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A cura di Antonina Quartararo

La storia: fascino architettonico e misteriose leggende

Il Castello di Mussomeli, o Castello Manfredonico Chiaramontano di Mussomeli, per la sua straordinaria tecnica costruttiva è considerato uno dei capolavori dell’architettura militare medievale siciliana. La fortezza si erge maestosa quasi a 2 km dal centro abitato, incastonata in un’imponente rupe in pietra calcarea alta 78 metri domina l’intera vallata sottostante (Fig.1). Il castello è stato costruito tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo sulle preesistenti rovine di un casale arabo durante la dominazione della famiglia D’Auria. La sua incredibile fama ha origine con Manfredi III di Chiaramonte, che ne prese possesso grazie al privilegio concesso dal Re Federico nella seconda metà del XIV secolo. Le opere murarie sono disposte a quote differenti e seguono la struttura naturale della roccia. Dotato di un solo ingresso e reso inaccessibile, assunse il nome di Castello Manfredonico Chiaramontano svolgendo sia il ruolo di presidio militare autonomo che quello residenziale (Fig. 2 -3). Si presume che per la sua distanza dalla città di Mussomeli, un tempo chiamata “Manfreda”, il castello non ebbe mai mansioni difensive dell’abitato. Fortemente scosceso a nord-est e a picco a sud-ovest, vi è solo un accesso sul lato nord (Fig.4) costituito da una stradina scavata nella roccia che attraversava un profondo fossato (poi richiuso) superabile grazie al ponte levatoio che caratterizzava l’impianto difensivo dei castelli dell’epoca. Nel 1374 il preesistente maniero diventò di proprietà di Manfredi III Chiaramonte, essendo egli il primo di Quattro Vicari che all’epoca governavano la Sicilia in vece della Regina Maria d’Aragona, nipote di Pietro IV, ancora bambina. La famiglia di Manfredi, di origine normanna, discendeva da Carlo Magno. Manfredi insieme a Francesco Ventimiglia conte di Geraci, Guglielmo di Peralta e Artale d’Alagona nominati “i Quattro Vicari” dovevano reggere lo Stato in nome della regina Maria. Iniziò così uno dei periodi più convulsi della storia della Sicilia, quello dei “Martini” (il Vecchio e il Giovane). In questo arco di tempo, frequenti furono le lotte baronali e le contese per il potere, tanto da ritenere necessaria la costruzione in Sicilia di luoghi fortificati. Nel 1391, morto Manfredi, i beni di famiglia ed il castello furono affidati al cugino Andrea Chiaromonte che continuò ad esercitare sull’Isola la stessa influenza politica del predecessore e a lottare contro gli Aragonesi.  Il 10 luglio 1391 all’interno del castello si tenne una riunione dei baroni siciliani nella sala del trono, che da questo evento prese il nome la “Sala dei Baroni”; in questa stanza i baroni promisero ad Andrea Chiaromonte di schierarsi contro la venuta in Sicilia dell’aragonese Re Martino il Giovane e della Regina Maria. In realtà, il patto non fu mantenuto, ritenendo più conveniente obbedire al nuovo Re Martino anziché ai quattro vicari che da anni davano vita a feroci guerre intestine. I baroni Ventimiglia, Peralta e d’Alagona tradirono Chiaramonte, scossi da rivalità personali e da conflitti tra vecchie e nuove famiglie, trattando segretamente con gli Aragonesi per ottenere tutti i privilegi possibili in cambio del loro appoggio.

Fig. 1 – Il Castello di Mussomeli e la sua rupe.
Fig.4 – Stradina di accesso.

Nel marzo del 1392, Martino il Giovane, la moglie e il padre sbarcarono a Trapani e ricevettero subito l’ossequio servile della nobiltà. Solo Andrea Chiaramonte si rifiutò di rendere omaggio agli usurpatori del Regno, e con un’armata giunse a Palermo rifugiandosi all’interno del suo palazzo, lo Steri, dove, assediato, fu costretto alla resa. Dopo la sconfitta, la regina Maria, dinanzi alla quale Andrea Chiaramonte era stato condotto a rendere omaggio, finse di perdonarlo nel maldestro tentativo di rendere pubblica la sua magnanimità nei confronti di un ribelle. Fu un falso perdono perché dopo due giorni Andrea fu fatto prigioniero e decapitato in piazza Marina a Palermo, proprio davanti il suo palazzo, vanto della sua potente famiglia, che da quel momento iniziò il suo inarrestabile declino. I beni di Chiaramonte furono confiscati e distribuiti, e il castello di Mussomeli venne assegnato a Guglielmo Raimondo Moncada. Qualche anno dopo il castello passò ai Conti di Prades, che lo vendettero poi a Giovanni Castellar di Valenza per il prezzo di 890 once: questi lo completò nella forma in cui appare oggi. Reintegrato nel demanio, nel 1451 il castello venne riacquistato insieme al paese di Mussomeli da Giovanni di Parapertusa, nipote del Castellar e signore di Favara, Tripi e Sambuca, che lo rivendette poco dopo a Federico Ventimiglia; da questi nel 1467 lo ricomprò Pietro Campo, genero del Parapertusa, insieme con Mussomeli frattanto divenuta baronia. Infine nel 1549 Cesare Lanza, signore di Trabia, acquistò la terra e il castello di Mussomeli, elevando la terra a contea. Nel XVII secolo il castello fu adibito a carcere, rimanendo proprietà della famiglia Lanza di Trabia fino al XX secolo. Dopo un importante restauro avvenuto nel 1911 a cura dell’architetto Ernesto Arnò divenne di proprietà pubblica. Nel 2019 è stato ultimato un altro importante restauro con un investimento di 2,2 milioni euro.

Il castello di Mussomeli: gli interni

Attraversato il primo portale ad arco acuto ricavato all’interno della cinta muraria merlata, si vedono i resti dell’antica scuderia, ampio corpo allungato trapezoidale, coperto con volta a botte ogivale. Proseguendo il percorso in salita, si giunge alla seconda cinta muraria, nella quale si apre la porta d’accesso al castello (Fig.5-6), anch’essa ogivale, dove sono ancora visibili in sommità e ai lati gli stemmi signorili. Su di essi sono raffigurati un giglio, un castello con tre torri e un’aquila con le ali spiegate. Le tre torri rappresentano la famiglia Castellar, mentre l’aquila è da ricollegare agli Aragonesi. Varcata la soglia si trova un ampio cortile eptagonale (Fig.7-8) sui quali lati si affacciano gli ambienti residenziali del castello, la cappella e i resti del maschio. Da un piccolo vestibolo si accede attraverso un portale ogivale modanato alla cosiddetta “Sala dei Baroni” (Fig.9), ampio vano rettangolare di cui rimangono due bifore da cui è possibile ammirare un bellissimo panorama a strapiombo sulla vallata (Fig.10).

Interessanti sono la “Camera del camino” e la “Camera da letto” del conte, a doppia volta a crociera (Fig.11). Da ricordare ancora l’armeria, la cosiddetta “camera della morte”, con insidiose botole, la “stanza delle tre donne” e il carcere feudale.

Fig. 11 – Camera da letto.

La stanza delle tre donne è avvolta da una leggenda popolare: un re in procinto di partire per la guerra chiuse in questa stanza tre donne della propria famiglia. Dopo averle imprigionate si mise in cammino, pensando di averle lasciate in un luogo sicuro. La guerra però durò più di quanto lui credeva e al suo ritorno trovò le tre donne morte, che tenevano addentate le pianelle per gli stimoli atroci della fame. Un’altra versione di questa storia è che le donne vennero rinchiuse e fatte morire di fame per la loro infedeltà.

Accanto alla “Sala dei Baroni”, un vano di pianta triangolare immette in una successione di ambienti coperti a volte a crociera costolonate, e nei quali si aprono delle bifore; attraverso scalette interne si accede ai vani di servizio sottostanti. Uscendo nel cortile interno sono visibili, ad una quota superiore, i resti di una costruzione a pianta rettangolare con muri spessi 2 metri circa, comunemente definita “maschio”. L’ultimo corpo di fabbrica affacciato sulla corte interna è la cappella (Fig.12), caratterizzata da un elegante portale in pietra, ogivale, analogo a quello che immette nella Sala dei Baroni’. La cappella dedicata prima a San Giorgio, protettore dei Chiaramonte, custodisce la statua della Madonna della Catena collocatavi nel 1521, a cui i carcerati si rivolgevano per implorare la grazia. Internamente la cappella, di pianta rettangolare, è decorata da due crociere costolonate, poggianti su semi pilastri poligonali, analoghi ai precedenti, sormontati da capitelli con fogliame; profonde feritoie si affacciano sulla vallata circostante.

Fig.12 – Cappella.

Per il suo aspetto misterioso, il castello di Mussomeli è diventato ambientazione di leggende e storie incredibili. Si ricordano le tre donne murate vive, la tragica vicenda che portò alla morte la nobildonna Laura Lanza, conosciuta meglio con l’epiteto di Baronessa di Carini, effettivamente avvenuta e documentata in un atto del 1563 conservato nella chiesa parrocchiale di Mussomeli; proprio all’interno del castello di Mussomeli il padre della baronessa, Cesare Lanza, si rifugiò divorato dai rimorsi per espiare la propria colpa. Infine si menziona la storia del presunto fantasma dello spagnolo don Guiscardo de la Portes, cavaliere al servizio del re Martino I di Sicilia, morto durante un combattimento contro il ribelle Andrea Chiaramonte.

Il castello di Mussomeli è uno dei castelli medievali italiani tra i più suggestivi e meglio conservati: fa parte della “Società Internazionale dei Castelli” e nel 1982 è stato raffigurato su un francobollo della cosiddetta serie “Castelli d’Italia” (Fig.13). Inoltre è stato anche set per numerosi videoclip, pubblicità e film tra cui quello dedicato alla Baronessa di Carini del 2007 con protagonisti gli attori Vittoria Puccini e Luca Argentero.

Fig.13 – Francobollo.

Bibliografia:

Calà G., Ricerche storiche su Mussomeli, Caltanissetta 1995.

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