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Ponte Vecchio a Bassano del Grappa

Il Ponte degli Alpini, generalmente noto come “Ponte Vecchio”, a Bassano del Grappa, è considerato come uno tra i più belli e caratteristici ponti d’Italia. Costruito interamente in legno, le sue vicende non sono delle più felici, in quanto il ponte dovette subire numerosissimi interventi e ricostruzioni a seguito di continui cedimenti e crolli.

Le prime testimonianze giunteci sul ponte risalgono al 1124 e al 1209, intervallo di tempo in cui si rese necessario costruire un ponte che collegasse le due sponde del Brenta per motivi di carattere economico, sociale e militare. Nell’agosto del 1402 una piena farà crollare una prima volta il ponte che, subito ricostruito, verrà incendiato nel 1511 dalle truppe francesi con il fine di sfuggire all'esercito imperiale durante la guerra della Lega di Cambrai.

In seguito alla piena del 1567 fu interpellato il celebre architetto Andrea Palladio il quale progettò dapprima un ponte in pietra completamente diverso dal precedente, a tre arcate sul modello degli antichi ponti romani, bocciato tuttavia dal Consiglio in quanto troppo lontano dalla struttura tradizionale.

Un secondo progetto definitivo sarà quindi presentato dall’architetto nel 1569 consistente in un ponte di legno rievocante la struttura precedente, sebbene radicalmente rinnovata quanto a soluzioni tecniche e strutturali. Unico rimando al linguaggio specificatamente architettonico è l'uso di colonne tuscaniche come sostegni dell'architrave che regge la copertura a due falde formata da serie di capriate in legno.

L’efficacia e la maestria palladiana faranno sì che il ponte resista per circa duecento anni, fino al 1748, quando verrà travolto da un’altra inevitabile piena del Brenta. A seguito dei tre crolli successivi tuttavia, il ponte sarà sempre ristrutturato cercando di mantenere le efficienti forme palladiane. Particolarmente nota e ricordata è la traversata del ponte da parte delle truppe italiane del generale Luigi Cadorna, durante il corso della prima guerra mondiale, per affrontare la difesa dei territori dell'altopiano dei Sette Comuni.

La tutela e la salvaguardia del Ponte Vecchio continuano tuttavia a mantenere vivo l’interesse anche ai giorni nostri: a causa infatti delle precarie condizioni di stabilità sono stati ufficialmente avviati il 2 maggio di quest’anno i lavori di restauro che hanno visto l’affido del cantiere alla Inco srl di Pergine Valsugana, ditta trentina che, in circa due anni e mezzo, avrà dunque il compito di rimettere a nuovo il manufatto simbolo della città.

Iniziative dunque che fanno ben sperare per le sorti del nostro ponte se non fosse per la recente sospensione dei lavori da parte del Consiglio di Stato, che congela l’attività fino al prossimo 6 luglio. Il dissenso generale si è subito fatto sentire ma le condizioni del monumento palladiano, di giorno in giorno, si fanno sempre più precarie soprattutto in vista di possibili “brentane”.

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Badia di S. Lorenzo

A nord di Trento, tra edifici e strutture di recente costruzione si erge l’antica Badia di San Lorenzo, uno dei pochi edifici a testimonianza di quello che era la “Tridentum” medievale, ovvero la città che venne eretta dai romani all’inizio dell’era cristiana. Un monastero quello di San Lorenzo che ha mantenuto nel tempo la sua struttura originaria medievale, nonostante negli anni abbia subito notevoli danni causati dalle guerre e dalle inondazioni del fiume Adige.

La badia è in stile romanico lombardo ed è orientata da ovest verso est, secondo la consuetudine medievale. Colpisce lo sguardo la varietà cromatica dell’edificio, realizzato in pietra bianca e rossa di Trento, e nella parte sommitale dell’aula, del campanile e nel tiburio, in laterizio. La facciata è a salienti, cioè con le falde del tetto che seguono l’altezza delle navate, e il campanile, la cui costruzione risale alla prima metà del XVII secolo, è caratterizzato da quattro bifore, nella cella campanaria, e da una torretta con finestre ovali e piccole piramidi angolari in pietra bianca, nella parte sommitale.

L’aspetto più interessante della struttura esterna è sicuramente la decorazione dell’abside maggiore, marcata da leggere semicolonne con otto capitelli, decorati con motivi ad intreccio, aquile, teste angolari, legati tra loro da una corona di archetti ciechi.

La chiesa ha una pianta di tipo basilicale a croce latina, con il transetto che non oltrepassa la larghezza delle navate. La Badia è piuttosto grande si estende, in lunghezza, per 38 metri e in larghezza per 14 metri e presenta un’aula divisa in tre campate collegate tra loro da archi in pietra a tutto sesto che sostengono le volte a crociera. Le vele delle volte sono dipinte con il motivo della stella domenicana e profilate con bande a decorazioni geometriche.

Nell’area presbiteriale lo stile romanico è stato abbandonato per accostarsi a forme più slanciate tipiche dello stile gotico; infatti nell’area sacra dell’edifico sono stati utilizzati quattro archi a sesto acuto, sollevati da quattro robusti pilastri a sostegno di una grande cupola ottagonale. Questa struttura architettonica è la parte più interessante dell’edificio, in quanto il quadrato delimitato dai quattro pilastri si raccorda all’ottagono (forma che richiama la resurrezione dell’ottavo giorno) della cupola mediante quattro pennacchi di ascendenza orientale. La cupola del tiburio è infine decorata con il motivo della stella domenicana e al centro con l’Agnello di Dio, simbolo cristologico.

Le origini della badia di San Lorenzo sono oscure ed incerte; fu solo lo storico Giovanelli ha supporre che il nome di “San Lorenzo”, dato al tempio cristiano e all’omonimo ponte sul fiume Adige avesse origine dalla presenza in questo luogo di un sacello sacro di età romana dedicato alla divinità pagana “Larenzia”. Sopra queste rovine pare sia stato eretta una prima struttura cristiana, a carattere assai informale, che venne poi ricostruita tra il 1166 e il 1183 dai monaci benedettini, provenienti dal monastero di Vallalta (Bergamo).

Tra il 1166 e il 1183, i benedettini costruirono l’attuale Badia di San Lorenzo con annesso un grande convento, oggi demolito, e, secondo lo spirito del fondatore, alternarono a Trento lo studio monastico con il lavoro di un vasto appezzamento di terreno, situato sulla destra del fiume Adige, che, in quel tempo percorreva un alveo ben diverso dall’attuale. Non sappiamo il nome del magister che progettò l’edificio, ma è necessario sottolineare la presenza a Trento di un magister Lanfranco, costruttore e fratello di Israele, abate presso il monastero bergamasco di Vallalta, il quale dovette avere un ruolo principale nella costruzione del nuovo tempio religioso dedicato a San Lorenzo.

Nonostante le liti fra gli abati e i monaci benedettini, il monastero riuscì a godere di un lungo periodo di prosperità determinato dalla concessione ai Benedettini di molte terre nei dintorni di Trento. Questa situazione non permase però a lungo, in seguito a funesti incendi e inondazioni, il patrimonio territoriale dei monaci benedettini subì un drastico esaurimento tanto che la chiesa e il monastero di San Lorenzo vennero ceduti ai Padri Predicatori di San Domenico.

La decisione di cedere ai Domenicani il Convento con la chiesa annessa fu del vescovo di Trento, Aldrighetto di Castelcampo (1232-1247), quando nell’agosto del 1235 il numero dei monaci si era ormai ridotto notevolmente. Il complesso di San Lorenzo rimase ai Padri Predicatori fino al 1778, anni nei quali i Domenicani restaurarono la chiesa nelle parti fatiscenti, furono realizzate le sopraelevazioni in cotto, la navata centrale fu alzata e furono costruite le volte a crociera e le arcate a sesto acuto.

Dopo il 1778 il complesso abbaziale rimase in uso a vari distaccamenti militari e subì diversi danni, tra cui la demolizione del convento tra il 1933 e il 1934 e il danneggiamento della chiesa durante i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale.
Nel 1955, per interessamento del padre cappuccino Eusebio Jori, la chiesa venne restaurata e riaperta al culto con la qualifica di “Tempio civico” e da allora la chiesa è rimasta ad uso dei frati cappuccini della Provincia di Trento.

Sottoposta al degrado dell’alluvione che colpì Trento nel 1966, dove l’acqua raggiunse i sei metri di altezza, la chiesa mostrava, verso la fine degli anni ottanta, notevoli segnali di dissesto strutturale, specie nel campanile e nel tiburio. La stabilità della chiesa era talmente compromessa da intraprendere una importante campagna di studi dell’intero edificio, affidata all’architetto Andrea Bonazza, che si concluse con un radicale risanamento strutturale.

L’opera di restauro della Badia di San Lorenzo ha interessato il sito per quasi un decennio, dal 1989 al 1998; un periodo così prolungato che ha permesso di elaborare un importante processo conoscitivo dell’edificio, arricchitosi di scoperte archeologiche, storiche ed architettoniche. Tra i reperti archeologici di notevole importanza, rinvenuti nei dintorni della badia, un bronzetto raffigurante Mercurio del I-II secolo, una moneta risalente al 330-350 d. C. e le tracce della prima chiesa, già esistente nel 1146, con annesso campo cimiteriale.

Bibliografia

  • AA. VV., La badia di S. Lorenzo a Trento, Trento, Manfrini, 1978
  • AA. VV., La Badia di S. Lorenzo Tempio Civico, Trento, Saturnia, 1955
  • Brunet Chiara Stella, La Badia di S. Lorenzo a Trento, Trento, Nuove Arti Grafiche, 2012
  • Grosselli Andrea, La Badia di S. Lorenzo a Trento, Rovereto, Stella, 2005
  • Wenter Marini G., La chiesa di S. Lorenzo a Trento – scavi e restauri, in “Studi Trentini”, 1, 1920, pp. 97-108

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Santa Maria Assunta di Atri

La chiesa di Santa Maria Assunta è uno degli esempi più belli di architettura medievale in Abruzzo. La sua è una storia molto complessa ed articolata che passa attraverso diverse fasi architettoniche.

L'edificio fu ricostruito intorno alla fine del Duecento, con molta probabilità nel 1285, sopra una chiesa del IX-X secolo, sorta a sua volta su un edificio termale romano. Ancora oggi, al di sotto della chiesa si trova una grande cisterna romana quadrata risalente alla prima metà del III secolo a.C. Nel II secolo d.C. al di sopra della cisterna venne costruito un edificio termale, articolato in due sale, una delle quali contenente una vasca esagonale.

Di questa costruzione restano tracce di pavimento a mosaico in tessere bianche e nere raffiguranti pesci ed animali marini. L'uso di questa struttura non è mai stato interrotto. Si può supporre che in età altomedievale venne realizzato su di essa un edificio di culto al cui interno la vasca assunse la funzione di fonte battesimale seppure in un'insolita posizione, vicino al presbiterio.

Questo nuovo organismo inglobò e sfruttò le strutture romane ancora esistenti attraverso opere di restauro e rifacimento. Nel corso del XI secolo venne edificata una grande chiesa benedettina, a tre navate, portata a termine nei secoli successivi. Ampi tratti di muraglia di quell'epoca restano oggi nella parte posteriore della chiesa ed indicano quanto grandioso fosse il progetto che prevedeva una struttura a tre navate senza transetto né absidi. Alla stessa epoca risale il monastero costruito dietro la chiesa di cui si conserva il chiostro, che è il più antico della regione.

La costruzione avviata prima del 1100 fu ripresa e completata assai lentamente nel corso del XII e XIII secolo. Su questo organismo venne, con molta probabilità, riedificata la chiesa romanica, come testimoniano la consacrazione del 1223 e l'innalzamento a diocesi nel 1252. La nuova chiesa, che doveva essere a cinque navate con transetto, cinque absidi e campanile isolato rispetto all'organismo principale, subì un'altra decisiva opera di trasformazione realizzata nella seconda metà del XIII secolo, alla quale si deve la configurazione attuale.

La facciata a blocchi squadrati risulta divisa verticalmente in tre parti da quattro lesene, due delle quali poste sugli spigoli, le altre due incorniciano il portale e il rosone. La terminazione non è quella originaria a cuspide che deve essere caduta a causa del terremoto del 1563. Oggi essa si presenta rettilinea delimitata orizzontalmente da una cornice ad archetti pensili trilobati.

Il prospetto posteriore confina con il chiostro perciò non è visibile dall'esterno. Il lato meridionale presenta ben tre portali. Tutta la parete è scandita da dieci lesene e da otto strette finestre con arco a tutto sesto. La parte finale di questo lato confina con la chiesa di Santa Reparata, sorta inizialmente come cappella e in seguito trasformata in chiesa. Il lato settentrionale, anch'esso scandito da lesene, verso la parte finale è coperto dalla sacrestia ed altri edifici realizzati dal XVI secolo in poi ed è interrotto dal campanile che risulta staccato dalla parete.

Quest'ultimo in alto termina in un tamburo ottagonale, culminante in una piramide, che presenta ad un primo livello delle bifore su ogni lato e ad un secondo livello delle aperture tonde incorniciate da tasselli in vetro e maiolica. Il chiostro, adiacente al lato posteriore della chiesa, è per tre lati costituito da due piani con doppio loggiato realizzati in epoche diverse.

Il lato mancante di loggiato presentava in origine un porticato, in seguito assorbito dal chiostro, dal quale si accedeva alla cisterna romana già riconvertita in luogo di culto. Lo spazio interno è suddiviso in tre navate da pilastri di diversa forma, quelli della prima metà sono rettangolari con semicolonne addossate, quelli della seconda metà sono rivestiti da un rinforzo ottagonale.

Su di essi poggiano gli archi a sesto acuto che definiscono le campate. Anche queste ultime si diversificano in due tipologie; le prime quattro sono piccole e a pianta rettangolare, quelle verso il presbiterio sono ampie e a pianta quadrata. Queste differenze sono espressione di due fasi diverse di intervento. Uniche aperture che gettano luce sulle navate sono due monofore ad arco interno trilobato.

La copertura attuale è costituita da un soffitto a capriate lignee che è stato ripristinato nel Novecento mediante eliminazione della copertura a volta di origine ottocentesca. La zona presbiteriale è chiusa da una parete rettilinea ed è illuminata da un'unica apertura sferica dopo che è stata chiusa la monofora sottostante per dare continuità al ciclo pittorico.

La chiesa custodisce al suo interno preziosissime testimonianze pittoriche di varie epoche ed autori, che costituiscono un insieme di straordinario valore artistico. Prima e più antica testimonianza pittorica è l'affresco con l' "Incontro dei Tre Vivi e dei Tre Morti" databile alla metà del Duecento, che rappresenta il macabro incontro che tre giovani nobili, seguiti da paggi e cavalli, fanno con tre scheletri usciti dalle tombe.

L'opera è un capolavoro assoluto di grazia cortese, soprattutto per quel che riguarda i "ritratti" dei tre vivi, rappresentati con dovizia di particolari negli abiti e atteggiati in pose che ne rivelano lo sgomento. Il tema, caro alla tradizione basso medievale, è quello dell'eterno ammonimento sulla vanità delle cose del mondo, reso dall'artista con la delicatezza di una miniatura francese. La controfacciata e le navate conservano vaste porzioni di affreschi databili dalla metà del XIV alla fine del XV secolo e oltre, quasi tutti di elevato livello qualitativo.

Ma senza dubbio spicca la mirabile la visione che offre il Coro dei Canonici, con alle pareti il ciclo pittorico di Andrea de Litio. Esso costituisce non solo il capolavoro immortale del pittore, ma la più vasta opera pittorica del primo rinascimento in Abruzzo a dimostrazione delle risultanze a cui potevano giungere le idee innovatrici fiorentine (con particolare riferimento alle novità della prospettiva di Piero della Francesca e Paolo Uccello), fuori Toscana, in una regione, nel regno napoletano, molto sensibile all'evolversi degli stili e delle forme.

Nel ciclo sono rappresentate le storie di Gioacchino, nelle pareti superiori, e di Maria, in quelle mediane e inferiori: in totale 101 pannelli per 26 scene. In alto una crociera con ampie figure di Evangelisti e Dottori della Chiesa, disposti come in Assisi da Giotto nella chiesa di S. Francesco.

La crociera è completata nei pennacchi da plastiche figure femminili, personificazioni delle Virtù e da tondi contenenti ritratti di personaggi, in posa frontale o di profilo. Nei tre registri del coro, occupati dalle Storie di Gioacchino e della Vergine, si aprono ampie prospettive che inquadrano portici, palazzi dell'epoca, interni domestici, descritti con dovizia di particolari e senso narrativo del racconto che avvicinano la pittura di Delitio a quella di un nutrito gruppo di artisti ancora in bilico tra raffinatezze tardogotiche e rigore rinascimentale quali Masolino da Panicale, Gentile da Fabriano, Domenico Veneziano e Beato Angelico.

Bibliografia

  • Trubiani, B., Atri Città d'arte, Edizioni Menabò - D'Abruzzo
  • Trubiani, B., La Basilica-Cattedrale di Atri, Arti Grafiche T. Pappagallo & F. lli -Roma

Sitografia

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Arquà e Francesco Petrarca

Arquà Petrarca è uno dei borghi più belli d’Italia che sorge ai piedi dei Colli Euganei.

Scavi ottocenteschi testimoniano l’origine antica del paese: furono infatti ritrovati reperti risalenti all’età del bronzo, nonché ritrovamenti di età romana. Durante il periodo medievale fu eretto il castello dove si sviluppò l’antico villaggio ancora oggi conosciuto con le denominazioni di “Borgo di Sopra e di Sotto”, ma con la guerra del 1322 tra Carraresi e Scaligeri, questo venne incendiato e abbattuto.

È proprio in questo periodo che compare la figura del noto letterato Francesco Petrarca; egli infatti si trovava, nel 1364, nella zona di Abano Terme (paese confinante ad Arquà) per sottoporsi a delle cure termali a causa della scabbia. L’anno successivo il poeta riuscì ad ottenere il titolo di canonico nella chiesa di Monselice e, nel 1369, gli vennero concesse alcune terre proprio nel borgo di Arquà.

Negli appezzamenti di terra a lui donati, iniziò una serie di ispezioni per la casa, umile ma dignitosa che sicuramente si distingueva dalle dimore contadine, dove nel marzo 1370 si trasferì definitivamente. È proprio qui che decise di trascorrere gli ultimi anni della sua vita, in un borgo che gli ricordava la campagna toscana, che gli dava pace e tranquillità e lo faceva sentire a casa, tanto che egli stesso scrisse: “Vasti boschi di castagni, noci, faggi, frassini, roveri coprivano i pendii di Arquà, ma erano soprattutto la vite, l’olivo e il mandorlo che contribuivano a creare il suggestivo e tipico paesaggio arquatense”.

In seguito alla morte del poeta, la casa passò per diversi proprietari e, intorno al 1500, Pietro Valdezocco decise di restaurarla, facendo affrescare le pareti con le storie tratte dai componimenti di Petrarca e fece edificare una loggetta esterna. La tomba, costruita sei anni dopo la morte, è un’arca in marmo rosso di Verona; ricorda, inoltre, gli antichi sarcofagi romani e si rifà alla tomba di Antenore che si trova nella medesima piazza nel centro storico di Padova.

È il tipico luogo dove abbandonarsi al silenzio e alla pace interiore, dove poter raggiungere il proprio “io” e concentrarsi su sé stessi, dove potersi lasciare avvolgere dalla natura che lo circonda, dove storia, panorami mozzafiato, letteratura e probabilmente un po’ di tristezza si mescolano e trasportano il visitatore nel Trecento. Proprio per tutta questa serie di motivazioni, Arquà Petrarca è definibile come una vera e propria macchina del tempo.

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Castello di Manfredonia

Nel quindicennio manfrediano la politica delle fortificazioni appare caratterizzata da elementi che hanno un forte rapporto con il passato e con l’antico, in particolare per quanto riguarda il sistema castellano federiciano che non studia le modalità attraverso le quali creare delle differenze sostanziali tra le architetture della sua epoca e quelle militari e civili del periodo normanno.

Come il padre, anche Manfredi vuole porre la sua attenzione nei confronti delle strutture castellari regie; tra le varie innovazioni vuole dotare la città di Manfredonia di un sistema portuale dotato di mura tra il 1256 – 1258 e, per l’occasione, fa costruire una torre quadrata che verrà posta in seguito all’interno del Castello.
Il Castello di Manfredonia non è il frutto di un progetto unitario concepito fin dalla sua origine così come oggi ci appare, ma è il risultato di trasformazioni, ampliamenti e rifacimenti avvenuti in epoche diverse.

In origine tutta la struttura consisteva in uno spazio quadrilatero racchiuso da una cinta muraria raccordata da cinque torri a pianta quadrata, di cui quattro poste agli angoli e la quinta ubicata presumibilmente nei pressi della porta principale di Nord-est. I rimaneggiamenti delle epoche successive faranno assumere un aspetto estetico totalmente differente rispetto all’originario: la quinta torre, essendo stata smembrata, conserva poche tracce, mentre le altre, ad eccezione di quella posta a Sud-est, hanno cambiato la loro struttura formale da strutture quadrangolari a torrioni a pianta cilindrica.

Come tutti i castelli fortificati che si rispettino, presenta un torrione più alto degli altri: è consuetudine dei castelli medievali essere collocati su una motta, considerata il punto più alto della città, dalla quale spiccava il “donjon” (o “dongione”), torrione fortificato più alto degli altri che serviva come rifugio in caso di attacco nemico o abitazione del castellano.

Il castello di Manfredonia si connota, dal punto di vista architettonico, per una predominante derivazione sveva, geometricamente impostata e dalla linearità regolare della struttura, caratteristiche che lo accomunano anche ai castelli svevi costruiti fuori dall’Italia. Le fonti documentarie non confermano altrettanto però, visto che datano la costruzione al periodo di Re Carlo I d'Angiò.

Infatti i primi documenti che parlano del Castello di Manfredonia provengono proprio dalla Cancelleria angioina e risalgono all’aprile del 1279: in essi si fa riferimento al reclutamento di manodopera specializzata per l’inizio dei lavori, ma un’altra ipotesi probabilisticamente accettabile è quella in virtù della quale gli Angioini abbiano sopraelevato il Castello su fondazioni preesistenti, inserendole in un progetto più grande che ricordava gli albori della dinastia sveva, rendendole quasi omaggio, soprattutto ad un personaggio come Manfredi.

Con il governo della casa d’Aragona, (1442), si assiste ad un ulteriore processo di visibile trasformazione del Castello: negli ultimi anni del XV secolo, gli Aragonesi, all'interno di un complessivo progetto di fortificazione delle strutture difensive delle più importanti città costiere, dispongono per il Castello di Manfredonia la costruzione di una nuova cortina muraria inglobante la struttura primitiva. A queste mura viene data una leggera inclinazione “a scappata” tale da renderle più rispondenti alle mutate esigenze dell’arte difensiva conseguenti all’uso dell’artiglieria (dovete sapere che all’epoca, per mandar via il nemico, una delle modalità più gettonate era l’olio bollente.

Veniva occupato tutto il perimetro superiore della balaustra del Castello, comprese le torri e da quella posizione si gettava giù; la facciata a scappata consentiva uno scorrimento maggiore e più veloce dell’olio in questione). I torrioni cilindrici posti agli angoli della fortificazione presentano un ordine “casamattato”, detto così perché ospitava i cannoni e l’artiglieria per le battaglie ed era il luogo più sicuro del Castello, “a prova di bomba” come si suol dire; la casamatta, appunto, era il luogo che veniva distrutto per ultimo durante gli assedi poiché era chiuso all’interno e coperto nella parte superiore.

L’unico problema era che, quando si caricavano i cannoni o le armi oppure in caso di una bomba tirata con la catapulta che riusciva a raggiungere l’interno della casamatta, il fumo veniva trattenuto all’interno. La protezione era soltanto esterna per intenderci: la casamatta aveva comunque delle aperture per consentire la sistemazione delle bocche dei cannoni, ma se un esplosivo riusciva a raggiungere l’interno non c’era via di scampo in quanto dalla casamatta si poteva entrare ma non si poteva uscire.

La costruzione del grosso bastione posto ad Ovest del Castello, denominato dell’Avanzata o dell’Annunziata, segna per l’edificio un’altra tappa nella storia della sua edificazione, che nel corso del tempo è mutata anche nel Novecento, dando al Castello di Manfredonia l’aspetto che vediamo oggi.

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Cattedrale di Sorrento

La Cattedrale di Sorrento sorge nel centro storico della città, ed è cattedrale dell'arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia. Dal momento della sua consacrazione, avvenuta nel 1113 ad opera del cardinale Riccardo de Albano, fu interamente riedificata da Mons. Giulio Pavesi dopo la terribile invasione dei Turchi nel 1558, per essere definitivamente trasformata in stile barocco dagli arcivescovi Didaco Petra e Filippo Anastasio nel 1700. Dell’antica facciata, andata perduta a causa di una tromba d’aria e completamente rifatta in stile neogotico nel 1924, si conserva solo l’ingresso, adorno di due colonne di marmo rosa.

Gli ingressi in totale sono tre, e presentano tre lunette affrescate raffiguranti la vergine Assunta (quella centrale) e i santi Filippo e Giacomo (quelle laterali). La parte superiore della facciata presenta un bordo decorato ad archetti ciechi, un rosone centrale e due laterali; la facciata si completa con due lapidi, una che ricorda i lavori voluti dal vescovo Giuseppe Giustiniani e l'altra il poeta Torquato Tasso.

L'interno della chiesa è a croce latina, con tre navate separate da pilastri; sopra l'ingresso vi è l'organo, realizzato nel 1901 da Mons. Giuseppe Giustiniani e decorato dai fratelli Fiorentino nel 1901. Il soffitto, piano, presenta tele in stile barocco raffiguranti martiri sorrentini del II secolo. Il presbiterio è caratterizzata da un soffitto decorato con tele di Giacomo del Pò, realizzate nel 1700, e raffiguranti l'Assunta e San Filippo e Giacomo; in fondo vi è il coro ligneo ricco di intagli ed intarsi, opera di artigiani sorrentini (1936).

Nella navata di destra si aprono sette cappelline, tra cui una cappella con bassorilievi in marmo opera di Andrea Pisano raffiguranti gli apostoli e il Redentore; degno di menzione sono il fonte battesimale in cui, nel 1544, fu battezzato Torquato Tasso e la cappella dedicata ai primi quattro vescovi di Sorrento, le cui reliquie sono conservate sotto l'altare in marmo e la cappella del Sacro Cuore di Gesù. . In fondo alla navata di destra, nel cappellone del Santissimo Sacramento, si può ammirare un grande Cristo in Croce (XV sec.) posto su di un trono artistico di legno scolpito e dipinto del XVII sec.

Sull'altare maggiore è posta una pala di autore ignoto, del XVII secolo, raffiguranti San Filippo e San Giacomo. In fondo vi è un coro ligneo del 1938, in legno di noce del Caucaso e intarsiato dagli artigiani sorrentini. La cupola, affrescata nel 1902 da Pietro Barone e Augusto Moriani, presenta, negli otto spicchi in cui è divisa, i santi compatroni della diocesi.

Anche sulla navata sinistra vi sono sette cappelle, tra cui la cappella dedicata al Cuore di Maria, con al suo interno una statua lignea del Citarelli, e la cappella del Presepe, nella quale è esposto un presepe napoletano del XVII secolo; sullo stesso lato vi è anche la sacrestia, costruita nel 1608.

In fondo alla stessa navata, attraverso un arco, vi è l’ingresso, posto sotto un arco, al cappellone di S. Giovanni in Fontibus. Il fondo è ricco di stucchi secenteschi, mentre il pavimento è in maioliche napoletane del 1700.

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Cappella degli Scrovegni

Gli affreschi della cappella degli Scrovegli, eseguiti in solo due anni, possono essere considerati come l’opera più importante e meglio conservati di Giotto, diminutivo di Ambrogio o Angiolo di Bondone. In questi affreschi egli raggiunse il pieno controllo dei mezzi espressivi; perseguì con grande perizia gli effetti di plasticismo e spazialità , caratterizzando fortemente i personaggi conferendogli grande umanità.

La cappella è a navata unica, coperta da volta a botte e con pareti lisce, senza nervature, perfette per la stesura di affreschi; Giotto li stese su tutta la superficie, organizzandoli in quattro fasce divise da cornici geometriche. Il ciclo pittorico, incentrato sul tema della salvezza, comprende più di quaranta scene ed è focalizzato sulle Storie di Cristo nel lato Sud e su quelle che lo precedettero (Storie di Maria nel lato Nord e Storie di Gioacchino ed Anna nella fascia superiore di entrambe le pareti). La narrazione si svolge secondo un programma decorativo rigoroso, organizzato su tre registri.

Sulla controfacciata si trova poi un grande Giudizio Universale. Nella lunetta sopra l'altare è raffigurata l'Annunciazione. Il registro inferiore è costituito da quattordici Allegorie a monocromo che simboleggiano i Vizi e le Virtù, dove meglio emerge il plasticismo giottesco nel chiaroscuro monocromo, alternate a specchiature in finto marmo.

Chiude il tutto la volta con stelle a otto punte su un cielo blu oltremare. Essa è attraversata da tre fasce trasversali che creano due grandi riquadri, al centro dei quali due tondi rappresentano la Madonna col Bambino e il Cristo benedicente; otto Profeti fanno loro corona, quattro per riquadro.

Il carattere di ex voto della cappella è chiarificato nel Giudizio universale, con la rappresentazione del committente che offre alla Madonna, affiancata da san Giovanni e da santa Caterina d'Alessandria, un modello preciso dell'edificio, come lasciapassare per il Regno dei Cieli.

Le figure hanno un volume ancora più reale che ad Assisi, avvolte da ampi mantelli attraverso cui si capisce la modellazione dei corpi sottostanti. I personaggi protagonisti sono sempre maestosi e importanti, in un inimitabile equilibrio tra la gravitas della statuaria classica e le eleganze della cultura gotica, con espressioni sempre concentrate e profonde.

Più libero è l'approccio alle figure di contorno, vivacissime nelle fisionomie, nei gesti e negli atteggiamenti. Anche le architetture di sfondo non presentano più incertezze e concessioni allo sfondo irreale. Sono chiare e reali, proporzionate con le figure che interagiscono con esse. Si può quindi dire che Giotto ha attuato una riscoperta del vero: il vero dei sentimenti, delle passioni, della fisionomia umana, della luce e dei colori, nella certezza di uno spazio misurabile, anticipando in qualche modo la prospettiva del Quattrocento.

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Castello di San Gottardo Zeni

A circa 18 chilometri a nord di Trento, nella famosa pianura Rotaliana si trova la borgata di Mezzocorona. Nella parete del monte che sovrasta l’abitato è situato quasi in posizione inaccessibile, il diroccato complesso del Castel San Gottardo. Situato a nord ovest del paese, annidato in una singolare fenditura della parete rocciosa che si innalza sopra Castel Firmian, è uno dei più suggestivi esempi di costruzione medievale all’interno di una caverna o sotto roccia.

I suoi ruderi sono organizzati in una grande caverna, o “corona”, nome dato in Trentino ad un particolare tipo di costruzione all’interno di grotte o caverne situate su rocce strapiombanti, spalancata a quasi 200 metri al di sopra della piana alluvionale del fiume Noce. La corona diede il nome, oltre al castello (Corona de Mezo), alla borgata di Mezzocorona (villa Metzi de Corona).

In posizione predominante rispetto ai vicini castelli, dall’alto della parete rocciosa poteva controllare i traffici nella sottostante piana, lungo l’antica strada romana che correva ai piedi della falesia sotto Castel Firmian, e il guado sul fiume Noce tra Mezzocorona e Mezzolombardo. Nel Medioevo era quindi un punto strategico per il controllo della viabilità e inoltre la sua posizione quasi inaccessibile lo rendeva luogo di sicuro rifugio per le popolazioni del fondovalle in caso di pericolo e di calamità.

Il castello è costituito da un muro di cinta, alto fin oltre i 5 metri che corre sul bordo del dirupo chiudendo interamente la caverna e proteggendo i vari corpi di fabbrica di residenza e di servizio: a est il cosiddetto Palazzo Inferiore, al centro, presso la fonte e i ruderi della chiesetta castellana di San Gottardo, il Palazzo Superiore o Casa dell’Eremita, a ovest gli avanzi della Torricella, della Rimessa, dell’Armeria e del Corpo di Guardia principale. L’accesso al castello è tra la continuazione ovest del Palazzo Inferiore e la cortina muraria segnalato da una porta ad arco a tutto sesto e da un grande dipinto ad affresco quadrangolare raffigurante il doppio stemma della famiglia nobiliare dei da Metz.

Il castello apparteneva al feudo dei conti di Appiano, ma un documento del 1183 segna il passaggio ai signori di Livo, della valle di Non, che acquisirono la denominazione da Mezo, diventati in seguito vassalli del conte Tirolo, e successivamente il castello passò ai Wolkenstein e poi ai nobili Firmian. Solo verso la fine del XV secolo, in un clima politico e militare ormai mutato il complesso, a quell’epoca già dei Firmian venne abbandonato a favore di una più consona residenza nel fondovalle, mentre la cappella si trasformò in un santuario di grande devozione dedicata a San Gottardo, vescovo di Hildesheim nel 1022, che veniva invocato contro i fulmini, la grandine e diverse malattie.

La caverna diventò quindi una cavità mistica dove i fedeli si radunavano in preghiera per chiedere intercessioni al santo. Un eremita custodiva la cappella ed accoglieva i pellegrini che salivano, in processione, il 5 di maggio di ogni anno, nella festa di San Gottardo. I graffiti, anche moderni, che decorano la roccia e i muri, soprattutto della cappella, sono una testimonianza del fascino che il luogo santo nella “Corona” fortificata e la “corona” stessa hanno esercitato e continuano ad esercitare.

Quando la statua di San Gottardo che decorava la cappella del castello venne trasferita nella chiesetta del palazzo fortificato sottostante, residenza dei Firmian, il via vai dei fedeli s’interruppe per sempre e i poteri intercessori del santo caddero nell’oblio. La soppressione dell’eremo-santuario fu decretata da Giuseppe II nel 1782. A memoria del santuario fu nel 1988 eretto presso l’inizio del sentiero che sale al castello, un’edicola decorata dal pittore Mariano Fracalossi di Trento dedicata a San Gottardo.

Nella piana Rotaliana, in Trentino il castello di San Gottardo è anche conosciuto per la suggestiva leggenda del basilisco di Mezzocorona, il malefico drago attorno al quale la fantasia popolare ha creato fin dall’antichità strane credenze e superstizioni. Il basilisco di Mezzocorona, un mostro mezzo serpente e mezzo uccello, nato dall’uovo deposto nella caverna del castello da un gallo di sette anni, terrorizzava la popolazione della Rotaliana.

I suoi occhi erano di bragia, dalla bocca mandava lingue di fuoco che incenerivano ogni cosa, dalla coda usciva fumo. Finalmente giunse in paese un giovane cavaliere dei Firmian (un’altra versione della leggenda dice trattarsi dello stesso San Gottardo), che, uditi i malanni del basilisco, si vestì di ferro e salì alla grotta. Depose accanto allo specchio un bacile di latte e attese. Il mostro si precipitò sul latte e, vistosi nello specchio, credette di aver trovato un compagno. Il cavaliere allora uscì e con l’asta lo uccise. Poi portò la carogna, confitta sull’asta, per le vie del paese, tra il tripudio della gente.

Ma una goccia del perfido sangue del basilisco penetrò tra le giunture della corazza fino a toccare la pelle: il giovane incenerì subitamente. Fu sepolto con grande onore e gli fu dedicata una bellissima pietra sepolcrale col suo ritratto, detto ancora l’om de fer (l’uomo di ferro) oggi murata sul muro esterno della chiesa parrocchiale di Mezzocorona.

Per concludere l’affascinate storia del castello di San Gottardo a Mezzocorona è bene anche segnalare le ricerche condotte negli ultimi anni in merito a delle orme fossili di dinosauro rinvenute nel soffitto della “corona”. Orme risalenti a 220 milioni di anni fa, estremamente importanti a livello globale dal momento che i dinosauri si affacciarono sulla scena del nostro pianeta “solo” 220 milioni di anni fa, alla fine del Triassico, e si diffusero in tutti i continenti solo nel Giurassico che iniziò circa 200 milioni di anni fa. Le orme fossilizzate a San Gottardo sono quindi tra le più antiche conosciute a livello globale.

Bibliografia di riferimento

  • Avanzini Marco, Bernardi Massimo, Melchiori Leone, Petti Fabio Massimo, Le orme dei dinosauri del Castello di San Gottardo a Mezzocorona con cenni alla storia del castello, Comune di Mezzocorona, 2010
  • Degasperi Fiorenzo, Castelli del Trentino Alto Adige, Trento, Printer, 2011, pp. 113-120
  • Faganello Flavio, Festi Roberta, Castelli del Trentino, Ivrea (TO), Priuli & Verlucca, 1993, tav. 35
  • Fiamozzi Mario, Corona di Mezzo: il castello di San Gottardo, in Civis, 3, 1979, 8, p. 192-196
  • Gorfer Aldo, I Castelli del Trentino, vol. 3: Trento e Valle dell'Adige, Piano Rotaliano, Trento, Saturnia, 1990, pp. 492-530
  • Melchiori Leone, Il castello e l'eremitaggio di S. Gottardo a Mezzocorona, Mezzocorona, Rotaltype, 1989

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