IL BOSCO DI CAPODIMONTE

A cura di Ornella Amato

 

Il Bosco antistante il Museo di Capodimonte è uno dei polmoni verdi della città di Napoli; a seguito della riforma dei beni culturali voluta dal ministro Franceschini, il Real Bosco è passato sotto la direzione museale dell’attiguo Museo di Capodimonte, ed è anche patrimonio UNESCO.

Fig. 1 - Napoli - Bosco di Capodimonte antistante la Reggia. Credits : By Miguel Hermoso Cuesta - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37561174.

 

Il parco di Capodimonte è un vero e proprio cuore verde, voluto da Carlo III di Spagna accanto al casino di caccia nel quartiere napoletano (particolarmente noto per le sue ceramiche sin dal ’700), che sovrasta, abbraccia e contemporaneamente  si offre alla città, coi suoi scorci verdi e i suoi Belvedere che affacciano sul golfo.

Il parco è stato realizzato sotto la guida di Ferdinando Sanfelice per un’estensione di 124 ettari che comprende anche la reggia; un’area che grazie alle spettacolari vedute sulle colline di Posillipo e di San Martino e sul Vesuvio è considerato tra i belvedere più grandi della città, e che fu già aperta al pubblico dai sovrani delle due Sicilie due volte l'anno per le feste religiose.

Il Real Bosco è stato rimaneggiato più volte, e ancora oggi è spesso oggetto di rifacimenti. I primi lavori iniziarono alla metà dell'800, quando furono introdotti il giardino all'inglese, le aiuole che circondano la reggia, e le piante di eucalipto; nello stesso periodo fu eliminato tutto quanto ostruisse la vista del golfo di Napoli.

Dopo l'Unità d'Italia i Savoia utilizzarono la reggia e il Real Bosco come casino di caccia (scopo originario della costruzione), e continuarono l'opera di rimaneggiamento e di inserimento di altri alberi, comprese le palme esotiche piantate all’inizio '900 e tutt'oggi esistenti. Tuttavia il bosco è stato ancora oggetto di diversi rimaneggiamenti, in particolare a seguito dei forti danni subiti durante l'ultimo conflitto mondiale, e recuperato definitivamente soltanto poco prima degli anni ’70, quando fu inaugurato anche il Museo Nazionale di Capodimonte.

I punti di accesso ufficiali sono tre, anche se il vero e proprio ingresso è quello della cosiddetta “porta di mezzo” con il cancello in ferro battuto considerato una delle opere più eleganti del rococò napoletano (e inizialmente ornato con stemmi borbonici). Oltre alla porta di mezzo sono la porta di Milano e la porta detta di Santa Maria dei Monti.

Nel Real Bosco si contano oltre 400 varietà di alberi tra querce, lecci, olmi e castagni.

Durante il regime borbonico erano presenti anche alberi da frutto, in particolar modo agrumi, e soprattutto, nella zona riservata alla caccia Reale, copiosa era la cacciagione.

All'interno del parco si trovano ben 5 viali e diverse palazzine nelle quali durante il regno borbonico erano presenti anche numerosi abitanti; attualmente quel che resta consta del Casino dei Principi, voluto da Francesco I delle due Sicilie; la Real fabbrica di porcellana per la lavorazione delle ceramiche con marchio tutt'oggi esistente; la chiesa di San Gennaro, edificata da Carlo di Borbone  proprio per gli abitanti del parco; l'Eremo dei cappuccini, realizzato per ex voto da Ferdinando I dopo aver riconquistato il regno che era stato assoggettato dai francesi.

Questi edifici erano circondati da orti e frutteti non solo per creare un vero e proprio “giardino delle delizie“ ma, stando alle fonti più autorevoli, soprattutto per essere una vera e propria frutteria per gli abitanti stessi del parco.

Lungo il percorso di vista del Real Bosco si incontrano molte statue di abbellimento volute dai sovrani e fatte realizzare dagli scultori più in voga della contemporaneità.

Attualmente il parco è uno dei più fruibili della città, tanto da presentare anche vere e proprie aree picnic, l'accesso ad esso è assolutamente gratuito.

Edouard André, famoso paesaggista francese nonché professore della scuola di Versailles e autore di numerosi giardini in tutta Europa definisce il giardino “un'opera d'arte di difficile assemblaggio o meglio di difficile mescolamento tra arte e scienza”.

All'interno del Real Bosco di Capodimonte un monumento interessante è sicuramente la fontana del Belvedere, recentemente restaurata, che è tornata a zampillare davanti alla reggia. È denominata così proprio perché è collocata nella zona del Belvedere, dal quale si osserva per intero il panorama della città di Napoli. Tuttavia era stata concepita per essere collocata dall'altra parte del bosco, da cui è stata poi spostata e trasferita nella zona in cui attualmente si trova nel 1885, durante il regno di Umberto I di Savoia.

Al centro della vasca si trova  un gruppo marmoreo rappresentante un vero e proprio scoglio sovrastato da quattro figure in marmo di Carrara adornate da festoni di frutta e fiori, due tritoni e due divinità fluviali che sorreggono una conchiglia dalla quale fuoriescono zampilli d'acqua.

Fig. 2 - Bosco di Capodimonte, fontana del Belvedere prima degli interventi di restauro. Credits: By Miguel Hermoso Cuesta - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37561112.

 

La fontana fu realizzata dal fiammingo Giuseppe Canart ed è alta circa 6 metri, è datata intorno all'anno 1760, quando fu ultimato l'impianto idraulico del parco stesso.

Fig. 3 - Bosco di Capodimonte, fontana del Belvedere. Credits : By Deca16894 - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80475664.

 

Il Real Bosco di Capodimonte, nato come bosco della riserva di caccia, è uno dei parchi più vasti d'Italia, progettato nel 1734 da Ferdinando Sanfelice. Non è soltanto un giardino attorno a una reggia, un bosco per la caccia abbellito da statue e fontane di un tempo lontano, ma è una vera e propria area verde incontaminata in una città caotica, all'interno della quale riescono ancora oggi a convivere piante rare ed esotiche provenienti da tutte le parti del mondo, grazie al clima particolarmente favorevole e mite e alla collaborazione di botanici esperti di cui l'ente museale si avvale.

Per il suo patrimonio storico, architettonico e botanico il Real Bosco di Capodimonte  è stato nominato nel 2014 ‘Parco più bello d'Italia’, vanto della città di Napoli  e dei napoletani che  lo rispettano e, soprattutto, lo curano e lo vivono.

 

Sitografia di riferimento

museocapodimonte.beniculturali.it

artbonus.gov.it


IL MUSEO DI CAPODIMONTE

A cura di Ornella Amato

 

Introduzione: Origine del palazzo e del museo di Capodimonte

 

Capodimonte, quartiere periferico di Napoli, Anno del Signore  1738.

Corte di Sua Maestà Carlo di Borbone.

5 Settembre 1738. Giorno della posa della prima pietra della nuova Reggia.

 

Un casino di caccia, un luogo di diletto, di svago, eppure un vero e proprio palazzo reale realizzato ai margini del centro della città, distante ma non particolarmente lontano dal Palazzo Reale al centro della capitale.

La Reggia di Capodimonte oggi è uno dei musei più importanti all’interno del territorio cittadino ma anche dell’intero territorio nazionale, non solo per l’alta qualità delle opere e delle collezioni che custodisce, ma soprattutto per la sua completezza.

Quando si parla di “Capodimonte” si pensa subito al Museo, ma non bisogna dimenticare che le sale del museo sono allestite all’interno del palazzo stesso, ed inoltre che al di fuori del palazzo vi è il Bosco con le costruzioni in esso presenti.

 

L’allestimento museale e le Sale del Palazzo

All'interno delle sale del piano nobile s’incontra il primo allestimento, che immette il visitatore nel percorso museale che si snoda tra opere d’arte e sale nobiliari.

La prima sala è il “Salone della Culla”, impreziosita da un pavimento  in marmo intarsiato, rinvenuto nella villa dell’imperatore Tiberio sull’isola di Capri, sala così denominata perché qui era stata collocata  la culla disegnata da Domenico Morelli - oggi conservata alla reggia di Caserta - e donata dalla città ai Savoia per la nascita di Vittorio Emanuele III.

Fig. 1 - Napoli, Museo di Capodimonte, Salone della Culla. Credits: commons.wikipedia.org By Mentnafunangann - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37531018.

Altra sala di rilevante interesse è di certo il Salone delle Feste, a pianta rettangolare con i suoi affreschi di gusto neoclassico, rimaneggiata durante gli anni del governo di Gioacchino Murat, rendendola la stanza più maestosa dell’intero complesso per opera di Salvatore Giusti. Il pavimento è in marmo siciliano ad intarsi geometrici,

Fig. 2 - Napoli, Museo di Capodimonte, Salone delle Feste. Credits:By Mentnafunangann - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50301077.

 

ma di certo la sala che maggiormente attrae e desta interesse e curiosità è il cosiddetto “Salottino di Porcellana”:

Fig. 3 - Napoli, Museo di Capodimonte, Salottino di Porcellana. Credits: By Mentnafunangann - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37531305.

 

un ambiente unico al mondo, realizzato con le ceramiche della Real Fabbrica di Porcellane - la cui sede è proprio all’interno del Real Bosco del Museo - per la Regina Maria Amelia, Sassonia, moglie di Carlo.

È una delle realizzazioni più riuscite del Settecento napoletano frutto di circa 3 anni di lavoro.

L’ambiente - la sala 52 -  è di piccole dimensioni, soprattutto se paragonato alle altre sale della reggia - ed è decorato a “cineserie”, genericamente definito dal Vanvitelli “gabinetto di porcellana“;  si presenta a pianta quadrata, con pareti interamente rivestite di lastre di porcellana fissate insieme da perni e chiodi, intervallate da sei specchiere.

Il soffitto - sebbene sia in stucco - imita la porcellana  alle pareti, e da esso pende un lampadario a dodici braccia che rappresenta un giovane cinese che pungola un drago con il suo ventaglio.

Nel complesso la decorazione è fitomorfa (rami, foglie, frutti e fiori, arricchita da trofei musicali  e scimmie che si alternano a scene di vita cinese).

 

La “Collezione Farnese” a Capodimonte

A Carlo di Borbone si deve anche il trasferimento in città della “Collezione Farnese” , oggigiorno considerata il nucleo fondamentale del museo e del quale occupa un intero lato del piano nobile anche se è tripartita tra Capodimonte, il Museo Archeologico Nazionale ed il palazzo Reale di Napoli.

Fig. 4 - Napoli, Museo di Capodimonte, pianta del piano con in evidenza le sale museali. Credits:By Fulvio314 - Own work based on: this map, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39255549

 

Pianta del primo piano della Reggia di Capodimonte:

Galleria Farnese Sale da 2 a 30

Collezione Borgia Sala 7

Salottino di porcellana 52

Appartamento reale Sale 31, 32, 34, 37, 42, 43, 44, 45, 51, da 53 a 60

Collezione De Ciccio Sale  da 38 a 40

Galleria delle porcellane Sale 35.36

Armeria farnesiana e borbonica Sale da 46 a 50


La
collezione Farnese è una delle più famose al mondo anche  e soprattutto per la quantità di opere che la stessa contiene, tanto da essere divisa in tre musei seguendo i criteri espositivi dei musei di destinazione: infatti all’Archeologico sculture romane, testi librai alla Biblioteca Nazionale del Palazzo Reale, mentre a Capodimonte sono conservate  le opere del Rinascimento come il Botticelli, opere di pittori emiliani e romani, ma anche utensili di vario genere.

Fig. 5 - Napoli, Museo di Capodimonte, Botticelli, Madonna con Bambino e due Angeli, tela appartenente alla “Collezione Farnese”. Credits: Web Gallery of Art:   Image  Info about artwork, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14590056.

e scorrendo lungo i secoli, incontriamo  Tiziano Vecellio

ma anche i Carracci, Annibale Agostino e Ludovico,

Fig. 8 - Napoli, Museo di Capodimonte, Annibale Carracci, Ercole al bivio, tela appartenente alla “Collezione Farnese”. Credits: commons.wikimedia. Unknown source, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44958684.

e  ancora grandi nomi come il Bellini, Agnolo Bronzino, Correggio, Andrea del Sarto, Domenichino, Dosso Dossi, Lanfranco, Lorenzo Lotto, Masolino da Panicale ed un elenco straordinario di artisti che hanno fatto la storia dell’arte d’Italia.

Il pezzo dell’intera collezione  che però desta le maggiori curiosità della parte della collezione presente è di certo il Cofanetto Farnese.

Fig. 9 - Napoli, Museo di Capodimonte, Cofanetto Farnese, Collezione Farnese. Credits: Manno Sbarri - The photo is in the article “Il Cofanetto Farnesiano del Museo di Napoli” of Aldo De Rinaldis published in “Bollettino d'arte del Ministero della pubblica istruzione”, no. 4, 1923 (in the article does not specify the name of the photographer), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43324296.

Il Cofanetto Farnese, commissionato nel 1548 dal Cardinal Alessandro Farnese all’orafo fiorentino Manno Sabbi, è un cofanetto d’argento dorato, lavorato a sbalzo e cesello, cristallo di rocca intagliato, smalti e lapislazzuli.

Le sue dimensioni sono notevoli, 49x26x42.3 cm. È considerato uno dei capolavori dell’arte orafa.

All’area espositiva che al primo piano ospita la Collezione, vanno annoverate in particolar modo le sale 13 e 14 che s’ispirano alla settecentesca “Galleria delle cose rare” voluta dal Duca Ranuccio II nella Galleria Ducale di Parma e nella quale sono confluiti un ricco nucleo di oggetti artistici preziosi ma soprattutto rari e che vanno ad integrare la già ricca collezione stessa.

Oltre la Collezione Farnese

Alla ricchezza della Collezione Farnese, vanno aggiunte l’enorme quantità di  opere che il museo conserva ed espone come l’opera di Simone Martini, il San Ludovico da Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò

Fig. 10 - Napoli, Museo di Capodimonte, Simone Martini, San Ludovico da Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò. Credits: Self-scanned, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9208432.

ed ancora, la Flagellazione  di Caravaggio che giunge al Museo di Capodimonte dalla Chiesa di San Domenico Maggiore

Fig. 11 - Napoli, Museo di Capodimonte. Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, La Flagellazione. Credits:  Unknown source, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10258014.

La straordinarietà e la qualità delle opere presenti  al Museo Nazionale di Capodimonte ed il connubio che ne deriva con le sue origini di casino di caccia e luogo di diletto, ne fanno uno dei musei più visitati sull’intero territorio nazionale.

 

 

 

Sitografia

www.museocapodimonte.beniculturali.it


IL MIRACOLO DI SAN GENNARO

A cura di Ornella Amato

 

Napoli, Duomo, Interno della Cappella del Tesoro di San Gennaro – Busto reliquiario del Santo Patrono e altare maggiore. Credits: di Miguel Hermoso Cuesta - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71784536.

 

“Per avere una grazia da San Gennaro, bisogna parlargli da Uomo a Uomo”

Il Miracolo della Liquefazione del Sangue

Fig. 1 - Napoli, Duomo, ampolle contenenti il sangue di San Gennaro. Credits: By Paola Magni - Flickr: Napoli. Il sangue è vivo, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15623304.

 

Ogni sabato che precede la prima domenica di maggio.

Ogni 19 settembre.

Ogni 16 dicembre.

Ogni volta che Lui decide di mostrarsi in tutta la sua grandezza.

Il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro, patrono della città di Napoli, è l’evento più atteso, sicuramente quello più “sentito” dalla popolazione. Per la scienza è un fenomeno oggetto di studio, per la Chiesa un miracolo. Scienza e Chiesa quindi, scienziati e fedeli insieme, esigenza di avere riscontri scientifici da un lato, necessità della dimostrazione della benevolenza del Santo Patrono ai napoletani dall’altro.

Di certo, l'attesa del prodigio è da sempre motivo di grande attenzione, poiché il mancato scioglimento è considerato di cattivo auspicio non solo per la città, ma anche per l’intera regione Campania; spesso, infatti, al mancato miracolo sono seguiti eventi funesti:

  • nel 1939 non avvenne la liquefazione e l’Italia entrò attivamente in guerra;
  • nel 1973, al mancato scioglimento seguì un’epidemia di colera che colpì duramente la città di Napoli;
  • nel settembre del 1980 il sangue rimase solido, e nel novembre di quello stesso anno vi fu uno dei più tragici terremoti avvenuti in Campania, che fece registrare oltre tremila morti;
  • stessa cosa nel dicembre 2020, in piena pandemia da Covid 19.

Funesti presagi quindi, se si considera che ancora nel tempo in cui scriviamo, non solo la pandemia è ancora in atto, ma la Campania è considerata una delle regioni a maggiore rischio di infezione. Pura casualità? Può darsi, ma per i napoletani, che spesso sono sì creduloni e superstiziosi, ma assolutamente fedeli e devoti al loro Patrono, “il miracolo” – così come essi stessi definiscono il prodigio della liquefazione – è una sorta di preannuncio di ciò che accadrà. Non sono mancati, inoltre, i casi di liquefazione straordinaria del sangue come è accaduto in occasione delle visite dei sommi pontefici, nel 1848 con il beato Pio IX e nelle mani  di Papa Francesco, il 21 marzo 2015, durante la visita pastorale alla Diocesi di Napoli.

 

Il sangue di San Gennaro

Il sangue del Santo fu raccolto dalla sua nutrice immediatamente dopo la sua decollazione, martirio a cui l’allora vescovo di Benevento fu sottoposto durante l'età di Diocleziano, dopo essere miracolosamente sopravvissuto all'interno di un primo tentativo di martirio all'interno dell’anfiteatro di Pozzuoli, poiché, si racconta, rese mansueti i leoni a cui era destinato. In seguito a ciò fu condannato alla decapitazione, avvenuta nei pressi della Solfatara, area vulcanica tutt'oggi attiva, nella zona puteolana, nel napoletano  La decollazione avvenne su una pietra su cui rimase una macchia di sangue che, nei giorni in cui il prodigio si verifica al Duomo, diventa  rosso vivo: la stessa pietra è conservata in una piccola cappella all'interno di un santuario a Lui dedicato, sorto nel luogo esatto che fu del martirio.

L’annuncio dell’avvenuto scioglimento avviene da parte dell’arcivescovo di Napoli, nel giorno stesso in cui il miracolo è atteso, ed è sempre un momento di grande gioia ed emozione.

Lo sventolio di un fazzoletto bianco, a conferma del sangue vivo e non più solidificato all'interno delle ampolle che lo contengono e lo conservano da sempre, rasserena e fa gioire la città, che tira un vero e proprio “sospiro di sollievo”, certa di un'ennesima dimostrazione della benevolenza, dell'amore e della protezione da parte di San Gennaro.

Per i napoletani San Gennaro è “Faccia gialla”, in quanto del Santo Patrono non è una statua ad essere venerata, ma un busto realizzato in bronzo dorato su commissione degli Angioini, dei quali riporta i simboli, rivestito coi paramenti Sacri; ne consegue quindi una colorazione del viso “giallognola”, donde il nomignolo.

Il Santo viene considerato una persona di famiglia, il parente a cui rivolgersi nel momento del bisogno, quello che non ti dice mai di no, un rapporto d’affetto che non ha eguali e che nulla sembra scalfire o alterare. Ed i napoletani, il suo popolo, da sempre, ci sono per Lui!

Fig. 4 - Napoli, Duomo - Cappella del Tesoro di San Gennaro - interno. Credits: By IlSistemone - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21879300.

Entrando nel Duomo di Napoli, a destra, si trova la Reale Cappella del Tesoro.

La Cappella conserva, preserva e mostra ai fedeli non solo il tesoro del Santo, ma anche la cassaforte contenenti le sacre ampolle. Le due ampolle non contengono la stessa quantità di sangue, poiché si racconta che una parte di esso sia stato portato via dai Borboni di Spagna e, proprio in Spagna, sia custodito.

Al popolo di San Gennaro, però, storie e racconti non interessano, interessa solo che non si metta in dubbio la presenza effettiva e reale di sangue all’interno delle ampolle. È il miracolo di San Gennaro, qualcosa di sacro, la cui sacralità va al di là della stessa fede cattolica. È il pilastro portante della “napoletanità” più autentica.

Le Messe solenni duranti le quali si aspetta che venga annunciato il miracolo iniziano alle 9 del mattino.

Il popolo di San Gennaro, all’alba del 19 settembre e del 16 dicembre, già si reca sul sagrato.

Il 19 settembre è il giorno più atteso. È la festa di San Gennaro, è il giorno che la Chiesa Romana gli ha dedicato, essendo stato decollato il 19 settembre del 305 d.C., ed è la festa patronale della città.

Le strade e le vetrine dei negozi adiacenti il Duomo sono riccamente vestite a festa, l’attesa cresce e l’emozione del popolo è palpabile.

Non solo fedeli ma anche curiosi: una quantità enorme di folla e di anime speranzose che, nonostante le grandi dimensioni interne del Duomo, non sempre si riesce a contenere; ad essa vanno sommate le televisioni locali e le telecamere accreditate, pronte a catturare un’emozione, una lacrima che scivola lungo il viso, a testimonianza di una tensione che la logica non può spiegare.

Sì, perché i nervi tesi dell’attesa che precede l’annuncio e lo sventolio del fazzoletto bianco si traducono in un pianto liberatorio e di ringraziamento. Non basta però sapere che il sangue si è sciolto: per il napoletano è necessario conoscerne l’orario esatto, per capire se il miracolo è avvenuto presto o quanto tempo c’è voluto perché si sia compiuto, perché più lunga è l’attesa, più grande è il rischio che il miracolo non si compia e, soprattutto, il ritardo del miracolo già viene interpretato come di cattivo auspicio.

Al “miracolo avvenuto” segue l’annuncio: l’Arcivescovo di Napoli esce sul sagrato con le ampolle e le mostra a chi non è riuscito ad entrare in Cattedrale, benedice con esse il popolo di Napoli e di San Gennaro con la formula “Con la Benedizione del Glorioso Sangue di San Gennaro e ‘a Maronn v’accumpagn’!”.[1]

Gli altri giorni del miracolo

Il 16 dicembre, giorno in cui si ricorda la consacrazione della cappella del Santo, il tutto è più contenuto. Non cambiano le attese e le emozioni, ma l’atmosfera del 19 settembre resta unica.

Diverso invece è il “miracolo di maggio”.

Non avviene in una data fissa, ma si compie il sabato che precede la prima domenica del mese di maggio, giorno in cui viene ricordata la traslazione delle reliquie di San Gennaro dall’area della Solfatara all’area di Capodimonte (dove vi sono le attuali Catacombe di San Gennaro).

Le celebrazioni non iniziano la mattina, ma nel primo pomeriggio.

L’Arcivescovo di Napoli, in preghiera con gli altri prelati, si reca in processione all’interno della Cappella del Tesoro per prelevare il reliquiario con le ampolle – gesto che si ripete ogni volta che si aspetta che il miracolo si compia - e lo prepara per portarlo non sull’altare per la celebrazione, ma in processione insieme al busto del Santo dal Duomo alla Basilica di Santa Chiara.

In tempi non molto lontani, non erano solo il busto e le ampolle ad andare in processione, ma anche i busti argentei dei 52 compatroni presenti all’interno della Cappella del Tesoro: tradizione vuole che, nel primo pomeriggio del primo sabato di maggio, escano o, come si dice in napoletano, “esceno”, le statue dalla Cappella e san Gennaro mostri la Sua grandezza attraverso il miracolo del sangue.

Dopo che il miracolo si è compiuto e le gloriose ampolle vengono mostrate al popolo, come in un rito ormai secolare, il tutto viene riposto all'interno della cassaforte che le conserva all’interno della cappella del Tesoro in attesa della prossima data, del prossimo rito che riaccenda la speranza che il sangue si continui a liquefare.

Il Tesoro

E poi c’è il Tesoro.

Il Tesoro è, da sempre, motivo di grande orgoglio per il popolo partenopeo. È un tesoro vero e proprio, formato da ori e preziosi di diverso genere, che appartiene al Santo ed alla città, non alla Curia, che ha ispirato anche il grande cinema, come ad esempio la pellicola del 1966 diretta da Dino Risi “Operazione San Gennaro” in cui un gruppo di scapestrati napoletani, aiutati da alcuni complici americani, accetta di rubare il tesoro del Santo, ma l'operazione non va a buon fine per l’intervento della madre di uno di essi; in particolare, quello che colpisce sono le scene finali quando, restituendo al Santo quanto gli è dovuto, dopo che il Sacro busto è portato in processione, una donna anziana gli si avvicina inginocchiandosi e gridando davanti a Lui: “San Gennà, chest’ è robba toja!”[2], perché nessuno osi toccare il Tesoro di San Gennaro. Esso è patrimonio della città e dei suoi abitanti, composto non solo dalle donazioni di re e regine che omaggiavano il Santo con pezzi pregiati dei loro stessi tesori, ma anche da ostensori, calici, busti argentei dei compatroni; insomma, una consistenza tale da, secondo gli esperti, superare quella della corona d’Inghilterra. Molte di queste donazioni sono state incastrate nella cosiddetta Collana, creata inizialmente nel 1679 dall’orafo Daniele Dato e arricchitasi per circa 250 anni, tra il 1679 e il 1929, con l’aggiunta di pietre e preziosi donati al Santo: conta 13 grosse maglie in oro massiccio, tempestate da croci, zaffiri e smeraldi; da menzionare poi il Calice d’oro, realizzato nel 1761 da Michele Lofrano, con rubini, diamanti e smeraldi, la Pisside, in argento dorato con inserti di cammei, e la Mitra, che dalla Chiesa romana gli compete di diritto, simbolo della dignità vescovile.

Fig. 5 - Napoli, Duomo, Museo del Tesoro di San Gennaro – Collana di San Gennaro. Credits: By Wantay - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68093450.

 

La Mitra Gemmata

La Mitra è il copricapo dalla forma allungata che papi, cardinali, vescovi e alti prelati indossano durante le funzioni liturgiche solenni.

Non è raro che questi copricapi siano capolavori adornati di ori e pietre preziose, ma la mitra di San Gennaro, realizzata su base d’argento, è un vero e proprio pezzo di oreficeria di altissima qualità, dal valore inestimabile e dai numeri impressionanti:

  • 168 rubini, simbolo del sangue,
  • 198 smeraldi, simbolo della vita e dell’immortalità,
  • 326 diamanti, simbolo della fede.

Un totale di 3.692 pietre preziose per 18 kg di peso, emblema della storia di un amore che lega un popolo al suo Protettore, per la quale sono stati scelti apposta tre colori: il rosso, il verde, il bianco brillante.

Fig. 6 - Napoli, Duomo, Museo del Tesoro di San Gennaro – La Mitra Gemmata, Credits: By Wantay - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68093454.

La Mitra, vanto dell’oreficeria napoletana e del Borgo Orefici[3], è opera di Matteo Treglia: gli fu commissionata dalla Deputazione della Cappella del Tesoro nel 1712 per il busto del Santo, sul cui capo è stata posta, in maniera tale da essere portato in processione: infatti all’interno di essa vi sono dei veri e propri 'ammortizzatori' che erano considerati necessari proprio per attutire gli eventuali colpi che derivavano dal trasporto a spalla.

Formata da due ali cuspidate, completamente rivestite da pietre e metalli preziosi, oggi è visibile all’interno delle sale del Museo di San Gennaro, adiacente al Duomo, ed è considerato uno degli oggetti più preziosi al mondo; è conservata all’interno di una teca, mostrandosi in tutta la sua possanza.

È lì, in silenzio, si mostra e splende dalla sua teca, splende all’interno del museo, attraverso la cappella e la Sagrestia che si attraversano e che sono essi stessi scrigni d’arte moderna napoletana.

E dinanzi ad essa tutti tacciono: lo storico dell’arte, l’orefice, il devoto.

Tutti tacciono, poiché nel suo silenzio ci racconta la storia di una città, di un popolo, della sua devozione millenaria, di un rapporto che nulla ha mai scalfito e che resta lì, statico e dinamico al tempo stesso.

Un rapporto d’amore, devozione e fiducia, poiché San Gennaro non tradirà mai i napoletani e loro non tradiranno mai Lui.

Fig. 7 – Veduta della città di Napoli By Original uploader was Fr at it.wikipedia – Originally from it.wikipedia; description page is/was here., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2213033.

 

Dedicato a mia Madre e a tutti quei pomeriggi dei 19 Settembre degli anni passati, trascorsi insieme sul sagrato del Duomo di Napoli per vedere il “Sangue di San Gennaro”.

 

 

Note

[1] Trad.: “ la Madonna Vi Accompagni!”

[2] 'San Gennaro, questa è roba tua!’.

[3] Il Borgo Orefici di Napoli è un’area della città tutt’oggi esistente, dedicata esclusivamente alla produzione e alla vendita di preziosi. La Corporazione fu voluta dagli Angioini e ufficialmente riconosciuta da Giovanna d’Angiò.

 

Sitografia

borgorefici.eu

museosangennaro.it

La Repubblica.it. Il Tesoro di San Gennaro, ecco le dieci meraviglie di Renata Faraglioni – 2 Aprile 2015. Tornano a casa i gioielli sacri dopo un tour mondiale

ildenaro.it.   Arte, ecco il vero tesoro di Napoli Un patrimonio da almeno 50 miliardi di Cristian Fuschetto – 5 maggio 2014

grandenapoli.it.  Un patrimonio unico al mondo: Il Museo del Tesoro di San Gennaro di Margherita Marchese  – 20 Aprile 2020


SAN GIOVANNI A CARBONARA

A cura di Ornella Amato

 

 

Il complesso monumentale di San Giovanni a Carbonara: le origini

 

Fig. 1 - La facciata del Complesso di San Giovanni a Carbonara vista da Via Carbonara. Credits - Di Leandro Neumann Ciuffo - S. Giovanni a Carbonara, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28378509.

 

Il Complesso Monumentale di San Giovanni a Carbonara è uno di quei gioielli nascosti di storia e storia dell'arte che non solo raccontano silenziosamente un passato glorioso e lontano, ma incuriosiscono tutti: dallo storico al turista, poiché non è solo uno scrigno d'arte, ma tra le sue mura conserva e, quasi sottovoce, racconta aneddoti nascosti della città di Napoli dalla fine del gotico all'inizio del Rinascimento, fino ad arrivare e con un salto temporale al Settecento con la scala in piperno davanti la facciata che fu opera del Sanfelice.

Fig. 2 - La facciata. Credits - Di Armando Mancini - Flickr: Napoli - Chiesa di San Giovanni a Carbonara, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16381571.

La chiesa di San Giovanni a Carbonara

La chiesa - punto centrale del complesso e dalla quale tutto si snoda - è dedicata a San Giovanni Battista ed è detta “a Carbonara” sia perché si trova proprio in via Carbonara, precisamente in via Carbonara n. 4, sia perché durante il medioevo quest'area, detta “Ad Carbonetum” era l'area esterna alla città dove si accumulavano i rifiuti cittadini, insomma una vera e propria discarica.

Durante la dominazione angioina la zona divenne l'area nella quale si tenevano fiere e giostre, giostre spesso talmente cruente da provocare non poca irritazione anche tra letterati del tempo.

La realizzazione della chiesa di San Giovanni a Carbonara avvenne tra gli anni 1339 e il 1418 grazie al contributo del nobile napoletano Gualtiero Galeota ma, per volere di Ladislao di Durazzo ultimo erede del casato degli Angiolini, si procedette ad un ampliamento, compresa la realizzazione del chiostro.

Nella chiesa convivono non solo gli elementi del ‘300 e del ‘400 ma, già ad un primo esame degli esterni, ci si rende conto che in essa è entrata tutta la storia dell'arte d'Italia, a cominciare dallo scalone settecentesco realizzato da Ferdinando Sanfelice, che conduce davanti al portale gotico caratterizzato da due pilastri e una lunetta affrescata dal Lombardo Leonardo da Besozzo.

Fig. 3 - Interno. Credits: Di Miguel Hermoso Cuesta - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37957246.

L'interno di San Giovanni a Carbonara è ad unica navata, a croce latina, quasi austera, con l'abside caratterizzata da una volta a crociera secondo i canoni del gotico; la pavimentazione invece è di marmo policromo e, all'interno della stessa, non sono stati pochi a voler vedere anche dei simboli massonici, come ad esempio le forme ortogonali che, a ben guardare, formano le piastrelle.

Fig. 4 - Dettaglio del pavimento. Credits - By Giuseppe Guida - Cappella Caracciolo del Sole. 0085, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46187886.

La chiesa di San Giovanni a Carbonara conta sei cappelle: quattro laterali, una nella controfacciata, la Cappella Somma

Fig. 5 - Cappella di Somma. Credits - Di Mongolo1984 - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80279485.

ed una alle spalle dell'abside, quale è la cappella Caracciolo del Sole, alla quale si accede passando sotto il Monumento Funebre di Ladislao di Durazzo.

Il Monumento Funebre di Ladislao di Durazzo

Ladislao di Durazzo, re di Napoli, figlio di Carlo III D'Angiò, fu un sovrano politicamente ambizioso: la sua politica estera fu caratterizzata da forti mire espansionistiche, e il suo motto, “o Cesare o niente”, ben dimostra il suo temperamento. Scomunicato, visse una vita in bilico tra l'ambizione e il timore continuo di una morte per avvelenamento, una morte che, stando alle fonti, più volte avrebbe beffato, poiché viaggiava sempre col suo coppiere, il cui compito era quello di assaggiare tutto ciò che sarebbe stato servito il sovrano.

Destino volle che la sua fine fosse segnata proprio da un avvelenamento, quasi subdolo: si racconta infatti che, innamoratosi della figlia di un medico fiorentino facente parte della fazione nemica dei Durazzo, volle giacere con lei; il padre acconsentì alla sua richiesta ma, qualche istante prima che si coricasse, intinse le labbra intime della figlia di un potente veleno che uccise il re, il quale rimase vittima non solo di una vera e propria congiura, ma anche del suo stesso piacere verso le donne.

Il suo nome resta legato al monumento funebre a lui dedicato all'interno della chiesa di San Giovanni a Carbonara, più che una chiesa un vero e proprio Pantheon del casato D'Angiò - Durazzo, così com'è definito da molti storici.

Realizzato per volere di Giovanna, sorella di re Ladislao, il monumento funebre è un'opera grandiosa in marmo, alta circa 18 metri, un gioiello dell'arte tardo gotico e proto rinascimentale, che monopolizza l'attenzione dello storico, del turista, del visitatore che entra e che vede davanti a sé un'opera dalle mastodontiche dimensioni.

Fig. 7a - Pianta e struttura del monumento. Credits - Di IlSistemone - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46617664.

L'opera è stata realizzata soprattutto da scultori toscani, tra il 1414 e il 1430 e, per tradizione, è attribuito ad Andrea da Firenze, attivo in quegli anni proprio nella chiesa San Giovanni a Carbonara, il quale avrebbe ricevuto la commissione direttamente dalla Regina Giovanna succeduta sul trono dopo la morte del fratello.

L'opera si sviluppa su tre livelli: il primo vede un frammento marmoreo con le quattro virtù cardinali, al primo ordine risaltano in particolare le statue di Ladislao e della sorella Giovanna in trono nel gruppo centrale, collocati come se fossero all'interno di un loggiato e, alle loro spalle, ancora sono visibili gli affreschi coi simboli del casato angioino.

Fig. 8 - Dettagli. Credits - Di Armando Mancini - Questa è una immagine ritoccata, il che significa che è stata modificata digitalmente dalla sua versione originale. Modifiche: cropped. La versione originale può essere trovata qui: https://www.flickr.com/photos/[email protected]/4330416438., CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17689265.

Il terzo ordine invece non si sviluppa in senso orizzontale ma in senso verticale ed è caratterizzato dal sarcofago del re aperto da due angeli reggi-cortina; alla base sono presenti quattro figure che rappresentano, oltre lo stesso re e la sorella, anche i genitori Carlo III e la moglie Margherita di Durazzo.

Volgendo lo sguardo verso l'alto si incontra anche il santo della casa D'Angiò, San Ludovico da Tolosa, che benedice la salma di Ladislao;

Fig. 9 - Dettaglio. Credits - Di Miguel Hermoso Cuesta - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=70634074.

La statua equestre del re, sull'ultimo ordine, con la spada sguainata e puntata verso l'alto, sormonta totalmente il mausoleo. Risalta, alla base, la scritta “Divus Ladislaus”.

Fig. 10 - Dettaglio. Credits - Di Armando Mancini - Flickr: Napoli - Chiesa di San Giovanni a Carbonara, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17689264.

Diverse sono state le letture e le interpretazioni di questa rappresentazione del sovrano sulla cima del monumento: le letture tradizionali che si danno sono due:

 

  1. All'indomani della scomunica, Ladislao, in groppa al suo cavallo, sfida la Chiesa;
  2. L'esaltazione delle sue virtù militari.

 

Resta certa l'interpretazione della presenza del cavallo, legata alla maniera scultorea tardogotico lombarda.

 

Il Crocifisso di Giorgio Vasari

Merita di essere citato il Crocifisso realizzato da Giorgio Vasari, all’interno del Complesso stesso, un olio su tela conservato all'interno della chiesa stessa.

Si tratta di un Crocifisso databile intorno al 1545, che alcune fonti raccontano che non sarebbe l'unica opera realizzata dal Vasari per la chiesa, ma che avrebbe fatto parte di un gruppo di opere conservate attualmente presso il Museo di Capodimonte.

Le fonti raccontano che il dipinto sarebbe stato realizzato a Roma e, solo in un secondo momento, spedito a Napoli per essere collocato all'interno della Cappella Seripando poiché fu commissionata dallo stesso cardinale Gerolamo per porla nella cappella di famiglia all'interno della chiesa di San Giovanni stesso.

Fig. 11 - Giorgio Vasari, Gesù Crocifisso, 1545, Napoli, Chiesa di San Giovanni a Carbonara. Credits - Di Peppe Guida - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93029705.

Attualmente è collocata accanto al monumento sepolcrale di Ladislao; lo spostamento si è reso necessario per i lavori di restauro che hanno interessato la cappella stessa a partire dall'anno 2011.

Fig. 12 - Credits - Di Miguel Hermoso Cuesta - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=70634072.

 

 

 

Bibliografia

I.Maietta. Vasari a Napoli - Paparo editori

 

Sitografia

Treccani.it

Napoligrafia.it

Napoli-turistica.com

Napolike.com

Touringclub.it


IL COMPLESSO MONUMENTALE DONNAREGINA


A cura di Ornella Amato

 

Il Museo Diocesano

Il complesso Monumentale Donnaregina ospita il Museo Diocesano di Napoli a partire dal 2007, anno in cui non solo sono state allestite le sale all’interno delle quali è possibile ammirare le opere d'arte liturgica che generalmente sono “nascoste” al grande pubblico e che qui hanno trovato collocazione e esposizione, ma anche tele, arte scultorea, ori ed argenti un tempo chiusi in cassaforte e che ora si mostrano al grande pubblico e si offrono alla città.

Fig. 1 - Sale interno del Museo Diocesano di Napoli. Credits: beniculturalionline.it.

Il complesso è unico nel suo genere, in particolare per quel che concerne il riutilizzo e soprattutto la riorganizzazione degli spazi anche per attività extra museali quali convegni, spettacoli o eventi in genere; annovera anche un polo didattico e congressuale dotato di alta tecnologia, sale di ricevimento etc. Insomma, esso rappresenta una realtà che, partendo da due chiese estremamente distanti per stili architettonici, è in continuo movimento, pur mettendo sempre al centro le due basiliche che, probabilmente loro malgrado, diventano l’una complementare all’altra, in un complesso nel quale, l’ennesimo della città di Napoli, si stratifica la storia.

Il Complesso di Donnaregina

Il Complesso di Donnaregina, nello specifico, viene distinto in “vecchia” e “nuova”, ma in realtà sono due facce della stessa medaglia, dove si incontrano e quasi si scontrano due stili: da una parte il gotico severo ed austero del complesso monumentale di Donnaregina vecchia e, dall’altra, il Barocco trionfante seicentesco alla basilica Donnaregina nuova: le due chiese sono poste una alle spalle dell'altra sebbene facciano parte di un’unica area; un tempo erano collegate da un corridoio interno utilizzato dalle Clarisse che, così, potevano passare da una chiesa all’altra senza correre il rischio di dover uscire dalla clausura.

Il Complesso Donnaregina vecchia

La chiesa gotica trecentesca fu costruita per volontà degli Angioini, e negli archi a sesto acuto ricorda il gotico francese di San Lorenzo Maggiore, la cui abside è l'unico esempio in Italia di gotico francese, il che fa supporre che probabilmente entrambi appartengano allo stesso anonimo architetto d'Oltralpe.

Fig. 2 - Interno con abside ed altare maggiore. Credits: museodiocesanonapoli.it.

La Basilica di Donnaregina “vecchia” ha avuto un trascorso piuttosto travagliato sin dagli inizi della sua storia, poiché in un primo momento il convento fu, per volere di Carlo I D'Angiò, carcere per i suoi avversari politici; successivamente fu danneggiato da un terremoto e infine completamente restaurato grazie alla regina Maria d'Ungheria, morta nel 1309 e, per suo stesso desiderio, sepolta all'interno della stessa chiesa in una tomba monumentale realizzata da Tino di Camaino, che arrivò in città l’anno successivo della morte alla regina stessa per realizzare il monumento funebre.

All’austerità dei toni di un gotico trionfante, che in Europa proprio in quei secoli lasciava grandi testimonianze, fanno da adorno gli affreschi di Piero Cavallini, tutt’oggi perfettamente conservati all’interno delle sale della Basilica.

Il Complesso Donnaregina nuova

Il confronto architettonico, storico e artistico maggiore, però, la basilica lo vive con “l’altra” Donnaregina, quella realizzata alle sue spalle, quella che - a partire dal XVII sec. - le Clarisse raggiungevano attraverso un corridoio, quella in cui, il Barocco trionfante del Seicento, in aperto contrasto col gotico trecentesco, è la Basilica di Donnaregina “nuova”.

Napoli, anno 1617

Una grande scala in piperno e marmo precede la grande facciata, realizzata nello stesso materiale: all'interno, un'unica navata, con sei cappelle, tre per ciascun lato, nessun transetto e marmi policromi secondo il gusto dell'epoca. In sintesi questo è l’identikit della nuova chiesa, voluta dalle stesse Clarisse per adeguarsi al gusto dell'epoca e per questo sfarzosa, imponente, in netto contrasto col gotico della struttura precedente, da cui è divisa da ben trecento anni di architettura, un arco temporale che non è solo cronologico, ma è soprattutto stilistico.

Fig. 11 - Basilica di Donnaregina Nuova, dettaglio della cantoria. Credits: napoligrafia.it.

Stucchi dorati, affreschi, marmi policromi, un vero e proprio trionfo dello sfarzo, ma soprattutto i maggiori nomi dell’ambiente artistico napoletano. Qui lavorano Luca Giordano, Agostino Beltrano, Francesco Solimena. È a loro che si devono non solo gli affreschi ed i relativi cicli pittorici, ma anche le tele che adornano le cappelle.

Le due chiese furono separate negli anni ‘30 del XX sec., e dal 2007 entrambe fanno parte del Complesso Museale Diocesi di Napoli.

Entrambe sono parte essenziale del Complesso Monumentale Donnaregina, e l’una si rivela essere complementare all'altra: il Gotico, corrente, che Giorgio Vasari, con disprezzo definì “barbaro”, dal popolo barbaro dei Goti, ed il Barocco, coi suoi trionfanti colori, in un’unione che convive in un unico complesso, “spalla a spalla” non solo metaforicamente, ma nel senso più reale della descrizione.

 

 

Bibliografia

Pacelli - La pittura napoletana da Caravaggio a Luca Giordano - 1996 Ed. Scientifiche Italiane

AAVV.: -  La grande Storia dell’Arte Vol. 2 e Vol. 7 - Gruppo Editoriale L’Espresso

De Fusco - Mille anni di architettura in Europa - Laterza Ed.

 

Sitografia

www.beniculturalionline.it

www.museodiocesanonapoli.it

www.napolidavivere.it

www.napolipost.it

www.10cose.it

www.ecampania.com

www.cosedinapoli.com

www.napoligrafia.it


SAN LORENZO MAGGIORE A NAPOLI

A cura di Ornella Amato

 

Introduzione: una storia iniziata nel V sec. a.C. e che continua ancora oggi

Quello che si fa nel Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore a Napoli è un viaggio sopra, sotto e dentro la storia di una città, una storia che inizia nel V secolo avanti Cristo: l’intero complesso sorge infatti sui resti della Neapolis sotterrata, ovvero un'intera area archeologica sopra la quale gli Angioini fecero realizzare la basilica di San Lorenzo, a cui poi, nel corso del tempo, si è affiancato il Chiostro, con tutti i rimaneggiamenti susseguitisi nel corso dei secoli successivi, ed il Museo dell'Opera che – quale Polo museale – ne conserva e ne tramanda la stratificazione storica e artistica.

La Basilica di San Lorenzo Maggiore

La chiesa è caratterizzata da una pianta a croce latina che comprende tre navate, due navate laterali con 8 cappelle ciascuna per un totale di sedici cappelle più una navata centrale, ed ha una lunghezza enorme, circa 80 metri. Il complesso comprende un’abside unica in Italia modulata sul gotico francese, il museo dell'Opera, due sale di accoglienza che sono veri e propri scrigni data la qualità degli affreschi che contengono e di cui si compongono, e soprattutto un chiostro, che è l'accesso diretto non solo agli scavi sottostanti la basilica ma anche alla Neapolis sotterrata. Qui sono visibili gli scavi della età greco-romana coi resti del macellum, le botteghe, e i mosaici, taluni visibili dal pavimento della stessa chiesa attraverso lastre appositamente create all'interno di essa.

Sulla facciata del Campanile sono affissi gli stemmi dei Sedili della città.

Campanile della Basilica con gli stemmi dei Sedili della Città. Credits: Wikipedia.

Una storia millenaria, quella che racconta il Complesso Monumentale di San Lorenzo.

Interno della Basilica. Credits: Wikipedia.

Dal Decumano Maggiore, dove un tempo esisteva l'agorà, dopo aver attraversato l'intera via di San Gregorio Armeno, e prima di arrivare in piazza San Gaetano con l’omonima statua, a destra, lungo la via, si può notare uno scalone di pietra che conduce davanti all'ingresso della basilica, mentre alla sua destra insiste il Campanile su cui sono presenti gli stemmi dei Sedili della Città che proprio lì si riunivano, laddove era necessaria la loro presenza.

La facciata barocca della chiesa conserva il portale gotico e gli originali lignei trecenteschi,

All’interno della basilica, nonostante i rimaneggiamenti dal ‘600 in avanti che sono particolarmente evidenti nella controfacciata e nella terza cappella di sinistra, caratterizzata da un arco a tutto sesto e marmi policromi, tipici dell'architettura barocca napoletana, spicca il Cappellone di Sant'Antonio, in cui sono presenti due tele di Mattia Preti.

Mattia Preti - Crocefissione - Cappellone di Sant’Antonio, Basilica di San Lorenzo Maggiore. Credits: Wikipedia.

Le altre cappelle, originarie dell'età angioina a cui la stessa chiesa va datata, sono caratterizzate da archi a sesto acuto, tipici del periodo gotico.

La navata centrale, nonostante i suoi 80 metri di lunghezza, accompagna lo sguardo del visitatore direttamente all'abside, monopolizzando l’attenzione. Essa fu realizzata seguendo i canoni del gotico francese, unico esempio in Italia e che rimanda all'altra chiesa angioina presente in città, ossia il complesso monumentale di Donnaregina con cui ha in comune la fattezza dei tronconi a sesto acuto; in entrambi i casi si tratterebbe di un anonimo architetto francese, sebbene la conca absidale di San Lorenzo resti un unicum sull'intero territorio nazionale.

Interessante è poi, al centro dell'abside, l'altare maggiore, non solo per la raffigurazione dei Santi Lorenzo, Antonio e Francesco ma in particolare per il fatto che sullo sfondo è rappresentata la città di Napoli in epoca rinascimentale, opera di Giovanni da Nola.

La rappresentazione la città che fa da sfondo ai Santi ha anche un'importanza ed un'alta rilevanza storica oltre che artistica, poiché consente, attraverso una vera e propria indagine iconografica e iconologica, uno studio sulla città di Napoli in epoca rinascimentale.

Il convento

Il convento è sicuramente parte fondamentale dell'intera area facente riferimento al complesso museale di San Lorenzo Maggiore: infatti esso non solo ospita il Museo dell'Opera, che è un vero e proprio polo museale allestito all'interno dell’area, ma consente al pubblico la vista delle due imponenti sale di cui si esso stesso si compone: la sala Capitolare, caratterizzata da volte a crociera realizzate nel secondo trentennio  del XIII secolo e la sala intitolata a  Sisto V, alla quale si accede attraverso il chiostro e che è il grande refettorio del convento stesso.

 

Il Chiostro

Il Chiostro della Basilica di San Lorenzo Maggiore è la dimostrazione dell'intera vicenda storico-artistica del complesso monumentale stesso; infatti è di origine gotica, ma la versione che esiste ancora oggi è quella di epoca settecentesca realizzata sui resti del macellum romano e caratterizzata al centro da un pozzo, realizzato in marmo e piperno dal maestro Cosimo Fanzago.

Credits: napoligrafia.com.

Il Chiostro, che tra gli altri ospitò Francesco Petrarca, non è interno alla basilica, ma è ad essa adiacente, e adesso vi si accede attraverso via dei Tribunali, importante strada del centro storico di Napoli.

Altresì, attraverso il Chiostro si accede all'area archeologica sottostante la basilica, la cosiddetta Neapolis sotterrata.

 

Neapolis Sotterrata

Quello nella Neapolis sotterrata è un viaggio nel tempo e nello spazio della Napoli dell'età classica, all'interno del quale si percorre l’antica strada romana con le botteghe intorno al macellum; i reperti rinvenuti nei resti dell'antica città di Napoli - tra l'altro oggi l'area archeologica di maggiore interesse all'interno del centro storico della città stessa, una sorta di città nella città - sono conservati all'interno del Museo dell'Opera.

 

Bibliografia

AAVV. La Grande Storia dell’Arte Vol. 2 Il Gotico - 2003 Gruppo Ed. L’Espresso

De Fusco Mille anni d’architettura in Europa - Cap. 2 - Il Gotico - 2001 Editori La Terza

 

Sitografia

www.laneapolissotterrata.it

www.laneapolissotterrata.it/complessomonumentaledisanlorenzomaggiore

www.touringclub.it

www.napolike.it

www.napoligrafia.it

www.10cose.it

www.napoli–turistica.com-sanlorenzomaggiorebasilicaecomplessoarcheologico


L'OSPEDALE DELLE BAMBOLE.IL MUSEO-BOTTEGA

A cura di Ornella Amato

Un sincero ringraziamento alla Dott.ssa Tiziana Grassi

Primario dell'Ospedale delle Bambole

 ed a tutto il suo Staff per la disponibilità e la collaborazione.

 

Introduzione. Dal Laboratorio al Museo-bottega

L'Ospedale delle Bambole si ingrandisce, si trasforma, cambia sede, trasferendosi all'interno delle Scuderie di Palazzo Marigliano, al numero 39 di Via San Biagio dei Librai. Dalla bottega - laboratorio del Maestro Luigi Grassi, nato quasi per caso nel lontano 1895,122 anni dopo prende vita il Museo-bottega dell'Ospedale delle Bambole, grazie alla volontà della Dottoressa Tiziana Grassi, attuale Primario dell'Ospedale stesso.

Fig.1

È sabato 21 ottobre 2017, e si inaugura non un nuovo laboratorio, piuttosto – e per meglio dire – il Museo dell'Ospedale delle Bambole o ancora meglio, il Museo-bottega, poiché è così che è giusto chiamarlo, all'interno del quale non solo vi è solo il laboratorio di restauro, cuore pulsante del Museo in cui operano le abili mani delle restauratrici, ma sono esposte anche le bambole “riportate alla vita” e tutti i materiali necessari alla loro cura, che avviene all'interno del laboratorio che incessantemente si occupa di ciò. Restauri di bambole, arte sacra, recupero dei peluche sono alcune delle attività quindi che vanno a comporre un vero e proprio museo della memoria, dell'uomo in primis, e della conservazione di tutto quanto è stato "giocato" ed è tornato a vita nuova e che ora, esposto, si presenta agli occhi dei visitatori.

"Museo" ovvero "luogo sacro alle Muse" o meglio ancora “Istituto culturale di particolare interesse storico”. La definizione del termine museo si addice perfettamente a questa struttura: è la conservazione della cultura, del recupero e del restauro, e, di conseguenza un vero e proprio Istituto culturale, tra l'altro posto in una zona di Napoli dove il livello culturale è altissimo, dove non solo ci si collega al passato, ma si guarda al futuro, anche attraverso la cultura della memoria e la cura dell'oggetto e dei sentimenti che prevalgono sul consumismo.

Il Museo-bottega

Il Museo-bottega è stato fortemente voluto ed è tutt'oggi curato dal Primario dell'Ospedale stesso, la Dottoressa Tiziana Grassi, che, con tenacia, porta avanti un antico mestiere e lo tramanda ai posteri anche attraverso attività didattiche e laboratori effettuati all'interno della stessa struttura museale.

 

Il percorso, che si snoda all'interno della struttura, si può definire emozionale, fatto di ricordi, di memoria, di momenti, di attimi di giochi, di un'infanzia lontana eppure vicina, perché i bambini di ieri sono gli adulti di oggi e i bambini di oggi saranno gli adulti di domani, in un Museo collegato al passato, che racconta e si racconta attraverso la cura delle persone, delle bambole, degli oggetti, ma anche attraverso il restauro di arte sacra, affinché nulla vada perduto.

Fig. 4 - Arte Sacra.

In questo spazio espositivo di circa 180 mq si incontrano tutti i passaggi che caratterizzano l'Ospedale delle bambole, ospitato all'interno del Museo stesso: Accettazione, Pronto Soccorso, “Bambolatorio” con le corsie di degenza, strumenti per la diagnostica, bambole in attesa di trapianto, ortopedia, oculistica, ma anche vestizione, trucco e parrucco.

Sequenza dei reparti

E ancora scaffalature in cui sono esposti arti e teste di bambole

Delle esposizioni, tutte particolarmente interessanti, vanno segnalate in particolare quelle del reparto di Oculistica

Fig. 10

con occhi in diversi materiali, destinati sia a bambole sia a peluches, di cui il Museo conserva ed espone svariate tipologie, ed il reparto Voce, in cui sono esposte le apparecchiature per far “parlare” le bambole”.

Fig. 11

Le collezioni 

Anche le sue collezioni sono assolutamente particolari: attualmente ha in affido una collezione di circa 70 cavalli a dondolo, dal Settecento al Novecento, ed inoltre conserva una collezione variegata di Bambole Lenci.

Fig. 12 - Cavallo a dondolo.

Le Bambole Lenci nascono a Torino negli anni 20 e Lenci è l'acronimo di LUDUS EST NOBIS CONSTANTER INDUSTRIA, ovvero il gioco è la nostra opera continua. Da loro nasce il pannolenci, ossia il panno di cui erano fatte le bambole: lavabile, non particolarmente costoso, poiché questi giocattoli erano interamente fatti a mano, rendeva tali giocattoli più resistenti rispetto ad una bambola di porcellana, ed era più facile giocarci anche perché era estremamente basso il rischio di rottura. Anche questo rappresenta oggi un ricco pezzo della storia del made in Italy.

Scaffalatura con al centro Bambole delle Collezione Lenci, in particolare si fa riferimento alla bambola con l'abito in stile giapponese e alle due bambole laterali

 

In questo particolare viaggio che si fa attraverso il tempo e lo spazio, la storia di questa struttura più unica che rara viene raccontata al visitatore, oltre che dalle Dottoresse, anche dalle Bamboline stesse, poiché viene proiettata su di uno schermo, con un fare quasi fiabesco che incanta ed emoziona lo spettatore.

Fig. 15

Allo stesso modo è proiettato sul bancone da lavoro originale di Luigi Grassi, - che nel 1895 fondò l’Ospedale delle Bambole - il lavoro manuale che fanno tutt’oggi le Dottoresse.

Fig. 16 - Il banco di lavoro del maestro Luigi Grassi.

Il viaggio che il visitatore compie all’interno del Museo dell’Ospedale delle Bambole, un Museo - Bottega per eccellenza, riconosciuto tra le 10 cose da vedere a Napoli, inserito all’interno del circuito Artecard, è un viaggio completo: emozionale e culturale al tempo stesso, un tuffo nel ricordo e nella memoria, dove s’incontrano i vissuti del passato, la volontà della conservazione attraverso il recupero e, soprattutto, la trasmissione ai posteri.

Quanto conservato qui quasi “costringe” delicatamente il visitatore a tornare bambino, poiché di certo troverà un pezzo che gli ricorda la sua infanzia: un giocattolo che aveva uguale, una bambola che gli ricorda quella che sua nonna gelosamente conservava… ogni pezzo riporta indietro nel tempo, un tempo lontano, passato, ma che qui sembra essere contemporaneamente fermo e proiettato in avanti, grazie all’ausilio di supporti tecnologici, affinché nulla vada perduto e tutto sia consegnato al futuro delle prossime generazioni.

 

Sitografia

www.ospedaledellebambole.com

Foto

Ornella Amato


L'OSPEDALE DELLE BAMBOLE DI NAPOLI

A cura di Ornella Amato

Alla Dott.ssa Tiziana Grassi, Primario dell’Ospedale delle Bambole,

e a tutte le sue collaboratrici

immensamente GRAZIE per la preziosa collaborazione e disponibilità.

Dalla bottega all'ospedale delle bambole

Una bottega. Anzi no, un ospedale. No, meglio ancora: un Museo. Anzi: un “Museo – Bottega” che nasce da un Ospedale. L'Ospedale delle Bambole.

Un qualcosa che nella logica quasi non dovrebbe esistere eppure c'è, un posto unico al mondo: sicuramente il primo in Italia, nato nel lontano 1895, un luogo dove si incontrano sogno e realtà: museo, bottega e ospedale, che convivono insieme all'interno di un'unica struttura, quella delle Scuderie di Palazzo Marigliano a Napoli, nella centralissima Spaccanapoli, per la precisione in Via San Biagio dei Librai, una delle zone della città di Partenope in cui il livello culturale è altissimo, dove la cultura della tradizione partenopea è più forte che in qualsiasi altro luogo. Qui, in questo luogo che non ne ha eguali, seguendo la logica del recupero, del restauro, della memoria e soprattutto delle persone, si fonde una realtà che, metaforicamente, sembra un coro a più voci e che nel contempo si tripartisce e si riunisce e lo fa sotto un unico nome: il Museo-Ospedale delle Bambole di Napoli.

Il museo è stato inaugurato il 21 ottobre del 2017, ma la storia dell'Ospedale delle Bambole inizia in tempi ben più remoti, a partire dall'anno 1895.

La sua nascita è quasi casuale: in una bottega di 18 mq su Via San Biagio dei Librai il maestro Luigi Grassi, bisnonno dell'attuale Primario dell’Ospedale, la dott.ssa Tiziana Grassi, che racconta lei stessa la storia della nascita di un luogo così particolare, indossato il camice bianco per non sporcarsi, lavorava alle scenografie teatrali, realizzava e riparava i pupi. Un giorno si ritrovò, nel suo laboratorio, un bambola da sistemare, la prima, a cui ne seguirono altre: una donna, guardando dentro la bottega, affermò che sembrava quasi un ospedale, un ospedale delle bambole per l'appunto, e il maestro prese una tavoletta e sopra, rigorosamente in rosso, disegnando tanto di croce, ci scrisse “Ospedale delle bambole ”, sistemando l’insegna proprio davanti l’ingresso della bottega.

L’Ospedale delle Bambole era nato.

Napoli Via San Biagio dei Librai - prima sede dell'Ospedale delle Bambole

Una piccola bottega, ubicata nel cuore della città non solo di un tempo che fu, ma di quella Napoli che ancora oggi vive di mestieri antichi che non solo vanno riscoperti ma che soprattutto resistono al tempo, alla tecnologia e soprattutto al consumismo, poiché frutto non solo delle sapienti mani di abili restauratrici che ridonano luce e vita a quel che il tempo ha inevitabilmente segnato, ma anche il fatto stesso di essere stati semplicemente “giocati”, poiché a quell’uso erano destinati e qui, in questo luogo che può sembrare magico, ma che invece è reale, ritornano e soprattutto ritrovano vita, poiché ad esse e per esse prevale e viene applicata in tutto e per tutto la cultura del recupero e della memoria.

Il laboratorio di restauro

Un vero e proprio laboratorio di restauro centenario, che non solo restaura bambole - oggi affiancato anche da un ambulatorio veterinario per la cura ed il recupero dei peluches - , ma anche arte sacra, Madonne e pastori ai quali viene restituita la loro antica bellezza, non si tratta in questo caso di maestri pastorai, sebbene sia nella strada della Napoli dei presepi e dei pastori, ma di restauri operati da restauratrici di articoli di arte sacra – per i quali oggi esiste un vero e proprio reparto apposito e che comprende per l'appunto anche i pastori – il tutto attualmente nella nuova sede di Palazzo Marigliano, in uno spazio dieci volte maggiore del precedente, all'interno del quale prende vita anche e soprattutto il Museo.

Arti, occhi, teste, e poi abiti, accessori: insomma, tutto quanto c’è intorno ad una bambola che un tempo doveva essere meravigliosa, che un tempo aveva destato, in chi l'aveva ricevuta in dono, sentimenti di gioia, di felicità. Poteva trattarsi della bambola desiderata e ricevuta magari nelle feste natalizie, trovata sotto l'albero di Natale dalla bimba ricca; poteva essere la bambola desiderata e trovata accanto al presepe, contornata di noci e frutti di stagione, dalla bambina meno fortunata, che diventava la compagna di giochi più fidata, l'amica a cui fare la confidenza. Poteva, infine, essere la bambola regalata dal fidanzato alla sua donna, la più bella, quella dal significato più profondo e che, posta sul letto matrimoniale, simboleggiava fertilità; ognuna di queste, rese malconce dai più svariati motivi, oggi come ieri, viene portata in ospedale, restaurata e rimandata a casa - stando alle testimonianze di chi da tutto il mondo invia bambole - anche più bella di come la si aspettava.

’o ssapev ca venev bell, ma non accussì!

(Lo sapevo che veniva bella ma non così bella!)

E questo è il commento che le dottoresse tradizionalmente si sentono dire da chi ritira e riporta a casa la sua bambola.

Organizzazione interna dell'ospedale delle bambole

Pronto Soccorso - Accettazione dell’Ospedale

 L'ospedale delle Bambole è organizzato secondo i canoni di un vero e proprio ospedale. Qui ci sono tutti i reparti, tranne uno, qui non esiste l' obitorio.

In questo ospedale, si rinasce sempre perché la cura ma soprattutto il recupero sono alla base della logica del suo operare.

Corsia degenze - il Bambolatorio - ovvero l’ambulatorio delle Bambole

Le bambole che arrivano devono seguire un percorso ben preciso: si arriva dall’Accettazione e dal Pronto soccorso dove vi sono le dottoresse che, con tanto di visita, diagnosi e relativa impegnativa di ricovero del giocattolo stesso, trasferiscono al reparto di appartenenza, che possa essere oculistica, ortopedia, meccanica od anche trapianti; dopo essere state curate, passano quindi al reparto di trucco e parrucco ed alla fine a quello della vestizione. Il recupero è quindi totale.

I reparti - dettaglio del reparto dei “gessi”

Le bambole dimesse portano un cartellino di“ sana e robusta costituzione”, che un tempo veniva firmato e datato dal restauratore, diventando così un oggetto unico.

Il recupero di un giocattolo, di una bambola, di un oggetto prezioso, come ad esempio di una Madonnina o di un pastore del presepe, è il recupero della memoria, è il mantenere vivo le emozioni, i legami, gli affetti e tutto quello che oggi può sembrare che vada contro corrente in una società come la nostra dove è la logica del consumo che vuole sempre prevalere su quella del recupero, dove anche il paziente lavoro del restauratore che ridà vita a ciò che rischia di andare perduto seppure con fatica riesce a sopravvivere, a tramandare ai posteri non solo gli antichi mestieri ma soprattutto la memoria storica di quello che si è stato e che si può ancora essere.

Le bambine di ieri e che sono le donne di oggi, che ancora oggi portano in questo luogo le bambole delle loro stesse bambine che saranno loro le donne di domani, così come in un tempo lontano le loro madri avevano fatto con loro, contribuendo alla cultura del recupero e della conservazione piuttosto che alimentare quella del consumismo puro, non solo partecipano a mantenere vivo un mestiere che si tramanda ormai da 4 generazioni all'interno della famiglia Grassi, ma partecipano a mantenere vivo un luogo che è annoverato tra le 10 cose più importanti da vedere a Napoli, citato nelle guide e l'interno del circuito Campania artecard, non è solo magico, ma unico al mondo.

 

Sitografia

www.ospedaledellebambole.com


CARAVAGGIO: LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA

A cura di Ornella Amato
Fig.1 - Facciata del palazzo. Copyright Wikipedia.

Introduzione al Pio Monte di Misericordia

Il Pio Monte della Misericordia è un’istituzione laica che nasce nel 1602 per volontà di 7 nobili napoletani dediti ad opere caritatevoli realizzate stilando veri e propri programmi settimanali a fini assistenziali.

Nel 1653 la chiesa dell'edificio fu demolita per essere poi ricostruire integralmente e dal 1658 fino al 1678 il complesso fu totalmente riorganizzato in uno stabile di maggiori dimensioni. Il nuovo progetto edilizio, dalla pianta ottagonale, veniva affidato all'architetto Francesco Antonio Picchiatti, mentre nel 1666 terminavano i lavori della grande cupola della chiesa e venivano commissionate ad Andrea Falcone le sculture del porticato esterno, che l’adornava con le tre Allegorie.

Diversi furono nel corso del tempo i rimaneggiamenti, infatti altri lavori si ebbero anche nel corso del Settecento ed in particolare nel 1720 e nel 1763.

Lungo la facciata corre il “motto” della fondazione stessa - tratto da un verso del profeta Isaia -:

Fluent ad eum omnes gentes

ovvero: 

“Tutte le nazioni affluiranno ad esso”.

 

Fig. 2 - Facciata. Copyright napoli-turistica.com.

La Chiesa del Pio Monte della Misericordia

La Chiesa del Pio Monte è inglobata all’interno del palazzo stesso e si rivela essere priva di facciata; infatti l'accesso avviene attraverso un portale dentro il portico in piperno con cinque arcate che caratterizzano la parte inferiore della facciata principale dell'edificio stesso. L'interno della chiesa è maestosamente sobrio ma nel contempo imponente e silenzioso, caratterizzato dai colori bianco e grigio e che donano un’eleganza misurata ed equilibrata.

Fig. 3 - Interno della Chiesa del Pio Monte. Copyright Wikipedia.

Eppure, entrando in Chiesa, lo sguardo del visitatore, che potrebbe essere rapido e fugace, in realtà è rapito e folgorato dalla tela del Merisi sull’altare maggiore raffigurante le Sette opere di Misericordia, realizzate durante il suo periodo napoletano.

Fig. 4 - Altare Maggiore. Copyright Wikipedia.

La presenza di Caravaggio a Napoli fu la conseguenza di un evento estremamente particolare: il Merisi era stato condannato a morte per l’uccisione in un duello di Ranuccio Tommasoni e, a seguito di tale condanna, lasciò la città papale alla volta di Napoli, dove giunse il 6 ottobre del 1606 rimanendovi circa un anno, godendo della protezione della famiglia Carafa - Colonna.

È in questo contesto storico che la pietà evangelica incontra per sempre l’arte del pittore lombardo.

Perchè io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere;

 ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato,

 carcerato e siete venuti a trovarmi”.

                                                                                                                        Mt 25, 35-37

 

E poi vi è l’ultima delle opere di misericordia corporale che non si trova nell'elenco dell’evangelista Matteo, nella quale ci è chiesto di “seppellire i morti nella terra, di inumare o comunque di porre in un sepolcro, in una tomba”, come avvenne per Cristo, ma con la fede nella risurrezione della carne.

Caravaggio: le Sette Opere di Misericordia

Fig.5 - Michelangelo Merisi detto il Caravaggio Nostra Signora della Misericordia. Copyright Wikipedia.
  • Dimensioni cm: 390 x 260
  • Costo pagato dal Pio Monte: 400 ducati
  • Data di consegna: 9 Gennaio 1607
  • Olio su Tela

La tela, nota al grande pubblico come Le Sette Opere di Misericordia, in realtà si chiama Nostra Signora della Misericordia come indica una trascrizione settecentesca della polizza di pagamento a Caravaggio.

Fiumi di parole sono state spese e ancora se ne spenderanno per un’opera di tale portata che non solo destò grande meraviglia tra i committenti tanto da vietare ogni forma di riproduzione, ma che ancora oggi è studiata, letta, interpretata e che a sua volta rappresenta un precetto evangelico in ragione del quale i fedeli, per ottenere il perdono dai peccati, devono compiere azioni caritatevoli verso i bisognosi ed è interpretato da Caravaggio, attraverso personaggi dalle fattezze popolari,  ambientando la scena dei vicoli napoletani.

Pazzia Pura o Rivoluzione?

Caravaggio inserisce tutte le sette opere caritatevoli in un unico dipinto, una sola grande tela, per la quale  si prediligono due chiavi di lettura, sebbene entrambe indichino, come punto di partenza, la Vergine col Bambino sorretta dagli Angeli. La tela può essere divisa in due parti orizzontali: superiore ed inferiore, seguendo la rara ma efficace luce presente nel dipinto, oppure in senso orario, partendo dalla Vergine e procedendo alla destra della tela seguendo le opere rappresentate.

Quest’ultima è proprio il tipo di lettura che daremo in questa sede, partendo dalla Vergine col Bambino.

Una donna affacciata ad una finestra, che guarda la scena che le si presenta, sporgendosi per “vedere meglio” come se fosse ad una finestra o al massino un balconcino di un piccolo appartamento posto nel buio di un vicolo napoletano, come se fosse sopra lenzuola stese ad asciugare, dove il tutto è rappresentato dall’incrocio delle muscolose braccia degli angeli.

Fig. 5a

I volti di madre e figlio sono estremamente delicati, la luce li investe come un faro che colpisce i visi, evidenziandone non solo  le fattezze, ma anche la biondezza del Bambino e la brunezza della Madre, coi capelli leggermente raccolti; tiene il Bambino in maniera tenace, le fanno da “davanzale” le braccia degli Angeli, una sorta di “davanzale celestiale” che, in maniera quasi acrobatica frenano il loro volo, vincendo  la forza di gravità; la mano aperta dell’angelo di sinistra che  - sebbene poggi sul nulla - riesce a frenare il volo  e mostra l'intera muscolatura del braccio teso; le ali sono di un realismo impressionante, la realizzazione del piumaggio è pressoché perfetta e, al centro di esse, si pongono i due personaggi celesti.

Fig. 5b

Il bianco caravaggesco  si impone nella scena sacra, dona  luce e splendore a Colui che per intercessione di Sua Madre, dona grazia e Misericordia.

Lo sguardo del Bambino ci indirizza verso quanto accade sotto di Lui.

Il suo sguardo è dolce, il viso delicato, quasi in contrasto con la cruda realtà delle scene che si stanno svolgendo nel buio di un vicolo napoletano del XVII sec., dove il buio della notte è rotto solo dalla luce delle candele che illuminano le sette opere caritatevoli che si stanno svolgendo.

Seppellire i morti

Fig. 5c

 

E’ raffigurato con il trasporto di un cadavere di cui si vedono solo i piedi, da parte un uomo di chiesa, probabilmente un diacono che regge la fiaccola che illumina leggermente un muro ed un portatore che - nonostante la pochissima luce alla quale partecipa la fiamma della fiaccola stessa - ci mostra, suo malgrado, il suo lato destro.

Visitare i carcerati e Dar da mangiare agli affamati

Fig. 5d

In una sola scena sono rappresentate entrambe le opere di misericordia e sono raffigurate attraverso un vero e proprio “racconto pittorico “della storia di Cimone e Pero che si ritrovano protagonisti di due delle sette opere: Cimone, condannato a morte per fame in carcere e sua figlia Pero, che nutrì il padre dal suo seno, perché non morisse. A seguito di ciò, fu graziato dai magistrati che fecero erigere nello stesso luogo un tempio dedicato alla Dea Pietà.

Vestire gli Ignudi e Curare gli Infermi

Fig,. 5e

La lama della spada che risalta con forza sul buio della scena e che taglia in due il mantello di un giovane cavaliere - identificabile con San Martino di Tours – conduce lo sguardo allo storpio sulla sinistra del santo, probabile riferimento alla vita di san Martino che era solito occuparsi degli infermi. Sotto il mantello si vede la parte superiore di un piede e, accanto, un uomo, a terra, in atto di tirare a sé il mantello con la mano destra, appoggiandosi sulla mano sinistra e mostrando la sua schiena - dalla perfetta anatomia - irradiata dalla luce.

Ospitare i Pellegrini

Fig. 5f

La scena è rappresentata con un uomo in piedi all'estrema sinistra che indica un punto verso l'esterno della tela, rispondendo ad una probabile domanda appena ricevuta e fornendo un’indicazione; la presenza della conchiglia sul cappello (simbolo dei pellegrinaggi a Santiago di Compostela) lo rende  identificabile con un pellegrino.

Dar da Bere agli Assetati

Fig. 5g

Il Merisi rappresenta quest’ultima opera misericordiosa sulla sinistra della tela, attraverso la rappresentazione dell’episodio biblico in cui Dio fa sgorgare l’acqua dalla mascella di un asino per abbeverare Sansone che, nella tela, la stringe col braccio destro e ne beve l’acqua che, miracolosamente, ne zampilla fuori. Il suo volto è rugoso, Sansone è stanco, assetato, lo sguardo è rivolto verso l’alto, la poca illuminazione gli rende brillante la pupilla dell’occhio sinistro (è la parte del profilo che mostra allo spettatore), ma l’eroe biblico - sebbene illuminato in pochi tratti da una luce leggera, quasi di riflesso da quella che illumina i personaggi che popolano la scena davanti - nel buio di questa notte napoletana, è di certo, tra i personaggi di maggiore qualità.

Sansone chiude questo viaggio all’interno della tela, o forse sarebbe meglio dire, lungo i vicoli di un notturno napoletano seicentesco, pur lasciando un sospeso, un sospeso che le mastodontiche dimensioni sembrano quasi non colmare, poiché sospesi si resta davanti a tutte le altre tele del Merisi che, con pazzia e genialità, ha scritto le pagine più controverse e difficili, ma più amate della storia dell'arte in Italia.

 

 

Bibliografia

Pacelli - Caravaggio. Le sette opere di Misericordia - Ediz. Artstudiopaparo - 2014

Torre – Le sette opere di Misericordia – Le pale d’altare di Caravaggio del primo soggiorno a Napoli – Agape Editore

Negri Arnoldi - Storia dell'Arte Vol. III - Fabbri Editori

Casanova - Fluent ad eum omnes gentes. Il monte delle sette opere della misericordia di Napoli nel Seicento. Ed. Clueb - Gennaio 2008

Abbate - Storia dell'arte nell'Italia meridionale vol.4

Il secolo d'oro Ed. Donzelli - luglio 2002

 

Sitografia

http://www.piomontedellamisericordia.it/home/listituzione/

https://artepiu.info/caravaggio-sette-opere-misericordia-napoli/

http://www.arte.it/notizie/napoli/il-sacro-il-teatro-e-la-strada-le-sette-opere-della-misericordia-di-caravaggio-16983

https://www.finestresullarte.info/1089n_caravaggio-nostra-signora-della-misericordia-recensione-libro.php


LA BASILICA DI SAN PAOLO MAGGIORE A NAPOLI

A cura di Ornella Amato
Fig.1 - Piazza san Gaetano.

Introduzione

Per poter apprezzare la profonda bellezza del complesso della Basilica di San Paolo Maggiore occorre fare alcune precisazioni introduttive.

Nel 1995 l’UNESCO ha dichiarato il centro storico di Napoli Patrimonio dell’Umanità. Esso racchiude quasi tre millenni di storia e risulta essere il più vasto d'Italia e uno dei più vasti d'Europa con i suoi 17 km², i suoi  monumenti, che sono testimonianza della successione di culture del Mediterraneo e dell'Europa. Le strade del centro storico di Napoli, sebbene seguano la struttura stradale originaria dell’antica città che fu della Magna Grecia, mantengono tutt’oggi la denominazione di Decumani, che presero nella successiva epoca romana.

In particolare, lungo il Decumano maggiore – uno dei salotti culturali della città – s’incontrano piazze e monumenti che custodiscono fatti ed eventi che hanno segnato la storia del capoluogo campano e dei suoi abitanti.

È proprio qui che, in posizione pressoché centrale, ci si imbatte in Piazza San Gaetano che sorge sull’area in cui esisteva l’antica agorà greca, diventata poi il foro in epoca romana ove– in pompa magna - si accoglievano gli imperatori.

Successivamente, a partire dell’ epoca angioina, qui si svolgevano le funzioni dei Sedili della città, ovvero delle istituzioni amministrative di Napoli i cui rappresentanti, detti gli Eletti, si riunivano nella vicina chiesa di San Lorenzo Maggiore per perseguire il bene comune della città. A cinque dei sei seggi avevano diritto di partecipare i nobili, mentre il resto dei cittadini era aggregato nel sesto seggio, ovvero quello del popolo.

Questa era la piazza per eccellenza dove si discutevano trattati di guerra e di pace, ed era qui che accorreva il popolo napoletano richiamato alle armi dal suono delle campane.

LA BASILICA DI SAN PAOLO MAGGIORE A PIAZZA SAN GAETANO

Il nome della piazza- in un primo momento nota come Largo San Paolo e su cui si erge la basilica di San Paolo Maggiore - deriva dalla presenza della tomba di San Gaetano nella basilica stessa, oltre che dalla presenza della statua dedicata allo stesso Santo, eretta come ex-voto per la liberazione della peste che colpì la città nel 1656 e che seminò morte ovunque. I cadaveri furono oltre 200.000 su un totale di circa 450.000 abitanti, e la capitale fu messa letteralmente in ginocchio.

Il grido di preghiera affinché il morbo cessasse fu affidato non solo alla Chiesa, ma in un certo qual modo anche agli artisti, ai quali furono commissionate diverse opere che non solo la testimoniarono, ma che furono soprattutto ex-voto di ringraziamento per il cessato morbo.

Fig. 2 - Micco Spadaro, Piazza Mercatello durante la peste del 1656, Napoli Museo di San Martino.
Fig. 5 - Napoli, Mattia Preti - Porta San Gennaro Affresco votivo per la scampata pestilenza del 1656 – come da bozzetti conservati al Museo di Capodimonte.

A questo filone di arte devozionale appartiene anche la statua dedicata a San Gaetano Thiene che oggi s’innalza sulla piazza.

Gaetano Thiene, da sempre molto amato in città, qui visse fin dal 1538, anno in cui ricevette in concessione dal Viceré don Pedro da Toledo la Basilica di San Paolo, ove si insediò con i chierici regolari teatini, e vi rimase fino al 1547. Sarà poi beatificato l’8 ottobre 1629 da Papa Urbano VIII.

Il 7 Agosto del 1656 i rappresentanti della città si recarono scalzi e con un cordone al collo sulla tomba del Beato Gaetano Thiene, in San Paolo Maggiore, per chiedere la liberazione dalla pestilenza con la promessa di iscriverlo tra i Santi Patroni della città. Fonti mediche e sanitarie raccontano che da quel giorno non si contarono più vittime e che il morbo cessò improvvisamente. Una delegazione partì quindi alla volta di Roma per incontrare Papa Alessandro VII e chiedergli di iscrivere il nome del Beato Gaetano Thiene nel Registro dei Santi, ma soprattutto tra i compatroni della Città. La canonizzazione però avverrà solo il 12 Aprile del 1671 ad opera di Clemente X.

Ciononostante i teatini della Basilica di San Paolo Maggiore vollero ugualmente la realizzazione di un monumento al Beato Gaetano come ex-voto per la grazia ricevuta, e ne affidarono il progetto e l’esecuzione a Cosimo Fanzago, che avrebbe collaborato con Andrea Falcone.

L’opera, in marmo e piperno, fu realizzata tra il 1657 e il 1664, ma il risultato probabilmente non piacque ai teatini, in quanto non ne soddisfò la volontà di avere una statua sviluppata soprattutto in altezza.

Nel 1670 si decise di rimettere mano all’opera e, a seguito di un precedente ritrovamento nei pressi del Duomo di una colonna che si voleva utilizzare per la Guglia di San Gennaro (realizzato per ex-voto per lo scampato pericolo durante l’eruzione del Vesuvio del 1631 e realizzato entro il 1660), si pensò di utilizzarla per la guglia del Santo, ma la famiglia Pisani, che aveva un palazzo nell’area limitrofa, vi si oppose per timore di un eventuale crollo.

Il monumento, pertanto, rimase nelle sue forme fino al 1737, anno in cui Don Alfonso Carafa, a sue spese e per sua devozione, lo fece completare: la statua seicentesca fu sostituita con l’attuale che fu realizzata probabilmente a Roma in epoca imprecisata da un De Angelis, ma comunque entro il 1747, con le braccia aperte simbolo dell’accoglienza ai fedeli e alla loro protezione. Affacciandosi su Via San Gregorio Armeno, che è la strada dei maestri presepai, San Gaetano è considerato il loro protettore: il Santo si trova, secondo un’interpretazione diffusa, in una posizione di estasi, anche se l’aureola argentea che ne coronava il capo attualmente è stata sostituita con una copia; sul basamento vi sono due iscrizioni che ne raccontano la storia di opera nata per ex-voto, mentre alla base fanno da contorno quattro angeli marmorei; la colonna che regge la statua –oggetto di discussione e che avrebbe dovuto innalzare al cielo la statua del Santo - rimase nei laterali della Basilica per essere poi successivamente portata, anche se spezzata, al Museo Archeologico Nazionale e, solo nel 1914, riuscì ad ottenere una definitiva collocazione nell’attuale e centralissima  Piazza Vittoria ed è stata dedicata ai “Caduti del mare”.

Alle spalle della statua, sulla piazza, si erge maestosa la Basilica di San Paolo Maggiore.

Fig. 8 - Piazza san - Gaetano Basilica di San Paolo Maggiore e Statua votiva a San Gaetano.

La Basilica di San Paolo Maggiore fu costruita sui resti del Tempio dei Dioscuri, ovvero i gemelli Castore e Polluce, figli di Zeus, il cui mito era fortemente sentito non solo in Grecia, ma anche in tutta la Magna Grecia. Tale tempio probabilmente fu realizzato nel V sec. a.C., e attualmente ne restano le colonne, i capitelli corinzi ed i relativi architravi; sarebbe stato poi ristrutturato sotto gli anni di Tiberio dal liberto Pelagonte, più o meno nei primi anni del I sec. d.C. – come dimostra l’iscrizione incisa sull’architrave – quando il culto dei due Argonauti era diventato di tipo dinastico e collegato ai membri della famiglia imperiale.

Fig. 12 - Andrea Palladio - Studio del Capitello Corinzio del Tempio dei Dioscuri di Napoli – quarto chlibro de “I Quattro Libri dell’Architettura”.

La prima chiesa fu edificata tra l’VIII ed il IX sec. d.C. per celebrare la vittoria dei napoletani sui Saraceni, avvenuta nel giorno di San Paolo (da qui la titolazione della Chiesa al Santo di Tarso) ma si hanno notizie certe solo a partire dal 1538, quando Pedro de Toledo la diede in concessione a Gaetano Thiene e ai chierici regolari teatini. Dopo la morte di Thiene, gli stessi teatini si attivarono per una vera e propria opera di rinnovamento.

Parteciparono  i grandi nomi del panorama artistico napoletano, a partire da  Massimo Stanzione  che nel 1642 ne affrescò il soffitto della navata centrale, poi nel 1671 Dionisio Lazzari -  in occasione delle celebrazioni per la canonizzazione di Gaetano Thiene - realizzò una volta in muratura che collegava la facciata della chiesa alle colonne del vecchio tempio pagano; probabilmente, proprio a causa dell'intervento operato da Lazzari, la struttura antica, notevolmente appesantita, finì col crollare durante un violento terremoto, avvenuto nel 1688, provocando anche il crollo di tutte le colonne, tranne le due tutt’oggi visibili. Ciò che rimaneva delle colonne fu utilizzato per decorazioni interne.

Fig.13 - La facciata della Chiesa prima e dopo il crollo dovuto al terremoto del 1688, in un’immagine di Carlo Celano del 1692 in "Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli".

Nel Settecento i lavori di abbellimento proseguirono soprattutto a opera di Domenico Antonio Vaccaro e Francesco Solimena, che riutilizzarono i marmi antichi crollati con il terremoto, rilavorandoli e mettendoli in opera all'interno per rivestire il pavimento e le paraste della navata centrale.

Per quel che concerne la Basilica, bisogna comunque precisare che è più corretto parlare di “Complesso monumentale”, poiché la Basilica stessa include due edifici religiosi di piccole dimensioni: il Santuario di San Gaetano Thiene e la Chiesa del Santissimo Crocifisso.

Fig. 14 - Chiesa del Santissimo Crocifisso - esterno.

La struttura della Chiesa del Santissimo Crocifisso  è collocata alla base dell'antico tempio dei Dioscuri. Negli anni sessanta del Novecento il fabbricato fu messo in collegamento con il Succorpo della Basilica, causando lo stravolgimento dell'impianto originario. L'interno del complesso è costituito da tre navate, di cui la principale è adibita a luogo di culto, mentre le laterali costituiscono la sacrestia, gli uffici e un cimitero venuto alla luce nel 1962 a seguito di lavori di ristrutturazione.

Il Santuario di San Gaetano Thiene  è  invece un luogo di culto che fu progettato da Francesco Solimena, che realizzò anche gli affreschi presenti nella navata, mentre i bassorilievi raffiguranti le Storie di San Gaetano di Thiene sono invece  di Domenico Antonio Vaccaro. Qui è custodita la tomba del Santo titolare.

Fig.15 - Santuario di San Gaetano Thiene - interno.

Lasciando tali strutture, si ritorna sulla facciata della Basilica, progettata da Arcangelo Guglielminelli ed alla quale si accede attraverso un’elegante scala e  dove, oltre alle già citate colonne, sono da segnalare le lesene scanalate con capitello e le statue raffiguranti i santi Pietro (a sinistra) e Paolo (a destra), entrambe di Andrea Falcone e datate 1671.

All’interno la basilica presenta una pianta  a croce latina e  tre navate con cappelle laterali.

Fig. 18 - Pianta della Basilica e del Complesso.
  1. Chiesa del Santissimo Crocifisso detta la Sciabica
  2. Santuario di San Gaetano Thiene
  3. Resti del Tempio dei Dioscurie ingresso alla basilica di San Paolo
  4. Angelo Custode di Domenico Antonio Vaccaro
  5. Cappella di San Carlo Borromeo
  6. Cappella di San Giuseppe Maria Tomasi
  7. Cappella dei Santi Pietro e Paolo
  8. Cappella Flasconi (o dell'Angelo custode)
  9. Cappella dell'Immacolata (o dei Santi Pietro e Paolo)
  10. Cappella "anonima"
  11. Cappella Firrao
  12. Abside
  13. Cappella di Sant'Andrea d'Avellino
  14. Sacrestia di Solimena
  15. Cappella "anonima"
  16. Cappella del beato Paolo Burali d'Arezzo
  17. Cappella della Purità
  18. Cappella di San Gaetano Thiene
  19. Cappella della Natività
  20. Cappella del beato Giovanni Marinoni
Fig. 19 - Interno della Basilica.

Il soffitto originale con gli affreschi raffiguranti le Storie di Pietro e Paolo e la Vittoria dei Napoletani sui Saraceni dello Stanzione è stato danneggiato gravemente durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. La basilica è notevolmente impreziosita dalla policromia marmorea e dalla statuaria: ne è testimonianza l’Angelo Custode del Vaccaro, esposto sul lato sinistro della navata  centrale e databile al 1724; secondo un manoscritto la statua venne scolpita su volontà dei padri teatini per ricordare un angelo che, nel 1648, con in mano un cartiglio sul quale vi era incisa la frase Hic est fratrum amator, qui multum orat pro populo (questi è l'amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo), riuscì a fermare i tumulti della folla napoletana che, affamata, tentava disperatamente di saccheggiare il convento.

Fig. 23 - Domenico Vaccaro – L’Angelo Custode.

Altro scrigno d’arte è la Cappella Firrao, ubicata sul lato sinistro dell'abside della chiesa lungo la parete presbiterale, considerata una delle espressioni barocche più riuscite dell’intero complesso religioso. La cappella, i cui  lavori iniziarono nel 1640 e terminarono appena due anni dopo, attualmente si presenta nel suo aspetto originario, con all’interno gli affreschi nella cupola opera  di Aniello Falcone che risalgono al 1641.

L'elemento centrale dell'ambiente è la scultura raffigurante la Madonna delle Grazie (1641), opera di Giulio Mencaglia, il quale ricevette tale commissione proprio da Cesare Firrao che volle quella scultura nella cappella di famiglia e che ne fu committente ufficiale, a testimonianza della devozione dei Firrao verso il culto mariano.

Ai lati della figura sacra vi sono le due principali figure della famiglia, inginocchiate dinanzi alla Madonna: sul lato sinistro è proprio Cesare Firrao, mentre sul lato destro è Antonio Firrao, padre di Cesare.

All’interno dello stesso complesso si trova la Sagrestia, interamente affrescata da Francesco Solimena verso la fine del Seicento con AngeliAllegorieVirtù e la Caduta di San Paolo e di Simon Mago sulle grandi pareti frontali: i lavori in sacrestia furono eseguiti secondo i più tipici canoni del barocco napoletano, con gli affreschi caratterizzati da incorniciature decorate con motivi fitomorfi e floreali, attraverso stucco e dorature di Lorenzo Vaccaro.

Ultimi nel complesso di San Paolo Maggiore sono i due Chiostri: il Chiostro Piccolo, eretto alla fine del ‘500 dai padri teatini, presenta una pianta rettangolare con un pozzo al centro a cui - si racconta – accorresse tutta la popolazione napoletana poiché conteneva l’acqua più fresca della città; contemporaneo alla sua edificazione è anche il Chiostro Grande, che dal 1866 è sede dell’Archivio Notarile della città.

Fig. 26 - Chiostro piccolo.

Nel complesso ha sede il primo Museo Permanente del Presepe napoletano. Qui è possibile ammirare il presepe che il maestro Antonio Cantone realizzò per Papa Francesco nel Natale del 2013 in piazza San Pietro e che fu successivamente restituito alla  città.

Esso ha trovato posto nella navata sinistra della chiesa e occupa una superficie di oltre sessanta metri quadrati. L’opera è composta da sedici figure, vestite con abiti del Settecento napoletano realizzati con tessuti in seta di san Leucio.

 

 

Bibliografia

Leonardo Di Mauro, San Paolo Maggiore, in "Napoli Sacra", Vol. 7, 1994

Nino Leone, La vita quotidiana a Napoli ai tempi di Masaniello, Milano, 1994

AA.VV., Napoli e dintorni, Touring Club Italiano Milano 2007

 

Sitografia

https://www.storienapoli.it/

www.enciclopediatreccani.it

https://www.napoligrafia.it/monumenti/chiese/basiliche/paolo/paolo01.htm

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https://www.espressonapoletano.it/a-san-paolo-maggiore-il-museo-permanente-del-presepe-napoletano/

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