LA BASILICA DI SAN NICOLA A BARI: LA STORIA pt. 2

Dopo la grande sommossa del 1156 e la sorte patita dalla Cattedrale, lo ricordiamo, completamente distrutta, la Basilica rimane perfettamente in piedi.

Molti anni dopo, finalmente i lavori riprendono e vedono protagonista un Anonimo Maestro, approdato a Bari nei primi decenni del secolo, carico di esperienze emiliane e – probabilmente – siciliane, che segna una vera e propria svolta nell’officina basilicale, indirizzandola verso soluzioni di tipo lombardo, come ad esempio le gallerie esafore o i protiri su animali stilofori che arricchiscono il portale centrale e i due laterali.

A fronte di tutto questo la fabbrica può dirsi definitivamente compiuta solo nel 1197, quando si giunge alla consacrazione solenne, testimoniata da una lapide inserita tra le pietre della facciata.

Con la Basilica, finalmente terminata, si apre una nuova porta dell’Occidente cristiano verso la spiritualità orientale e per secoli rappresenta una tappa obbligata per i pellegrini che dall’Europa si dirigono in Terrasanta e per tutti coloro che, dal bacino del Mediterraneo, muovono verso Roma o Santiago de Compostela.

Con la sua struttura decorativa e architettonica, rappresenta la prima fabbrica monumentale con matronei apparsa in Puglia, con soluzioni costruttive che congiungevano le novità strutturali provenienti dal Nord con la tradizione locale – di matrice classica e bizantina -, che la fecero diventare un caso unico ed un prototipo per tutta la rosa di costruzioni erette in Terra di Bari tra XII e XIII secolo: non è una cattedrale, ma un luogo di pellegrinaggio.

E’ il santuario dei pescatori che seguono la tradizione discesa dai marinai, che rapirono le ossa del Santo, e del popolo che si radunò intorno al loro arrivo.

 

L’esterno della Basilica

Raggiungere la Basilica è possibile grazie a tre differenti strade: due che attraversano, partendo da punti differenti, la città vecchia e raggiungono l’una il recinto all’altezza della porta del Catapano, – sormontata da un bassorilievo raffigurante il Santo ed episodi della sua vita tra lo stemma degli Orsini Balzo e dei d’Angiò

– accesso alla zona absidale, mentre l’altra, quella angioina ci fa raggiungere subito il sagrato.

La terza è quella del mare, dalla quale arrivavano gli antichi pellegrini, e permette tutt’ora di avvistare da lontano la facciata orientale della Basilica – corrispondente al transetto -, in passato chiusa tra due torri altissime e movimentata dalle monumentali bifore tra le quali è presente il finestrone absidale.

Oggi le torri non ci sono più: quelle absidali, progettate organicamente in pianta, non sono mai state concluse.

Questa è la facciata che si presenta, maestosa e abbagliante, dalla muraglia, che nel passato aveva la funzione difensiva per la città dagli attacchi ed oggi crea attorno alla Basilica una sorta di “isola” nella città vecchia.

Il ritmo le viene dato dalle arcate cieche, ciascuna delle quali ne sottende due minori: gli spazi e i tempi di lettura sono scanditi attraverso questa suddivisione modulare.

In età barocca, l’archivolto del finestrone fu sfondato per far posto ad una monumentale finestra di profilo mistilineo, poi, negli anni Trenta del Novecento, eliminata e l’archivolto ripristinato.

Rimangono gli stipiti a doppio risalto, percorsi da un tralcio in cui coesistono pavoni, scimmie e figure umane disposte in maniera simmetrica rispetto all’apertura; due sfingi ai lati di un hom occupano lo spazio sottostante il davanzale e le mensole a forma di elefante sporgono dalla parete e sostengono le colonnine del baldacchino – terminanti con capitelli decorati da teste di ariete e grifi.

Tutte queste forme possono essere datate entro la fine dell’XI secolo, in stretto rapporto con la fabbrica di Canosa.

A metà del XII secolo, sulla torre si costruì un secondo piano ed una galleria esaforata

che dà sul corridoio esterno della facciata nord in corrispondenza dei matronei interni e che sormonta le arcate cieche, realizzata dividendo lo spazio fra transetto e torre in parti uguali. E’ per questo che lo spazio disegnato dalle esafore non risulta allineato agli archi sottostanti.

Sulla penultima arcata, al di sotto delle gallerie esaforate si ammira  il sontuoso “Portale dei Leoni” un complesso plastico-architettonico denso di figure intagliate nel marmo.

In alto a destra e a sinistra, due sculture di figure allegoriche sembrano reggere i terminali inferiori del grandioso arco: lo spazio è racchiuso col mietitore a sinistra, con la falce in mano e col vendemmiatore a destra.

Apparentemente a se stanti, creano un senso di congiunzione fra l’arco e le colonne sostenute dai leoni stilofori. I pezzi di pietra squadrati di entrambi i personaggi poggiano su capitelli con due palme incorniciate.

Da un punto di vista iconografico potrebbero raffigurare le celebrazioni delle due principali attività di sostentamento, insieme all’olio, diffuse in Terra di Puglia, il grano e il vino. Il loro lavoro paziente e calmo segna una pausa di serenità all’interno della composizione movimentata, scandita e affannosa del resto della scultura.

Gli stipiti contegono moltissimi elementi, analizzabili singolarmente da vicino: quello di sinistra, seppur con qualche dubbio interpretativo, dato dalla scarsa leggibilità causata dai danni delle intemperie, presenta il progredire dell’umanità nel sentiero della grazia lungo un tralcio di vite. Quello di destra, vede il ripetersi di alcuni simboli presenti nel precedente, con maggiore chiarezza ed evidenza.

L’ultima parte contiene una decorazione floreale terminante attorno al tralcio e due animali molto singolari ai suoi lati: guardano verso l’alto e presentano corpo umano, testa di toro ed una tunica. Probabilmente due minotauri, di cui quello di destra assale con una lancia quello di sinistra, che a sua volta si difende con uno scudo oblungo.

Sembra in essa simboleggiata la battaglia dell’anima contro il peccato.

Ai lati degli stipiti prendono vita due colonne sostenute da una coppia di leoni stilofori, dai corpi corti e tozzi, tutt’altro che pacifici: con uno sforzo che li fa girare verso la porta, si delinea il loro lungo collo serpentino – evidente personificazione demoniaca -, le fauci spalancate e gli artigli chiusi, a serrare un caprone – simbolo di espiazione dei peccati – quello di sinistra e un cinghiale – animale legato al Peccato Originale, alla carnalità e alla bestialità – quello di destra

che rispetto all’altro sembra più trionfante e soddisfatto della vittima che tiene rovesciata sotto le sue zampe.

Risalendo su, troviamo l’architrave, che ha al centro il terzo calice eucaristico doppiamente ansato, in cui si raccolgono le ramificazioni dei tralci di vite che salgono dagli stipiti.

Tutto il corso dei tralci crea un “mare” ideale, dove le foglie di vite e i grappoli costituiscono dei punti di sicurezza, cui le anime tendono per raggiungere la salvezza e il trionfo con Cristo (ovvero il Calice).

In questo fitto “mare”, occorrerà distinguere tra tutto ciò che viene rappresentato a destra del Calice, da tutto quello presente a sinistra:  centauri, figure umane, colombe, lepri, sagittari e leoni.

Al di sopra dell’architrave, c’è un secondo blocco architettonico-strutturale, il cui spazio viene scandito da colonnine tortili con capitelli simili a pigne, al cui interno troviamo coppie di uccelli; a questo elemento architettonico si lega una cornice semicircolare sottostante ad un archivolto bombato, ornato all’esterno semplicemente da grandi foglie di vite, mentre al suo interno (visibile solo se ci si avvicina, si sale sul primo gradino e si guarda in alto) abbiamo una moltitudine di animali reali e fantastici – arpia, lupo, drago e cervo

-, ciascuno incorniciato da due foglie di palma che si intrecciano in alto. La cornice semicircolare sottostante all’archivolto, detta “Cornice dei Cavalieri” è ornata da cavalieri al galoppo (forse Normanni), 4 a destra e 4 a sinistra ognuno diversamente armato con lance, spade e scudi, che convergono verso il centro dove è raffigurato un castello, dal quale partono altri soldati (due per lato) come a volerli contrastare; dai merli del castello un difensore suona un lungo corno mentre un altro chiama a raccolta il popolo, invitandolo al contrattacco.

Alcune fonti rimandano la scena alla leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda, altre ad una raffigurazione della Traslazione di San Nicola.

In basso, tutt’altro che trascurabile, c’è il blocchetto che sostiene lo stipite di sinistra.

Esso porta con sé, in caratteri onciali del XII secolo il nome dimezzato di BASI(lius)

potrebbe essere il nome dello scultore, cui si deve tutto il lavoro decorativo della porta, e qui sarebbe sepolto, in omaggio al suo genio.

Purtroppo a supporto di questa tesi non ci sono documenti decisivi, che ci facciano dire con certezza se esso è il nome dell’artista, oppure sia solo uno dei molti seppelliti lungo i muri della basilica (questi uomini appartenenti a quattro differenti classi sociali, venivano qui sepolti per motivi onorifici: i marinai traslatori, gli artisti che hanno lavorato alla fabbrica, benefattori e personaggi altolocati), o entrambe.


LA BASILICA DI SAN NICOLA DI BARI: LA STORIA -pt. 1-

L’XI secolo è per Bari un’epoca particolarmente florida, tanto sotto il profilo economico quanto sul piano delle relazioni esterne legate alla sua vocazione di centro costiero.

Residenza del Catapano bizantino a partire dal 968, fu una delle città marinare più vivaci: i commerci con l’Egitto e la Siria, erano frequenti, il che permetteva ai mercanti della città di commerciare la grande produzione di olio, vino e cereali dell’entroterra, e di importare stoffe pregiate e altri manufatti, rendendola così una città moderna e cosmopolita.

Sullo sfondo non mancavano le tensioni provocate dalla frammentazione etnica e da quella religiosa: per quanto riguarda la prima, Bari era caratterizzata da una vasta presenza di minoranze etniche quali Ebrei, Slavi, Greci e Armeni.

Presenti anche le minoranze italiche di Veneziani, Amalfitani e Ravellesi.

Dal punto di vista religioso, le tensioni nascevano dal fatto di essere capitale bizantina pur avendo una popolazione a maggioranza latino-longobarda, quindi occidentale: l’autorità religiosa avrebbe dovuto essere il patriarca di Costantinopoli, ma a Bari c’era anche il clero latino con usanze ben diverse. Usanze e religiosità differenti e diffuse grazie anche alla presenza del monastero di San Benedetto, fondato nel 978.

Questa dimensione multiculturale conferì ai baresi una mentalità aperta senza dar loro però un’unità di fondo; era molto difficile trovare qualcuno che raccogliesse la fiducia di tutti nelle proprie mani.

Arriviamo fino agli anni Venti e alla restaurazione voluta dai Bizantini, che stava dando i suoi frutti: la cattedrale veniva ricostruita secondo le esigenze del ruolo di Bari, che si avviava a rimpiazzare anche giuridicamente il primato dell’antica sede arcivescovile di Canosa.

Ma nel 1071 l’entrata in città di Roberto il Guiscardo mise fine a questa dominazione orientale, sia a Bari sia in quasi tutta la Puglia; con essa venne meno buona parte

dei commerci che avevano garantito la ricchezza della città, che così perse l’egemonia politica e quella economica.

Ma Bari seppe comunque reagire.

A restituirle unità contribuì, appena qualche anno più tardi, un evento religioso destinato a segnarne profondamente la storia: una spedizione di quaranta marinai si impadronì delle sacre reliquie di San Nicola, allora conservate in una chiesa presso Myra, in Turchia.

photo by Mariantonietta Luongo

Con l’arrivo a Bari, in una calda domenica di Maggio, delle tre navi, la città si apre:

…(a San Giorgio) fecero scendere dalla nave una scialuppa e mandarono alcuni di loro come nunzi al clero e al popolo della città, affinché annunziassero la gioia e la gloria di un evento mirabile così nuovo e insperato.


Uomini e donne, gente di ogni età gioiva alla notizia come se questa grande cosa fosse un fatto personale, e si sentivano elevare lodi da voci sconosciute, altri versavano lacrime di gioia…Tanta era la devozione che San Nicola suscitava nelle popolazioni.

In quel momento si crea un legame indissolubile, il più forte, per tutta la cittadinanza Barese, che si tramanda a tutt’oggi.

Nicola è di Bari e Bari appartiene a Nicola”. Ed è la Basilica l’immagine di questo legame.

Fu l’abate Elia, abate del monastero benedettino presente in città, che godeva della piena fiducia dei cittadini, a prendere le reliquie in consegna e a conservarle nello stesso monastero fino a quando non sarebbe stata costruita una nuova chiesa che le potesse contenere e, nella quale, tutti potessero rendere omaggio al Santo.

E quando già si pregustava l’accoglienza del corpo del Santo, i marinai inviarono una delegazione ai cittadini, dicendo che a Myra avevano fatto un solenne voto: se il beato Nicola, Dio permettendo, avesse loro lasciato asportare il suo corpo, avrebbero edificato un tempio..fuori della città, nel luogo dove il Catepano, aveva il suo palazzo.

In quell’epoca il culto dei santi e le loro reliquie era molto avvertito e episodi come quello di Bari erano molto frequenti: era moda del tempo quella di reperire le reliquie di santi prestigiosi e titolare loro templi che suscitassero stupore e meraviglia, veicolando orgoglio e lustro civico.

Tornando a Bari, dopo quasi due mesi e duri scontri tra i marinai e l’arcivescovo Ursone – che voleva le reliquie nella già presente Cattedrale -, si decise definitivamente che fosse al posto del Catapano il luogo per la nuova Chiesa ed Elia in brevissimo tempo ottenne concessione dal duca Ruggero Borsa, figlio di Guiscardo, con la mediazione – rassegnata – di Ursone, dell’area della Curte domnica.

A dirigere i lavori sarà lo stesso Elia, che guidò il progetto spinto dall’entusiasmo popolare. Portava con sé le conoscenze apprese nelle grandi abbazie di Francia e Normandia, con la volontà di tradurle in un edificio che riassumesse molteplici funzioni e significati: chiesa di pellegrinaggio, che avrebbe fatto di Bari una tappa obbligata per i devoti diretti ai grandi santuari della cristianità; chiesa madre delle masse popolari baresi, destinata a contrapporsi, da subito e sin da quei tempi, alla Cattedrale dedicata a San Sabino e punto di riferimento e richiamo per chi giungeva dal mare e doveva essere accolto dalla sagoma altissima e delle torri che, ancor oggi, incorniciano la potente massa della facciata absidale e del lato nord.

 

photo by Mariantonietta Luongo

 

photo by Mariantonietta Luongo

photo by Mariantonietta Luongo

Questo è il progetto nella vivace mente di Elia che, nel 1089 accoglierà papa Urbano II, arrivato a Bari in pompa magna:egli nominerà lo stessoElia arcivescovo di Bari e consacrerà l’altare della cripta, riponendo lì le reliquie.

Appena dieci anni dopo, sempre nella cripta, lo stesso Urbano radunò un grande sìnodo di centottanta vescovi provenienti dalle chiese contendenti, latina e greca: era un’urgenza per lui eliminare il dissidio tra i due culti, che poteva turbare la grande impresa delle Crociate, di cui egli era stato acceso sostenitore.

Nel 1105 Elia purtroppo muore e la costruzione continua con il suo successore Eustazio, anch’egli benedettino, già abate di Ognissanti di Cuti di Valenzano: si concentrerà maggiormente sull’arredo, interno ed esterno, come attesta l’iscrizione sui gradini dell’altare maggiore.

photo by Mariantonietta Luongo

Si suppone che all’inizio del suo mandato oltre alla cripta fossero già state completate le pareti delle facciate laterali, i colonnati e i pilastri, le arcate profonde che fungevano da supporto per i matronei e parte della facciata inferiore e il porticato: anche le torri erano state impostate sin dall’inizio al livello della cripta e del piano terreno.

Arrivato sin qui, Eustazio passò a decorare la chiesa ormai per lo più impostata:

  1. la pavimentazione a mosaico del presbiterio;
  2. gradini del presbiterio arricchiti con piastrelle decorate di ispirazione bizantina alternati a lettere;
  3. sculture dei cinque portali

Purtroppo i lavori si interruppero per parecchi anni a causa della distruzione di Bari nel 1156 da parte di Guglielmo I e la conseguente cacciata e dispersione degli abitanti per oltre dieci anni.

In questa grande sommossa popolare, la sorte peggiore la patisce la Cattedrale, che viene completamente distrutta, al contrario della Basilica che rimane perfettamente in piedi.


CHIESA MATRICE DI SANTA MARIA VETERANA A TRIGGIANO

“Nel cuore della vecchia Triggiano, nei vasti meandri tufacei del sottosuolo, ove oggi ergesi la bella mole architettonica della chiesa dedicata a Santa Maria Veterana, disimpegnossi nel più fosco Medioevo, il culto cattolico”.

La Chiesa di Santa Maria Veterana, infatti, con la sua evoluzione artistica nel corso dei secoli ha segnato la storia di Triggiano, paese a pochi chilometri da Bari, che a cavallo tra il 1600 e il 1700 divenne un centro artistico molto attivo e molto apprezzato, anche per il nutrito numero di artisti locali che vi operavano (i due fratelli De Filippis, discenti della scuola napoletana, il fiammino Hovic e un non meglio identificato “pittore di Triggiano”).

L’attuale costruzione è stata innalzata nel 1580 su una chiesa medievale preesistente: questa, fondata probabilmente intorno al 1080, per volere di un sacerdote barese, abbracciava il castrum Triviani e presentava la facciata rivolta verso Ovest – esattamente opposta a quella moderna -.

La chiesa infatti, nei vari secoli, ha subìto trasformazioni e ampliamenti conseguenti all’incremento demografico e urbanistico che il paese man mano attraversava, e che la rendevano incapiente alle esigenze liturgiche dettate all’indomani del Concilio di Trento; tra queste trasformazioni possiamo ricordare quella avvenuta tra il 1908 e il 1913 durante la quale, per l’appunto, venne rimossa la facciata dal lato Ovest e trasportata sul lato Est. Qui fu dotata di maggiore decoro artistico, del tutto differente da quello iniziale.

E poi quella del 1982 grazie alla quale venne recuperato l’ipogeo della chiesa medievale sottostante ed originaria, i suoi affreschi, le tombe e i sepolcreti.

Possiamo iniziare il nostro percorso tra gli aspetti architettonici ed estetici della fabbrica proprio dalla facciatache si innalza maestosa e tripartita – esattamente come le navate interne – in pietra bianca, chiusa, secondo una lettura verticale, da due paraste ioniche che scaricano il loro peso su due piedistalli.

La parte centrale, ospitante il portale maggiore e corrispondente internamente alla navata centrale, presenta due colonne corinzie che sorreggono un ampio arco a tutto sesto, nel quale trova spazio anche una piccola finestra ogivale ornata a losanghe e poggiata – lieve – sulla cornice dell’architrave del portale. Le due porzioni laterali della facciata ospitano due portali più piccoli; sormontate da ogive dentellate  di piccole dimensioni, presentano due rosoni di dimensioni inferiori rispetto al principale.

Se volessimo seguire una lettura orizzontale della facciata, si noterebbe come essa sia divisa su due livelli: quello inferiore, più quadrato e compatto, in cui sono presenti gli elementi appena descritti, e quello superiore, cuspidato, che accoglie il prezioso rosone ricamato nella pietra con motivi curvilinei.

Risalente nel 1500, con un diametro di ben 3.80 mt, ha “seguito” lo spostamento della facciata. Inscritto in uno spazio quadrato è sormontato, a sua volta, da uno spiovente a timpano riccamente decorato con festoni di alloro che scandiscono perfettamente lo spazio della cornice. Ai lati del corpo quadrato troviamo due lunette a forma di conchiglia che poggiano su una fuga di archetti, tutti a sesto acuto, stretti da pinnacoli che chiudono l’intera struttura.

E’ interessante soffermare l’attenzione e notare come la forma a conchiglia di queste due lunette rimanda, visivamente, alle decorazioni presenti ai lati della finestrella ogivale, di cui prima. Possiamo tracciare, quindi, delle linee diagonali che regolano lo spazio, organizzandolo in maniera geometrica: il rosone centrale è collegato da rette, immaginarie, ai due piccoli laterali, formando insieme un triangolo volto verso l’alto. Di conseguenza le due lunette a conchiglia del registro superiore legano con quelle della finestrella, formando un triangolo volto verso il basso.

Attraversando il portale centrale, l’interno si apre dinanzi a noi mostrandosi come un tipico impianto basilicale, a tre navate e catino absidale sopraelevato.

I pilastri presenti nella navata centrale intervallano le quattro campate e presentano scanalature frontali terminanti con ricchi capitelli che, a coppie simmetriche, rappresentano (dall’ingresso verso il fondo): due allegorie musicali – ad delimitare l’organo e il coro -, la cacciata dal Paradiso e l’Arcangelo a guardia, la vita e la morte, le quattro stagioni e il cielo  e la terra – ai lati dell’arco absidale -. Questi pilastri sorreggono archi a tutto sesto risalenti al 1500.

L’altare maggiore, monumentale, dell’inizio del XX secolo, consacrato al culto della Vergine, è in marmi pregiati in stile bizantino-pugliese, disegnato da Corradini.

Dominato dalla tela raffigurante l’ “Esaltazione della Vergine” di Vitantonio De Filippis (XVII secolo), risente nel modulo compositivo della Controriforma.E’ ripartita in due piani: in alto domina la figura della Vergine, sorretta da un coro di putti e totalmente immersa nella luce, mentre in basso presenziano alla scena (da sinistra a destra) San Sabino, San Vito, San Nicola (in abito episcopale), Sant’Antonio da Padova e San Filippo Neri.

Lungo tutto l’asse longitudinale dell’altare, corrono, una serie di bassorilievi in bronzo simboleggianti la vita della Vergine, dalla nascita all’Assunzione, per mano del Sabatelli.

Lungo le navate laterali, più piccole, si aprono una serie di cappelle volute sul finire del 1500 da associazioni di fedeli per l’esercizio di opere di carità e di pietà. Particolarmente degno di nota è il cosiddetto Cappellone dedicato a Maria SS di Costantinopoli (seconda cappella nella navata di sinistra): articolata su un piano terra e un piano superiore, a cui si accede tramite due scalinate laterali.

Al piano terra, l’altare di inizio 1900 è devoto al Santissimo Sacramento, è in marmo bianco con due angeli ai lati, anch’essi in marmo. Il piano superiore presenta un secondo altare, del 1832 per mano di Pollenza di Napoli, sovrastato da un affresco del 1500 raffigurante la Madonna Odegitria di Costantinopoli ridipinto, purtroppo, per rispondere ai diversi gusti delle epoche attraversate: la Vergine in trono con abito rosso e mantello blu, ha il capo inclinato e sostiene con entrambe le mani il Bambino che, avvolto in un drappo, porta tra le mani un uccellino (probabilmente un cardellino, simbolo della Passione, futuro destino del fanciullo).

In qualsiasi direzione il nostro occhio si posi, l’interno è ricco di tele databili tra il XVI e il XIX secolo, anche se ha perso molto della sua atmosfera rinascimentale, per via delle sovrapposizioni con decori liberty, portate dal restauro del 1908-1913. Come ad esempio quelle del soffitto.

Il soffitto è a tavolato con tele mistilinee, un tempo raccordate tra loro da decorazioni a racemi rocaille, rimosse e perdute durante i restauri. Le tele raffigurano il ciclo pittorico della vita della Vergine Maria: la Presentazione al tempio, Natività, Incoronazione, Sposalizio e I Santi Evangelisti.

La prima tela Presentazione al tempio, Maria in ginocchio sulla gradinata viene ritratta nel momento in cui viene presentata al Sommo Sacerdote da parte dei genitori Sant’Anna e san Gioacchino, mentre all’estrema destra due donne sembrano commentare quello che sta avvenendo. Il tutto inserito in una composizione di angeli e putti.

La Natività invece è una tela tripartita in registri orizzontali e paralleli: dal basso c’è il momento della nascita, al centro San Gioacchino e Sant’Anna, distesa su dei cuscini assistita da ancelle, in alto gli angeli festeggiano l’avvenimento.

Nell’Incoronazione, la tela più grande del ciclo pittorico la Vergine occupa la scena centrale in attesa dell’incoronazione da parte del Padre Eterno e del Figlio, poco al di sopra di lei.

La scena dello Sposalizio è occupata da Maria e San Giuseppe che, uniti in matrimonio, sono benedetti dal sacerdote alle loro spalle. Sul primo gradino si legge R.D Nicolò De Filippis P(inxit) A.D 1746.

I Santi Evangelisti sono racchiusi singolarmente e in maniera plastica, seppur immersi nella luce, in piccole tele triangolari e lobate, accompagnati dai loro simboli: aquila per San Giovanni, leone per San Marco, bue per San Luca, uomo per San Matteo.

L’ultimo apparato, separato dal perimetro chiesastico e collocato dietro l’abside, è la torre campanaria del 1580, che danneggiata dal nubifragio del 1681 è arrivata a noi senza la cuspide piramidale di cui era dotata.

Come detto all’inizio, l’attuale chiesa sorge sulla prima chiesa medievale, riportata alla luce nel 1982 durante i lavori di restauro sul pavimento attuale, dando una forte conferma a quello che sino ad allora si era solo ipotizzato; dedicata alla Madonna della Grazia, fu parzialmente abbattuta cinque secoli dopo la sua costruzione per fare spazio al nuovo tempio più ampio. L’ipotesi di datazione alla metà dell’XI secolo dellachiesa è confermata anche da un’iscrizione lapidearitrovata durante i lavori che ha permesso di risalire a colui che ne volle l’edificazione.

[ MAGISTER ] LEO DIALECTIEUS ATQUE SACERDOS

[ HANC] AD LAUDEM XPI GENETRICIS AMANDE

[D] EDI MAGNI PRECURSORIQUE IOHANNIS

[ BA] SII SACRI SIMUL ET CUM MATREQUE NATIS

[ S.S.] LEONUM CONFESSORUMQUE DUORUM

 

Dettata quindi da Leone, dialettico e sacerdote, molto probabilmente barese.

Oggi, scendendo al piano inferiore della Chiesa Madre, ci si trova immersi in un percorso sotterraneo i cui resti di epoche differenti si mescolano e convivono perfettamente: a sinistra le mura perimetrali cedono il passo alle fondamenta dell’edificio superiore sul lato destro. Dagli elementi architettonici presenti e rimasti fino a noi si capisce come, anche il corpo medievale, era concepito su tre navate, con l’abside posto in corrispondenza della centrale.

Dal sagrato medievale si giunge, attraverso il percorso creato per i visitatori, ad ammirare un pozzo ed una cisterna scavati nel sottosuolo fino ad uno spesso strato di argilla, che, da materiale impermeabile quale è, avrebbe protetto la costruzione da eventuali penetrazioni di acqua.

Il perimetro racchiude ben 19 tombe, alcune ancora integre ed altre solo parzialmente, distrutte in seguito alla costruzione dei pilastri di sostegno dell’attuale costruzione. Con pianta rettangolare e scavate nella roccia sono disposte lungo tutta la navata centrale sino a raggiungere l’abside. Dalle tombe a fossa, presenti al di sotto delle tombe normali, sono state ricavate le camere sepolcrali, costruite a fine 1500 durante la realizzazione della chiesa superiore ed utilizzate come sepolcreti fino al XVIII secolo, quando l’editto di Napoleone sancì il divieto di seppellire i defunti negli edifici sacri. Qui, infatti, fino a quel momento erano sepolti non solo gli appartenenti alle confraternite, ma anche i loro famigliari. Da un’analisi specifica le pareti e le volte dei sepolcreti appaiono molto deteriorati a causa del gas che i corpi in decomposizione hanno emanato nell’arco dei secoli.

Completamente affrescata – ipotesi molto probabile – come anche testimoniano i frammenti a tre strati arrivati sino a noi. Nel vano absidale è stato ritrovato un frammento a massello raffigurante il volto, di tre quarti, del Bambino, con incarnato roseo ombreggiato da toni verdastri e capelli lisci. Contornato da una forte linea nera.

Sulla parete destra è apprezzabile, seppur mutila, la raffigurazione di San Leonardo, con le sue catene pendenti dal braccio sinistro, accompagnato, sul secondo strato, dalla testa di un animale con fauci aperte (forse un cane o un leone). A questo, su un ulteriore strato sovrapposto, si riconosce la figura di San Vito, con un gonnellino da centurione, gambe calzate e due cani ai suoi piedi: palesemente posteriore all’affresco di San Leonardo, è databile nella seconda metà del XVI secolo. Caratteristica comune ad entrambe è il carattere votivo.

Questa fabbrica d’altronde ci consente di affermare come, in ogni tempo, sia possibile conservare e preservare l’antico e il moderno, il medievale e il rinascimentale, racchiudendo in maniera naturale le sue anime al servizio del culto cristiano.