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A cura di Felicia Villella

 

Introduzione. Un esempio di fruibilità e valorizzazione

Pochi sanno che alla fine dell’Ottocento un evento fortuito portò un contadino poco scaltro al ritrovamento di uno dei tesori più importanti della Magna Grecia, tra i vigneti e gli uliveti di un ricco proprietario terreno nei pressi dell’antica colonia greca di Terina, oggi Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro.

Si tratta del Tesoro di Sant’Eufemia, o di Terina per l’appunto, oggi conservato tra le teche del British Museum di Londra. Un destino travagliato che ha portato la famiglia dei proprietari terrieri ad affidare con gli anni quello che restava del tesoro ad un antiquario di Roma che avviò la trattativa di vendita con uno dei più famosi musei al mondo.

Fig. 1 – Tesoro di Sant’Eufemia, gli ori della collezione. Fonte: https://www.britishmuseum.org/collection/object/G_1896-0616-1.

Non sono chiarissime le vicende legate al ritrovamento, pochi sono i documenti ufficiali e tutti redatti dai sindaci del tempo che si contendevano il ruolo del ritrovamento; di sicuro c’è solo che buona parte degli ori fu venduta e fusa prima che il proprietario terriero si fosse sincerato dell’accaduto e procedesse con il recupero di ciò che ne rimaneva.

La collezione conta diversi monili tutti in oro contraddistinti da una lavorazione particolare che li riconducono tutti allo stesso maestro orafo, probabilmente una maestranza locale (il famoso Maestro di Sant’Eufemia) o forse si potrebbe trattare di una importazione dalla vicina Puglia dove numerosi erano i centri orafi attivi, basti pensare agli Ori di Taranto.

Tra i pezzi ritroviamo una lunga catena a chiusura leonina, un anello scarabeo, un anello con Atena, una serie di pendenti tra cui uno a protome femminile bifronte, una serie di laminette riconducibili ad un cinturone, alcuni ganci di orecchini, dei dischi con raffigurazioni mitologiche ed un diadema.

Proprio il diadema, il pezzo più evocativo forse dell’intera collezione, è stato preso in considerazione in un recente progetto ambizioso di fruizione e valorizzazione.

Il diadema del tesoro di Sant’Eufemia

Il gioiello si presenta come una lunga fascia sagomata, saldata ad un frontone triangolare, scanalato in modo da conferire una tripartizione che ne scansisce la decorazione speculare, se si immagina una linea divisoria posta centralmente che lo divide in due. Le estremità presentono due ganci che con molta probabilità dovevano essere collegati ad una striscia in cuoio o stoffa per permettere l’ancoraggio alle ampollose acconciature elleniche. La decorazione è prettamente floreale: due tipologie di vegetazione si alternano a spirale o con andamenti lineari, fino a culminare nella figura centrale posta a coronazione del diadema: una Gorgone o il titanio Elio. Una particolarità sta in una riparazione storica presente sul diadema che lascia ipotizzare con una certa sicurezza la possibilità che sia stato usato in vita dalla proprietaria.

Tenendo presente che la collezione degli ori è stata in mostra presso il Museo archeologico Lametino nella città di Lamezia Terme solo in un’unica occasione negli anni Novanta per concessione di un prestito da parte del British Museum, e considerando anche che la documentazione fotografica di cui si dispone è circoscritta ad una serie di immagini direttamente fruibili online datate al momento della musealizzazione dei reperti, il progetto ha voluto sfruttare la tecnica del 3D per fornire un modello digitale direttamente fruibile, anche nel luogo del rinvenimento del diadema.

Nel lavoro “Il Tesoro di Sant’Eufemia rinasce in 3D: esempio di digitalizzazione di reperti non direttamente fruibili” edito da Archeomatica, un team di ricerca indipendente con il solo ausilio delle immagini di archivio e senza interagire direttamente con il bene, è stato in grado di dare “vita digitale” al diadema, valorizzandolo e rendendolo fruibile a 360°.

Fig. 2 – Il Tesoro di Sant’Eufemia: il diadema, ricostruzione 3D. Fonte: https://www.britishmuseum.org/collection/object/G_1896-0616-1.

Il lavoro apre la strada ad un settore particolarmente battuto nel settore dell’archeologia, soprattutto in presenza di reperti particolarmente fragili dove l’uso di un modello 3D potrebbe ovviare alle problematiche legate alla poca maneggiabilità del bene, una condizione valida anche nel caso del Tesoro di Sant’Eufemia; ma soprattutto si presta ad innumerevoli funzioni, dalla possibilità di lavorare sulla realtà aumentata alla riproduzione in stampa 3D del diadema.

Quest’ultima aspettativa permetterebbe a sua volta di affacciarsi su un doppio orizzonte: da un lato la possibilità di lavorare sul concetto di inclusività e pensare a reperti da sfruttare nelle sezioni tattili nei punti didattici dei musei, dall’altro permetterebbe di avere fisicamente una copia fedele nel luogo di rinvenimento della collezione senza il bisogno di uno studio diretto del bene.

 

 

Bibliografia e sitografia

 

De Sensi Sestito G., Mancuso S., Il Lametino antico e Terina-Magna Grecia dall’età protostorica all’età romana, in Mazza F. (ed.), Lamezia Terme. Storia, Cultura, Economia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2001, pp. 25-57.

Dyfri W. (a cura di), Il tesoro di Santa Eufemia. Gioielli lametini al British Museum, traduzione di Baiocchi M., Donselli ed., Roma 1998.

Villella, F. La Trofa, G. Simonetta, Il Tesoro di Sant’Eufemia rinasce in 3D. Archeomatica, 12(1) 2021. doi: https://doi.org/10.48258/arc.v12i1.1783.

Mancuso S., Il tesoro di Sant’Eufemia: nuovi dati sulla scoperta, in De Sensi Sestito G. (ed.), Fra l’Amato e il Savuto, Studi sul lametino, Tomo II, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1990, pp. 209-236.

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Spadea R., Prime voci di un abitato in contrada Iardini di Renda (S. Eufemia Vetere), in De Sensi Sestito G. (ed.), La Calabria Tirrenica nell’antichità. Nuovi documenti e problematiche storiche, Atti del Convegno (Rende – Università della Calabria, 23-25 Novembre 2000), Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2008, pp. 413-420.

Van Den Driessche B., Le trésor de bijouterie de Santa Eufemia, in L’Antiquité Classique, 1973, pp. 552-563.

Williams D., Ogden J., Greek Gold. Jewellery of the Classical World, BMP, London 1994.

 

 

FELICIA VILLELLA

Nata calabrese classe ‘88, si laurea prima in Scienze e tecniche per il restauro e la conservazione dei Beni Culturali nel 2009 e poi con lode in Scienze e tecnologie per la conservazione e il restauro per i Beni Culturali (LM11) nel 2011 presso l’Università della Calabria.
Prosegue gli studi nel settore, terminando un corso di perfezionamento in Restauro applicato all’archeologia subacquea. All’interno dell’equipe del Grande Progetto Pompei collabora alla redazione del documento di VAS, oltre alla realizzazione di Tavole Tecniche Progettuali in riferimento al Piano strategico UNESCO per i Comuni di Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata, Pompei, Trecase, Boscotrecase, Boscoreale e Castellammare di Stabia.
Attualmente svolge attività di tirocinio presso il Museo Archeologico Lametino.
Pubblica articoli relativi al patrimonio culturale calabrese su riviste scientifiche accreditate sia come ricercatrice autonoma che in collaborazione con il dipartimento DiBEST dell’Università della Calabria.
È coautrice del volume La conoscenza per il restauro e la conservazione – Il Ninfeo di Vadue a Carolei e la Fontana Nuova di Lamezia Terme (FrancoAngeli Edizioni, 2012).
Scrive come freelance blogger per il sito internet www.progettostoriadellarte.it, nella sezione Discovering Italia, come referente della regione Calabria dal settembre del 2015.
Matura parallelamente una propensione per le arti figurative e la fotografia digitale, e realizza l’immagine di copertina del romanzo Quando fioriscono le mimose (Amazon, 2017) e le illustrazioni dei libri per bambini Mirta e la Polvere d’Oro (Amazon, 2018) e Mirta e i Fiorincanto: Acanto (Scatole Parlanti, 2019).

 

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