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A cura di Arianna Canalicchio

 

 

Jeff Koons – SHINE

2 ottobre 2021 – 30 gennaio 2022

Palazzo Strozzi, Firenze

 

“Be’ i gonfiabili sono antropomorfi. Sono un simbolo del nostro respiro: noi inspiriamo ed espiriamo, e quel respiro se ne va, da qui il senso che il nostro stesso essere sia fuggevole. Laddove, se quel respiro esiste in un gonfiabile, diventa un oggetto ed è più permanente. Viene trattenuto e mantenuto, quindi c’è la sensazione di qualcosa di sospeso o conservato. Non che la sospensione eviti la morte, ma la morte comporta un torpore sotteso”[1]

 

 

Spettacolare e provocatorio, Jeff Koons è sicuramente tra le figure più controverse dell’arte contemporanea. Diventato ormai fenomeno mediatico, dopo la vendita di Rabbit per 91 milioni ha raggiunto una popolarità che da tempo non si vedeva. Non è quindi un caso che la grande mostra a Palazzo Strozzi abbia riscosso un tale successo di pubblico. Il mondo scintillante dell’americano Koons è presentato in tutta la sua spettacolarità dall’istituzione fiorentina, ma davvero è solo brillantezza e riflessi? Non c’è forse altro?

 

Koons ha rilanciato nell’arte quella cultura pop che probabilmente un po’ mancava, ha cominciato ad attingere ad immagini familiari, e conosciute da tutti, che spesso ci riportano all’infanzia, proponendole in modi scenografici. In questo senso, le sue sono opere sono immediate e facilmente apprezzabili ma, senza che questa condizione essenziale venga mai meno, talvolta sono caricate anche di riferimenti artistici e filosofici e da uno studio maniacale nella scelta dei materiali.

La mostra però, almeno in alcune parti, lascia poco spazio a un approfondimento reale sulla sua figura, preferendo attrarre lo spettatore con la “trappola” della spettacolarità di molti dei suoi lavori. Nato nel 1955 in Pennsylvania, Koons comincia a frequentare i primi corsi di disegno all’età di soli cinque anni. È già a partire dai vent’anni che dallo spazio bidimensionale della tela passa a una dimensione a tutto tondo introducendo oggetti e specchi che mirano a coinvolgere lo spettatore. Ne sono un esempio Sponge Shelf e Inflatable flowers (four tall purple with plastic figures) (fig. 2) entrambi del 1978 ed esposti in mostra, così colorati e ingenuamente graziosi.

 

Il lavoro di Koons è inevitabilmente legato al periodo in cui vive, tanto da diventarne rappresentativo sia per i lavori degli anni ’70 e ’80 sia per le opere più recenti. Quelli in cui comincia a lavorare sono anni in cui l’economia americana è “ruggente”, il consumismo si fa sempre più dilagante e la ricchezza è diffusa. Sono gli anni in cui torna di moda l’American Dream, in cui le persone vogliono vivere bene e comodamente; gli anni del consumismo, quelli in cui il tostapane o l’aspirapolvere diventano oggetti del desiderio. Nasce infatti la serie dei Pre-New, elettrodomestici, come in Nelson Automatic Cooker / Deep Fryer (fig. 3) che l’artista decide di fissare alla parete con dietro tubi al neon fluorescenti. Si tratta di oggetti sospesi, sia in senso fisico, in quanto non appoggiati a un piano, ma soprattutto in senso metafisico; la superficie immacolata rimarrà infatti per sempre inutilizzata, facendo perdere all’oggetto la sua funzione intrinseca, nonostante sia esposto al meglio delle sue potenzialità come in una vetrina commerciale.

 

Questo senso di sospensione torna chiaramente anche nella serie Equilibrium, rappresentata in mostra da One Ball Total Equilibrium Tank (Serie Spalding Dr. JK 241) (fig. 4) del 1985. Koons inizia infatti a lavorare a una serie molto significativa, forse tra la più profonde della sua produzione, in cui inserisce all’interno di teche una sostanza composta da acqua distillata e cloruro di sodio. Grazie a questa precisa combinazione dei veri e propri palloni da basket riescono a rimanere sospesi. Un po’ come farà una decina di anni dopo Damien Hirst col suo celebre “squalo” in formaldeide (The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living del 1991), Koons riesce a sospendere in un attimo di perfetto equilibrio, in bilico tra la vita e la morte, un oggetto che, ancora una volta, recupera dalla cultura popolare. Per quanto forse davanti a un’opera del genere arrivi allo spettatore prima il riferimento strettamente pop, penso che con un’osservazione più attenta sia inevitabile percepirne anche quella nota malinconica; quella sospensione che allude appunto allo stato di passaggio tra la vita e la morte.

 

Nelle opere di Koons si percepisce un certo gusto del kitsch, termine che però l’artista ha più volte dichiarato di non amare, preferendo sostituirlo invece con banality, che indubbiamente esprime bene il senso profondo di molto del suo lavoro. Scrive infatti l’artista: “La parola “kitsch” esprime automaticamente un giudizio su qualcosa. Ho sempre visto “banalità” come più libero”[2].

Quello che Koons vuole fare è rimuovere il senso di colpa che velatamente la classe borghese, almeno secondo lui, prova per i propri gusti “banali” e normalizzare l’apprezzamento anche per cose divertenti, dorate, brillanti ma soprattutto che fanno parte della loro quotidianità. Allo stesso modo vuole rimuovere il senso di colpa e di vergogna legato al tema della sessualità; realizza infatti una serie di opere dal titolo Made in Heaven insieme all’allora moglie Ilona Staller, nota come Cicciolina e celebre attrice di film da adulti. È una serie che pur facendo continuamente citazioni colte a partire dalla celebre Cacciata dal Paradiso di Masaccio affrescata nella fiorentina Cappella Brancacci, vuole normalizzare la sfera sessuale e spingere a un’accettazione completa di sé in tutti gli aspetti. È un peccato, dunque, che la mostra si soffermi poco, o sarebbe più corretto dire nulla, su questi aspetti del suo lavoro.

 

Nelle grandi sculture in acciaio della serie Celebration, iniziata dopo la separazione da Ilona con il conseguente allontanamento del figlio e dopo la morte del padre, la superficie riflette lo spettatore rendendolo parte dell’opera stessa. “Il lavoro dell’artista consiste in un gesto con l’obiettivo di mostrare alle persone qual è il loro potenziale. Non si tratta di creare un oggetto o un’immagine; tutto avviene nella relazione con lo spettatore. È qui che avviene l’arte” [3]

Gli oggetti appaiono leggerissimi ma allo stesso tempo profondamente attraenti: è il caso di Balloon Dog (Red) (fig. 6), davanti al quale è praticamente impossibile rimanere indifferenti: a cominciare da un ingenuo ma genuino “chissà come avrà fatto”, e passando da commenti più tecnici, si arriva inevitabilmente al sempreverde “potevo farlo anche io”, a testimoniare come sia molto difficile che un’opera del genere passi inosservata. Per quanto Koons deleghi la realizzazione di questa, come per Balloon Monkey (Blue) (fig. 1) – esposta magistralmente nel cortile di Palazzo Strozzi – a professionisti specializzati, egli segue tutto il lavoro in maniera maniacale, dalle fasi iniziali di carattere progettuale fino alla sistemazione degli ultimi particolari. Se in questi lavori lo spettatore ancora è cosciente di non trovarsi davanti a dei veri palloncini, e per quanto convinto non viene illuso, davanti a Hulk (Tubas) (fig. 7) o a Dolphin (fig. 8) è praticamente impossibile non cascare nel tranello. Il delfino gonfiabile di plastica usato dai bambini al mare è riprodotto nei minimi dettagli, dalle cuciture fino alle scritte in cinese sulla pancia. Solanto dopo aver letto nel cartellino, e comunque continuando a fare uno sforzo di fantasia, ci dobbiamo arrendere al fatto che quello che vediamo è effettivamente acciaio inossidabile. Si tratta di lavori estremamente costosi, ai quali Koons lavora con un’attenzione quasi maniacale; l’artista acquista infatti molte copie dell’oggetto in plastica, per poi selezionare quella che secondo lui è la più perfetta, alla quale affida il compito di fare da calco mandandola alla fonderia, assicurandosi in seguito che la resa pittorica sia esattamente identica a quella originale.

 

Concludiamo il percorso all’interno della mostra con quella che potremmo definire la pinacoteca personale o meglio ideale di Koons; egli realizza, infatti, una serie di riproduzioni di opere famose della tradizione pittorica e scultorea europea alle quali abbina delle sfere blu, le così dette gazing ball, ovvero palle di vetro realizzate a mano da artigiani specializzati della Pennsylvania, suo stato natale. Queste gazing balls vengono prodotte in gran numero (mediamente ne vengono presentate all’artista circa trecentocinquanta, prima che quest’ultimo ne trovi una di suo gradimento). Le sfere di vetro non sono perfette ma permettono allo spettatore di riflettersi e sono montate su copie in gesso di sculture celebri, come la Diana al bagno di Christophe-Gabriel Allegrain, esempio del rococò francese (fig. 9). Per la pittura Koons si ispira invece ad artisti italiani come Tiziano, Tintoretto e non solo, ma in questi casi non si tratta di vere e proprie copie; questi lavori hanno infatti dimensioni molto diverse dagli originali e sono dipinte da una schiera di pittori specializzati che non realizzano mai un lavoro perfettamente mimetico lasciando alcune differenze, sebbene quasi impercettibili, nella tonalità del colore. “La gazing ball condensa le informazioni e funge da interfaccia tra l’ambiente circostante e il rigoglio interiore” ha raccontato Koons, “ti fornisce la prospettiva dell’essere contemporaneamente dentro e fuori di te in relazione con il mondo esterno. Il riflesso ci afferma, ci incoraggia a muovere oltre i nostri confini e la nostra comfort zone portando l’esterno dentro e l’interno fuori”.[4]

 

Le opere di Koons spesso sono portatrici di profonde contraddizioni interne: rappresentano degli oggetti fuggevoli che però possono durare per sempre, danno l’impressione di fragilità pur essendo estremamente solide. La scelta dell’acciaio inossidabile non è affatto casuale: si tratta di un materiale che appartiene alla vita quotidiana, di un materiale che non ha niente di pregiato o grazioso, proprio come le immagini che rappresenta. Alla domanda di Joachim Pissarro, storico dell’arte e curatore, sulla scelta dell’acciaio, Koons risponde che “rappresenta il proletariato: è un materiale di tutti. La motivazione dell’arte è volerla condividere con gli altri. A mio parere, l’acciaio inossidabile rappresenta la durevolezza e non cerca di essere ciò che non è. Accetta ciò che è e rende al massimo livello”[5].

 

 

Note

[1] Intervista con Joachim Pissarro, in Jeff Koons. Shine, catalogo della mostra a Palazzo Vecchio, Marsilio, Firenze 2021, p. 38.

[2] Jeff Koons. Conversations with Norman Rosenthal, Londra 2014 p. 140, citato in Jeff Koons, 2021, p. 23.

[3] Jeff Koons, 2021, p. 37.

[4] Jeff Koons, 2021, intervista p. 49.

[5] Ibidem.

 

 

Bibliografia

Jeff Koons. Shine, catalogo della mostra a Palazzo Vecchio, Marsilio, Firenze 2021.

Molinaro, G. Romano (a cura di), Jeff Koons. Retrospettivamente, Postmedia Book, Milano 2007.

Risaliti (a cura di), Jeff Koons in Florence, catalogo della mostra a Firenze del 2015, Forma edizioni, Firenze 2016.

 

Sitografia

https://www.palazzostrozzi.org/ (Sito della Fondazione Palazzo Strozzi)

http://www.jeffkoons.com/ (Sito dell’archivio di Jeff Koons)

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