EMILIA ROMAGNA E ARCHEOLOGIA - PREFAZIONE

L’Emilia-Romagna porta con sé un enorme bagaglio storico e archeologico. Si tratta di un territorio piuttosto diversificato, che nasce dall’unione di due componenti altrettanto differenti: l’Emilia, entroterra pianeggiante e montuoso dove prendono vita centri rilevanti, e la Romagna, una costa che tende a nascondere ancora oggi i suoi molteplici segreti, ma che di sicuro possedeva un ruolo caratterizzante attraverso Ravenna, capitale dell’impero tardo romano, goto e successivamente bizantino.

Al Paleolitico Superiore (fra i 40000 e i 10000 anni fa ) risalgono le prime attestazioni, a questo periodo si datano le statuette del tipo “Veneri Preistoriche” ritrovate nel territorio di Modena e Reggio Emilia. Intorno al V millennio si sviluppa la cultura di Fiorano di origine settentrionale, e nella parte meridionale della regione nasce la civiltà “della ceramica impressa adriatica”.

Tuttavia, è nell’età del Bronzo medio che nascono i primi centri di particolare importanza. La zona occidentale di questa regione, infatti, è la patria natia delle “Terremare” o cultura terramare; il nome deriva dal dialetto emiliano, “terra marna”, dunque terra grassa e morbida, probabilmente alludeva anche alla sua fertilità, poiché il territorio si presentava sotto forma di basse collinette che si erano formate da villaggi abbandonati o incendiati. Gli ultimi scavi hanno dimostrato che si tratta di villaggi (esistenti ipoteticamente tra 1650-1170 a.C.) composti da un terrapieno ed un fossato, con case costruite come palafitte, ma senza la vicinanza a corsi d’acqua, affiancate tra di loro, piccole strade e pochi spazi aperti. Si tratta di una società di tipo partecipativo, anche se non si esclude la presenza di un élite. Un clamoroso esempio di civiltà terramaricola è la Terramare di Montale, oggi ricostruita in parte grazie ai metodi sperimentali all’interno del Parco archeologico della Terramara di Montale, in provincia di Modena. All’interno dello spazio aperto realizzato è possibile osservare la stratigrafia alta oltre tre metri messa in luce durante le campagne di scavo 1996-2001; inoltre, sono stati ricostruiti il terrapieno, munito di una palizzata per difendere il villaggio da attacchi esterni, e il fossato, di dimensioni più ridotte rispetto all’originale, il quale rappresentava una preziosa fonte idrica, oltre a fungere da barriera. Sono state ricostruite anche due abitazioni, esaminando le planimetrie di due testimonianze ritrovate.

Figura 1. Parco Archeologico e Museo all’aperto della Terramare di Montale (MO).

Intorno al 1200 a.C. si assiste ad una crisi delle Terremare, di cui le cause sono ancora sconosciute, l’ipotesi più comune è quella legata al cambiamento climatico, ma, anche se vera, non sembra poter essere l’unica causa di un cambiamento così drastico.  nel bolognese si diffonde la civiltà villanoviana (oggi è possibile visitare il MUV, Museo della civiltà Villanoviana, a Castenaso di Bologna). Successivamente, prenderà forma la civiltà etrusca, lasciandoci meravigliose testimonianze uniche al mondo, in parte conservate nel Museo Civico della città di Bologna (che proprio in questo periodo ci offre la possibilità di conoscere al meglio l’Etruria settentrionale con una vastissima mostra dedicata ai Rasna), in parte al Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto (dove sono esposti i ritrovamenti dei centri di Marzabotto, Verucchio e Sasso Marconi) e al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara (dove sono conservati gli straordinari reperti dell’antica città etrusca di Spina). Tuttavia, non si parla solo di musei tradizionali, ma di veri e propri siti archeologici di un intero centro urbano, esempio più clamoroso è Kainua.

Figura 2. Area archeologica di Marzabotto (BO).

Kainua, l’antico nome etrusco di Marzabotto (BO), è una vera propria città, con un rito di fondazione (documentato dal ritrovamento del cippo con decussis) e diverse fasi di occupazione (è possibile oggi diversificare tre periodi principali: Marzabotto I600 a.C. – 540 a.C., Marzabotto II 540 a.C. – 500 a.C., Marzabotto III 500 a.C. –350 a.C.I primi scavi risalgono all’800, quindi si trattava di campagne di scavo piuttosto celeri, poco attente al contesto storico; in un primo momento fu considerata una grande necropoli. In realtà si tratta di un impianto urbanistico rigoroso, articolato su quattro principali assi ortogonali, denominati plateiai; dall’incrocio si hanno otto grandi regiones, quartieri, all’interno delle quali vi sono le vie minori, stenopoi. Vi è poi un’acropoli, ad est del centro abitato, oggi in posizione collinare, all’interno della quale sono stati ritrovati diversi templi e persino l’altare dell’augure con il mundus, probabilmente il luogo dalquale il sacerdote ha tracciato i principali assi della futura città. Nella zona settentrionale dell’abitato vi sono le aree pubbliche di maggioranza, come i templi sacri di Tinia e di Uni, dove è stato possibile recuperare alcune iscrizioni etrusche legate alla vita politica e religiosa della comunità, tra cui il nome della città. Non lontano dal centro abitato, all’esterno delle mura, sono state ritrovate ben due necropoli, caratterizzate da sepolture a cassone con lastre di pietra e segnacoli funerari conici. Intorno al IV secolo l’Etruria padana fu invasa dai Celti, i quali occuparono anche Kainua, che divenne un presidio militare per il controllo della Valle del Reno. Infine, nel II sec. d.C., il territorio divenne dominio romano, ma a Marzabotto è solamente attestata la presenza romana in una villa, nota anche come fattoria romana, dunque probabilmente ebbe un ruolo marginale.

Tuttavia, diversi sono gli esempi di occupazione romana in Emilia. Tra i più noti abbiamo Veleia Romana, nel piacentino, fondata nel 158 a.C. e scoperta nel XVIII secolo. Si tratta di un fiorente municipio romano nella Valle del fiume Chero. In questo luogo è stata ritrovata la più grande iscrizione in bronzo appartenente al mondo romano, la Tabula Alimentaria Traianea che contiene una legge secondo la quale si assegnava un prestito a basso interesse degli agricoltori che si impegnavano a mantenere dei fanciulli. Veleia era molto frequentata per le sue terme derivate da acque bromoiodiche, di cui si possono ammirare calidarium e tepidarium, del frigidarium si conserva solo una nicchia. È ben visibile il Foro, con una piazza lastricata caratterizzata dall’iscrizione a Lucio Lucilio Prisco e un cippo di calcare rosa dedicato ad Augusto, la basilica, le tabernae e i portici.

Figura 3. Antiquarium di Veleia (PC).

Nondimeno, come già citata prima, ebbe un ruolo primario Ravenna, che divenne capitale dell’Impero Romano d’Occidente nel 402 d.C.  per decisione di Onorio poiché era più vicina all’Oriente, dunque una scelta strategica. Oggi la città offre moltissimi siti archeologici e raccolte museali, facilmente raggiungibili grazie all’ottima organizzazione. Uno tra tutti è l’antico porto militare di Classe, che Augusto si fece costruire nel 27 a.C. per il controllo del Mediterraneo orientale. A causa del territorio paludoso, la zona di Classe venne abbandonata, ma il porto riprese vita nel V secolo d.C., quando la città si elevò di rango.

Figura 4. Parco Archeologico di Classe (RA).

Simbolo dell’occupazione romana ravennate sono anche le mura, che hanno subito diverse sopraelevazioni, ma sono ben visibili poiché caratterizzate da mattoni larghi e non molto spessi. Si sono conservate anche diverse domus, tra cui la “Domus del Triclinio”, che risale al II-III secolo a.C., ricostruita all’interno della Chiesa di San Nicolò ricreando un triclinio romano corredato di suppellettili.

 

SITOGRAFIA:

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Govi, Marzabotto, una città etrusca, Bologna, 2007.


LO SVILUPPO DELLA CERAMICA NEL VI SECOLO A.C. IN GRECIA

Verso la metà del VI secolo a.C.  la ceramica attica (prodotta ad Atene) ebbe un grande successo e si impose su quella corinzia dipinta,  raggiungendo un alto grado di perfezione tecnica e stilistica. I ceramografi attici si concentrano sul perfezionamento delle forme dei vasi e sullo sviluppo di un linguaggio narrativo più accurato, abbandonando le figure come teste di animali o di donna che prendevano tutto lo spazio decorativo che non permettevano, nel limitato spazio di una brocca, di creare uno stile narrativo preciso. Tuttavia la ceramica attica guarda alla produzione ceramica corinzia per le forme e la decorazione, migliorandola e imponendosi pian piano nell’ambito del commercio della terraglia, soprattutto con frequenti e proficui scambi nella penisola italica.

I ceramografi attici e I  VASI  A FIGURE NERE del VI secolo a.C

La tecnica adottata viene definita a figure nere per un procedimento specifico. Le figure venivano dipinte sulla superficie argillosa del vaso con un impasto di acqua e argilla arricchita di ossidi di ferro. A questa prima fase della lavorazione si aggiungevano in un momento successivo, tramite incisione con strumenti appuntiti, i dettagli delle figure, che venivano ad essere costituiti dall’emergere del colore proprio del fondo. Altri particolari potevano essere aggiunti tramite pigmenti rossi o bianchi. L’ultima fase era il processo di cottura, con la quale gli ossidi di ferro assumevano un colore nero lucido.

Perfezionandosi nella tecnica della vernice nera e nell’ incisione, i ceramografi attici mirano a comporre con cura scene complesse, riducendo il formato e aumentando i dettagli incisi.

E’ dalla prima metà del VI secolo che i vasi iniziano ad essere firmati come per le sculture. Il primo nome noto è quello di Sophilos che mostra un gusto iniziale d’ influenza corinzia, con decorazioni a fregio animale e nell’uso della vernice bianca per il nudo femminile e i cavalli, tuttavia si evidenziano i primi cambiamenti nel gusto narrativo-descrittivo delle scene mitologiche illustrate sui vasi, come la minuzia descrittiva del Dinos (vaso per mescita di acqua e vino) con raffigurate le mitiche nozze di Peleo e Teti.

La misura dell’altezza raggiunta dalla ceramica attica della metà del VI secolo è data dal famoso Cratere François con anse a volute (grande vaso per acqua e vino), uno dei primi crateri attici risalente al 570 a.C. circa . Questo celebre vaso prende il nome dal suo scopritore che lo ritrovò nel 1845 a Chiusi ed è conservato nel Museo Archeologico di Firenze. Sul collo e sulla vasca del vaso possiamo leggere l’iscrizione Ergòtimos m’èpoiesen; Kleitias m’ègrapsen (Ergòtimos mi fece; Kleitias mi dipinse). Il vaso è completamente decorato con scene mitologiche della vita di dell’eroe Teseo, di Achille e suo padre Peleo.

Sull’orlo del lato anteriore è descritta la caccia al cinghiale Calidonio inviato dalla dea Artemide per vendicarsi del re Oineo che si era dimenticato di onorare la dea. Vi sono i personaggi di Meleagro, Atalanta e Peleo e vi sono incisi i loro nomi.

Sul lato posteriore invece è descritto allo sbarco di Teseo presso l’isola di Delo e la danza festosa dei giovani ateniesi salvati dalla minaccia del pericoloso Minotauro.

All’altezza del collo, è raffigurata la corsa dei carri per i funerali di Patroclo, l’amico-amante di Achille, mentre dall’altra parte una scena di Centauromachia (letteralmente la battaglia dei centauri) durante il matrimonio di Piritoo con Ippodamia innescata quando i centauri tentarono di fare violenza alla sposa e alle altre donne. Questo provocò la reazione di Piritoo e dei suoi compagni, fra i quali vi era anche Teseo che uccisero i centauri.

Sulla vasca o pancia del cratere, nella fascia principale per estensione, è raffigurata l’unica scena che corre tutt’intorno al vaso e che rappresenta le nozze di Peleo e Teti (i genitori di Achille) a cui partecipano gli dèi. Nella fascia sottostante, da un lato la scena del dio Efesto che torna sull’Olimpo e dall’altro, l’agguato di Achille a Troilo (uno dei figli di Priamo, re di Troia) fuori delle mura di Troia.

Nella fascia al di sopra del piede sono raffigurati sia leoni che assalgono animali sia sfingi.
Sul piede, invece, la lotta tra i pigmei e le gru.

Infine sulle anse sono dipinti Artemide, come Potnia Theròn (signora degli animali); la gorgone come motivo apotropaico (apotrépein ossia allontanare, caratteristica attribuita ad una persona o ad una cosa che ha la capacità di allontanare gli influssi maligni) e la scena di Aiace che porta il cadavere di Achille sulle spalle.

Celebri ceramografi sono stati anche Nikosthenes, Amasis e Exekias. Quest’ultimo in particolare raggiunse della sua produzione l’apice del grafismo, arrivando a dipingere anche fra le anse del vaso, ma dando grande risonanza alle figure eroiche, con sobrietà descrittiva come per l’ Anfora dipinto con Achille e Aiace che giocano ai dadi.

Accanto al preciso e minuzioso gusto miniaturistico descrittivo, che si esprime felicemente sui vasi, piatti e coppe di piccole e medie dimensioni, i ceramografi attici, padroni di tutti i mezzi tecnici ed espressivi, sentono anche l’esigenza di manifestare quella visione grandiosa e quel senso di monumentalità che erano qualità attiche già emerse nello stile proto attico e nelle anfore a metopa. Visione grandiosa che si esprime  con vasi di notevoli dimensioni prodotte dal ceramografi ceramisti come il cosiddetto Pittore dell’Acropoli 606 a cui sono attribuiti dagli studiosi questo genere di vasi di grandi dimensioni.  Il vaso eponimo è un dinos dedicato sull’Acropoli di Atene e conservato nel suo Museo archeologico, proveniente dalla collezione dell’Acropoli, con il numero di inventario 606.

I ceramografi attici della seconda metà del VI secolo a.C.  I VASI  A FIGURE ROSSE

Verso il 530 a.C. ad Atene si assiste alla scoperta di una nuova tecnica pittorica a Figure rosse che gradualmente soppianterà la tecnica a figure nere. Talvolta per un breve periodo, furono applicate entrambe le tecniche su uno stesso vaso, questo tipo di decorazione viene definita “ceramica bilingue”.

La persistenza delle figure nere nel primo periodo a figure rosse indica che la ricerca di un nuovo modo di dipingere fu prevalentemente una scelta degli stessi ceramografi e non un adattamento a richieste di mercato.

Le figure rosse erano ottenute in pratica risparmiandole sul fondo dell’argilla con leggera velatura rosata e campite tutto intorno dalla vernice nera, con dettagli interni espressi con sottili linee nere o con ritocchi purpurei o bianchi.

Se con la tecnica a figure nere la silhouette nera rendeva possibile il solo dettaglio inciso con un effetto calligrafico, con la tecnica a figure rosse la figura risparmiate sul tono chiaro era suscettibile invece di una variata gamma di effetti pittorici e plastici per mezzo della diversa sottigliezza delle linee interne e della densità della vernice, usata con spessori diversi, che creava un nuovo colorismo capace di superare il severo bicromismo precedente. I vasi del Pittore di Andocide diedero una prima impronta allo stile, ma furono Eufronio e Eutimide  a trarne le conseguenze fondamentali in termini di disegno e composizione con l’accentuazione dello studio anatomico per una maggiore unità strutturale dei corpi e un movimento maggiormente realistico pur mantenendo l’aderenza alla superficie piana del vaso.

Tra gli artigiani dotati di maggiore abilità sono Oltos, Epitteto e Skithes. Benché all’inizio la differenza tra i pittori di coppe e i pittori di grandi vasi non sia ancora netta, i primi due sono da considerarsi i migliori pittori di coppe del periodo, responsabili del passaggio dalla coppa attica bilingue, con interno a figure nere e esterno a figure rosse, alla vera e propria coppa a figure rosse.

Fra esperimenti dei vasi attici in questo ultimo venticinquennio  del VI secolo a.C ritroviamo anche i vasi plastici tipo kàntharos e skýphos a testa femminile, oppure come quelli a testa di negro con una vigorosa caratterizzazione naturalistica; ciò presuppone forse l’esistenza di modelli di schiavi presenti nelle più ricche famiglie ateniesi. In questi vasi a testa di negro la vernice nera trova la sua più naturale e significativa applicazione con un efficace stacco con il colore delle grosse labbra sporgenti risparmiate sul fondo rossastro d’argilla e il lucente bianco degli occhi.

Le novità dell’arte vascolare a figure rosse si concentrano anche sulla postura delle figure rappresentate. Il torso dei personaggi si gira di tre quarti ponendosi obliquamente, con molti dettagli anatomici resi con la vernice diluita, i particolari del volto sono ancora resi di prospetto ma la pupilla inizia a collocarsi nell’angolo dell’occhio, inizia anche ad esserci una maggiore ricerca dello scorcio che sarà caratteristica poi della ceramica del V secolo a.C..

La ceramica corinzia e orientale del VI secolo a.C.

Se nella prima metà del VI secolo erano i ceramografi attici che ispiravano i Corinzi ora sono i Corinzi che imitano gli attici. Rispetto all’ austera e rigorosa tecnica attica delle figure nere emerge il contrasto della vistosa policromia con largo uso del bianco, del giallo e del rosso che caratterizza la ceramica Corinzia più vivace e colorita, riflettendo forse gli effetti della grande pittura contemporanea.  Il Cratere Astarita mostra queste qualità pittoriche corinzie su un fondo bianco spiccano con un disegno accurato le figure a contorni rossi per le offerenti dalle carni bianche, i neri per i panneggi mentre le carni dei fanciulli sono rosate, questo spirito narrativo vivace e ornamentale, illustrativo e pittorico è proprio dell’ambiente corinzio.

Perdura in ambito orientale la decorazione ornamentale rispetto a quella narrativa Corinzia. Nella seconda metà del sesto secolo non regge più la concorrenza con la priorità di quella attica e si limita a una produzione in stile bianco su fondo chiaro con elementi geometrici e floreali, ormai di difficile esportazione. Lo stesso accade per la Beozia le Cicladi, e in tutto il mondo orientale dove c’è la predominanza degli interessi ornamentali ed è maggiore il gusto decorativo anziché narrativo.

Solo nell’ambito di Rodi si assiste, accanto alla figura naturalistica di tendenza ornamentale, anche alla presenza della figura umana specialmente per quanto riguarda i piatti. Ne è un esempio eccellente il cosiddetto Piatto rodio con il duello di Menelao ed Ettore sul cadavere di Euforbo. Il piatto è policromo e denso di riempitevi, tuttavia le figure angolose e rigide mostrano ancora una distanza fra la produzione Rodia del finire del VI secolo e l’ambiente decorativo dell’arte ceramica attica.


LA NASCITA DELL'ARCHITETTURA TEMPLARE GRECA: GLI ORDINI STILISTICI E LA RELATIVA STATUARIA DECORATIVA E VOTIVA

Oltre alla nascita della statuaria monumentale greca fra il VII e il VI secolo a.C si assiste al lento ma progressivo avanzare di nuove costruzioni architettoniche monumentali che superano l’arcaica architettura trilitica. Un sistema trilitico o trilite (dal greco tri = tre + lithos = pietra) è una struttura formata da due elementi disposti in verticale (piedritti) e un terzo appoggiato orizzontalmente sopra di essi (architrave), a formare una sorta di porta come ad esempio la porta di Micene.

Le nuove strutture architettoniche più complesse a partire dal VI secolo sono destinate al culto degli dei antropomorfizzati. Gli scavi di celebri santuari come l’Heraion di Samo, l’Artemision di Efesto, il tempio di Hera ad Olimpia o di Apollo a Cirene, insieme ai modellini fittili, ci permettono di ricostruire l’evoluzione dei templi greci.

Dalla primitiva tecnica con zoccolo di pietra elevato a mattoni crudi si passa a quella lapidea. Dal semplice vano si passa ad una cella o naòs(la parte interna del tempio dove era generalmente posta la statua della divinità) con pronaòs (lo spazio compreso tra la cella del tempio e le colonne antistanti), l’opistodomo, ossia lo stesso spazio del pronao ma alle spalle della cella. Si aggiungerà poi una peristasi (colonnato porticato). I primi pilastri e sostegni in legno sono sostituiti da quelli in pietra, fino alla creazione della colonna, infine dalla copertura a terrazza, di tradizione micenea, si passa a quella con tetto a spiovente.

Via via anche la pianta del tempio si articola in vario modo, dalla pianta  molto allungata del VII secolo si passa a quella più proporzionata nel secolo successivo e si creano dei veri e propri schemi costruttivi:

Tempio in antis: in cui le pareti dei lati lunghi della cella si prolungano in avanti fino a costituire le cosiddette ante a delimitare lateralmente il pronaòs;

Tempio in doppio antis: è un tempio in antis con l’opistodomo nella parte diametralmente opposta rispetto al pronaòs;

Tempio prostilo: di fronte al pronao è presente un colonnato antistante (prostòon); in tal caso può mancare l’intero pronao

Tempio anfiprostilo: sia la fronte che il retro presentano il colonnato;

Tempio periptero: un colonnato quadrangolare circonda tutti e quattro i lati della cella;

Tempio pseudoperiptero ha una notevole diffusione in età ellenistica e romana, caratterizzato da una peristasi costituita da semicolonne o lesene addossate ai muri esterni della cella e da una fila aggiuntiva di colonne ma solo sui lati corti. La cella poteva in tal modo essere realizzata con una maggiore ampiezza;

Tempio diptero: il porticato quadrangolare (peristasi) presenta, anche sui lati lunghi, una doppia fila di colonne;

Tempio pseudodiptero: caratterizzato da una prima fila di semicolonne o lesene addossate ai muri esterni della cella, da una fila aggiuntiva di colonne su tutti e quattro i lati e da una terza fila solo sul lato anteriore. la peristasi quadrangolare nel mezzo è posta ad una distanza doppia rispetto ai muri della cella, ossia quando il tempio è circondato da un colonnato dell’ampiezza di due intercolumni;

Tempio monoptero: quando il tempietto ha una forma circolare ed è privo di cella;

Tempio a thòlos (o monoptero-periptero): quando il tempietto circolare è provvisto di cella.

Tempio ipetro: nel quale, per le dimensioni colossali che rendevano impossibile realizzare il tetto, la cella (o la sua navata centrale) risultava scoperta.

A seconda del numero delle colonne presenti in facciata, il tempio è inoltre definito come “distilo” (“con due colonne”), “tetràstilo”, “esàstilo”, “octàstilo”, “decàstilo”, o persino “dodecàstilo” (rispettivamente con quattro, sei, otto, dieci o dodici colonne sulla facciata). Raro è il caso di un numero di colonne dispari che è un segno di arcaicità come nel tempio “ennàstilo” di Hera a Paestum. Il numero delle colonne laterali è proporzionato a quello delle colonne in facciata, e può essere pari al doppio, al doppio + 1, o al doppio + 2 di esse.

pronao. pronao. cella. cella. cella. cella. ingresso. UAN – Archeoastronomia Antonio Coppola.

La trabeazione lignea viene sostituita da quella lapidea e le decorazioni in terracotta sostituite da quelle in pietra. La tipologia di trabeazione e soprattutto lo stile della colonna definiranno nei decenni gli stili o ordini architettonici predominanti.

L’ORDINE DORICO si afferma nel continente greco e in Magna Grecia. La colonna dorica

probabilmente deriva da un’evoluzione del capitello ad echino della colonna micenea, ma mentre la colonna micenea è un elemento decorativo a sé stante, anche isolato, la colonna dorica è parte integrante dell’organizzazione architettonica di un tempio, ne è supporto e decorazione. Poggia sullo stilobate direttamente (ossia i blocchi o gradini che costituiscono il basamento delle colonne), non ha una base vera e propria, e le colonne sono sostegno per la trabeazione (una struttura architettonica, comprendente l’elemento orizzontale del sistema trilitico, degli ordini architettonici greco-romani ed è costituita da architrave, fregio e cornice)

La trabeazione così come la colonna non sono semplici strutture portanti ma sono arricchite da elementi decorativi che le distinguono, in particolare la trabeazione ha un alternanza di scalanature triglifi e metope decorate con statue dapprima in terracotta e poi marmoree ad altorilievo. Agli angoli acroteri (gocciolatoi per l’acqua piovana)decorano i tetti con protomi leonine con la bocca spalancata o ad elementi naturalistici.

L’ORDINE IONICO ha un carattere meno massiccio rispetto quello dorico, è più slanciato ed elegante e si diffonde soprattutto nell’area geografica dell’Asia minore. Nella colonna ionica la base è costituita da una lastra quadrata detta plinto che sorregge un cuscino rigonfio circolare detto toro e una scanalatura anulare trochilo. Prima del fusto può esserci un’altra lastra a cuscino rigonfio. Le scanalature del fusto sono generalmente ventiquattro e sono più fitte e a spigoli tagliati. Il capitello è formato da un collare di foglie sormontato da una coppia di volute

Sopra il capitello poggia la trabeazione, costituita da un architrave, formato da tre fasce aggettanti l’una su l’altra e con un coronamento decorato da modanature, dal fregio, una fascia continua, spesso decorato con rilievi figurati o vegetali e da una cornice (geison) con dentelli, sormontata da una sima (grondaia con gocciolatoi per lo scolo dell’acqua piovana dal tetto). Nei templi la cornice sale obliquamente a formare il frontone, che ospita il timpano.

Il problema di questo ordine si pone nel capitello angolare, dato che il capitello ionico presenta le facce diverse, le due facce principali presentano le volute, mentre sui lati queste sono raccordate da un pulvino.

L’ORDINE CORINZIO Quest’ordine stilistico si distingue dagli altri solo per la colonna, poiché la trabeazione resta sostanzialmente quella ionica. La colonna corinzia è ancora più snella e slanciata, nonché elegante rispetto quella ionica. Il capitello corinzio si diffonde grazie all’invenzione nel IV a.C. dell’architetto greco Callimacos. Le fonti narrano che l’architetto trovatosi di fronte una tomba di una giovane fanciulla a cui piedi vi era un cestino ricolmo di offerte votive in sua memoria. La vegetazione aveva ricoperto il cestino fino alla lastra lapidea, da lì era balenata l’idea del capitello decorato con foglie d’acanto tipico della colonna corinzia.

Il capitello è così decorato alla base di otto foglie con una seconda corona di altrettante foglie d’acanto. Su ogni facciata dell’abaco ha dei calici da cui partono dei raceni che vanno allo spigolo e al centro del plinto.

Un esempio di tempio dorico è il tempio di Nettuno a Paestum

Un esempio di tempio ionico è il tempio di Atena Nike ad Atene

Esempio di tempio corinzio è il tempio di Zeus Olimpio ad Atene

LA DECORAZIONE DEL FRONTONE

Il problema decorativo più importante per l’architettura templare è senz’altro la decorazione del frontone. Gli artisti lavoreranno incessantemente alla decorazione frontale raggiungendo un equilibrato sistema solo nel V secolo a.C. con Fidia nel Partenone.

Dalle decorazioni più arcaiche  in terracotta con motivi naturalistici, felini araldici o di mostri mitici, come le teste di Gorgoni

si passa poi a scene mitologiche e di tipo celebrativo sempre più in stile di gigantomachie, in pietra e marmo, uno dei primi esempi ne è il Thesauròs dei Sifni di Delfi (525 a.C circa) che narra la contesa del tripode fra Eracle e Apollo.

Altro esempio di gigantomachia mitologica è il frontone del tempio di Apollo sempre a Delfi le cui figure sono a tutto tondo così come gli arceri, i combattenti e i feriti del tempio di Aphaia ad Egina.

Lo stesso problema decorativo si presenta negli spazi metopali . Le metope da terracotta vengono poi sostituite da quelle marmoree e scolpite poi in rilievo sempre più particolareggiati fino a dare l’impressione che si tratti di figure a tuttotondo. L’artista ha la necessità di decorare tutto lo spazio quadrangolare armonicamente tale da costituire così un quadretto in sé compiuto. Essi si animano di figure mostruose come Chimere e Gorgoni, Sfingi o  scene mitiche con gruppi di eroi e dei. Ne sono un esempio le metope del Tempio di Selinunte e del Sele raffiguranti Eracle che cattura i Cercopi.

Per il fregio del tempio ionico non suddiviso da metope e triglifi ma continuo si crea la necessità di creare una figurazione quanto più possibile sviluppata in lunghezza. Le prime decorazioni riguardano sfilate di animali  come leoni e pantere e cavalieri come nel fregio dedalico di Prinias. Poi la decorazione si schematizza in gigantomachie di narrazioni di duelli omerici fra fazioni di  due schiere di divinità che assistono al combattimento vi partecipano, come per il già citato Thesauròs dei Sifni.

LE STATUE VOTIVE Contemporaneamente allo sviluppo dell’architettura templare si assiste anche ad un’abbondante produzione di statuette votive fino a statue di ragguardevoli dimensioni, come ex voto. Abbiamo l’ampia diffusione di Sfingi, leoni

e pantere accovacciati, figure umane come il Koùros e le kòre dallo stile sempre meno arcaico e più slanciati ed eleganti, nel VI secolo a.C gli artisti tendono anche a firmare le loro opere e spesso gli archeologi riescono così a individuare le varie “mani” degli scultori e l’area geografica di produzione.

Nel VI secolo nei templi appaiono nuove statue dalla connotazione votiva precipua, ossia il Moskohoros

la raffigurazione di un cittadino che porta al tempio sulle sue spalle un vitellino per voto sacrificale, come dono alla divinità. Vi è una nuova sapienza compositiva accentuata dalla postura delle braccia che reggono le zampe dell’animale al petto a formare con esse una x. La postura è naturale accenna al movimento, non vi è più la rigidità dei kouròi arcaici, così come il volto è meno rigido e i capelli non sono organizzati in ciocche simmetriche, perdura tuttavia il sorriso arcaico che non è ancora superato.

Altri splendidi esempi di nuova statuaria votiva o decorativa di steli funerarie sono anche statue di kouros a cavallo come il famoso cavaliere Rampin

o le teste di atleti e pugilatori.

Ben presto si affermerà l’arte vascolare atta non solo per pranzi e banchetti ma vi sarà una vera e propria esplosione di generi, forme e decorazioni per ceramica dedicata ai corredi funebri e votivi, per doni ai templi e libagioni.


LA NASCITA DELLA STATUARIA MONUMENTALE GRECA

LO STILE DEDALICO (680-610 a.C. circa)

Lo stile dedalico nasce nel VII secolo a.C. dal mitico architetto e scultore greco Dedalo a cui sono attribuite la creazione delle prime immagini vitali dell’uomo, la prima statuaria monumentale, con accenni di movimento che spezzano la rigidità della scultura antica finora conosciuta.

Le teste della piccola statuaria bronzea sono sempre triangolari ma iniziano ad essere con il cranio più schiacciato, la fronte bassa e occhi affioranti, volto appiattito e capelli a spioventi con acconciatura simile a quella egizia, con onde modellate in solchi paralleli orizzontali come una rigida parrucca. Inoltre generalmente la statuaria bronzea si caratterizza per la presenza di elmi, copricapi sacri e auriga, che mancano nella produzione marmorea.

La vera rivoluzione si presenta, nella statuaria in marmo che inizia ad assumere dimensioni sempre più elevate con figure, sempre più colossali, con l’intento di articolare la statua nello spazio, si cerca di rendere la tridimensionalità, una forma ideale messa a nudo letteralmente.

L’arte greca si distingue dalle precedenti forme artistiche perché pone al centro l’uomo, la sua figura, concepita come misura di tutte le cose, immagine concreta dell’ordine universale. In questo innalzamento dell’uomo alla sfera ideale  e divina i confini fra aspetto umano e divino si fanno sempre meno evidenti. Appaiono così figure maschili nude (kouros) e femminili vestite (kòre). Essi possono rappresentare o la divinità stessa oppure immagini ideali dell’umanità in una fiorente, intatta giovinezza fuori dal tempo. Da una rigidità iniziale, con braccia rigide lungo i fianchi e pugno chiuso, si assiste poi con il tempo al piegamento del braccio e gesta offerenti.

Sin dalle prime manifestazioni statuarie si notano una robustezza e un vigore accentuato nella produzione cretese e del Peloponneso e nel continente greco, tanto da far parlare di uno STILE DORICO con cui la figura è costruita a grossi blocchi con particolari grafici e incisioni, come la kòre di Nikandre.

Nella zona microasiatica e insulare invece si afferma un cosiddetto STILE IONICO con figure più eleganti, gli elementi sono raccordati con una visione più dolce, minor graficismo e c’è maggior senso di levigatezza, come la Hera di Samo di Cheramyes.

Verso il 610-530 a .C nelle statue e nei rilievi di stile dedalico si va verso lo STILE ARCAICO  iniziano a comparire particolari nuovi, le labbra si ingrossano e si sgranano gli occhi affioranti sotto la fronte piatta. Ma è sulla bocca dove si concentra il cambiamento in quanto lo scultore tende a voler dare una nuova curvatura, realizzando quello che viene definito dagli studiosi “sorriso arcaico” che  in un primo momento aveva fatto pensare ad un sorriso benevolo degli dei, ma si è poi capito che si tratta di un tentativo da parte dell’artista di creare un’organicità di struttura e la creazione di una terza dimensione e dello scorcio.

LO STILE ATTICO della statuaria arcaica sul finire del VII secolo a .C. si caratterizza soprattutto per i koùroi monumentali che raggiungono i tre metri di altezza nei koùroi del Sunio

) che esprimono un vigore poderoso anche nell’incisione dei muscoli addominali, pettorali  e nelle ginocchia, volte a voler rendere meglio il plasticismo scultoreo enfatizzato anche dai cirri dei capelli raccolti in un nodo posteriore, con una netta suddivisione in ciocche.

Emblematiche dello stile attico sono le statue dei mitici gemelli Kleobis e Biton

che si sacrificarono per la dea Era e la loro madre, sacerdotessa del santuario di Delfi scolpite dallo scultore Polymedes di Argo all’inizio del VI secolo a Delfi e ivi ritrovate, alte più di due metri, con chiome spioventi di gusto arcaico, volto appiattito e dettagli anatomici incisi sull’arcata epigrafica. La loro robustezza rientra nelle caratteristiche dello stile dorico differenziandosi ad esempio dal kouros di Melos che rientra nei canoni ionici di maggio eleganza, con una figura anatomica più slanciata e sottile