui è trafitto dalla freccia del martirio, fa lasciare tutto alle spalle, come se si fosse giunti alla fine di un percorso che, lungo la sua strada, ha preparato il visitatore alla visione di un’opera magna…

Il palazzo con la sua sala, lo scalone monumentale, gli stucchi delle sale del piano nobile ed in particolare del secondo piano, le tele, l’illuminazione ma soprattutto l’ambiente in cui il tutto è  esposto, senza particolari forzature o modifiche, dal  mio punto di vista rendono il tutto particolarmente suggestivo… per qualche strano motivo che non saprei spiegare, per almeno un’ora, nell’osservare le tele e tutti i quadri esposti, mi sono sentita proiettata in una dimensione diversa, superiore, di quelle che ti avvolgono, quasi ti rapiscono e ti fanno sentire  parte di quel mondo che fu di  Caravaggio e i suoi seguaci, dell’atelier di David e di quanti vi lavorarono…ma soprattutto dei committenti e tutta quella nobiltà che, in un modo  od in un altro,  hanno contribuito a quanto oggi possediamo, ammiriamo e soprattutto studiamo.

Già le vetrine della sede del palazzo che  precedono l’ingresso, fanno assaporare quanto troveremo all’interno: infatti nelle prime due vi sono gigantografie di opere di Artemisia Gentileschi e Luca Giordano, ma ovviamente non manca la gigantografia dell’opera di Caravaggio, la “ Sant’Orsola” che vi “dimora” stabilmente.

La sala degli stucchi che la ospita, col suo grande camino, specie poi in questo freddo inverno, ti fa sentire quasi in un ambiente delicato…non ho potuto fare a meno di guardarmi intorno, gli stucchi bianchi sullo sfondo azzurro sono delicatissimi, ma voltandomi verso Caravaggio, la sua tela, il “martirio di Sant’Orsola” , l’illuminazione delle mani, la freccia scagliata dal carnefice, le espressioni dei loro volti, hanno monopolizzato il mio sguado e la mia mente, riportandomi non solo a ricordi di studi e anni universitari, ma soprattutto quanto dolore mi fu insegnato a leggere su quella tela….

Sì…tra le opere presenti, molte sono copie. Ma che importa? Non per forza un’opera deve essere un originale per trasmettere e dar voce e vita ad un’emozione…

A me… durante la visita alla mostra è successo…

A me… la mostra è piaciuta e la consiglio….

 

 

Il costo del biglietto è di €5, e €3 per il ridotto.

Il costo del Catalogo è pari a €28.n

Fino al 19 aprile 2020, è visitabile :

dal Martedì al Venerdì dalle 10 alle 19

E il Sabato e la Domenica dalle 10 alle 19.

(ultimo ingresso mezz’ora prima).


REMBRANDT A PALAZZO ARNONE A COSENZA

Recensione di Francesco Surfaro

La mostra "Rembrandt: i cicli grafici, le sue più belle incisioni"

Si è conclusa lo scorso 24 marzo a Cosenza la mostra monografica, unica in tutto il Meridione d'Italia, ospitata a Palazzo Arnone, dedicata al grande maestro dell'Età d'oro olandese Rembrandt Harmenszoon Van Rijn a 350 anni dalla morte. All'interno del percorso espositivo di "Rembrandt: i cicli grafici, le sue più belle incisioni", erano esposte 32 rare e importanti stampe realizzate dall'artista, fra le quali "L'Erudito nello studio", "l'Autoritatto con Saskia" e la preziosissima e famigerata "Stampa dei cento fiorini" (che deve il suo nome alla cifra, all'epoca esorbitante, per cui fu venduta). Ammirandole è stato possibile comprendere la maestria dell'artista nel coniugare le tecniche dell'acquaforte, della puntasecca e del bulino, realizzando straordinari effetti di plasticità e del diradamento dei mezzi toni, con cui l'incisione sembra sfidare, vincitrice, la pittura. Straordinaria inoltre la capacità del Van Rijn di riuscire a dare dignità ai soggetti di vita quotidiana, ai personaggi umili quanto ai ricchi (fortemente caratterizzati dal punto di vista psicologico), alle scene di genere, ai corpi raffigurati con brutale realismo.

Al visitatore era data la disponibilità di osservare i particolari delle opere mediante una lente di ingrandimento, per poterne meglio apprezzare i dettagli (dal momento che alcune di queste erano pressapoco delle dimensioni di un francobollo o poco più). La prima sezione esponeva ritratti e autoritratti, la seconda era dedicata ai cicli biblici tanto cari al Maestro di Leida, ed infine l'ultima ai mendicanti, un percorso ideale della formazione e della vita dell'artista, dalla gloria al declino.

Tra le incisioni a mio avviso più interessanti, vi è sicuramente "Il girello", che mostra dietro a due nudi maschili una scena dalla sorprendente umanità: una madre che tende le braccia al figlioletto, mentre quest'ultimo muove i suoi primi passi attraverso un girello.

Sempre all'interno dello spazio espositivo era collocata una fedele riproduzione dello studio di Rembrandt nel 1663, quando ormai era ridotto in miseria. In una camera attigua, appositamente oscurata, era possibile ammirare 6 grandi riproduzioni digitali retroilluminate di alcuni celebri dipinti di Rembrandt, concesse dalla Rembrandthuis di Amsterdam, fra cui spiccavano fra tutte "La Lezione di Anatomia del Dottor Tulp", e "La fidanzata ebrea". Il biglietto d'ingresso era di €5, non erano previste audio-guide, sostituite da ben fornite didascalie poste al lato delle varie incisioni. Il catalogo ufficiale della mostra era disponibile al prezzo di €10.


MOSTRA SU GIOVANNI BOLDINI A FERRARA

A cura di Mirco Guarnieri

Giovanni Boldini: biografia

Giovanni Boldini nacque a Ferrara, il 31 dicembre 1842. Abbandona presto gli studi scolastici per apprendere dal padre Antonio gli insegnamenti pittorici, il quale seppe valorizzare il talento del figlio. Grazie allo zio paterno negli anni 60 del 800, Boldini lasciò Ferrara per trasferirsi a Firenze. Nel capoluogo toscano il pittore si iscriverà all’Accademia di Belle Arti dove avrà come insegnanti Stefano Ussi ed Enrico Pollastrini. Boldini si discosterà dalle discipline accademiche, e troverà nel Caffè Michelangelo un ambiente molto stimolante per lui. Questo luogo era spesso frequentato dal gruppo dei Macchiaioli e da li in poi allaccerà rapporti con figure di spicco come Michele Gordigiani e Cristiano Banti. Da quel momento il pittore ferrarese avrà committenze per ricchi stranieri residenti a Firenze dai quali talvolta riceveva spesso accoglienza nelle proprie ville. Nel 1867 venne invitato a Parigi per l’Esposizione Universale. Qui avrà modo di vedere i dipinti di Manet e Degas, ricevendo in particolare stimoli da quest’ultimo, come l’uso della fotografia. Nel 1870 si trasferirà a Londra, dove per merito di Cornwallis-West e del duca di Sutherland riuscirà ad inserirsi tra le alte classi londinesi ricevendo numerose commissioni. Tuttavia, Londra non lo appagò a pieno. Decise dunque di ritornare nella capitale francese nel 1872, entrando in contatto con Meissonier, De Nittis e Palizzi. Da li a poco Boldini diverrà il massimo rappresentante del ritratto d’epoca, distinguendosi tra i ritrattisti del suo tempo per l'abilità del disegno e nella resa luminosa dei colori neri e bruni.

Il periodo di massima crescita del pittore viene individuato dalla critica tra il 1892 ed il 1914, quando trionfando nei saloni parigini produrrà ritratti femminili di raffinatissima e sensuale bellezza. Nel 1926 conoscerà Emilia Cardona che dopo 3 anni diventerà sua moglie.  Affetto da broncopolmonite, Boldini morirà a Parigi l’11 Gennaio 1931 all’età di 89 anni.

"Boldini e la moda" a Palazzo dei Diamanti

La mostra esamina specifico il rapporto tra Boldini e la moda. Al Palazzo dei Diamanti è possibile osservare le opere del pittore ferrarese affiancate ad abiti dell’epoca e la presenza di alcune opere di artisti come Degas, De Nittis, Sargent, Whistler e Paul Helleu.

Nei dipinti delle prime sale è riscontrabile come i ritratti dell’artista siamo molto ben definiti e dettagliati, dando molta importanza agli abiti, quasi da far intendere allo spettatore il materiale del vestito, e all’aspetto della figura. In particolar modo nei ritratti femminili possiamo scorgere la delicatezza dei volti femminili, la flessuosità e la sensualità dei corpi; quasi comprendendo quanto Boldini amasse ritrarre figure femminili. Altra caratteristica di Boldini è l’uso del colore. In moltissimi quadri possiamo vedere come il pittore prediliga colori scuri, dando quel tocco di lucidità che lo differenzia dagli altri pittori dell’epoca. Gli sfondi delle opere sono neutri, ma pur sempre facendo rilevare il luogo dove la persona ritratta si trovava. Proseguendo per le sale del palazzo notiamo come il Boldini cambi stile di pittura. Nelle prime sale le figure sono dipinte con estrema attenzione mentre nelle ultime notiamo come la pittura diventi più veloce e lo sfondo delle opere tende sempre di più a fondersi con il soggetto, dando maggior importanza allo sguardo delle donne raffigurate.

Opere

Sala 7. Giovanni Boldini, Madame R.L., 1901.