MICHELANGELO MERISI DETTO IL CARAVAGGIO, IL MARTIRIO DI SANT’ORSOLA

A cura di Ornella Amato

 

Napoli, Palazzo Zevallos Stignano, Gallerie d'Italia

Napoli, Via Roma già Toledo, Palazzo Zevallos Stignano, sede napoletana delle Gallerie d’Italia, secondo piano, sala degli Stucchi. È qui che si conserva il Martirio di Sant’Orsola, ultima opera di quel genio che rivoluzionò la pittura, quale fu Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.

 

La Napoli vicereale del 1610 fa da scenografia al palcoscenico sul quale, per la seconda volta nella sua vita, si muove il Caravaggio.

 

Breve introduzione ai periodi napoletani del Caravaggio

I fatti romani del 28 maggio 1606, giorno dell’omicidio di Ranuccio Tommasoni, a seguito del quale il Merisi fugge a Napoli e vi si stabilisce una prima volta, sono storicamente accertati e provati.

Inoltre, da documenti d’archivio risulta che il pittore è già documentato nella città vicereale sin dall’ottobre di quello stesso anno, quando ha probabilmente già ricevuto la commissione delle Sette opere di Misericordia, della quale si registra l’attestato di pagamento nel gennaio dell'anno successivo. Del suo primo soggiorno napoletano è testimone anche la documentazione tutt'oggi esistente legata alla commissione della famiglia De Franchis per La Flagellazione, oggi a Capodimonte, avvenuta l’11 maggio del 1607 per la cappella familiare all'interno della chiesa di San Domenico Maggiore, nel centro della città.

Dopo questo primo periodo napoletano, Caravaggio fu nella città partenopea quando, in fuga dal carcere della Valletta, passando dalla Sicilia approda poi a Napoli, dove è presente il 24 ottobre 1609 e dove riceve la commissione del Martirio di Sant’Orsola.

 

La Leggenda di Sant’Orsola

La storia di Sant’Orsola è avvolta in una leggenda che, dal IV secolo d.C., è giunta fino a noi.

Orsola, principessa inglese di culto cristiano, viene promessa in sposa ad un re pagano, con la promessa di costui di convertirsi al Cristianesimo.

Prima di raggiungere il suo sposo, la principessa fa tappa a Roma dove l’accoglie Papa Ciriaco – personaggio di dubbia esistenza storica – per poi ripartire alla volta delle nozze. Tuttavia, sulla sua strada incontra Attila, re degli Unni, che invaghitosene la chiede in sposa. Al rifiuto di Orsola, la principessa viene uccisa nei pressi di Colonia con una freccia scoccata proprio dall’arco del re unno. La stessa sorte tocca alle undici ancelle al suo seguito, successivamente divenute 11.000 a causa di un errore nella segnatura del numero XI tramandato da un’iscrizione che ne ricordava il martirio e ritrovata nei pressi di una chiesa di Colonia. Dalla Chiesa cattolica, Sant’Orsola e le sue ancelle sono venerate il 21 di ottobre.

 

La commissione dell’opera al Caravaggio

Il ritrovamento di documenti all’interno dell’archivio storico di Napoli ha permesso agli storici di ricostruire nel dettaglio la vita della tela, dalla sua commissione fino all’attuale esposizione nella sala di Palazzo Zevallos-Stignano.

Mentre Caravaggio era a Napoli per la seconda volta, ricevette la commissione dell’opera dall’aristocratico e collezionista genovese Marcantonio Doria che, non trovandosi in città, ne delegò l’operazione al suo procuratore in città, Lanfranco Massa. Il genovese pare avesse fretta di ricevere il quadro e il Massa – di conseguenza - mise fretta allo stesso Caravaggio che gli consegnò l’opera prima ancora che si asciugasse la vernice di completamento. Il quadro, pertanto, venne consegnato non ancora ultimato al Massa che però ebbe l’infelice idea di metterlo al sole per farlo asciugare, ottenendo come risultato, piuttosto, quello dello scioglimento della vernice. Ne conseguì la richiesta del Massa stesso al Caravaggio di rimediare all’errore compiuto, ma non è chiaro se davvero il Merisi intervenne ulteriormente sull’opera. Quindici giorni dopo, la tela venne imballata e il 27 maggio 1610 caricata a bordo di una feluca - la Santa Maria di Portosalvo - con destinazione Genova, per raggiungere Marcantonio Doria, dove arriverà il 18 giugno. Il Merisi morirà esattamente 30 giorni dopo sulla spiaggia di Porto d’Ercole. La sua opera rimase a Genova fino al 1832, quando venne rinviata a Napoli, a bordo di una nave che portava lo stesso nome di quella con cui era partita, per essere trasferita in uno dei palazzi napoletani della famiglia Doria.

Nello stesso periodo, la banca commerciale italiana aveva avviato l’acquisizione del Palazzo Zevallos-Stignano, una residenza seicentesca al centro di via Toledo che, completata l’acquisizione nel 1920, venne destinata ad uso bancario. Nel 1972 la tela venne acquistata dalla stessa banca commerciale italiana per l’ufficio del direttore della nuova sede di Napoli quale dipinto di Mattia Preti, ma nell’anno successivo una serie di studi e le radiografie condotte sull’opera in fase di restauro portarono all’accertamento della paternità caravaggesca.

 

Il Martirio di Sant’Orsola

Nell’azzurra Sala degli Stucchi, così chiamata per gli stucchi bianchi che risaltano alle pareti, un’unica opera è esposta: Il Martirio di Sant’Orsola del Caravaggio.

 

L’opera ha le seguenti caratteristiche tecniche:

  • Dimensioni: cm 140.5 X 170.5
  • Tecnica: Olio su Tela
  • Anno di realizzazione: 1610

Il soggetto della tela descrive il momento in cui la freccia scagliata da Attila sta per trafiggere il cuore di Orsola, dal quale schizza sangue. Pochi sono i personaggi presenti sulla scena: i due protagonisti e due astanti, uno alla destra di Orsola e l’altro – probabilmente un autoritratto dello stesso Caravaggio – alle sue spalle.

 

Lo sfondo è buio, come se fosse una quinta teatrale, e sulla scena si sta concretizzando il martirio. Il manto porpora ripiegato sul braccio sinistro di Orsola, la veste bronzea, il suo petto, il suo volto e le sue mani sono illuminati da una luce cangiante che quasi irrompe sulla scena, rendendola più cruenta; alle sue spalle, nel volto dell’astante in cui si è riconosciuto il Caravaggio, si legge un’espressione quasi sgomenta per quello che sta accadendo. Il volto di Attila, invece, è rabbioso, ma di una rabbia che ha trovato sfogo nella forza usata per tendere la corda dell’arco, appena tirata con la mano sinistra. La figura tiene l’arco fermo nella mano destra, mentre la freccia sta ancora completando la sua traiettoria e sta andando a conficcarsi al centro del petto della fanciulla, che porge a sé le mani piegandole verso l’interno quasi “accogliendo” il supplizio.

 

L’abbigliamento dei personaggi – in particolar modo quelli maschili – è tipicamente seicentesco e proietta l’ambientazione stessa in un periodo coevo alla sua realizzazione, dimostrando ancora una volta come il Merisi fosse capace di rendere contemporanei fatti ed eventi accaduti in epoche lontane.

 

La piegatura delle mani della principessa ha indotto gli studiosi – specie durante gli anni dell’attribuzione del dipinto al Caravaggio – ad accostare l’opera ad un altro quadro realizzato da Caravaggio nello stesso anno del Martirio di Sant’Orsola: la Negazione di San Pietro, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, che secondo una parte della critica sarebbe stata anch’essa realizzata a Napoli.

Qui il santo è ritratto nel momento in cui, nella notte del tradimento a Gesù ed immediatamente dopo l’arresto di Cristo nell’orto del Getsemani, viene riconosciuto da una donna di Gerusalemme che lo indica alle guardie come “uno dei Dodici”. L’apostolo, quindi, rinnega di essere uno di loro, piegando entrambe le mani verso l’interno, in un gesto atto a scagionare sé stesso e quasi di supplica verso i suoi accusatori.

 

 

L’ultimo Caravaggio

La vicinanza di datazione delle due opere ha aperto per non poco tempo la discussione su quale potesse essere stata l’ultima opera del pittore, ma il ritrovamento della succitata documentazione all’Archivio Storio di Napoli, relativa la Martirio di Sant’Orsola, l’ha posta come ultima opera del maestro lombardo che – ancora una volta e a conferma di quanto già fatto attraverso le opere precedenti - si è mostrato come un genio della pittura d’Italia. La stessa pittura napoletana nei decenni che seguirono il periodo caravaggesco si evolse verso le forme realistiche imposte dal maestro, elevandola a livelli alti e quasi mai raggiunti in passato. I soggiorni napoletani del Merisi aprirono le porte alla scuola napoletana, dalla quale usciranno i nomi di Fabrizio Santafede, Battistello Caracciolo, Massimo Stanzione, Carlo Sellitto, Luca Giordano ed altri, apprezzatissimi nell’ambiente pittorico contemporaneo.

 

 

 

Bibliografia

V. Pacelli, La pittura napoletana da Caravaggio a Luca Giordano, Ed. Scientifiche Italiane, 1996, pp. 42-43

F. Negri Arnoldi, Caravaggio – Le opere napoletane e siciliane, in Storia dell’Arte, vol. III, Fabbri Editori, 1989, p. 240

AAVV – Testi di C. Lachi, Il Seicento parte I, in La Grande Storia dell’Arte, vol. VII, Gruppo Editori L’Espresso 2003, pp. 78-79

 

Sitografia

https://www.gallerieditalia.com/it/napoli/ultimo-caravaggio/

https://www.frammentiarte.it/2014/11-04-seicento-napoletano/

https://www.arteworld.it/la-negazione-di-san-pietro-caravaggio-analisi/

https://it.cathopedia.org/wiki/Sant%27Orsola_e_compagne

https://www.universy.it/2019/05/i-soggiorni-a-napoli-di-caravaggio/

https://www.arteworld.it/la-negazione-di-san-pietro-caravaggio-analisi/


STREET ART NAPOLETANA NAPOLETANITÀ E INTERNAZIONALITÀ NELL’ARTE DI STRADA DEL CAPOLUOGO CAMPANO

A cura di Ornella Amato

 

 

 

L’arte di strada che veste i palazzi e le strade di Napoli

Lungo le facciate laterali dei palazzi di Napoli e attraverso le strade nelle quali questi sono inglobati, i murales che li adornano si inseriscono perfettamente nell’ambito cittadino poiché la multietnicità che caratterizza la città di Partenope le consente di essere sempre inclusa nelle vicende internazionali e parteciparvi attivamente.

Generalmente si tratta di personaggi napoletani che, attraverso le loro arti, hanno fatto conoscere Napoli nel mondo e che la città che ha dato loro i natali oggi celebra, riportandoli tra la loro gente attraverso una forma d’arte che è apprezzata da tutti.

Un esempio è il murales dedicato all’attore Antonio de Curtis, meglio noto come Totò, in cui è rappresentato nelle vesti del “Re di denari” delle quaranta carte napoletane; sempre dedicato all’attore è quello dei Quartieri Spagnoli con Totò travestito da donna, un ricordo del film “Totòtruffa ‘62”.

 

Sempre ai Quartieri Spagnoli si trova quello dedicato a Diego Armando Maradona, un murales che, a partire dall’improvvisa morte del “Pibe de Oro” avvenuta il 25 novembre 2020, amatissimo a Napoli, è diventato anche “meta di pellegrinaggio” dei tifosi del calcio Napoli. Il murale, che è stato recentemente restaurato col patrocinio del Comune di Napoli, era stato realizzato in occasione della vincita del primo scudetto della SSC Napoli.

 

La città ha anche omaggiato il suo più grande interprete, Pino Daniele, quell’ “uomo in blues”, quel “nero a metà” che ne ha cantato i colori, i disagi, la multietnicità.

 

Jorit Agoch: lo street artist napoletano per eccellenza

Lo street artist Jorit Agoch, ovvero Ciro Cerullo, è nato a Napoli il 24 novembre del 1990. Fortemente attivo in diversi quartieri di Napoli, ha portato in città una cultura nuova, ricca e soprattutto chiara e diretta.

Da Quarto, piccolo comune in provincia di Napoli, all’internazionalità: a lui si devono i murales più noti della città partenopea. Sua, infatti, è la paternità del murales dedicato al Patrono San Gennaro operaio realizzato a Forcella – quartiere popolare napoletano non particolarmente distante dal Duomo - caratterizzato da un profondo realismo, tanto da sembrare non un Santo, ma un uomo napoletano, probabilmente un operaio, un padre di famiglia. Unico simbolo sacro è la mitra vescovile postagli sul capo. Le fattezze del viso sono estremamente realistiche e il volto è segnato da un segno rosso tribale, che rappresentano la firma dell’autore

 La sua “firma” si trova sul volto di tutte le sue opere, compreso il Diego Armando Maradona al quartiere di San Giovanni a Teduccio, realizzato nel 2017.

A Jorit Agoch si devono murales dedicati a personaggi contemporanei, personalità che con il loro lavoro, con il loro impegno hanno partecipato in un passato non particolarmente lontano o partecipano ancora oggi alla scrittura di nuove pagine di storia: il murales dedicato ad Antonio Cardarelli, medico a cui è stato intitolato l’ospedale più grande del Sud Italia e che ha sede a Napoli; l’opera dedicata al Prof. Ascierto, luminare dell’oncologia napoletana, un eroe dei giorni nostri.

Si ricordano anche i volti di Eduardo de Filippo dipinti sulle saracinesche degli ingressi del Teatro San Ferdinando di Napoli, teatro dei De Filippo.

 

Protagonisti delle sue opere sono anche personaggi che hanno subito ingiustizie o in attesa di ricevere giustizia, come George Floyd (rappresentato sul tetto di un palazzo nel quartiere di Barra) o la giovanissima Luana d’Orazio, operaia vittima di un incidente sul lavoro lo scorso 3 maggio e omaggiata da Jorit a Roma. Insomma, un quotidiano che viene raccontato attraverso bombolette spray come se si stesse scattando una foto per raccontare un fatto di cronaca, un momento, un uomo, una donna che, da persone comuni diventano personaggi pubblici, magari loro malgrado, e che trovano una prima forma di giustizia attraverso i murales che Jorit dedica loro.

 

Il realismo, i colori e toni forti lo rendono un “Caravaggio dei giorni nostri”.

Indistinguibile il segno tribale rosso, che anche lui ha tatuato sul volto: un segno che è la sua firma.

Un segno che “lascia il segno” sulle sue opere, che sono sempre più apprezzate.

Un’arte che, dalla piccola provincia napoletana, lo ha portato a livelli internazionali; un’arte che era iniziata anni addietro sui vagoni in disuso della ferrovia Cumana della fermata di Quarto Officina. Un’interpretazione, la sua, di un’arte giovane eppure da tenere al pari delle “arti maggiori”, in primis proprio la pittura.

 

Non solo Jorith Agoch

Tanti e diversi gli street artists che popolano la città che, armati di colori danno vita a capolavori che ornano e spesso riqualificano luoghi che purtroppo sono stati spesso dimenticati e che hanno rischiato di degradarsi sempre più.

In particolare, si fa riferimento a stazioni della metro e biglietterie che oggi – anche grazie ad un programma di recupero – sono tra le più belle d’Europa; in particolare si vuole ricordare il gruppo di street artists capitanati da Luca Danza, nome noto nell’ambiente napoletano.

 

Tanti, tantissimi nomi concorrono a realizzare la rosa degli artisti dediti all’arte di strada, un’arte che salva, denuncia, ma anche recupera. E non sono mancati nomi illustri, come quello dell’inglese Banksy.

 

La presenza di Banksy a Napoli

Al momento, sulla piazza internazionale lo street artist più famoso è l’inglese Banksy, che ha “regalato” un suo murale alla città di Napoli.

Qui ha infatti realizzato la Madonna con la pistola, in piazza Girolamini, così chiamata poiché al posto della tradizionale aureola ha proprio una pistola; infatti, ben si distingue la mano che impugna il revolver puntato, quasi come se fosse pronto a sparare, probabilmente una sorta di denuncia del rapporto tra malavita organizzata e religione. Tra l’altro l’opera è posta accanto ad un’edicola votiva raffigurante una Madonna con Bambino, raffigurata secondo l’iconografia tradizionale, che fa risaltare maggiormente il murale.

La Madonna – anche se non manca chi la identifica con Sant’Agnese – ha lo sguardo rivolto verso l’alto ed un’espressione afflitta; è rappresentata in bianco e nero, giocando su ombre ed espressioni.

Dell’opera, realizzata nel 2010, si sa solo che fu interamente e velocemente realizzata di notte, per evitare l’accalcarsi della folla.

Pare che in città esistesse un’altra delle opere di Banksy, andata perduta per errore: sembra, infatti, che sia stata “coperta” da un giovanissimo street artist ignaro del valore e dell’importanza del murale. Oggi, la Madonna con la pistola è protetta da un plexiglass.

 

La Street Art è una di quelle arti che, in un primo momento, è stata quasi vista come un atto vandalico, un gesto di ribellione di ragazzini che, come armi, usavano bombolette spray per imbrattare e sporcare, di notte, lungo le stazioni, sui binari verso i vagoni in disuso. La street art non è per sporcare, ma per “vestire” con pitture, colori e immagini nuove, a volte deformi e magari sarcastiche; è un’arte che oggi non solo è apprezzata e riconosciuta, ma richiesta quasi ovunque.

Perché la street art non è solo l’arte di strada, ma è stata ed è soprattutto l’arte che veste la strada.

 

 

Sitografia

jorith.it

viaggiapiccoli.it

napolike.it

travelfashiontips.com


DALLA SIRENA PARTENOPE A CASTEL DELL’OVO

A cura di Ornella Amato

 

Una leggenda napoletana

 

Fig.1 - Napoli, Castel dell’Ovo visto dal Lungomare di Mergellina. Credits: Matulus - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?.curid=83268554.

 

In un paese che non vi dico

Addormentata in riva al mare

Col vulcano che la sta a guardare

C′è da sempre una Sirena

Una fattura l'incatena

E nessuno la può svegliare…

Cit.: “Sole Sole", Eugenio Bennato[1]

 

La nascita della città di Napoli: tra storia e leggenda

Il 21 dicembre dell’anno 475 a.C. veniva fondata Napoli, o meglio ancora, Neapolis, la Città Nuova, appellativo utilizzato per distinguerla dal precedente insediamento denominato Palepolis, ovvero la città vecchia, che oggi viene individuato nell’attuale centro storico.

In realtà la data suddetta è assolutamente simbolica perché se da un lato gli storici sono concordi sull’anno di fondazione, per quel che concerne il giorno si è scelto quello in cui solitamente cade il solstizio d’inverno dato che era tradizione delle popolazioni antiche gettare le basi delle nuove città durante questo periodo; sta di fatto che la sua fondazione resta avvolta nel mistero.

Indiscutibili sono l'origine greca e il mito fantastico della sirena Partenope, che accompagna da sempre la storia della nascita di Napoli.

Chi era realmente Partenope e se sia effettivamente esistita è impossibile dirlo. Secondo alcune correnti di pensiero sarebbe stata una principessa greca morta quando una nave che trasportava i coloni aveva raggiunto le coste, ma non è mai stata ritrovata una sua tomba né un’immagine ad essa riconducibile. Eppure, Partenope esiste in ogni napoletano che si dichiara suo figlio, in ogni napoletano che si dichiara “partenopeo”.

La leggenda vuole che Partenope in realtà sia una sirena, la cui immagine segue l'iconografia tradizionale di queste creature: donne che dalla vita in giù, al posto del bacino e delle gambe, hanno la coda di un pesce, anche se in tempi antichi erano presentate anche come degli uccelli e quindi con le ali.

Le Sirene raccontate nella mitologia classica

Lunghi capelli, corpo sinuoso e viso splendido, code lunghe con squame dai colori sorprendenti, dal verde smeraldo al blu cobalto passando per l'argento: così è rappresentata la sirena a cui oggi siamo abituati, ma sin dai tempi più remoti e soprattutto nell’età classica era vista quasi come un’arpia, una figura ibrida tra donna e rapace che catturava le sue prede ammaliandole con un canto capace di stregare gli uomini. Nessuno poteva resistere.

Ne parla anche Omero nel canto XII dell’Odissea:

[…] Dapprima arriverai dalle Sirene, che incantano

gli uomini che arrivano presso di loro.

Chi senza saperlo si accosta e ascolta la voce

delle Sirene, non lo accoglieranno mai più la moglie e i figli

al suo ritorno a casa, ma le Sirene

sedute sul prato lo stregano con il loro canto

armonioso; tutta la riva intorno

è piena di cadaveri putrefatti, le carni marciscono […]. [2]

 

Raccontando il viaggio di ritorno di Ulisse ad Itaca dopo la guerra di Troia, l’eroe, il suo equipaggio e la sua nave riescono a sopravvivere al canto ammaliatore delle sirene poiché, messi in guardia da Circe, scelgono di attuare uno stratagemma: Ulisse si fa legare all'albero maestro della nave ed impone all'equipaggio di tapparsi le orecchie con la cera per evitare di naufragare sugli scogli dove le sirene avrebbero potuto condurli.

 

Fig. 2 - Adolfo De Carolis, illustrazione da Odissea, Vol. I e II, trad. Ettore Romagnoli, Zanichelli, 1927. Credits: By Adolfo de Carolis - This file was derived from: Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50486624.

 

 

La Sirena Partenope: dall’isolotto di Megaride al Golfo di Napoli

 

Fig. 3 - Napoli - La fontana della Sirena Partenope in Piazza Sannazzaro.

 

Leucosia, Ligeia e Partenope erano tre sorelle, ma soprattutto tre sirene.

Consapevoli del potere del loro canto fascinoso, tentarono di attirare l’attenzione di Ulisse del quale Partenope si innamorò perdutamente, ma il rifiuto dell’uomo fu devastante e la sirena si lasciò trascinare dalle acque del Mar Tirreno fino a lasciarsi morire sull’isolotto di Megaride. Da qui nascerebbe la leggenda di Napoli e di Partenope.

Il corpo della sirena non fu mai ritrovato. A questo punto sarebbe più corretto parlare del mito di Partenope, piuttosto che di leggenda. Ma una spiegazione i napoletani a questo mancato ritrovamento l’hanno anche data: il corpo si sarebbe dissolto a partire dall’Isolotto di Megaride, su cui secondo il mito la sirena aveva appoggiato la sua testa, mentre la restante parte si sarebbe adagiata lungo quella che era la costa del tempo dando vita al Golfo di Napoli che nella forma ricorderebbe, quindi, la curva della coda della sirena stessa.

Stando a questa mitologica ricostruzione, la sirena, il cui fianco sinistro era rivolto verso il mare, col suo fianco destro avrebbe dato vita allo sviluppo della città di Napoli, dal basso verso l’alto, comprese le sue undici colline.

E se Partenope non fosse morta? Lo sosteneva Matilde Serao:

Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare.[3]

Ma per i napoletani Partenope ha scelto la morte. Una morte causata dal rifiuto di un amore, ma che ha dato vita alla sua città, Napoli, che oggi è per tutti “la Città di Partenope”. E non sarebbero mancati omaggi. Infatti, è a lei che si devono sette doni preziosi: grano, estratto di fiori d'arancio, cannella, cedro, ricotta, uova e zucchero, ovvero i 7 ingredienti fondamentali per la pastiera napoletana, dolce tipico del periodo pasquale e che mai deve mancare sulle tavole partenopee.

Partenope è là che in eterno riposa sull'isolotto di Megaride, oggi Borgo Marinari, ai piedi del Castel dell’Ovo, il castello più antico della città, che conserva e nasconde un magico uovo d’oro lì riposto dal poeta Virgilio: un uovo deposto dalle sirene, che protegge il castello e la città.

La fortezza in realtà ha avuto origine dai resti di una villa luculliana e risale al I sec. d.C circa. Avrebbe visto diversi eventi svolgersi tra le sue mura: qui fu esiliato Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, dal barbaro Odoacre e venne decapitato Corradino di Svevia, ma soprattutto fu il luogo che vide la regina Giovanna d’Angiò dichiarare pubblicamente che, a seguito di  un rovinoso incendio che aveva distrutto una parte della struttura, l’uovo d’oro che tutt’oggi conserva era rimasto intatto: una dichiarazione resasi necessaria per placare l’animo dei napoletani, preoccupati per le sciagure che si sarebbero abbattute sulla città qualora l’uovo fosse andato distrutto.

Per quanto riguarda il corpo della sirena, per secoli i napoletani lo hanno cercato, ovviamente senza mai trovarlo.

 

 

Ai napoletani interessa la certezza della protezione dalle avversità, che offre soprattutto il patrono San Gennaro attraverso il miracolo della liquefazione del Sangue, ma che è anche garantita dell’uovo d’oro e dalla sirena.

 

Fig. 6 - Veduta di Napoli da Via Partenope, antistante il Castel dell’Ovo.

 

Partenope è là che dorme accarezzata dalle onde del mare che s’infrangono sugli scogli dolcemente per non disturbarla, perché sanno che mentre riposa nel sonno eterno veglia sulla sua creatura.

 

E chi a guarda s’annammora

E tutt′o munno a sta a guardare

E nisciuno ′a po’ scetare. [4]

 

Fig. 7 - Napoli, il Lungomare visto dal Castel dell’Ovo.

 

 

Le immagini inserite in questo elaborato dalla 3 alla 8 sono state realizzate dall’autrice dell'articolo.

 

Note

[1] Citazione liberamente tratta dalla prima strofa della canzone “Sole Sole” di E. Bennato. Testo consultabile su www.testiecanzoni.mtv.it

[2] Odissea, libro XII, vv. 39-46. Trad. di G. Paduano. Consultabile online: https://ime.mondadorieducation.it/extra/978888332768/extra/978888332730_leggo_perche_epica/02_laboratorio/le-sirenebr-odissea/

[3] La citazione è liberamente tratta da altritaliani.net che la riprende testualmente da “Matilde Serao – Leggende napoletane “del 1881.

[4] “e chi la guarda se ne innamora e tutto il mondo sta a guardare e nessuno la può svegliare”. Citazione liberamente tratta da “Sole Sole” di E. Bennato. Testo consultabile su www.testiecanzoni.mtv.it

 

Sitografia

comune.napoli.it

testiecanzoni.mtv.it

napolike.it

fanpage.it

altritaliani.net


IL BOSCO DI CAPODIMONTE

A cura di Ornella Amato

 

Il Bosco antistante il Museo di Capodimonte è uno dei polmoni verdi della città di Napoli; a seguito della riforma dei beni culturali voluta dal ministro Franceschini, il Real Bosco è passato sotto la direzione museale dell’attiguo Museo di Capodimonte, ed è anche patrimonio UNESCO.

Fig. 1 - Napoli - Bosco di Capodimonte antistante la Reggia. Credits : By Miguel Hermoso Cuesta - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37561174.

 

Il parco di Capodimonte è un vero e proprio cuore verde, voluto da Carlo III di Spagna accanto al casino di caccia nel quartiere napoletano (particolarmente noto per le sue ceramiche sin dal ’700), che sovrasta, abbraccia e contemporaneamente  si offre alla città, coi suoi scorci verdi e i suoi Belvedere che affacciano sul golfo.

Il parco è stato realizzato sotto la guida di Ferdinando Sanfelice per un’estensione di 124 ettari che comprende anche la reggia; un’area che grazie alle spettacolari vedute sulle colline di Posillipo e di San Martino e sul Vesuvio è considerato tra i belvedere più grandi della città, e che fu già aperta al pubblico dai sovrani delle due Sicilie due volte l'anno per le feste religiose.

Il Real Bosco è stato rimaneggiato più volte, e ancora oggi è spesso oggetto di rifacimenti. I primi lavori iniziarono alla metà dell'800, quando furono introdotti il giardino all'inglese, le aiuole che circondano la reggia, e le piante di eucalipto; nello stesso periodo fu eliminato tutto quanto ostruisse la vista del golfo di Napoli.

Dopo l'Unità d'Italia i Savoia utilizzarono la reggia e il Real Bosco come casino di caccia (scopo originario della costruzione), e continuarono l'opera di rimaneggiamento e di inserimento di altri alberi, comprese le palme esotiche piantate all’inizio '900 e tutt'oggi esistenti. Tuttavia il bosco è stato ancora oggetto di diversi rimaneggiamenti, in particolare a seguito dei forti danni subiti durante l'ultimo conflitto mondiale, e recuperato definitivamente soltanto poco prima degli anni ’70, quando fu inaugurato anche il Museo Nazionale di Capodimonte.

I punti di accesso ufficiali sono tre, anche se il vero e proprio ingresso è quello della cosiddetta “porta di mezzo” con il cancello in ferro battuto considerato una delle opere più eleganti del rococò napoletano (e inizialmente ornato con stemmi borbonici). Oltre alla porta di mezzo sono la porta di Milano e la porta detta di Santa Maria dei Monti.

Nel Real Bosco si contano oltre 400 varietà di alberi tra querce, lecci, olmi e castagni.

Durante il regime borbonico erano presenti anche alberi da frutto, in particolar modo agrumi, e soprattutto, nella zona riservata alla caccia Reale, copiosa era la cacciagione.

All'interno del parco si trovano ben 5 viali e diverse palazzine nelle quali durante il regno borbonico erano presenti anche numerosi abitanti; attualmente quel che resta consta del Casino dei Principi, voluto da Francesco I delle due Sicilie; la Real fabbrica di porcellana per la lavorazione delle ceramiche con marchio tutt'oggi esistente; la chiesa di San Gennaro, edificata da Carlo di Borbone  proprio per gli abitanti del parco; l'Eremo dei cappuccini, realizzato per ex voto da Ferdinando I dopo aver riconquistato il regno che era stato assoggettato dai francesi.

Questi edifici erano circondati da orti e frutteti non solo per creare un vero e proprio “giardino delle delizie“ ma, stando alle fonti più autorevoli, soprattutto per essere una vera e propria frutteria per gli abitanti stessi del parco.

Lungo il percorso di vista del Real Bosco si incontrano molte statue di abbellimento volute dai sovrani e fatte realizzare dagli scultori più in voga della contemporaneità.

Attualmente il parco è uno dei più fruibili della città, tanto da presentare anche vere e proprie aree picnic, l'accesso ad esso è assolutamente gratuito.

Edouard André, famoso paesaggista francese nonché professore della scuola di Versailles e autore di numerosi giardini in tutta Europa definisce il giardino “un'opera d'arte di difficile assemblaggio o meglio di difficile mescolamento tra arte e scienza”.

All'interno del Real Bosco di Capodimonte un monumento interessante è sicuramente la fontana del Belvedere, recentemente restaurata, che è tornata a zampillare davanti alla reggia. È denominata così proprio perché è collocata nella zona del Belvedere, dal quale si osserva per intero il panorama della città di Napoli. Tuttavia era stata concepita per essere collocata dall'altra parte del bosco, da cui è stata poi spostata e trasferita nella zona in cui attualmente si trova nel 1885, durante il regno di Umberto I di Savoia.

Al centro della vasca si trova  un gruppo marmoreo rappresentante un vero e proprio scoglio sovrastato da quattro figure in marmo di Carrara adornate da festoni di frutta e fiori, due tritoni e due divinità fluviali che sorreggono una conchiglia dalla quale fuoriescono zampilli d'acqua.

Fig. 2 - Bosco di Capodimonte, fontana del Belvedere prima degli interventi di restauro. Credits: By Miguel Hermoso Cuesta - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37561112.

 

La fontana fu realizzata dal fiammingo Giuseppe Canart ed è alta circa 6 metri, è datata intorno all'anno 1760, quando fu ultimato l'impianto idraulico del parco stesso.

Fig. 3 - Bosco di Capodimonte, fontana del Belvedere. Credits : By Deca16894 - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80475664.

 

Il Real Bosco di Capodimonte, nato come bosco della riserva di caccia, è uno dei parchi più vasti d'Italia, progettato nel 1734 da Ferdinando Sanfelice. Non è soltanto un giardino attorno a una reggia, un bosco per la caccia abbellito da statue e fontane di un tempo lontano, ma è una vera e propria area verde incontaminata in una città caotica, all'interno della quale riescono ancora oggi a convivere piante rare ed esotiche provenienti da tutte le parti del mondo, grazie al clima particolarmente favorevole e mite e alla collaborazione di botanici esperti di cui l'ente museale si avvale.

Per il suo patrimonio storico, architettonico e botanico il Real Bosco di Capodimonte  è stato nominato nel 2014 ‘Parco più bello d'Italia’, vanto della città di Napoli  e dei napoletani che  lo rispettano e, soprattutto, lo curano e lo vivono.

 

Sitografia di riferimento

museocapodimonte.beniculturali.it

artbonus.gov.it


IL MUSEO DI CAPODIMONTE

A cura di Ornella Amato

 

Introduzione: Origine del palazzo e del museo di Capodimonte

 

Capodimonte, quartiere periferico di Napoli, Anno del Signore  1738.

Corte di Sua Maestà Carlo di Borbone.

5 Settembre 1738. Giorno della posa della prima pietra della nuova Reggia.

 

Un casino di caccia, un luogo di diletto, di svago, eppure un vero e proprio palazzo reale realizzato ai margini del centro della città, distante ma non particolarmente lontano dal Palazzo Reale al centro della capitale.

La Reggia di Capodimonte oggi è uno dei musei più importanti all’interno del territorio cittadino ma anche dell’intero territorio nazionale, non solo per l’alta qualità delle opere e delle collezioni che custodisce, ma soprattutto per la sua completezza.

Quando si parla di “Capodimonte” si pensa subito al Museo, ma non bisogna dimenticare che le sale del museo sono allestite all’interno del palazzo stesso, ed inoltre che al di fuori del palazzo vi è il Bosco con le costruzioni in esso presenti.

 

L’allestimento museale e le Sale del Palazzo

All'interno delle sale del piano nobile s’incontra il primo allestimento, che immette il visitatore nel percorso museale che si snoda tra opere d’arte e sale nobiliari.

La prima sala è il “Salone della Culla”, impreziosita da un pavimento  in marmo intarsiato, rinvenuto nella villa dell’imperatore Tiberio sull’isola di Capri, sala così denominata perché qui era stata collocata  la culla disegnata da Domenico Morelli - oggi conservata alla reggia di Caserta - e donata dalla città ai Savoia per la nascita di Vittorio Emanuele III.

Fig. 1 - Napoli, Museo di Capodimonte, Salone della Culla. Credits: commons.wikipedia.org By Mentnafunangann - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37531018.

Altra sala di rilevante interesse è di certo il Salone delle Feste, a pianta rettangolare con i suoi affreschi di gusto neoclassico, rimaneggiata durante gli anni del governo di Gioacchino Murat, rendendola la stanza più maestosa dell’intero complesso per opera di Salvatore Giusti. Il pavimento è in marmo siciliano ad intarsi geometrici,

Fig. 2 - Napoli, Museo di Capodimonte, Salone delle Feste. Credits:By Mentnafunangann - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50301077.

 

ma di certo la sala che maggiormente attrae e desta interesse e curiosità è il cosiddetto “Salottino di Porcellana”:

Fig. 3 - Napoli, Museo di Capodimonte, Salottino di Porcellana. Credits: By Mentnafunangann - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37531305.

 

un ambiente unico al mondo, realizzato con le ceramiche della Real Fabbrica di Porcellane - la cui sede è proprio all’interno del Real Bosco del Museo - per la Regina Maria Amelia, Sassonia, moglie di Carlo.

È una delle realizzazioni più riuscite del Settecento napoletano frutto di circa 3 anni di lavoro.

L’ambiente - la sala 52 -  è di piccole dimensioni, soprattutto se paragonato alle altre sale della reggia - ed è decorato a “cineserie”, genericamente definito dal Vanvitelli “gabinetto di porcellana“;  si presenta a pianta quadrata, con pareti interamente rivestite di lastre di porcellana fissate insieme da perni e chiodi, intervallate da sei specchiere.

Il soffitto - sebbene sia in stucco - imita la porcellana  alle pareti, e da esso pende un lampadario a dodici braccia che rappresenta un giovane cinese che pungola un drago con il suo ventaglio.

Nel complesso la decorazione è fitomorfa (rami, foglie, frutti e fiori, arricchita da trofei musicali  e scimmie che si alternano a scene di vita cinese).

 

La “Collezione Farnese” a Capodimonte

A Carlo di Borbone si deve anche il trasferimento in città della “Collezione Farnese” , oggigiorno considerata il nucleo fondamentale del museo e del quale occupa un intero lato del piano nobile anche se è tripartita tra Capodimonte, il Museo Archeologico Nazionale ed il palazzo Reale di Napoli.

Fig. 4 - Napoli, Museo di Capodimonte, pianta del piano con in evidenza le sale museali. Credits:By Fulvio314 - Own work based on: this map, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39255549

 

Pianta del primo piano della Reggia di Capodimonte:

Galleria Farnese Sale da 2 a 30

Collezione Borgia Sala 7

Salottino di porcellana 52

Appartamento reale Sale 31, 32, 34, 37, 42, 43, 44, 45, 51, da 53 a 60

Collezione De Ciccio Sale  da 38 a 40

Galleria delle porcellane Sale 35.36

Armeria farnesiana e borbonica Sale da 46 a 50


La
collezione Farnese è una delle più famose al mondo anche  e soprattutto per la quantità di opere che la stessa contiene, tanto da essere divisa in tre musei seguendo i criteri espositivi dei musei di destinazione: infatti all’Archeologico sculture romane, testi librai alla Biblioteca Nazionale del Palazzo Reale, mentre a Capodimonte sono conservate  le opere del Rinascimento come il Botticelli, opere di pittori emiliani e romani, ma anche utensili di vario genere.

Fig. 5 - Napoli, Museo di Capodimonte, Botticelli, Madonna con Bambino e due Angeli, tela appartenente alla “Collezione Farnese”. Credits: Web Gallery of Art:   Image  Info about artwork, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14590056.

e scorrendo lungo i secoli, incontriamo  Tiziano Vecellio

ma anche i Carracci, Annibale Agostino e Ludovico,

Fig. 8 - Napoli, Museo di Capodimonte, Annibale Carracci, Ercole al bivio, tela appartenente alla “Collezione Farnese”. Credits: commons.wikimedia. Unknown source, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44958684.

e  ancora grandi nomi come il Bellini, Agnolo Bronzino, Correggio, Andrea del Sarto, Domenichino, Dosso Dossi, Lanfranco, Lorenzo Lotto, Masolino da Panicale ed un elenco straordinario di artisti che hanno fatto la storia dell’arte d’Italia.

Il pezzo dell’intera collezione  che però desta le maggiori curiosità della parte della collezione presente è di certo il Cofanetto Farnese.

Fig. 9 - Napoli, Museo di Capodimonte, Cofanetto Farnese, Collezione Farnese. Credits: Manno Sbarri - The photo is in the article “Il Cofanetto Farnesiano del Museo di Napoli” of Aldo De Rinaldis published in “Bollettino d'arte del Ministero della pubblica istruzione”, no. 4, 1923 (in the article does not specify the name of the photographer), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43324296.

Il Cofanetto Farnese, commissionato nel 1548 dal Cardinal Alessandro Farnese all’orafo fiorentino Manno Sabbi, è un cofanetto d’argento dorato, lavorato a sbalzo e cesello, cristallo di rocca intagliato, smalti e lapislazzuli.

Le sue dimensioni sono notevoli, 49x26x42.3 cm. È considerato uno dei capolavori dell’arte orafa.

All’area espositiva che al primo piano ospita la Collezione, vanno annoverate in particolar modo le sale 13 e 14 che s’ispirano alla settecentesca “Galleria delle cose rare” voluta dal Duca Ranuccio II nella Galleria Ducale di Parma e nella quale sono confluiti un ricco nucleo di oggetti artistici preziosi ma soprattutto rari e che vanno ad integrare la già ricca collezione stessa.

Oltre la Collezione Farnese

Alla ricchezza della Collezione Farnese, vanno aggiunte l’enorme quantità di  opere che il museo conserva ed espone come l’opera di Simone Martini, il San Ludovico da Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò

Fig. 10 - Napoli, Museo di Capodimonte, Simone Martini, San Ludovico da Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò. Credits: Self-scanned, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9208432.

ed ancora, la Flagellazione  di Caravaggio che giunge al Museo di Capodimonte dalla Chiesa di San Domenico Maggiore

Fig. 11 - Napoli, Museo di Capodimonte. Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, La Flagellazione. Credits:  Unknown source, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10258014.

La straordinarietà e la qualità delle opere presenti  al Museo Nazionale di Capodimonte ed il connubio che ne deriva con le sue origini di casino di caccia e luogo di diletto, ne fanno uno dei musei più visitati sull’intero territorio nazionale.

 

 

 

Sitografia

www.museocapodimonte.beniculturali.it


IL MIRACOLO DI SAN GENNARO

A cura di Ornella Amato

 

Napoli, Duomo, Interno della Cappella del Tesoro di San Gennaro – Busto reliquiario del Santo Patrono e altare maggiore. Credits: di Miguel Hermoso Cuesta - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71784536.

 

“Per avere una grazia da San Gennaro, bisogna parlargli da Uomo a Uomo”

Il Miracolo della Liquefazione del Sangue

Fig. 1 - Napoli, Duomo, ampolle contenenti il sangue di San Gennaro. Credits: By Paola Magni - Flickr: Napoli. Il sangue è vivo, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15623304.

 

Ogni sabato che precede la prima domenica di maggio.

Ogni 19 settembre.

Ogni 16 dicembre.

Ogni volta che Lui decide di mostrarsi in tutta la sua grandezza.

Il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro, patrono della città di Napoli, è l’evento più atteso, sicuramente quello più “sentito” dalla popolazione. Per la scienza è un fenomeno oggetto di studio, per la Chiesa un miracolo. Scienza e Chiesa quindi, scienziati e fedeli insieme, esigenza di avere riscontri scientifici da un lato, necessità della dimostrazione della benevolenza del Santo Patrono ai napoletani dall’altro.

Di certo, l'attesa del prodigio è da sempre motivo di grande attenzione, poiché il mancato scioglimento è considerato di cattivo auspicio non solo per la città, ma anche per l’intera regione Campania; spesso, infatti, al mancato miracolo sono seguiti eventi funesti:

  • nel 1939 non avvenne la liquefazione e l’Italia entrò attivamente in guerra;
  • nel 1973, al mancato scioglimento seguì un’epidemia di colera che colpì duramente la città di Napoli;
  • nel settembre del 1980 il sangue rimase solido, e nel novembre di quello stesso anno vi fu uno dei più tragici terremoti avvenuti in Campania, che fece registrare oltre tremila morti;
  • stessa cosa nel dicembre 2020, in piena pandemia da Covid 19.

Funesti presagi quindi, se si considera che ancora nel tempo in cui scriviamo, non solo la pandemia è ancora in atto, ma la Campania è considerata una delle regioni a maggiore rischio di infezione. Pura casualità? Può darsi, ma per i napoletani, che spesso sono sì creduloni e superstiziosi, ma assolutamente fedeli e devoti al loro Patrono, “il miracolo” – così come essi stessi definiscono il prodigio della liquefazione – è una sorta di preannuncio di ciò che accadrà. Non sono mancati, inoltre, i casi di liquefazione straordinaria del sangue come è accaduto in occasione delle visite dei sommi pontefici, nel 1848 con il beato Pio IX e nelle mani  di Papa Francesco, il 21 marzo 2015, durante la visita pastorale alla Diocesi di Napoli.

 

Il sangue di San Gennaro

Il sangue del Santo fu raccolto dalla sua nutrice immediatamente dopo la sua decollazione, martirio a cui l’allora vescovo di Benevento fu sottoposto durante l'età di Diocleziano, dopo essere miracolosamente sopravvissuto all'interno di un primo tentativo di martirio all'interno dell’anfiteatro di Pozzuoli, poiché, si racconta, rese mansueti i leoni a cui era destinato. In seguito a ciò fu condannato alla decapitazione, avvenuta nei pressi della Solfatara, area vulcanica tutt'oggi attiva, nella zona puteolana, nel napoletano  La decollazione avvenne su una pietra su cui rimase una macchia di sangue che, nei giorni in cui il prodigio si verifica al Duomo, diventa  rosso vivo: la stessa pietra è conservata in una piccola cappella all'interno di un santuario a Lui dedicato, sorto nel luogo esatto che fu del martirio.

L’annuncio dell’avvenuto scioglimento avviene da parte dell’arcivescovo di Napoli, nel giorno stesso in cui il miracolo è atteso, ed è sempre un momento di grande gioia ed emozione.

Lo sventolio di un fazzoletto bianco, a conferma del sangue vivo e non più solidificato all'interno delle ampolle che lo contengono e lo conservano da sempre, rasserena e fa gioire la città, che tira un vero e proprio “sospiro di sollievo”, certa di un'ennesima dimostrazione della benevolenza, dell'amore e della protezione da parte di San Gennaro.

Per i napoletani San Gennaro è “Faccia gialla”, in quanto del Santo Patrono non è una statua ad essere venerata, ma un busto realizzato in bronzo dorato su commissione degli Angioini, dei quali riporta i simboli, rivestito coi paramenti Sacri; ne consegue quindi una colorazione del viso “giallognola”, donde il nomignolo.

Il Santo viene considerato una persona di famiglia, il parente a cui rivolgersi nel momento del bisogno, quello che non ti dice mai di no, un rapporto d’affetto che non ha eguali e che nulla sembra scalfire o alterare. Ed i napoletani, il suo popolo, da sempre, ci sono per Lui!

Fig. 4 - Napoli, Duomo - Cappella del Tesoro di San Gennaro - interno. Credits: By IlSistemone - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21879300.

Entrando nel Duomo di Napoli, a destra, si trova la Reale Cappella del Tesoro.

La Cappella conserva, preserva e mostra ai fedeli non solo il tesoro del Santo, ma anche la cassaforte contenenti le sacre ampolle. Le due ampolle non contengono la stessa quantità di sangue, poiché si racconta che una parte di esso sia stato portato via dai Borboni di Spagna e, proprio in Spagna, sia custodito.

Al popolo di San Gennaro, però, storie e racconti non interessano, interessa solo che non si metta in dubbio la presenza effettiva e reale di sangue all’interno delle ampolle. È il miracolo di San Gennaro, qualcosa di sacro, la cui sacralità va al di là della stessa fede cattolica. È il pilastro portante della “napoletanità” più autentica.

Le Messe solenni duranti le quali si aspetta che venga annunciato il miracolo iniziano alle 9 del mattino.

Il popolo di San Gennaro, all’alba del 19 settembre e del 16 dicembre, già si reca sul sagrato.

Il 19 settembre è il giorno più atteso. È la festa di San Gennaro, è il giorno che la Chiesa Romana gli ha dedicato, essendo stato decollato il 19 settembre del 305 d.C., ed è la festa patronale della città.

Le strade e le vetrine dei negozi adiacenti il Duomo sono riccamente vestite a festa, l’attesa cresce e l’emozione del popolo è palpabile.

Non solo fedeli ma anche curiosi: una quantità enorme di folla e di anime speranzose che, nonostante le grandi dimensioni interne del Duomo, non sempre si riesce a contenere; ad essa vanno sommate le televisioni locali e le telecamere accreditate, pronte a catturare un’emozione, una lacrima che scivola lungo il viso, a testimonianza di una tensione che la logica non può spiegare.

Sì, perché i nervi tesi dell’attesa che precede l’annuncio e lo sventolio del fazzoletto bianco si traducono in un pianto liberatorio e di ringraziamento. Non basta però sapere che il sangue si è sciolto: per il napoletano è necessario conoscerne l’orario esatto, per capire se il miracolo è avvenuto presto o quanto tempo c’è voluto perché si sia compiuto, perché più lunga è l’attesa, più grande è il rischio che il miracolo non si compia e, soprattutto, il ritardo del miracolo già viene interpretato come di cattivo auspicio.

Al “miracolo avvenuto” segue l’annuncio: l’Arcivescovo di Napoli esce sul sagrato con le ampolle e le mostra a chi non è riuscito ad entrare in Cattedrale, benedice con esse il popolo di Napoli e di San Gennaro con la formula “Con la Benedizione del Glorioso Sangue di San Gennaro e ‘a Maronn v’accumpagn’!”.[1]

Gli altri giorni del miracolo

Il 16 dicembre, giorno in cui si ricorda la consacrazione della cappella del Santo, il tutto è più contenuto. Non cambiano le attese e le emozioni, ma l’atmosfera del 19 settembre resta unica.

Diverso invece è il “miracolo di maggio”.

Non avviene in una data fissa, ma si compie il sabato che precede la prima domenica del mese di maggio, giorno in cui viene ricordata la traslazione delle reliquie di San Gennaro dall’area della Solfatara all’area di Capodimonte (dove vi sono le attuali Catacombe di San Gennaro).

Le celebrazioni non iniziano la mattina, ma nel primo pomeriggio.

L’Arcivescovo di Napoli, in preghiera con gli altri prelati, si reca in processione all’interno della Cappella del Tesoro per prelevare il reliquiario con le ampolle – gesto che si ripete ogni volta che si aspetta che il miracolo si compia - e lo prepara per portarlo non sull’altare per la celebrazione, ma in processione insieme al busto del Santo dal Duomo alla Basilica di Santa Chiara.

In tempi non molto lontani, non erano solo il busto e le ampolle ad andare in processione, ma anche i busti argentei dei 52 compatroni presenti all’interno della Cappella del Tesoro: tradizione vuole che, nel primo pomeriggio del primo sabato di maggio, escano o, come si dice in napoletano, “esceno”, le statue dalla Cappella e san Gennaro mostri la Sua grandezza attraverso il miracolo del sangue.

Dopo che il miracolo si è compiuto e le gloriose ampolle vengono mostrate al popolo, come in un rito ormai secolare, il tutto viene riposto all'interno della cassaforte che le conserva all’interno della cappella del Tesoro in attesa della prossima data, del prossimo rito che riaccenda la speranza che il sangue si continui a liquefare.

Il Tesoro

E poi c’è il Tesoro.

Il Tesoro è, da sempre, motivo di grande orgoglio per il popolo partenopeo. È un tesoro vero e proprio, formato da ori e preziosi di diverso genere, che appartiene al Santo ed alla città, non alla Curia, che ha ispirato anche il grande cinema, come ad esempio la pellicola del 1966 diretta da Dino Risi “Operazione San Gennaro” in cui un gruppo di scapestrati napoletani, aiutati da alcuni complici americani, accetta di rubare il tesoro del Santo, ma l'operazione non va a buon fine per l’intervento della madre di uno di essi; in particolare, quello che colpisce sono le scene finali quando, restituendo al Santo quanto gli è dovuto, dopo che il Sacro busto è portato in processione, una donna anziana gli si avvicina inginocchiandosi e gridando davanti a Lui: “San Gennà, chest’ è robba toja!”[2], perché nessuno osi toccare il Tesoro di San Gennaro. Esso è patrimonio della città e dei suoi abitanti, composto non solo dalle donazioni di re e regine che omaggiavano il Santo con pezzi pregiati dei loro stessi tesori, ma anche da ostensori, calici, busti argentei dei compatroni; insomma, una consistenza tale da, secondo gli esperti, superare quella della corona d’Inghilterra. Molte di queste donazioni sono state incastrate nella cosiddetta Collana, creata inizialmente nel 1679 dall’orafo Daniele Dato e arricchitasi per circa 250 anni, tra il 1679 e il 1929, con l’aggiunta di pietre e preziosi donati al Santo: conta 13 grosse maglie in oro massiccio, tempestate da croci, zaffiri e smeraldi; da menzionare poi il Calice d’oro, realizzato nel 1761 da Michele Lofrano, con rubini, diamanti e smeraldi, la Pisside, in argento dorato con inserti di cammei, e la Mitra, che dalla Chiesa romana gli compete di diritto, simbolo della dignità vescovile.

Fig. 5 - Napoli, Duomo, Museo del Tesoro di San Gennaro – Collana di San Gennaro. Credits: By Wantay - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68093450.

 

La Mitra Gemmata

La Mitra è il copricapo dalla forma allungata che papi, cardinali, vescovi e alti prelati indossano durante le funzioni liturgiche solenni.

Non è raro che questi copricapi siano capolavori adornati di ori e pietre preziose, ma la mitra di San Gennaro, realizzata su base d’argento, è un vero e proprio pezzo di oreficeria di altissima qualità, dal valore inestimabile e dai numeri impressionanti:

  • 168 rubini, simbolo del sangue,
  • 198 smeraldi, simbolo della vita e dell’immortalità,
  • 326 diamanti, simbolo della fede.

Un totale di 3.692 pietre preziose per 18 kg di peso, emblema della storia di un amore che lega un popolo al suo Protettore, per la quale sono stati scelti apposta tre colori: il rosso, il verde, il bianco brillante.

Fig. 6 - Napoli, Duomo, Museo del Tesoro di San Gennaro – La Mitra Gemmata, Credits: By Wantay - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68093454.

La Mitra, vanto dell’oreficeria napoletana e del Borgo Orefici[3], è opera di Matteo Treglia: gli fu commissionata dalla Deputazione della Cappella del Tesoro nel 1712 per il busto del Santo, sul cui capo è stata posta, in maniera tale da essere portato in processione: infatti all’interno di essa vi sono dei veri e propri 'ammortizzatori' che erano considerati necessari proprio per attutire gli eventuali colpi che derivavano dal trasporto a spalla.

Formata da due ali cuspidate, completamente rivestite da pietre e metalli preziosi, oggi è visibile all’interno delle sale del Museo di San Gennaro, adiacente al Duomo, ed è considerato uno degli oggetti più preziosi al mondo; è conservata all’interno di una teca, mostrandosi in tutta la sua possanza.

È lì, in silenzio, si mostra e splende dalla sua teca, splende all’interno del museo, attraverso la cappella e la Sagrestia che si attraversano e che sono essi stessi scrigni d’arte moderna napoletana.

E dinanzi ad essa tutti tacciono: lo storico dell’arte, l’orefice, il devoto.

Tutti tacciono, poiché nel suo silenzio ci racconta la storia di una città, di un popolo, della sua devozione millenaria, di un rapporto che nulla ha mai scalfito e che resta lì, statico e dinamico al tempo stesso.

Un rapporto d’amore, devozione e fiducia, poiché San Gennaro non tradirà mai i napoletani e loro non tradiranno mai Lui.

Fig. 7 – Veduta della città di Napoli By Original uploader was Fr at it.wikipedia – Originally from it.wikipedia; description page is/was here., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2213033.

 

Dedicato a mia Madre e a tutti quei pomeriggi dei 19 Settembre degli anni passati, trascorsi insieme sul sagrato del Duomo di Napoli per vedere il “Sangue di San Gennaro”.

 

 

Note

[1] Trad.: “ la Madonna Vi Accompagni!”

[2] 'San Gennaro, questa è roba tua!’.

[3] Il Borgo Orefici di Napoli è un’area della città tutt’oggi esistente, dedicata esclusivamente alla produzione e alla vendita di preziosi. La Corporazione fu voluta dagli Angioini e ufficialmente riconosciuta da Giovanna d’Angiò.

 

Sitografia

borgorefici.eu

museosangennaro.it

La Repubblica.it. Il Tesoro di San Gennaro, ecco le dieci meraviglie di Renata Faraglioni – 2 Aprile 2015. Tornano a casa i gioielli sacri dopo un tour mondiale

ildenaro.it.   Arte, ecco il vero tesoro di Napoli Un patrimonio da almeno 50 miliardi di Cristian Fuschetto – 5 maggio 2014

grandenapoli.it.  Un patrimonio unico al mondo: Il Museo del Tesoro di San Gennaro di Margherita Marchese  – 20 Aprile 2020


SAN GIOVANNI A CARBONARA

A cura di Ornella Amato

 

 

Il complesso monumentale di San Giovanni a Carbonara: le origini

 

Fig. 1 - La facciata del Complesso di San Giovanni a Carbonara vista da Via Carbonara. Credits - Di Leandro Neumann Ciuffo - S. Giovanni a Carbonara, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28378509.

 

Il Complesso Monumentale di San Giovanni a Carbonara è uno di quei gioielli nascosti di storia e storia dell'arte che non solo raccontano silenziosamente un passato glorioso e lontano, ma incuriosiscono tutti: dallo storico al turista, poiché non è solo uno scrigno d'arte, ma tra le sue mura conserva e, quasi sottovoce, racconta aneddoti nascosti della città di Napoli dalla fine del gotico all'inizio del Rinascimento, fino ad arrivare e con un salto temporale al Settecento con la scala in piperno davanti la facciata che fu opera del Sanfelice.

Fig. 2 - La facciata. Credits - Di Armando Mancini - Flickr: Napoli - Chiesa di San Giovanni a Carbonara, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16381571.

La chiesa di San Giovanni a Carbonara

La chiesa - punto centrale del complesso e dalla quale tutto si snoda - è dedicata a San Giovanni Battista ed è detta “a Carbonara” sia perché si trova proprio in via Carbonara, precisamente in via Carbonara n. 4, sia perché durante il medioevo quest'area, detta “Ad Carbonetum” era l'area esterna alla città dove si accumulavano i rifiuti cittadini, insomma una vera e propria discarica.

Durante la dominazione angioina la zona divenne l'area nella quale si tenevano fiere e giostre, giostre spesso talmente cruente da provocare non poca irritazione anche tra letterati del tempo.

La realizzazione della chiesa di San Giovanni a Carbonara avvenne tra gli anni 1339 e il 1418 grazie al contributo del nobile napoletano Gualtiero Galeota ma, per volere di Ladislao di Durazzo ultimo erede del casato degli Angiolini, si procedette ad un ampliamento, compresa la realizzazione del chiostro.

Nella chiesa convivono non solo gli elementi del ‘300 e del ‘400 ma, già ad un primo esame degli esterni, ci si rende conto che in essa è entrata tutta la storia dell'arte d'Italia, a cominciare dallo scalone settecentesco realizzato da Ferdinando Sanfelice, che conduce davanti al portale gotico caratterizzato da due pilastri e una lunetta affrescata dal Lombardo Leonardo da Besozzo.

Fig. 3 - Interno. Credits: Di Miguel Hermoso Cuesta - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37957246.

L'interno di San Giovanni a Carbonara è ad unica navata, a croce latina, quasi austera, con l'abside caratterizzata da una volta a crociera secondo i canoni del gotico; la pavimentazione invece è di marmo policromo e, all'interno della stessa, non sono stati pochi a voler vedere anche dei simboli massonici, come ad esempio le forme ortogonali che, a ben guardare, formano le piastrelle.

Fig. 4 - Dettaglio del pavimento. Credits - By Giuseppe Guida - Cappella Caracciolo del Sole. 0085, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46187886.

La chiesa di San Giovanni a Carbonara conta sei cappelle: quattro laterali, una nella controfacciata, la Cappella Somma

Fig. 5 - Cappella di Somma. Credits - Di Mongolo1984 - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80279485.

ed una alle spalle dell'abside, quale è la cappella Caracciolo del Sole, alla quale si accede passando sotto il Monumento Funebre di Ladislao di Durazzo.

Il Monumento Funebre di Ladislao di Durazzo

Ladislao di Durazzo, re di Napoli, figlio di Carlo III D'Angiò, fu un sovrano politicamente ambizioso: la sua politica estera fu caratterizzata da forti mire espansionistiche, e il suo motto, “o Cesare o niente”, ben dimostra il suo temperamento. Scomunicato, visse una vita in bilico tra l'ambizione e il timore continuo di una morte per avvelenamento, una morte che, stando alle fonti, più volte avrebbe beffato, poiché viaggiava sempre col suo coppiere, il cui compito era quello di assaggiare tutto ciò che sarebbe stato servito il sovrano.

Destino volle che la sua fine fosse segnata proprio da un avvelenamento, quasi subdolo: si racconta infatti che, innamoratosi della figlia di un medico fiorentino facente parte della fazione nemica dei Durazzo, volle giacere con lei; il padre acconsentì alla sua richiesta ma, qualche istante prima che si coricasse, intinse le labbra intime della figlia di un potente veleno che uccise il re, il quale rimase vittima non solo di una vera e propria congiura, ma anche del suo stesso piacere verso le donne.

Il suo nome resta legato al monumento funebre a lui dedicato all'interno della chiesa di San Giovanni a Carbonara, più che una chiesa un vero e proprio Pantheon del casato D'Angiò - Durazzo, così com'è definito da molti storici.

Realizzato per volere di Giovanna, sorella di re Ladislao, il monumento funebre è un'opera grandiosa in marmo, alta circa 18 metri, un gioiello dell'arte tardo gotico e proto rinascimentale, che monopolizza l'attenzione dello storico, del turista, del visitatore che entra e che vede davanti a sé un'opera dalle mastodontiche dimensioni.

Fig. 7a - Pianta e struttura del monumento. Credits - Di IlSistemone - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46617664.

L'opera è stata realizzata soprattutto da scultori toscani, tra il 1414 e il 1430 e, per tradizione, è attribuito ad Andrea da Firenze, attivo in quegli anni proprio nella chiesa San Giovanni a Carbonara, il quale avrebbe ricevuto la commissione direttamente dalla Regina Giovanna succeduta sul trono dopo la morte del fratello.

L'opera si sviluppa su tre livelli: il primo vede un frammento marmoreo con le quattro virtù cardinali, al primo ordine risaltano in particolare le statue di Ladislao e della sorella Giovanna in trono nel gruppo centrale, collocati come se fossero all'interno di un loggiato e, alle loro spalle, ancora sono visibili gli affreschi coi simboli del casato angioino.

Fig. 8 - Dettagli. Credits - Di Armando Mancini - Questa è una immagine ritoccata, il che significa che è stata modificata digitalmente dalla sua versione originale. Modifiche: cropped. La versione originale può essere trovata qui: https://www.flickr.com/photos/[email protected]/4330416438., CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17689265.

Il terzo ordine invece non si sviluppa in senso orizzontale ma in senso verticale ed è caratterizzato dal sarcofago del re aperto da due angeli reggi-cortina; alla base sono presenti quattro figure che rappresentano, oltre lo stesso re e la sorella, anche i genitori Carlo III e la moglie Margherita di Durazzo.

Volgendo lo sguardo verso l'alto si incontra anche il santo della casa D'Angiò, San Ludovico da Tolosa, che benedice la salma di Ladislao;

Fig. 9 - Dettaglio. Credits - Di Miguel Hermoso Cuesta - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=70634074.

La statua equestre del re, sull'ultimo ordine, con la spada sguainata e puntata verso l'alto, sormonta totalmente il mausoleo. Risalta, alla base, la scritta “Divus Ladislaus”.

Fig. 10 - Dettaglio. Credits - Di Armando Mancini - Flickr: Napoli - Chiesa di San Giovanni a Carbonara, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17689264.

Diverse sono state le letture e le interpretazioni di questa rappresentazione del sovrano sulla cima del monumento: le letture tradizionali che si danno sono due:

 

  1. All'indomani della scomunica, Ladislao, in groppa al suo cavallo, sfida la Chiesa;
  2. L'esaltazione delle sue virtù militari.

 

Resta certa l'interpretazione della presenza del cavallo, legata alla maniera scultorea tardogotico lombarda.

 

Il Crocifisso di Giorgio Vasari

Merita di essere citato il Crocifisso realizzato da Giorgio Vasari, all’interno del Complesso stesso, un olio su tela conservato all'interno della chiesa stessa.

Si tratta di un Crocifisso databile intorno al 1545, che alcune fonti raccontano che non sarebbe l'unica opera realizzata dal Vasari per la chiesa, ma che avrebbe fatto parte di un gruppo di opere conservate attualmente presso il Museo di Capodimonte.

Le fonti raccontano che il dipinto sarebbe stato realizzato a Roma e, solo in un secondo momento, spedito a Napoli per essere collocato all'interno della Cappella Seripando poiché fu commissionata dallo stesso cardinale Gerolamo per porla nella cappella di famiglia all'interno della chiesa di San Giovanni stesso.

Fig. 11 - Giorgio Vasari, Gesù Crocifisso, 1545, Napoli, Chiesa di San Giovanni a Carbonara. Credits - Di Peppe Guida - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93029705.

Attualmente è collocata accanto al monumento sepolcrale di Ladislao; lo spostamento si è reso necessario per i lavori di restauro che hanno interessato la cappella stessa a partire dall'anno 2011.

Fig. 12 - Credits - Di Miguel Hermoso Cuesta - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=70634072.

 

 

 

Bibliografia

I.Maietta. Vasari a Napoli - Paparo editori

 

Sitografia

Treccani.it

Napoligrafia.it

Napoli-turistica.com

Napolike.com

Touringclub.it


IL COMPLESSO MONUMENTALE DONNAREGINA


A cura di Ornella Amato

 

Il Museo Diocesano

Il complesso Monumentale Donnaregina ospita il Museo Diocesano di Napoli a partire dal 2007, anno in cui non solo sono state allestite le sale all’interno delle quali è possibile ammirare le opere d'arte liturgica che generalmente sono “nascoste” al grande pubblico e che qui hanno trovato collocazione e esposizione, ma anche tele, arte scultorea, ori ed argenti un tempo chiusi in cassaforte e che ora si mostrano al grande pubblico e si offrono alla città.

Fig. 1 - Sale interno del Museo Diocesano di Napoli. Credits: beniculturalionline.it.

Il complesso è unico nel suo genere, in particolare per quel che concerne il riutilizzo e soprattutto la riorganizzazione degli spazi anche per attività extra museali quali convegni, spettacoli o eventi in genere; annovera anche un polo didattico e congressuale dotato di alta tecnologia, sale di ricevimento etc. Insomma, esso rappresenta una realtà che, partendo da due chiese estremamente distanti per stili architettonici, è in continuo movimento, pur mettendo sempre al centro le due basiliche che, probabilmente loro malgrado, diventano l’una complementare all’altra, in un complesso nel quale, l’ennesimo della città di Napoli, si stratifica la storia.

Il Complesso di Donnaregina

Il Complesso di Donnaregina, nello specifico, viene distinto in “vecchia” e “nuova”, ma in realtà sono due facce della stessa medaglia, dove si incontrano e quasi si scontrano due stili: da una parte il gotico severo ed austero del complesso monumentale di Donnaregina vecchia e, dall’altra, il Barocco trionfante seicentesco alla basilica Donnaregina nuova: le due chiese sono poste una alle spalle dell'altra sebbene facciano parte di un’unica area; un tempo erano collegate da un corridoio interno utilizzato dalle Clarisse che, così, potevano passare da una chiesa all’altra senza correre il rischio di dover uscire dalla clausura.

Il Complesso Donnaregina vecchia

La chiesa gotica trecentesca fu costruita per volontà degli Angioini, e negli archi a sesto acuto ricorda il gotico francese di San Lorenzo Maggiore, la cui abside è l'unico esempio in Italia di gotico francese, il che fa supporre che probabilmente entrambi appartengano allo stesso anonimo architetto d'Oltralpe.

Fig. 2 - Interno con abside ed altare maggiore. Credits: museodiocesanonapoli.it.

La Basilica di Donnaregina “vecchia” ha avuto un trascorso piuttosto travagliato sin dagli inizi della sua storia, poiché in un primo momento il convento fu, per volere di Carlo I D'Angiò, carcere per i suoi avversari politici; successivamente fu danneggiato da un terremoto e infine completamente restaurato grazie alla regina Maria d'Ungheria, morta nel 1309 e, per suo stesso desiderio, sepolta all'interno della stessa chiesa in una tomba monumentale realizzata da Tino di Camaino, che arrivò in città l’anno successivo della morte alla regina stessa per realizzare il monumento funebre.

All’austerità dei toni di un gotico trionfante, che in Europa proprio in quei secoli lasciava grandi testimonianze, fanno da adorno gli affreschi di Piero Cavallini, tutt’oggi perfettamente conservati all’interno delle sale della Basilica.

Il Complesso Donnaregina nuova

Il confronto architettonico, storico e artistico maggiore, però, la basilica lo vive con “l’altra” Donnaregina, quella realizzata alle sue spalle, quella che - a partire dal XVII sec. - le Clarisse raggiungevano attraverso un corridoio, quella in cui, il Barocco trionfante del Seicento, in aperto contrasto col gotico trecentesco, è la Basilica di Donnaregina “nuova”.

Napoli, anno 1617

Una grande scala in piperno e marmo precede la grande facciata, realizzata nello stesso materiale: all'interno, un'unica navata, con sei cappelle, tre per ciascun lato, nessun transetto e marmi policromi secondo il gusto dell'epoca. In sintesi questo è l’identikit della nuova chiesa, voluta dalle stesse Clarisse per adeguarsi al gusto dell'epoca e per questo sfarzosa, imponente, in netto contrasto col gotico della struttura precedente, da cui è divisa da ben trecento anni di architettura, un arco temporale che non è solo cronologico, ma è soprattutto stilistico.

Fig. 11 - Basilica di Donnaregina Nuova, dettaglio della cantoria. Credits: napoligrafia.it.

Stucchi dorati, affreschi, marmi policromi, un vero e proprio trionfo dello sfarzo, ma soprattutto i maggiori nomi dell’ambiente artistico napoletano. Qui lavorano Luca Giordano, Agostino Beltrano, Francesco Solimena. È a loro che si devono non solo gli affreschi ed i relativi cicli pittorici, ma anche le tele che adornano le cappelle.

Le due chiese furono separate negli anni ‘30 del XX sec., e dal 2007 entrambe fanno parte del Complesso Museale Diocesi di Napoli.

Entrambe sono parte essenziale del Complesso Monumentale Donnaregina, e l’una si rivela essere complementare all'altra: il Gotico, corrente, che Giorgio Vasari, con disprezzo definì “barbaro”, dal popolo barbaro dei Goti, ed il Barocco, coi suoi trionfanti colori, in un’unione che convive in un unico complesso, “spalla a spalla” non solo metaforicamente, ma nel senso più reale della descrizione.

 

 

Bibliografia

Pacelli - La pittura napoletana da Caravaggio a Luca Giordano - 1996 Ed. Scientifiche Italiane

AAVV.: -  La grande Storia dell’Arte Vol. 2 e Vol. 7 - Gruppo Editoriale L’Espresso

De Fusco - Mille anni di architettura in Europa - Laterza Ed.

 

Sitografia

www.beniculturalionline.it

www.museodiocesanonapoli.it

www.napolidavivere.it

www.napolipost.it

www.10cose.it

www.ecampania.com

www.cosedinapoli.com

www.napoligrafia.it


SAN LORENZO MAGGIORE A NAPOLI

A cura di Ornella Amato

 

Introduzione: una storia iniziata nel V sec. a.C. e che continua ancora oggi

Quello che si fa nel Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore a Napoli è un viaggio sopra, sotto e dentro la storia di una città, una storia che inizia nel V secolo avanti Cristo: l’intero complesso sorge infatti sui resti della Neapolis sotterrata, ovvero un'intera area archeologica sopra la quale gli Angioini fecero realizzare la basilica di San Lorenzo, a cui poi, nel corso del tempo, si è affiancato il Chiostro, con tutti i rimaneggiamenti susseguitisi nel corso dei secoli successivi, ed il Museo dell'Opera che – quale Polo museale – ne conserva e ne tramanda la stratificazione storica e artistica.

La Basilica di San Lorenzo Maggiore

La chiesa è caratterizzata da una pianta a croce latina che comprende tre navate, due navate laterali con 8 cappelle ciascuna per un totale di sedici cappelle più una navata centrale, ed ha una lunghezza enorme, circa 80 metri. Il complesso comprende un’abside unica in Italia modulata sul gotico francese, il museo dell'Opera, due sale di accoglienza che sono veri e propri scrigni data la qualità degli affreschi che contengono e di cui si compongono, e soprattutto un chiostro, che è l'accesso diretto non solo agli scavi sottostanti la basilica ma anche alla Neapolis sotterrata. Qui sono visibili gli scavi della età greco-romana coi resti del macellum, le botteghe, e i mosaici, taluni visibili dal pavimento della stessa chiesa attraverso lastre appositamente create all'interno di essa.

Sulla facciata del Campanile sono affissi gli stemmi dei Sedili della città.

Campanile della Basilica con gli stemmi dei Sedili della Città. Credits: Wikipedia.

Una storia millenaria, quella che racconta il Complesso Monumentale di San Lorenzo.

Interno della Basilica. Credits: Wikipedia.

Dal Decumano Maggiore, dove un tempo esisteva l'agorà, dopo aver attraversato l'intera via di San Gregorio Armeno, e prima di arrivare in piazza San Gaetano con l’omonima statua, a destra, lungo la via, si può notare uno scalone di pietra che conduce davanti all'ingresso della basilica, mentre alla sua destra insiste il Campanile su cui sono presenti gli stemmi dei Sedili della Città che proprio lì si riunivano, laddove era necessaria la loro presenza.

La facciata barocca della chiesa conserva il portale gotico e gli originali lignei trecenteschi,

All’interno della basilica, nonostante i rimaneggiamenti dal ‘600 in avanti che sono particolarmente evidenti nella controfacciata e nella terza cappella di sinistra, caratterizzata da un arco a tutto sesto e marmi policromi, tipici dell'architettura barocca napoletana, spicca il Cappellone di Sant'Antonio, in cui sono presenti due tele di Mattia Preti.

Mattia Preti - Crocefissione - Cappellone di Sant’Antonio, Basilica di San Lorenzo Maggiore. Credits: Wikipedia.

Le altre cappelle, originarie dell'età angioina a cui la stessa chiesa va datata, sono caratterizzate da archi a sesto acuto, tipici del periodo gotico.

La navata centrale, nonostante i suoi 80 metri di lunghezza, accompagna lo sguardo del visitatore direttamente all'abside, monopolizzando l’attenzione. Essa fu realizzata seguendo i canoni del gotico francese, unico esempio in Italia e che rimanda all'altra chiesa angioina presente in città, ossia il complesso monumentale di Donnaregina con cui ha in comune la fattezza dei tronconi a sesto acuto; in entrambi i casi si tratterebbe di un anonimo architetto francese, sebbene la conca absidale di San Lorenzo resti un unicum sull'intero territorio nazionale.

Interessante è poi, al centro dell'abside, l'altare maggiore, non solo per la raffigurazione dei Santi Lorenzo, Antonio e Francesco ma in particolare per il fatto che sullo sfondo è rappresentata la città di Napoli in epoca rinascimentale, opera di Giovanni da Nola.

La rappresentazione la città che fa da sfondo ai Santi ha anche un'importanza ed un'alta rilevanza storica oltre che artistica, poiché consente, attraverso una vera e propria indagine iconografica e iconologica, uno studio sulla città di Napoli in epoca rinascimentale.

Il convento

Il convento è sicuramente parte fondamentale dell'intera area facente riferimento al complesso museale di San Lorenzo Maggiore: infatti esso non solo ospita il Museo dell'Opera, che è un vero e proprio polo museale allestito all'interno dell’area, ma consente al pubblico la vista delle due imponenti sale di cui si esso stesso si compone: la sala Capitolare, caratterizzata da volte a crociera realizzate nel secondo trentennio  del XIII secolo e la sala intitolata a  Sisto V, alla quale si accede attraverso il chiostro e che è il grande refettorio del convento stesso.

 

Il Chiostro

Il Chiostro della Basilica di San Lorenzo Maggiore è la dimostrazione dell'intera vicenda storico-artistica del complesso monumentale stesso; infatti è di origine gotica, ma la versione che esiste ancora oggi è quella di epoca settecentesca realizzata sui resti del macellum romano e caratterizzata al centro da un pozzo, realizzato in marmo e piperno dal maestro Cosimo Fanzago.

Credits: napoligrafia.com.

Il Chiostro, che tra gli altri ospitò Francesco Petrarca, non è interno alla basilica, ma è ad essa adiacente, e adesso vi si accede attraverso via dei Tribunali, importante strada del centro storico di Napoli.

Altresì, attraverso il Chiostro si accede all'area archeologica sottostante la basilica, la cosiddetta Neapolis sotterrata.

 

Neapolis Sotterrata

Quello nella Neapolis sotterrata è un viaggio nel tempo e nello spazio della Napoli dell'età classica, all'interno del quale si percorre l’antica strada romana con le botteghe intorno al macellum; i reperti rinvenuti nei resti dell'antica città di Napoli - tra l'altro oggi l'area archeologica di maggiore interesse all'interno del centro storico della città stessa, una sorta di città nella città - sono conservati all'interno del Museo dell'Opera.

 

Bibliografia

AAVV. La Grande Storia dell’Arte Vol. 2 Il Gotico - 2003 Gruppo Ed. L’Espresso

De Fusco Mille anni d’architettura in Europa - Cap. 2 - Il Gotico - 2001 Editori La Terza

 

Sitografia

www.laneapolissotterrata.it

www.laneapolissotterrata.it/complessomonumentaledisanlorenzomaggiore

www.touringclub.it

www.napolike.it

www.napoligrafia.it

www.10cose.it

www.napoli–turistica.com-sanlorenzomaggiorebasilicaecomplessoarcheologico


L'OSPEDALE DELLE BAMBOLE.IL MUSEO-BOTTEGA

A cura di Ornella Amato

Un sincero ringraziamento alla Dott.ssa Tiziana Grassi

Primario dell'Ospedale delle Bambole

 ed a tutto il suo Staff per la disponibilità e la collaborazione.

 

Introduzione. Dal Laboratorio al Museo-bottega

L'Ospedale delle Bambole si ingrandisce, si trasforma, cambia sede, trasferendosi all'interno delle Scuderie di Palazzo Marigliano, al numero 39 di Via San Biagio dei Librai. Dalla bottega - laboratorio del Maestro Luigi Grassi, nato quasi per caso nel lontano 1895,122 anni dopo prende vita il Museo-bottega dell'Ospedale delle Bambole, grazie alla volontà della Dottoressa Tiziana Grassi, attuale Primario dell'Ospedale stesso.

Fig.1

È sabato 21 ottobre 2017, e si inaugura non un nuovo laboratorio, piuttosto – e per meglio dire – il Museo dell'Ospedale delle Bambole o ancora meglio, il Museo-bottega, poiché è così che è giusto chiamarlo, all'interno del quale non solo vi è solo il laboratorio di restauro, cuore pulsante del Museo in cui operano le abili mani delle restauratrici, ma sono esposte anche le bambole “riportate alla vita” e tutti i materiali necessari alla loro cura, che avviene all'interno del laboratorio che incessantemente si occupa di ciò. Restauri di bambole, arte sacra, recupero dei peluche sono alcune delle attività quindi che vanno a comporre un vero e proprio museo della memoria, dell'uomo in primis, e della conservazione di tutto quanto è stato "giocato" ed è tornato a vita nuova e che ora, esposto, si presenta agli occhi dei visitatori.

"Museo" ovvero "luogo sacro alle Muse" o meglio ancora “Istituto culturale di particolare interesse storico”. La definizione del termine museo si addice perfettamente a questa struttura: è la conservazione della cultura, del recupero e del restauro, e, di conseguenza un vero e proprio Istituto culturale, tra l'altro posto in una zona di Napoli dove il livello culturale è altissimo, dove non solo ci si collega al passato, ma si guarda al futuro, anche attraverso la cultura della memoria e la cura dell'oggetto e dei sentimenti che prevalgono sul consumismo.

Il Museo-bottega

Il Museo-bottega è stato fortemente voluto ed è tutt'oggi curato dal Primario dell'Ospedale stesso, la Dottoressa Tiziana Grassi, che, con tenacia, porta avanti un antico mestiere e lo tramanda ai posteri anche attraverso attività didattiche e laboratori effettuati all'interno della stessa struttura museale.

 

Il percorso, che si snoda all'interno della struttura, si può definire emozionale, fatto di ricordi, di memoria, di momenti, di attimi di giochi, di un'infanzia lontana eppure vicina, perché i bambini di ieri sono gli adulti di oggi e i bambini di oggi saranno gli adulti di domani, in un Museo collegato al passato, che racconta e si racconta attraverso la cura delle persone, delle bambole, degli oggetti, ma anche attraverso il restauro di arte sacra, affinché nulla vada perduto.

Fig. 4 - Arte Sacra.

In questo spazio espositivo di circa 180 mq si incontrano tutti i passaggi che caratterizzano l'Ospedale delle bambole, ospitato all'interno del Museo stesso: Accettazione, Pronto Soccorso, “Bambolatorio” con le corsie di degenza, strumenti per la diagnostica, bambole in attesa di trapianto, ortopedia, oculistica, ma anche vestizione, trucco e parrucco.

Sequenza dei reparti

E ancora scaffalature in cui sono esposti arti e teste di bambole

Delle esposizioni, tutte particolarmente interessanti, vanno segnalate in particolare quelle del reparto di Oculistica

Fig. 10

con occhi in diversi materiali, destinati sia a bambole sia a peluches, di cui il Museo conserva ed espone svariate tipologie, ed il reparto Voce, in cui sono esposte le apparecchiature per far “parlare” le bambole”.

Fig. 11

Le collezioni 

Anche le sue collezioni sono assolutamente particolari: attualmente ha in affido una collezione di circa 70 cavalli a dondolo, dal Settecento al Novecento, ed inoltre conserva una collezione variegata di Bambole Lenci.

Fig. 12 - Cavallo a dondolo.

Le Bambole Lenci nascono a Torino negli anni 20 e Lenci è l'acronimo di LUDUS EST NOBIS CONSTANTER INDUSTRIA, ovvero il gioco è la nostra opera continua. Da loro nasce il pannolenci, ossia il panno di cui erano fatte le bambole: lavabile, non particolarmente costoso, poiché questi giocattoli erano interamente fatti a mano, rendeva tali giocattoli più resistenti rispetto ad una bambola di porcellana, ed era più facile giocarci anche perché era estremamente basso il rischio di rottura. Anche questo rappresenta oggi un ricco pezzo della storia del made in Italy.

Scaffalatura con al centro Bambole delle Collezione Lenci, in particolare si fa riferimento alla bambola con l'abito in stile giapponese e alle due bambole laterali

 

In questo particolare viaggio che si fa attraverso il tempo e lo spazio, la storia di questa struttura più unica che rara viene raccontata al visitatore, oltre che dalle Dottoresse, anche dalle Bamboline stesse, poiché viene proiettata su di uno schermo, con un fare quasi fiabesco che incanta ed emoziona lo spettatore.

Fig. 15

Allo stesso modo è proiettato sul bancone da lavoro originale di Luigi Grassi, - che nel 1895 fondò l’Ospedale delle Bambole - il lavoro manuale che fanno tutt’oggi le Dottoresse.

Fig. 16 - Il banco di lavoro del maestro Luigi Grassi.

Il viaggio che il visitatore compie all’interno del Museo dell’Ospedale delle Bambole, un Museo - Bottega per eccellenza, riconosciuto tra le 10 cose da vedere a Napoli, inserito all’interno del circuito Artecard, è un viaggio completo: emozionale e culturale al tempo stesso, un tuffo nel ricordo e nella memoria, dove s’incontrano i vissuti del passato, la volontà della conservazione attraverso il recupero e, soprattutto, la trasmissione ai posteri.

Quanto conservato qui quasi “costringe” delicatamente il visitatore a tornare bambino, poiché di certo troverà un pezzo che gli ricorda la sua infanzia: un giocattolo che aveva uguale, una bambola che gli ricorda quella che sua nonna gelosamente conservava… ogni pezzo riporta indietro nel tempo, un tempo lontano, passato, ma che qui sembra essere contemporaneamente fermo e proiettato in avanti, grazie all’ausilio di supporti tecnologici, affinché nulla vada perduto e tutto sia consegnato al futuro delle prossime generazioni.

 

Sitografia

www.ospedaledellebambole.com

Foto

Ornella Amato